Riviste e modernità riviste.

Già dal primo numero della vostra rivista, mi sono sentito come una Cenerentola in ciabatte al ballo del Principe. A parte qualche momento di respiro, le pubblicazioni seguenti hanno confermato il mio disagio. Se voi foste una drogheria, andrei a far la spesa da un’altra parte senza nulla dovervi, ma, a voi, sento necessario spiegarvi perché non posso aderire ai vostri incontri. Nei vostri monti privi d’acqua per la mia sete non mi ritrovo. Non mi ritrovo fra impervi stili. Non mi ritrovo in mezzo a picchi di parole che sembrerebbero pietre, ma sono calcare. Non mi ritrovo dove soffia il fiato ma niente respira. Non mi ritrovo nei verbi deserti. In non rare occasioni mi è venuto il rabbioso istinto di picchiare sulle voci che pubblicate. Giusto per vedere se soffrono. Giusto per sentire un: hai! Un umanissimo: hai! Mi domando se ne sarebbe uscito del sangue. Dubito. Nelle vostre proposte sento solo capacità e fatica. Non mi bastano. Il “tanto tuonò che non piovve”, per quanto ammaliante, mi pare in qualche modo truffaldino. Vi siete mai chiesti cosa sente un povero mortale che vi legge? O può leggervi solamente chi è aduso a stratosferiche altezze? Pensate veramente che un povero mortale possa capire, sentire, imparare, cercare qualcosa di sé, in voi? Secondo voi, a quale muto date parola? Quale vista al cieco? A quale entità sollievo? A ciò che è vile, quale, la condanna? Non temete di chiudervi in un cerchio, unico ma non unificante? Sono ottocentesco? Questo mi dice come un’ombra cinese dice. In verità, credo e pre – tendo ad un moto, se volete, ingenuo, non sofisticato, non colto ma fatto di vita come un “tossico” si fa della sua “roba”. Le stranezze stilistiche, invece, dicono l’eterno, come sempreverdi in moplen.

afinedue

Tu, e l’Anoressia.

Non so, se possiedo il diritto di fermarmi, come tu stai facendo. Solamente so, che che la vita ha un suo diritto: vivere. Ma, per vivere, è anche necessario chiudere, seppellire. Qualsiasi giardiniere lo sa. Che forse, non chiude la terra, sul seme che ha sepolto? Vivere, quindi, è anche accettare il ruolo del seme, sepolto da infinite insufficenze; è anche accettare il dovere, di seppellire il seme, di quelle insuficenze. Tanto più, se ammuffiscono il seme, che è la tua vita. Non posso sostituirti nel dovere di seppellire il tuo seme, come non posso sostituire la tua volontà con la mia. La vita, non è una legge tanto pesante se l’ascolti, ma, se non l’ascolti, è una legge, che tu, fai pesante. Non resistergli! Il dolore per sé stessi è un cibo magro. Come hai potuto constatare, non nutre te, come non nutre la vita. Se, suo malgrado dolendoti, la morte t’ha resa ancora bambina, volgiti verso la vita, e, per quanto reputi giusto alla volta, nutriti come fanno i convalescenti: con cibo semplice per il corpo, e di facile ingestione per lo spirito. Usa il sonno, come il seme usa la terra. Senza timore. La vita farà la sua parte. Ti porterà dalla sua parte. E solo questione di tempo. Non farne una questione di tempi.

afinedue

Peccato originale o amore originale?

Adamo viveva il Luogo di Dio, ma come l’infante non conosce il padre perché non ne possiede l’idea, così, non conosceva Dio. Quando l’infante comincia a conoscere il padre? Direi quando il padre lo scioglie dall’abbraccio e lo posa a terra. Nel momento stesso in cui mette il figlio nella condizione di sentire la differenza fra il prima ed il dopo, quel padre comincia ad insegnargli cos’è la Sua immagine e cos’é a Sua somiglianza. Da questa Genesi ne concludo che al principio della vita non è successo nessun peccato originale. Sono accaduti, invece, due amori originali: quello del Padre verso la vita, e quello della vita verso sé stessa.

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Sulla Soglia: le ultime domande prima del Lutto.

Quando l’Amato m’ha chiesto cosa succederà, dopo, mi sono ritrovato con la mente assolutamente vuota, eppure, avevo già letto migliaia di libri. Dove i libri hanno mancato la loro funzione, ancora una volta non l’ha mancata il cuore; e il cuore m’ha suggerito la risposta: non so cosa succederà dopo. Pensa solo che ti amo. All’epoca, mai affermazione mi è parsa tanto insufficiente. Con l’andar del tempo, invece, ne ho capito tutta la saggezza. Fu saggia, non solo perché ha confermato un sentimento (e, dunque, dato sicurezza ad una finale debolezza) ma anche perché ha ancorato la mente di quella persona (e, per inciso, anche la mia) all’interno di un fatto concreto: gli atti d’amore che hanno strutturato il comune sentimento, e scritto la comune storia.

Fermando quella mente all’interno di quel fatto (ed in questo proteggendola dall’ignoto che incombeva) credo di aver ottenuto un duplice scopo:

*) sia nel mio che nel suo caso, ho dato funzione esistenziale a chi temeva di non averne avuta alcuna;

*) ho allontanato la paura del dopo (o quanto meno l’ho attenuata) pur non avendo risposto alla domanda.

Mi si chiederà (come me lo sono chiesto anch’io) ma come si fa ad amare la vita quando non si sente che dolore? Direi che si torna ad amare la vita, tanto quanto ci rifiutiamo di sentire solamente il dolore. Non è certo per mero egoismo che dobbiamo rifiutare l’ascolto del dolore nei casi di lutto, ma perché il dolore è connseguenza di un erroneo intendere ciò che è giusto, sia per la vita che ci ha lasciato, sia per la nostra. Il dolore, infatti, è male naturale e spirituale da errore culturale.

Quando ci allontaniamo dal dolore che ci è causa di morte, ci par di allontanare chi abbiamo amato. Ci sentiamo come se morisse ancora una volta, e quel che è peggio, la seconda volta a causa nostra. Che vi sia allontanamento è indubbio, come è indubbio che il motivo allontanante non è l’allontanamento dell’amore ma quello del dolore. La dove vi è dolore, infatti, non può esistere il bene.

Se un trapassato ha bisogno dl nostro dolore, è chiaro che non vuole il nostro bene. Non volendolo, è chiaro che non ci ama. Liberarsi di ogni ricordo di quella morte, quindi, oltre che doveroso è necessario. Diversamente, il trapassato che ci ha amato e ci ama, non può non augurarsi che allontaniamo da noi il dolore, appunto perché non è quello che vuole ma il nostro bene. Non solo. Siccome l’amore non può coesistere con il dolore, tanto quanto avremo dolore e tanto quanto favoriremo l’allontanamento da noi del trapassato che ci ama.

Tale favore lo aiuterà a liberarsi dai legami con questo mondo. Ogni volta stiamo male, quindi, o abbiamo vicino un trapassato che è nel male e lo persegue, o non abbiamo vicino il trapassato che è nel bene e lo persegue. Stante le cose (sempre a mio conoscere, ovviamente) a che ci serve e/o a che serve il dolore se questo ci allontana da chi ama e non allontana da noi chi non ama?

Con questonon voglio dire che sia giusto andar a ballare il giorno stesso di un funerale, bensì, che dopo aver accompagnato una vita al suo principio, è giusro rivolgere il nostro pensiero verso il bene, non, verso il dolore. E’ giusto farlo perchè nel bene troveremo tutto ciò che è e da vita, mentre nel dolore, non troviamo che dolore.

Naturalmente, ad ognuno le sue scelte, e nelle proprie scelte, le corrispondenti misure.

afinedue

 

Dedicata a Giovanardi e a tipologie simili.

 

Quando ferma la speranza, la presunzione ferma la vita.

afinedue

Se do un obolo ad un povero compio un’opera di carità. Se quel povero usa il mio obolo per farsi del male, ad esempio, comperarsi dell’eroina, ciò significa che sono diventato complice di spaccio? Certamente no, in quanto, era mia intenzione fargli del bene, non del male. Se lo Stato compie un’opera di bene, (ad esempio: ausiliare dei poveri di vita con progetti inerenti la Riduzione del Danno e/o altri di corrispondente politica sociale), perché mai deve sentirsi accusare di spaccio, dal momento che la sua intenzione non è quella spacciare? Perché fa del male naturale, nel senso che protrae il periodo della tossicodipendenza? E’ vero, ma, un tossicodipendenza che non delinque, anche la dove non è un recupero naturale, tuttavia è principio del recupero al legale – sociale, e può essere principio di quello naturale e culturale. Perché mai si dovrebbe escludere a priori la possibilità di usare anche questo genere di recupero, come il possibile ” campo base ” di diversi e/o ulteriori tragitti esistenziali? Solo perché non ci si crede?

afinedue

Le domande della vita secondo “per Damasco”.

