Riviste e modernità riviste.

Già dal primo numero della vostra rivista, mi sono sentito come una Cenerentola in ciabatte al ballo del Principe. A parte qualche momento di respiro, le pubblicazioni seguenti hanno confermato il mio disagio. Se voi foste una drogheria, andrei a far la spesa da un’altra parte senza nulla dovervi, ma, a voi, sento necessario spiegarvi perché non posso aderire ai vostri incontri. Nei vostri monti privi d’acqua per la mia sete non mi ritrovo. Non mi ritrovo fra impervi stili. Non mi ritrovo in mezzo a picchi di parole che sembrerebbero pietre, ma sono calcare. Non mi ritrovo dove soffia il fiato ma niente respira. Non mi ritrovo nei verbi deserti. In non rare occasioni mi è venuto il rabbioso istinto di picchiare sulle voci che pubblicate. Giusto per vedere se soffrono. Giusto per sentire un: hai! Un umanissimo: hai! Mi domando se ne sarebbe uscito del sangue. Dubito. Nelle vostre proposte sento solo capacità e fatica. Non mi bastano. Il “tanto tuonò che non piovve”, per quanto ammaliante, mi pare in qualche modo truffaldino. Vi siete mai chiesti cosa sente un povero mortale che vi legge? O può leggervi solamente chi è aduso a stratosferiche altezze? Pensate veramente che un povero mortale possa capire, sentire, imparare, cercare qualcosa di sé, in voi? Secondo voi, a quale muto date parola? Quale vista al cieco? A quale entità sollievo? A ciò che è vile, quale, la condanna? Non temete di chiudervi in un cerchio, unico ma non unificante? Sono ottocentesco? Questo mi dice come un’ombra cinese dice. In verità, credo e pre – tendo ad un moto, se volete, ingenuo, non sofisticato, non colto ma fatto di vita come un “tossico” si fa della sua “roba”. Le stranezze stilistiche, invece, dicono l’eterno, come sempreverdi in moplen.

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