A P. ho detto che la vita, è solo Bene. Mi dirai, allora, Lettore, perché, ne troviamo gran poco, o quanto meno, da non bastarci mai? Per vita, intendo, il Bene della Natura, il Vero della Cultura, il Giusto dello Spirito. Questi, i principi del Principio. Da questi principi del Principio, si è originato, il vivere. Come dire che la Potenza, (la Vita), ha originato l’Atto, che è la nostra vita. Il vivere, è stato di infiniti stati della corrispondenza fra i nostri stati. Gli stessi del Principio. Ciò che differenzia gli stati del Principio, dai nostri, non è una diversa quantità di stati, ma la diversità dello stato: supremo nel Principio; quello che è, nel nostro principio.

Il Principio della vita, (la vita che in molti modi chiamiamo), non può contenere che sé stesso. Se contenesse altro da sé, non sarebbe Assoluto, in quanto conterrebbe due principi. Se il Principio contiene la vita; e se, in quello, la vita è assoluta corrispondenza di stati; e se il Bene è il suo stato di principio, ne consegue, che non può contenere il male. Per “male”, intendo, dolore naturale e spirituale, da errore culturale. Può, un principio assoluto, contenere uno stato di vita a sé opposto? Non so voi, ma io non c’è lo vedo proprio!

Può un principio conseguente all’Assoluto, contenere degli opposti principi, cioè, il male opposto al bene? Direi di sì! Perché? Perché la vita attuata ha due principi: quello del Principio, (la vita come potenza), e quello del proprio principio, appunto, la vita, come atto in atto. Allora, per favore, Palarosa, quando parliamo di dolore nella vita, facciamo a meno di alzare gli occhi al cielo. Guardiamoci dentro! A me non risulta, “che la vita ci chiede di soffrire”. A me risulta, che ci chieda di vivere! E, se il nostro vivere ha della sofferenza, che centra, la vita, che di per sé, è solo Bene! Se è, solo Bene, (smentiscimi l’affermazione, per favore), posso non pensare che l’implichiamo nella nostra sofferenza, perché la posizione del giudice, è certamente più comoda, di quella dell’imputato?

afinedue

Storia, Favola, Religione.

Ho appena finito di leggere, “La Favola di Cristo”, libro denuncia di Luigi Cascioli.it La mia ragione religiosa, aveva già intuito la favola, in quella storia. Tanto che, se quella storia fosse una barca, da quella, ero già sceso, sia pure a malincuore. Malincuore, perché amo, la figura di quel Capitano. Non tanto perché era, (o non era), quello che di Lui hanno detto, ma per i messaggi, che hanno detto di Lui, anche se, magari, Lui non li ha mai detti. Conserverò comunque, quei messaggi. Nelle mie onde, sarò, la bottiglia che li contiene. Nelle mie onde, anche sarò, chi li rilegge. In quelli, dividerò, “il grano dalla pula” Terrò il grano che contiene, i principi universali. Brucerò la pula che contiene i particolari.

afinedue

La via dei Barabba.

Non ricordo le parole precise, ma, Cristo, ebbe a dire: chi fa qualcosa ad uno di questi lo fa a me. E’ un’affermazione che sento divinamente giusta, pure, recalcitro, come puledro a briglia troppo corta! Chi è Cristo? Le ipotesi sono molte come le negazioni, quindi, mi limito al messaggio. Cristo è via, verità, e vita. Chi è Barabba? Come Cristo, certamente è via, se conveniamo che il Corpo, (la Natura), sia via della vita. Ma, Barabba, è anche verità? Più che verità, direi, estrema confusione, (quando non falsamento), di verità. Quindi, Barabba non è Cristo. Come Cristo, Barabba è vita? Anche Barabba, è vita, ma, come per le sue confuse verità, quale il suo stato di vita? Come quella di Cristo? Direi proprio di no! Allora, Barabba non è Cristo. Se, Barabba, non è come il Cristo, né come Cultura, e né come azione di vita, allora, dove il Cristo trova ragione nel difendere i Barabba? Direi, solo nel primo concetto della Parola: vita! In quel concetto, Barabba è come Cristo! Si potrebbe dire, pertanto, che togliere la vita ai Barabba, è ritoglierla a Cristo. Naturalmente, tutto questo sul piano della Parola, e delle ideali parole, ma, anche nella realtà di questo piano di vita? Nella realtà di questo piano di vita, quanto può, lo Stato – società, togliere ad una vita, la sua totale vitalità , sia pure, per lo scopo di cassare da sé i Barabba, quando gli diventano, gravi metastasi? Se vado in Francia, caro Pabloz, devo parlare francese, se voglio farmi capire, e quindi, accettare. Se non lo faccio, è chiaro che non posso mica dare colpa ai francesi, se mi trovo escluso dal loro consesso. Così, quanto possiamo rimproverare un consesso, se cassa da sé, (anche in modo estremo), tutti quelli che non parlano la comune lingua? La mia parte ideale, dice, che, comunque, non lo può! La mia parte reale, dice che, a ragion veduta, lo può! Dove, la Verità? E’ chiaro che non lo so. Così, di fronte a questo genere di questioni, mi trovo, regolarmente, senza fiato, se non per quel tanto che basta, per dire, (a me oltre che ha te), cosa fatta, Principio ha. Mi dirai, questo è un Amen, (inteso come accoglienza della vita in tutti i suoi aspetti), che dolcifica la pillola per gli impotenti! Può essere. Può anche essere, però, che, che al di fuori di questa pillola, sia illusoria ogni potenza.

afinedue

Gli venga un accidenti al Romanticismo!

Come privatista, ho ottenuto la licenza media in una scuola della provincia di Verona. Non mi ricordo in che età. Di certo, barbuta! L’esaminante, che non sapeva trattenere l’ allegria davanti a sto’ alunno, in ciclo da carampana, mi dice: parli del Foscolo! Apriti cielo! Alzo gli occhi al soffitto, mi faccio cadere le braccia, e, in perfetto padano, rispondo: Oh, signur! El Foscolo! El pianxe su l’isola! El pianxe su so’ mare! El pianxe su le are! Insoma! El pianxe sempre! Non ci crederete, ma sono stato promosso con Distinto. E, te credo! Quando mai ghera capità na roba del genere!

Scenografie e regie a parte, il mio fastidio per il Romanticismo nasce da quell’epoca. Nulla di scientifico, sia chiaro: è tutto viscerale! Mi è viscerale il fastidio per i Romantici, troppo presi dai loro pensieri, per non vergognarsi di farsi mantenere dalle mogli, e trascurare i figli! Mi è viscerale il fastidio per i Romantici in piedi su gli scogli di fronte ai marosi della vita ma capaci di perdersi in un bicchier d’acqua! Ma, soprattutto, mi è viscerale il fastidio per i Romantici, per l’esempio di giustificata evasione che offrono ai Crescenti; Crescenti che impareranno a loro spese, che per i colpi della vita, il Romanticismo è barriera di coccio! E, i giovani che si sono appellati a quella barriera, al crollo del Coccio, dal Romanticismo passano allo Scetticismo; dallo Scetticismo, al Cinismo; dal Cinismo anche ad un Nulla senza alcuna potenzialità di vita, se, non si affrettano ad aggrapparsi a quel salvagente da artistiche perdite di tempo che è il Reale; reale come conoscenza del proprio mondo, reale come conoscenza del Mondo.

Il Romanticismo, lo abbiamo beccato tutti! Come la Scarlattina! Per fortuna, il romanticismo_scarlattina, lo becchiamo da giovani! E’ noto infatti, che il Romanticismo beccato a più avanzata età, come la Scarlattina può essere invalidante! Può anche essere mortale! Ho riletto i pianti sulle Are del Foscolo, e la sua voglia di essere eternato si è congiunta con la mia voglia di non essere uno sparito; e, nel Foscolo ragazzo, ho scoperto il Foscolo uomo. Non dover rifare gli esami qualche volta è un peccato!

afinedue

Siamo diversi perché noi stessi o perché no.

Avrete notato che non vado tanto per il sottile per definire la mia sessualità. Mi sono domandato, però, se questa mia franchezza non possa alterare una qualsiasi forma di rapporto fra me ed i miei eguali: Omo o etero che sia. Risolvo la questione una volta per tutte. Gay, per me, è il nome del moderno fondo tinta, che, lungi di favorire l’accoglienza che spetta ad ogni Identità non a-sociale, la rende, al più, globalmente sopportabile! Gay, per me, è il nome del moderno fondo tinta, che copre, le tumefazioni che il volto dell’Omosessuale, (e con lui, l’identità Omosessuale), ancora subisce, sia pure per educate forme, e civili maniere. Gay, per me, è il nome che sortisce l’indesiderabile effetto, di sbiancare le scritte, che l’hanno storicamente condannato, a subire l’ultimo sfregio del lancio dei semi di finocchio, perché, quando li bruciavano: accidenti, che puzza! Ed io, dovrei contribuire, a far dimenticare, quanto la norma sociale e religiosa, possa essere infallibilmente omicida, nei confronti dei Fuori?! Ma, neanche per idea! Io sono un Finocchio! Non vi vado bene? Sopravviverete!

afinedue

 

I sistemi magistrali della vita.

Ti racconterò una storia. E’ un po’ così, ed un po’ cosà. Negli anni 70, su di un giornale un po’, promiscuo, rispondeva un giornalista: poi, donna. Gli diceva Tizio: ho visto un bel ragazzo. Mi sono eccitato! Non sarò mica Finocchio, vero? Gli diceva Caio: ho dato la mano ad un uomo, ed il cuore mi è andato a mille. Non sarò mica Finocchio, vero? Ad un certo punto, il giornalista si rompe le palle, ed a Sempronio, ha risposto così: Cari Signori! Per essere Finocchi, bisogna farsi un culo così!

Ecco, conosco certe cose perché la vita m’ha fatto un culo così! 

afinedue

Determinazione, od Accoglienza?

La Donna che si fa, prevalentemente determinante, “spaventa! l’Uomo. Perché lo “spaventa”? A mio avviso, perché, trovandosi di fronte un eguale carattere, non può non sentire, forma d’Uomo, in Forma di Donna. L’uomo che sente di fronte a sé, una Figura di analogo principio, si trova di fronte ad una sua somiglianza. In tale situazione, ovvia la domanda: quale, la mia culturale sessualità? A questa domanda, gli si può rispondere: semplice! Fermo restando il principio naturale, (la genitalità), la tua sessualità, è omo – culturale, ma, chi mai oserà, parlare “de robe Omo”, agli Etero?! Tuttavia…

Giunto al punto: l’Uomo ha “paura” oppure, è solo psicologicamente, (e sessualmente), disorientato, dalla Donna, o meglio, dall’odierna, Donna? Mi si dirà: ma, la Donna è sempre stata così! Concordo. Tuttavia, il Così, della Donna, era contenuto da forti muri socio – culturali. Ora che questi muri, hanno fatto la fine di quelli di Gerico, chi o cosa, “contiene”, l’espansione di vita del carattere culturale e sessuale, femminile? Non di certo, altri e stramaledetti muri, ma, certamente, delle rinnovate ragioni! Quali, le rinnovate ragioni? Che, ve devo dì! Ad ognuno, la cottura del suo piatto! Questo scritto, è solo una padella!

afinedue

Metti, che nel tuo giardino…

Metti che nel tuo giardino sia spuntata una pianta felice ai tuoi occhi. Ebbene, quella pianta è il caso che la vita ha posto fra i tuoi piedi, ma non è tua, in alcun modo, maniera, ironica proprietà, ecc, ecc. Non vorrei sembrarti un esaltato mentre te lo dico, ma, mi considero proprietà della Vita, (nel senso del tutto sino dal Principio) e di nessun altro.

Ti devo l’affermazione, perché non mi posso permettere di essere inteso come un doppione di te o di altri, dai più fragili, dai più deboli, o da quanto d’altri puoi mettere fra i fragili ed i deboli. So molto bene, come e cosa tu intendi per anche tuo e sfondo, e la cosa non può che farmi un personale piacere, tuttavia, al proposito, fermati!

Io non sono solamente Vitaliano, sono anche “per Damasco”, quindi, se il Vitaliano può permettersi di sbrodolare dal compiacimento che gli deriva dalle tue affermazioni su di lui, lo stesso non può permettersi per Damasco. Allora, vi sia netta separazione, fra io ed io! D’altra parte, nel mio giardino la vita ha messo anche altre piante! Non mi sono mai sognato di circoscriverle con nessuna forma di proprietà, e/o di appropriazione.

afinedue

A proposito di abbandoni, perché, Vitaliano?

Ho finito di lavorare. Sono a casa. Mi lavo alla “michelinopaneevino”, e apro il Fettente! Si, proprio con due T.

Raccolgo i pensieri. Mi guardo attorno. Se è vero che “polvere torneremo”, a casa mia si è depositato, un intero cimitero di vita trascorsa! Negli angoli, vedo esercitazioni di ragno. Perché, Vitaliano, non da oggi stai abbandonando la tua casa?! Quale abbandono rappresenta, l’abbandono della tua casa? Un abbandono di te? Un abbandono del tuo reale sociale? Forse perché ti hanno abbandonato? Abbandono della vita, no! Ho troppe certezze! Per quali “certezze” allora, si giunge ad abbandonare la riva reale per aggraparci a quella ideale? Perché il reale violenta, ma non l’ideale? Cosa mi dici, tu, polvere della mia scrivania?

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Commento

“Abbandono significa anche rilassamento, cedimento, ritiro. Credo tu ti sia lasciata andare”, risponde la polvere che a casa mia é diventata decorativa 🙂 “Abbandono” é ciò di cui siamo fatti, ciò da cui siamo stati originati, ciò per cui siamo stati violati, non puoi liberartene, perciò lo espandi anche senza volere nella vita e nelle cose della vita. Siamo polvere, solitudine, fierezza… siamo anche debolezza, ma sopra ogni cosa siamo pura speranza, e lo si può constatare dalle tue parole e dai tuoi ideali. Forse pochi conoscono l’etimologia di questo termine (abbandonare) apparentemente infelice, ma che in realtà viene dal francese abandonner, che a sua volta deriva da “(être) à bandon” = “(essere) in potere di”. La chiave per indirizzare le nostre forze nel cammino più giusto ce l’abbiamo proprio grazie al destino che ci é toccato.”

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Commento

“Tutti noi siamo abbandonati al nostro destino…”

perdamasco

Permettimi di escludermi da un “cosmico pessimismo”, che, mi pare, è stato anche la visione della vita del precedente papa. Il destino, è frutto degli atti che facciamo, con quelli che, purtroppo, subiamo. E’ frutto di scelte veritiere, e di scelte erronee. In definitiva, è il frutto di una vita, agente – agita, all’interno di un Tutto. In questo Tutto, quando una vita si sente abbandonata? Direi, quando non trova il Padre. In questo momento, non penso al Padre che è nei piani alti della spiritualità, ma solo, ad un Filo guida. Sino a che non lo si trova, certamente possiamo dirci “orfani”, e subire la solitudine che è nello sentirsi abbandonati. Tuttavia, se si abbandona la ricerca del Filo guida, possiamo imputare colpa, al Padre? Direi, di no. Direi piuttosto, (se di “colpa” vogliamo parlare), che la colpa è del “figlio”, perché rinuncia, per abbandono, alla ricerca dei suoi principi di vita: ivi compreso, quelli dell’amore. Nel sentirsi abbandonati per rinuncia di ricerca del Padre, vedo un ulteriore errore. E’ quello che facciamo, quando mettiamo la parola, Fine, ad una vita, che non abbiamo ancora finito, di leggere e di scrivere.

Commento

“Il filo guida non sempre si trova, a volte serve un ‘introspezineo profonda perciò ci sentiamo abbandonati al destino: pensiamo di non farcela…


perdamasco

Quando pensiamo di non farcela, perché, anziché sentirsi abbandonati al destino, non ci domandiamo, se non stiamo, appunto, “scavando” troppo, nella profondità di noi stessi? Un esempio per semplificare: se mi pianti un badile troppo profondamente nel terreno, rischi, non solo di non alzare quello che volevi alzare, ma anche di non saper più come togliere il badile piantato. Ecco! L’introspezine profonda” che dici necessaria per trovare il nostro Filo guida, Nadia, è come usare il badile, col modo in esempio! E’ chiaro che ti senti “abbandonata”, ma, dalla tua vita, o solamente dalla dimostrazione di una non idonea, e contestuale capacità di scavo? Mi ci sono voluti 62 anni di abbandono per capire che la vita è di una sconvolgente semplicità! A te ed a Nat84, auguro, ovviamente, di metterci molto meno tempo di me! Naturalmente, se non pianterete il badile troppo in profondità! 

afinedue

L’alcol passa, la negazione resta.

Cara amica: l’alcol è il “medico” che cura la depressione di chi non vede potente la propria identità: vuoi in sé stesso, vuoi nel sentimentale, vuoi nel Sociale, ecc. La depressione può avere origine naturale, ad esempio, una deficienza fisica: vera o presunta che sia. Può avere origine culturale, ad esempio, l’impossibilità a vivere una propria idea: vera o presunta, presente o passata che sia. Il vario insieme delle impotenze può generare una più totalizzante depressione: quella dell’’essere. Con questa analisi è come se ti avessi detto tutto e niente: me ne rendo conto.

Ti ho detto tutto perché ti ho mostrato com’è fatta una macchina, ma non ti ho detto niente perché non ti ho detto il nome, (la specifica causa della depressione), della macchina – depresso. Anche se potessi dirti qual’è lo specifico nome, comunque sarebbe sbagliato il dirlo. Vuoi perché i modelli di personalità sono infiniti, vuoi perché ognuno deve essere il proprio modello. Per tale scopo, ognuno deve farsi secondo l’idea di sé, non, secondo l’’idea di altri. Se ognuno deve farsi il proprio modello secondo l’idea di sé e non secondo l’idea di altri, a che servono queste righe? Secondo me, vorrebbero ricondurre la mente di chi ha perso di vista il proprio capo, (l’originale sé), entro delle linee guida generali.

Poiché la parte inconscia di noi è largamente maggiore della conscia, non sempre sappiamo chi è il nostro sé originale, tanto più, quando non lo vogliamo sapere, o, sapendolo, non lo vogliamo accettare. La negazione di noi è una delle maggiori cause di depressione. Depressione che conduce alla mania di persecuzione, (paranoia), che conduce alla violenza come mezzo di evasione da una insufficienza vissuta come una gabbia. L’alcool sembra guarire la depressione perché sotto effetto tutto si semplifica, però, l’effetto semplificante dell’’alcol passa, ma, la negazione resta. Il che significa che l’alcol è la medicina che prima illude e poi delude. Alla constatazione, si innesta il giro vizioso di chi, non volendo o non sapendo risorgere da sé stesso in altro modo, allontana la delusione ricorrendo costantemente all’illusione, ma, a questo punto, l’alcol serve solo a sé stesso. Come per tutte le droghe, d’altra parte.

Una volta presa la ragione fisica e psichica dell’individualità per mezzo dell’alcol, la malattia che è stata la culturale negazione di noi, sarà costantemente “guarita” da un’alcolizzata negazione di noi. Tornare daccapo, è sperimentare daccapo la vita: è tornare come i bambini che assaggiano la vita, allo scopo di dargli il nome che distingue ciò che a loro è giusto e/o sbagliato. Per sperimentare sé stessi non occorrono dei grossi muscoli, tutt’al più, occorrono delle grosse palle. L’ideale sarebbe poter avere grandi muscoli e grosse palle, ma, non da oggi abbiamo capito, che nella vita non si può avere tutto! Se può consolare, di per sé, nessuno ha delle grosse palle. Le palle ci diventano grosse, solo se troviamo il coraggio di affrontare le bestie che ci dilaniano: i dolori e gli errori.

afinedue

Nell’Isola che non siamo, visioni e visionari.

A vedere del poeta (ed anche a mio vedere) nessun Uomo è un’isola. Secondo la visione di quel veggente, quindi, tutti siamo parte del Tutto. Cogliamo parte di quel Tutto, tanto quanto siamo coscienti dell’esistenza di quel Tutto. In ragione, dello stato della corrispondenza, fra noi ed il Tutto, si diventa in grado di cogliere anche la Sua emozione, e quindi, di cogliere nelle nostre parole anche la Parola. Siccome, vita, è l’emozione di chi dice sé stesso, allora, per la premessa sottolineata, vita, è anche la parola del Tutto. Ben venga il pensiero ma, occhio!

La mente che non procede secondo i suoi passi vede davanti ma non i sassi.

afinedue

Rivista e modificata nell’Agosto 2018

A proposito di Credo e di Verità, alcune considerazioni.

A proposito di Credo e Verità: come capire (e distinguere) lo stato divino da quello umano in tutti quelli che si nomino variamente delegati ad interpretare la parola divina? Se solo torniamo daccapo, (al Principio di ogni principio), la risposta viene quasi da sé.

Il Principio (Dio, comunque lo si nomini o lo si conosca) è il massimo stato della comunione fra i suoi stati. Se unità prima è l’Uno.

Chi ha raggiunto il massimo stato della comunione fra i suoi stati, non può avere in sé nessun dissidio. L’assenza di ogni dissidio permette quella massima comunione di sé, (e di sé con altro da sé), che chiamiamo amore. Il Principio della vita, pertanto, essendo lo stato della massima comunione fra i suoi stati, è la massima immagine dell’amore. In quanto tale divina, dal momento che nell’umana non è possibile annullare (in assoluto) la presenza del dissidio.

Se lo stato della comunione detta dall’amore, è il segno della presenza divina in quella umana, ne consegue, che tutto quello che unisce è proprio dello spirito divino, e tutto quello che separa è proprio dello spirito umano.

Lo Spirito divino è la forza, (fiato, soffio, o parola che si voglia dire), che ha originato la vita. Vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati. Infinite le corrispondenze fra gli stati della vita, ed infinite le forme di vita.

Ad ogni forma di vita, la sua conoscenza del Principio che l’ha originata. La massima conoscenza non può non portare al massimo principio, quindi, direi necessariamente, tutte le vie della vita non possono non convergere che verso l’Unico principio.

Se l’Amore è Maestro di Comunione fra vita e vita, allora, l’amore che unisce ogni Via con la Verità della Vita, è il revisore di ogni scritto sinora composto su L’Amore, cioè, sul Padre.

Mi si dirà: come porre in comunione le più diverse culture della vita? Il come non lo so, ma se da quell’impresa di comunione è assente il dolore, quel come, non potrà non essere vero. Perché a segnare una verità deve proprio essere il dolore, e non un superiore pensiero? Semplice! Perché il Principio della vita è il Bene: ed il bene sente il vero, anche quando il vero non sempre sa.

afinedue

Che fare? Non lo so. Vivere, presumo!

Dici:”… la vita tua l’hai fatta…”

 

Piano! Non dar per scontato che sia finita! C’è non poco di vero, in quello che dici. Dimentichi un solo particolare: siamo in Democrazia. O, quanto meno, un qualcosa che somiglia ad un dato ideale politico. Non entro nel merito sull’ideale. Proprio nel pomeriggio stavo pensando al concetto di “democrazia”: governo di popolo, dovrebbe essere il significato. Comunque sia il governo più o meno democratico di un dato momento storico, in effetti, “democrazia”, è diventato, il “ricatto” sociale e politico, che una maggioranza pone ad una minoranza.

Ma, forse è sempre stato così! Indipendentemente dalla parte politica congeniale, in questa situazione, a bagna, ci siamo tutti e due. Che fare? Non lo so. Presumo, vivere! Per quanto riguarda l’ano – terapia che raccomanderesti a “chi la pensa diversamente”, (se ho colto il tuo pensiero), la caldeggio, non da oggi! Vuoi alla Sinistra, vuoi alla Destra. Non vorrai mica far godere una sola parte del popolo, vero? Saresti antidemocratico! 

Non è male non capirsi, e’ male non spiegarsi. tu l’hai fatto, ed io ci provo. Il “caldeggiare” l’ano – terapia era una battutaccia! Braccia rubate all’agricultura, mi è sembrata, detto un po’ troppo usurato. Non vorrei sembrarti banale, ma, tutto quello che mi esponi, è vita, cioè, circolazione arteriosa, e circolazione venosa! Concordo sul fatto che il giovane dovrebbe essere più interessato alla vita che lo circonda, oltre che alla propria. Ripensando a me, giovane, mi par di aver finito di essere stupido, forse da ieri! Quindi, non in grado di dar lezioni a nessuno, e consigli, con estrema cautela.

Certamente, per quanto so e posso, adesso, (62 anni suonati), sto facendo un qualcosina per i Crescenti. Chiaramente, lo faccio a mio modo: modo che avrai constatato sul blog. Certamente, adesso vedo le cose “con un po’ più di distacco”. Ma non c’è distacco che tenga, di fonte agli schizzi del dolore! In questa incapacità di proteggermi dal dolore, sono, forse, ancora giovane, e quindi, in grado di sentirti. Dico sentirti e non capirti, perché, se fossimo frutti, lo saremmo di piante, (storia sociale particolare) di diverse epoche; anche, sarebbe, il capirti, presuntuoso. Il sistema venoso di capire la vita. Mettiamo clemenza, nel giudizio che diamo, su, atti, non sempre all’altezza che vorremmo; fanno parte del sistema venoso di capire la vita.

afinedue

Cara amica: la parola, è l’emozione della vita che dice sé stessa.

Dalle parole, quindi, si ricava l’identità emozionale di un dato momento di vita: quello che racconti. Domanda: come senti quel momento?

[Per mera provocazione di pensiero, rispondo al tuo posto, però, in ragione di quello che ho letto!]

Risposta: molto vivo, però, dibattuto fra tante parole.

Domanda: piluccando fra tanti piatti, comunque puoi dire d’aver fatto un pasto completo?

Se, no, scegliti un piatto e cibati di quello.

afinedue

Le basi del giudizio

Sono profondamente convinto che ognuno di noi, è via della verità della propria vita. Per questo senso, ognuno di noi, godrà dei frutti della luce nella propria conoscenza, e penerà, tanto quanto gli è assente, quella luce. Individualmente parlando, nessuno, potrà godere dei frutti di un altro, e nessuno sarà chiamato a portare le pene di un altro. Detto questo, su quali basi, possiamo dirci legittimati al giudizio sulla vita altrui? Secondo me, su nessuna ragionata base. Naturalmente, il discorso cambia se valutiamo la vita altrui su base sociale. Ma, anche lì, ci sono delle cose, un po’ così! Infatti, la valutazione sulla socialità di un individuo, non può non tener conto della personalità dell’Individuo. Quindi, una regola sociale, da un lato è legittima se conforma il Cittadino, e dall’altro illegittima se de_forma la Persona.

afinedue

Sessualità : visioni a confronto.

Se ho capito bene, dici, “la perdita dei referenti maschili e femminili dell’identità sessuale, comporta una “fluidità”, che può portare alla perdita di sé.” E, se, invece, non fosse una perdita di sé, ma un ritrovare un sé, che è “fuori” da una sessualità, socialmente precostituita?

Se fosse il caso, il mito dell’androgino potrebbe essere un risultato, non un “monito.” E, se risultato, perché non, pietra miliare di una propria, perché raggiunta, sessualità? Al concetto di sessualità, applico il concetto di “transcultura sessuale”, o di “sessualità transculturale”. Cioè, la figura sessuale maschile, “viaggia”, (sessualmente), verso la propria parte femminile. Opposto ma complementare “viaggio”, quello della donna. Questo, a mio avviso, perché, vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati.

Nell’ambito sessuale, ciò che ha fermato questa corrispondenza, è stata la necessità di “creare” la sessualità adatta alla conservazione e perpetuazione dello Stato. Per quella sessualità di Stato, lo Stato, ha dovuto negare quella dell’Uomo. La vita, però, è più forte dello Stato. Sapendolo molto bene, cosa ha fatto lo Stato per difendere la sua proprietà sui cittadini?

L’ha divisa in “normali” e “diversi”.

afinedue

I doveri dell’amore

Non so quale sia la vostra idea di “amore”, ma per me, è ricerca di comunione. Così, dove non ce la trovo, ce la devo mettere! Naturalmente, non sempre mi è possibile la comunione personale. Beh! Dove non è possibile con me, devo mettere una vita in comunione con sé. Ci penserà quella vita, poi, a mettersi in comunione con la Vita, cioè, con il tutto dal Principio. I miei tentativi, magari romperanno le palle, ma, è più forte di me! Ebbene, si! Lo confesso! La mia ricerca di comunione, e la mia ricerca di mettere in comunione, sono la mia droga! A sessantadue anni suonati, della mia droga, ancora, irrecuperabile “tossico”! Ma si può?!

afinedue

La vita espone e propone.

Accetto di corrispondere con Nata84. Apro la schermata de: ilfarodeladozione.blogs.it. Leggo il titolo, “la Ruota degli Esposti: storie di casa mia.” Come per certi personaggi della fantascienza, da quel punto sono altrove. Sento un colpo metallico. Sembra il suono che fanno i distributori di diapositive.

Clac!

Due madri e tre padri. La madre naturale e quella adottiva. Il padre naturale, l’adottivo, il secondo marito di mia madre adottiva.

Clac!

Ricordo il padre adottivo. Ero sui 5/6 anni. Mi ha portato a vedere un film cantato da Mario Lanza. “Corri, corri, cavallino!” mi pare dicesse il ritornello. All’epoca, era molto in voga. Lo sento ancora. Era sera. Era d’autunno. Mi domanda se ho freddo. Mi fa indossare la sua giacca. Ho un papà! Mi è mancato, grosso modo a quell’età, ma non ci giurerei. La diapositiva è sfocata.

Clac!

Sono agli Esposti di Padova. All’epoca si diceva dall’Ovo. Mai saputo il perché! Ricordo i menù di pranzo e cena: dei grandi budini al cioccolato! Non è da tutti. Ricordo primi desideri. Forse, primi toccamenti.

Clac!

E’ la Prima Comunione. Alzataccia. Fuori è ancora scuro. Una donna sbraita per la camerata. E’ la Norma. Femmina dai capelli biondo stopposi. Non cattiva ma rustica. Forse una Magdalena. Ne ha una fila da lavare e da vestire! Non ha tempo. Mi prende per il collo. Mi mette il viso nella stessa saponata di altri. Mi va in bocca dell’acqua!!!! Che faccio?! Cosa cavolo può fare un bambino spaventato?! Rinunciare alla Comunione, e forse, ad un menù senza budino?! Taccio! Ho portato il senso di quel sacrilegio, per anni.

Clac!

Vestita di bianco, una suora imponente, bella. Alla cintola una chiave. Pareva lunga un metro. Era quella della dispensa. Era quella dove teneva il latte condensato in polvere della Pontificia Opera Assistenza. Era la donna più sospirata degli Esposti. Che spolveroni quando ci allungava un barattolo.

Clac!

Prendo gli orecchioni. Un male dell’accidenti! Ho la testa fasciata come una mummia. Sono pieno di un catrame puzzolente e nero che chiamavano Ittiolo. Mi segue un’altra suora. Vestita di nero. Bella. Cattiva. Mi mettono in una cameretta rivestita di legno. Primo isolamento. Non ancora abbandono.

Clac!

Mi caricano su una 1400 Fiat. Nera. Autocarro chiuso con tela. Padova – Vellai di Feltre, così, con altri. Arriviamo. Il Collegio ha spazi immensi, rispetto al perimetro delle mura degli Esposti. Intimorisce. Dove sono c’è silenzio. Mi dicono di andare a destra, in fondo. C’è una breve, ma ripida scalinata. La salgo piano. Emergo su di un enorme campo di calcio in terra battuta. Ragazzi che gridano. Palla che corre.

Clac!

Oh! È arrivata la signorina!? La voce proviene da dietro una colonna. E’ quella dal chierico C. Ero in pantaloni corti, corti, ed aderenti sul cavallo, ricordo. Certamente non erano così per esigenze da stilista, ma perché non della mia taglia. Provenivo da un Orfanotrofio! Che ne sapevo di signorina!. E’ passato più di mezzo secolo. Odio ancora quell’uomo! Si è fatto prete e poi missionario, mi hanno detto. Correva voce che in Africa avesse incontrato un leone. Spero che il leone abbia l’abbia digerito bene!

Clac!

Il collegio era amministrato da un prete. Don L.B. Una sorta di Babbo Natale per tutti noi. Bell’uomo, sui 40/50. L’ho amato? Mi ha amato? L’ho usato? Ci siamo usati? Non lo so. Non sapevo di questi problemi, all’epoca! Tutto quello che sapevo, era che sentivo! Punto!

Clac!

Andavamo a confessarci da un anziano prete con l’idropisia. Sapeva di tabacco in polvere. Ovviamente, sapeva anche di noi. Forse, era una… consorella! Poi è morto. Drammatica ricerca del sostituto. Il prete lo trova. Incauta scelta. Ai piani alti del collegio, vengono a saperlo. Così, è successo a me quello che succede alle donne violate: è colpa sua!

Clac!

Il prete mi fa vedere la lettera nella quale gli dicono di badare meglio alla sua cura dei giovani. Le parole non sono queste. Lo è il senso: doppio!

Clac!

Non vola una mosca! E’ una prima estate. Cielo bellissimo. Le stagioni, allora, erano quattro. Il prete si allontana. Resto sulla panchina, e svolgo la mia prima lezione di bambino: come piange un abbandonato?

Clac!

Sono di nuovo al Computer. Ora è spento. Mi guardo nella schermata. Tutto considerato non sono venuto fuori malaccio! Forse perché “più bello che pria?” No. Forse perché la vita è Matrigna quando espone, ma, Madre, quando propone. A noi scegliere di chi essere figli.

Clac!

afinedue

Le figure del coraggio.

Ci sono personalità “Chiocciola”. Sono quelle che si ritirano non appena le tocchi, o non appena credono, di sentirsi toccate. Ci sono personalità “Fenice”. Sono quelle che sanno risorgere dalle loro ceneri. In quale delle due, ti riconosci? Se mi dici “Chiocciola”, allora, a suo modo, solo la vita potrà farti capire quello che devi. Se mi dici, un po’ dell’una e un po’ dell’altra, dovrò dirti delle cose dell’una e dell’altra. Se mi dici “Fenice”, allora, prima bruci e prima risorgi!

afinedue

Dottori della Chiesa: mica banane!

Teresa d’Avila, ebbe a dire: “è maledetto chi crede nell’uomo!” In primo tempo ho pensato che fosse lei a maledirlo, ma poi ho capito: credendo in altro da sé, è l’uomo, che si maledice da sé. Di cosa si maledice, l’uomo del caso in questione? Direi che si maledice, perché confida in un “luogo”, spurio, per la presenza del dolore, e dell’errore. E’ un Dottore della Chiesa che lo dice. Mica banane, vero!

E’ vero che anche i Dottori non capiscono mica tutto. Ma se proprio non vogliamo credere a Teresa, beh!, la conosciamo bene la Natura umana, vero? Nessuna vita, per quanto si elevi, cassa da sé la sua umanità. Quindi, almeno per principio, nessuna vita, per quanto è elevata, può dirsi pura fonte dell’Acqua di vita.

In passati interventi, dicevo che c’è la Chiesa dell’amore, e la chiesa del potere. Tu non abiti sopra il fico, da dove è sceso un certo Gabelliere, vero? Parto dal presupposto, quindi, che per quanto sai e puoi, conosci questa realtà, almeno quanto me. Per questa conoscenza, sai che la chiesa del potere, ha fatto strame, di infinita vita, di infinite altre verità. Questo non è un mio giudizio. Questo è il giudizio della storia! Per quanto mi riguarda, allora, io non credo nella chiesa che si è fatta potere. E’ chiaro che credo in Quella dell’amore.

Non vorrei turbarti, ma non posso neanche tacere, se non diventando falso nei tuoi confronti. Aborro, l’ipocrisia! Ebbene, io trovo chiesa dell’amore, anche in quelli, che, pur non credendo a nulla, amano, rispettano, e perpetuano in infiniti modi, la vita. Naturalmente, lo fanno per quanto sanno e possono, ed “ognuno da quello che può”. Perché, questo mio credo? Perché la vita, è atto del Principio della vita. In quanto atto del Principio, la vita è infinita ed universale, Chiesa e Casa. Ti ricorda niente la frase: “Molte sono le dimore del Padre!” E, te credo! Avendo vita, tutti siamo dimore del Padre. E nessuno può negare il Principio. Al più, possiamo non credere nella Sua esistenza, al più, lo possiamo chiamare in infiniti e vani modi, ma, come in matematica, pur cambiando i fattori, non cambia il risultato.

Allora, risvegliato dallo schiaffone di Teresa, allontanato dalle miserie della chiesa del potere, dove poteva trovare rifugio la mia orfanità religiosa? Lo potevo in un solo luogo: presso il Padre. Padre, è il principio della vita che ha attuato il Suo principio: la vita! Lì, la mia più petrea fede! Da questa pietra, posso vedere che tutto il resto è storia e storie, ma senza naufragare!

afinedue

La sessualità vista da vicino.

Molti anni fa, attorno ad un mio amico, gravitava un bel giro di militari. Per amor di compagnia, più che di seduzione, accompagno a casa loro, un paio di quelli. Arrivati al paese, ovviamente, se ne vanno per i fatti loro, ed io resto lì, in un bar. Forse perchè novità in un piccolo paese, avvicino, e/o vengo avvicinato da un gruppo di ragazzi/e. Se ciacola, se ride, ecc, ecc. I militari tornano, saluto la compagnia, saliamo in macchina per tornare a Verona. Sto per avviarla, quando una ragazza apre la porta, mi bacia, la rinchiude. Resto al volante, o meglio, non so più se sono al volante! In quel dato momento, a puttane tutte le mie sicurezze sessuali! Qualche giorno dopo, discuto la faccenda con uno di loro. Gli dico: ma cosa si aspetta da me, quella ragazza? Non di certo, fisicità! Mi risponde il ragazzo: cosa vuoi che sia! Mentre sei con lei, puoi anche pensare ad un uomo! Cacchio, Maluna, sono andato a riputtane, un’altra volta! Non solo, perché, mi sono riscoperto, tutto fuorché lo scafato che mi credevo!, ma anche, perché, non vi è consiglio che non nasca da esperienza: propria o d’altri che sia. Morale della favola: Visto da vicino, nulla è normale! Oppure, non capiamo e non viviamo più la vita, perché c’è l’hanno messa troppo distante per capire effettivamente com’è!

afinedue

C’era una volta una Baba.

Seduta assieme a delle altre, anni fa, in Bra, c’era una Baba. Ben tenuta, ben messa, ben vestita, ben pensionata. Sento che dice: He! Quando lavoravo alla Sip… Mi gelo! Ma come, questa Baba, è stata una delle angeliche voci della Sip? (La Sip, ora Telecom) In questi giorni, e con la stessa raggelante sorpresa, ho constatato la stessa discrepanza in idee, (le mie), fra persona, (ciò che uno/a è), e cultura: cio che uno/a dice. Ammettendomi illuso, ancora a tarda età, pensavo, che sulle pagine dei Blog, si raccontasse ciò che uno/a, è, non, ciò che uno/a vuol apparire. Non è esclusa la prima ipotesi, ma, pare, che la seconda, imperi. O, quanto meno, non si sa più distinguere l’una dall’altra. Per carità! Tutto va bene signora Marchesa A parte un fatto! Quale peso dare ai Blog, se i piatti della nostra bilancia, potrebbero essere falsati? Questioni di lana caprina, mi direte.

Non per chi ci mette il cuore.

afinedue

 

Allo Zodiaco mancano due segni.

Ricevo una lettera da una certa P. L’interpreto come una richiesta di aiuto. Mi dice: Io sono stata discriminata violentemente, non posso dire pubblicamente fino a che punto, perché sono donna, perché sono del sud, perché sono intelligente.. ho rischiato la vita più volte, sai? Allora cosa dico? O dio, Perdamasco, non potrai mai capire cosa ho passato!!! Io non ho passato niente che tu non abbia passato…

Questa non la capisco, ma passo oltre.

Gli obietto, che non sei l’unica Donna che ha dovuto portare questa serie di croci. E’ condanna che colpisce il diverso, il non in convenzione. E’ un’insieme di croci che al momento ti fanno piegare le ginocchia, ma, è nell’affrontare queste fatiche, che da brutti anatroccoli, si diventa cigni.

Mi parla di un intellettuale mancato, anni fa, perché travolto da atti, nolentemente concernenti la sua identità sessuale. Me ne parla con una tal passione, da impensierirmi. Gli dico: ne parli, come vedova che non ha superato un lutto, non tanto per una morta cultura, (morta nel senso che, specialmente, fu di un dato tempo), quanto, forse per un tempo che non è più, per un uomo che non è più.

Poi mi dice che non sopporta i ghetti. Gli rispondo: stai attenta. Non sopporti i ghetti, o non sopporti di essere messa in un ghetto, o non sopporti di sentirti ghetto, cioè, rinchiusa da sbarre, da pregiudizi, ma anche, da una mercuriale conoscenza di te, mercuriale nel senso, che non appena prendi una parte di te, quella, dividendosi in altre parti, ti sfugge?

Mi dice: d’altronde l’80 per cento dei miei amici e persino uno dei miei amori sono (erano) omosessuali… posso permettermi di parlare, no, ho la patente, credo!

Gli replico: non è necessariamente vero, tuttavia, chiamiamolo, foglio rosa, nel senso che hai superato gli esami di teoria omosessuale, ma, per quali esami di guida ti serve quella conoscenza?  La risposta che ricevo, nulla contiene sulle riflessioni che ho inteso suscitare in P. Mi risponde, invece: scusami perdamasco, ma sono sempre più convinta dal tuo tono che sei proprio il mio ex amico….se non è così, perdonami ma non mi andrebbe di scriverti anche solo se gli somigli, è persona troppo ripugnante per me anche solo da associare a qualcuno. Comunque vado a colpo quasi sicuro.

Colpo sicuro, un accidenti!

Morale della favola: questa qui, se le è fatte e se le è dette, e per lei sono stato solamente lo zerbino, che gli è servito a ripulirsi le suole dalla merda, che, a suo dire, ha incautamente calpestato frequentando un ex amico, che all’improvviso, si è rivelato un mostro! Naturalmente non taccio! Gli dico di non scocciare il prossimo con le sue care disgrazie, e di non contattarmi più. Cosa che, va a suo credito, ha fatto.

Affrontiamo la vita, in tutti i modi detti dallo Zodiaco. Nello Zodiaco, però, manca un segno: quello della Chiocciola. L’identità Chiocciola è quella che appena la tocchi, (per quanto delicatissimamente), subito ritira i sensori, e si rifugia in casa! Rifugiandosi in casa, le identità Chiocciola credono di sentirsi al sicuro; credono di aver lasciato fuori della casetta da sette nani, tutto quello che le tocca! Illuse!!!

Non gli ex amici o quelli che gli somigliano sono i loro Babau; lo è, una loro, eternamente indecisa capacità di viversi! E’ talmente indecisa quella capacità, che allontanano da sé stesse tutto quello che le costringe a prendere atto di essere Chiocciole, (o con altro segno che manca nello Zodiaco), un Asino di Buridano, il quale, non sapendosi decidere fra la paglia del non vivere, ed il fieno del vivere, è morto di fame!

Non ci resta che pregare! 

afinedue

I silenzi dell’urlo.

Ho messo su gli spaghetti, sto mangiando na’ roba che chiamano formaggio, e sto pensando ad A. T’ho appena scritto che è piattola per il mio spirito, e più di una volta gli ho detto di uscire dalla mia vita, e non dal tuo blog, come gli è piaciuto pensare. Potrei anche essere l’ultimo degli scalzacani, ma, sulle pagine del mio Blog, dirmi il primo dei principi. Come principe, dopo di te, ovviamente! Chi può verificare, infatti, se sono vero, o solo uno che la racconta bene? Tuttavia, dove non sappiamo la verità, la sentiamo attraverso le emozioni che ci comunicano. C’è verità, dove ci fanno stare bene. Non c’è, dove ci fanno stare male.

Non entro nel merito delle ragioni di A. (tutto è opinabile, tutto è discutibile), ma solo nella forma in cui le ha espresso. La prima emozione che leggo in quella forma, è il caos. Può essere della disordinata che non sa frenare, (per razionalizzare), le sue emozioni. Può essere della con – fusa, nelle sue emozioni. Dopo il caos, ho sentito l’urlo. L’urlo della bestialità che cerca vittime? Lo escluderei.

Se non altro, perché, anche una bestia deve porre ordine nelle sue emozioni, se non vuol morire di fame. Ho sentito, piuttosto, l’urlo della ferita. Ed in primo ho pensato a me: alle mie urla. Poi, (e me ne dolgo per l’ordine), ho pensato all’urlo dei violati e delle violate. A quello degli abbandonati e delle abbandonate. Ho pensato all’urlo che ci sono nei lutti. Anche in quelli che salgono alla “morte” di un’idea di sé. Ho pensato, al muto urlo della solitudine. A proposito di solitudine, A. dice di avere amici, o un’amica, non ricordo. Ma, quando si urla, come credo urli, A, non si hanno amici. Al più, compagni, o complici, o amorosi… cerotti.

afinedue

La pelle negra del Finocchio bianco.

Allora, prima di te ho ricevuto una lettera dai toni urticanti. Adesso ricevo la tua, alla mia sensibilità, altrettanto urticante, ma, vediamo di capire, e di capirci. “Ma proprio non vedo cosa c’entri l’omosessualità nella visionarietà di Pasolini..è uno dei tanti fattori che l’hanno costruito… e basta.” Basta, lo dici tu!

Certamente non conosco l’animo omosessuale, personale, di Pasolini, tuttavia, se me lo permetti, conosco, sulla mia pelle, l’animo dell’omossessualità rifiutata! E, ti garantisco, che non è rifiutata e… basta! Come non è, accettata e, basta! Hai ben visto come è stato accettato l’animo omosessuale di Pasolini! E, tu mi dici, e basta!

Nell’animo dell’omosessualità rifiutata, vi è un costante bisogno di “riento”. Non cessa mai! Forma, quel bisogno, (o al caso deforma), l’identità omosessuale in tutti i suoi atti, vuoi comuni, vuoi visionari. L’animo omosessuale, anela al rientro, (intendi rientro nel senso più ampio dei significati), e lo compie, quanto non totalmente, infiltrandosi per infinite vie, modi, emozioni.

E’ un animo “negro”, quello dell’omosessualità rifiutata! E la cosidetta gayezza, è il suo blues.

Dove, un animo omosessuale, (ma, a questo punto, anche eterosessuale, ma meno pesantemente gravato dal suo segno), sente “stretto” al suo spirito, l’alveo a cui tende, per quanto può, lo cambia, dove non riesce a cambiarlo, lo “sogna”. Maggiore il sogno, maggiore il Visionario.

Lo “sogna” al punto, da diventargli, anche fissazione, da diventargli, anche “malattia”! Sono stato chiaro quanto basta! Io non sono un tuo amico, sono un tuo corrispondente: spero educato, spero civile, spero capace di esprimersi. Se non ci riesco come vorrei, me ne dolgo: punto! In un prossimo futuro, spero di tornare anche più calmo.

Non mi interessa chi sia il tuo ex amico, ne le ragioni della vostra separazione: punto! Non sono l’alter ego di nessuno: punto! Tanto meno di una persona che non apprezzi più: punto! Non vedo, pertanto, cosa tu debba sperare, “sopratutto per me”. Tanto meno vedo, perché decidi, tu, come e dove collocare la mia vita, cioè se presso i tuoi amici graditi, o se presso quelli sgraditi: punto! Nessuno ti ha chiesto niente, quindi, tu mi lasci dove sto: punto! Già che ci sono: dei tuoi giudizi, e delle tue idee su di me, non me ne frega niente: punto! Riserva a te, quindi, delle speranze, che a mio indirizzo sento condizionanti, e, pertanto, a me improprie! Punto!

afinedue

Per le vie di Verona.

Ho visto due giovani maschi Pakistani. Passeggiavano tenendosi per mano. Erano Finocchi? Non erano Finocchi? Chi era Romeo? Chi era Giulietta? Non me ne frega niente! Erano sé stessi, e, quindi, belli! Mi era venuto di dire loro: occhio, ragazzi! Non siete in Pakistan, però, mi sono detto, perché avrei dovuto farlo?

Per farli diventare… normali?

afinedue

Immobile, o Mobile?

Nello scritto “Dio esiste nel pianto di un bambino”, sostengo che è Motore. Come Motore, l’hanno detto “Immobile”. L’unica vita immobile che conosco, è quella dei sassi! Che forse, Dio, è un Sommo Sasso? Se non lo è, allora, non può essere che Mobile! Il come sia Mobile è al di fuori della mia conoscenza, come, credo, al di fuori della conoscenza di chi l’ha detto Immobile. Tuttavia, un’ideuzza c’è l’avrei!

Se ammettiamo, che, vita, sia corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito, quello che è della Somiglianza non può non essere dell’Immagine della vita. Se ammettiamo che la vita divina è somma, somma sarà la corrispondenza dei suoi stati. Il che vuol dire, che la Sua trinità, si congiunge nell’unità. Si congiunge al punto da diventare Immobile? Per quello che se so, potrebbe anche essere, ma, se è vita, non può essere.

Ora, immaginiamoLo come Cuore della vita. In noi, in ragione delle condizioni fisico – psichiche, il cuore pulsa un tanto al minuto. Adesso, quel cuore, (il divino), immaginiamolo come l’hanno sempre definito: eterno. Pulserà, quindi, secondo quel tempo. Allora, è Motore immobile, o siamo noi che definiamo Immobile, quello che, Mobile, non possiamo vedere come neanche immaginare?

afinedue

Autismo spirituale

Non dalle tue parole ho tratto le mie conclusioni, ma dall’enfasi imperativa, con cui le dici con ripetuta insistenza. Puo essere una mia eccessiva sensibilità, può essere che non sai temperare il tuo spirito, cioè, la forza della tua vita, ed in questo caso, delle tue convinzioni. Tu non puoi dire, (se non diventando presuntuosamente arrogante), che un tuo interlocutore, (mi riferisco a Zoccolandia), “non capisce nulla”, (totalizzante giudizio che nullifica il valore altrui), al più, puoi dire che non ti ha capita. Sempre interpretandoti per mia sensibilità, mi sei sembrata nella fase esperenziale di chi sente prevalentemente sé stessa, ed in altri, cerca solo sè stessa. E’ tipico della giovinezza, è tipico di quella forma di “autismo” spirituale, che denuncia un io “ingabbiato” dalle sue sole convinzioni. Oltre che della giovinezza, è tipico degli “innamorati” di sé, degli ideologicamente fanatici, dei fondamentalisti, e quanto di similia. Ti ripeto, è sensibilità la mia, non verità, però, credo valga la pena di un tuo pensierino. Non lo farai? Non mi tange! Non sono io a pagare i tuoi debiti, come non sono io, ad impossessarmi dei tuoi guadagni. Tuttavia, potrò non essere lieto, se questo mio indurti in riflessione, farà aumentare i tuoi guadagni perché ridurrà i tuoi debiti?

afinedue

Ad un certo punto, l’Amato mi dice:

Mia madre ti vuole conoscere.

Cacchio! Sacramento un po’, ma ci devo andare. Entro, mi siedo. Sua madre mi “annusa”. Vuole farmi le carte. E, va bèh! Mi dice che farò molti soldi! Mai visti! Intercaliamo con reciproca educazione. All’improvviso, mi spara: ho saputo che è un amico di mio figlio! Capirai che amicizia, 45 e passa, io, 25 lui! Siccome a me non piace girare tanto in tondo, preciso: io non sono l’amico di suo figlio, io sono l’amante di suo figlio! Se le va bene, è così, se non le va bene mi dica la porta che me ne vado! Mi è mancato nel Febbraio del 91, ma con sua madre, ancora ci sentiamo, ancora ci vediamo. Sono appena uscito da casa sua. Ci regge, non solo un passato, ma il godere della reciproca stima. Questo per dire, che anche quando non c’è l’amore ideale, c’è pur sempre una reale forma d’amare.

Problemi?

afinedue

Dio esiste nel pianto di un bambino.

La richiesta che hai fatto a Dio, di un alibi per le schifezze che compie la Sua creatura, mi rugava, mi rugava… L’ha fatto, al punto, da mettermi nelle Sue braghe! Pensa te, a cosa mi costringi! Ti mando la Sua risposta. Spero ti accontenti. Pubblicherò anche questa “senza pudore”. Non Me ne vorrà, e non volermene tu. Ciao

separabianca

Dio esiste nel pianto di un bambino. Esiste, nello sguardo impotente, nell’umanità dolente, nella superbia della nostra mente. Esiste nella violenza sulla Donna. Esiste, nella violenza sulla terra. Nella violenza che subisce l’età. Esiste fra l’amore e l’amante. Nei nostri dubbi, esiste. Nei nostri deliri, esiste. Esiste nella visione che non crede. Nel visionario che lede. Esiste come faro per navigare, ma, non è scelta di rotta, o di barca, o di mare: esiste, perché Motore!

separabianca

p.s. Motore di vita, però, (primo ed unico concetto della conoscenza del Suo sé), non come Burattinaio del nostro agire, o cinico Padre, o Creatore indifferente al Creato.

afinedue

La geometria della vita.

Non sei la prima persona che mi dice la sua perplesistà sulla geometria dei concetti “per Damasco”. Al proposito, ti ho appena spedito un commento. Nell’opera “per Damasco”, parlo della trinitaria – unità della vita. Avendo sentito la necessità di far capire meglio questi concetti, li ho posti in un triangolo. Tutti i lati di un triangolo, (almeno del mio), sono eguali, perché di valore eguale devono essere le corrispondenze fra gli stati della vita. Gli stati della vita convergono al centro. Il che sta a dire che dalla trinità si passa all’unità. Nel sito, sono parco di parole perché parlo di principi, ma nulla dico su quei principi. Giusto per spiegarmi meglio, dico che il Bene è il principio della Natura. Per Natura intendo il corpo della vita attuata dal Principio. Ebbene, se io comincio a dirti cos’è il Bene, in primo, non la finisco più, in secondo, comincio a de – formare, il tuo concetto del Bene. Il che vuol dire, che ti sono cattivo maestro, perché ombro la tua vita con la mia.

afinedue

La Perla del Pirla.

Secondo il mio intendere la vita, tutti siamo suoi alunni. Agli esami di questa scuola, sono stato bocciato e/o ripetente, per anni. Mi par di cavarmela, adesso, ma, solo da ieri. Sarebbe questo, il bell’esempio di intelligenza da complimentare? Ma, per carità! E’ ben vero che la mia generale deficienza è stata la scoria che ha permesso il formarsi della perla (la cultura”per Damasco”) ma, se possiamo dire anche bella la Perla non vedo come si possa dire bella l’Ostrica! Al più, possiamo dire che l’ostrica è la Bestia della Bella, ma, questa è necessaria funzione dell’ostrica mica un’eroica virtù!

Morale della storia: accogliete la perla e lasciate perdere l’ostrica.

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Regnanti sull’oro e regnanti sull’ottone.

“Non era quello il senso della mia citazione… Ama e fa quello che vuoi… Era, nello specifico, riferito ai progetti della Regina…”

Non mi era sfuggita questa tua interpretazione, ma anche una Regina, non può sfuggire alle regole, che per quanto “feudali”, non di meno esistono da sempre. Sopra ogni Regina, infatti, regna un’Imperatrice: la vita. Certamente possiamo lasciare le regole imperiali della vita, ed aprire un nostro regno! Chi sono io per obiettare! Tuttavia, anche nell’impero che apriamo per noi, o siamo dentro quella vita, o fuori. Cosa mi fa dire se siamo dentro o fuori anche nella nostra “casa”? Me lo fa dire la presenza del dolore: unica ed incontrovertibile verità che possediamo, perché possiamo anche ingannare la mente, ma non potremo mai ingannare il corpo!

Ebbene, in Z. ho avvertito la presenza del dolore: bestia, tanto più pericolosa, perché mimetizzata fra le righe. Ho detto, allora: attenta, mia Regina! Tutto qui! Nella ricerca del Bene, del Vero, e del Giusto, siamo tutti accomunati. Non lo siamo nelle vie per giungervi, ma mi pare più che giusto, dal momento che, a mio avviso, ognuno deve trovare sé stesso. Quando dico, che un’amante vuole quello che l’altro/a vuole, intendo dire che è la volontà d’unione che detta quella scelta, non, volontà di reciproca imposizione, o similia. Non ritrovo il mio senso dell’amore nei “colori della primavera”.

Ritrovo, piuttosto, il senso delle passioni che, nel mio bene e nel mio dolore, ho vissuto. In quelle riconosco di essere stato servo, morboso, e quanto d’altro di accidenti, ma l’oro, (l’amore), è un’altra cosa dall’ottone: la passione. E’ vero che hanno lo stesso colore, ma, l’ottone, per quanto lo lucidi, si ossida pressoché subito. Ed è la continua lucidatura per farlo diventare oro, che ci rende servi, morbosi, e quanto di similia. Detto questo, ognuno fa quello che crede! Per quanto ci è possibile, però, facciamolo a ragion veduta!

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Spiegato il mistero della trinità vado a fare un giretto.

Non do del tu, neanche al più inqualificabile degli individui, quindi, perché dovrei chiamare per nome la suprema identità della vita? Per millantare credito? Figuriamoci! Lo chiamo, quindi, per attributo: Principio. Il Principio della vita, è la vita che ha attuato il Suo principio, e poi il nostro. Come vedi già da qui, neanch’io sono tanto canonico! Il Principio della Vita, è Natura, perché è quello che è, è Cultura, perché è quello che sa; è Spirito, (la forza della vita), che corrisponde dalla relazione fra ciò che è e sa.

Cosa sia e cosa sappia, non ne ho la più pallida idea. Ma, quale la Sua forza, (il Suo spirito), bèh! basta guardarsi attorno. Guarda che io non sono un panteista. Non vedo la vita del Principio nelle cose, ma, appunto, solo la sua forza. Vedo, cioè, il terzo stato della Sua vita. La vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati, appunto, Natura, Cultura, Spirito. Avendo tre stati, ed essendoci corrispondenza di vita fra di quelli, la vita principiata dal Principio, è trinitario – unitaria. Essendo suprema, la vita del principio è la somma trinità dei suoi stati. Per questo, è anche detto: l’Uno. E adesso che ti ho spiegato il mistero della “santissima trinità”, vado a farmi un giretto: vuoi per non gonfiare la vita a te, vuoi per far sgonfiare la testa a me.

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