Sulla Mia commedia, e su quelle fra Pabloz e Vitaliano.

Mi hai costruito monumenti. Costituito ordinamenti. Detto sui monti. Fissato sui dipinti. Offerto morti. Il tutto nei percome, che dichiari a mio nome! Che ne sai di me, tu, nato dalla terra, ma frutto, della tua, serra? Che ne sai del mio nome, tu, cincischio di vocali dai rami disceso, forse solo per il peso! Lo rispettano di più, quelli che non sanno! Quelli che non ti sono causa di danno! Quelli che non bruciano la vita dei figli!

PABLOZ:

Questa poesia è scritta da Dio!

VITALIANO:

Non dirlo in giro, ti prego! Lo sai solo tu, che è stata scritta da Me!

PABLOZ:

Eh, eh, ti ho stanato.. sai, non ne ero sicuro, per cui ho usato una frase che tutto sommato poteva voler dire semplicemente “è scritta davvero bene!” [con la “d” minuscola l’avrei capito da me, Pabloz!] Invece, caro Dio, al quale non credevo, mi appari sul blog – altro che Madonna ai pastorelli nella grotta, questi sì che sono effetti speciali! E quindi: che devo fare ora? Crederti? Pregarti? Dirti osanna, osanna nell’alto dei Cieli? Ma era vera la storia dell’angelo Gabriele? E il logo della croce, è stata una cosa studiata a tavolino o è venuta fuori così, da sola? toglimi queste curiosità!!

VITALIANO:

Ci penserò, ci penserò, ci penserò! Dopo un ascolto di me, gli scrivo:

La Genesi? Una menestrellata! La Bibbia? Un’inventata! L’Angelo Gabriele? Non fai in tempo a fare piatti che ti rovesciano i patti! La Maria? Buona donna! Suo figlio? Osanna! La Croce? Na’ rogna! Poi, come neve sulla china il resto, è venuto a slavina! Ora, per favore, lasciami la giacca! Ti basti sapere, che non ho fatto nessuna gogna! C’è chi lo pensa? Sua la vergogna!

PABLOZ:

Stupefatto  da cotanta confessione, replica: mio Dio, allora non era vero niente l’asino il bue e tutta quella gente? E la stella cometa, fammi capire, qual’era la sua vera meta? Ci hai cacciato dal tuo giardino, (a sberle: eppure Adamo era il tuo bambino), e hai sussurrato parole nelle orecchie dei profeti: così per secoli una mandria di esegeti ha letto, spulciato, commentato e interpretato, per arrivare a cosa? Ad un nulla senza posa. La giacca te la tiro, e scusa se mi adiro: vieni in questo mondo prima che venga su, e ti cacci, io, per sempre a fondo!

VITALIANO:

Lo dici a Me, o lo dici a Vitaliano? 

PABLOZ:

Be’, in questa sera memorabile, ho avuto il dono dell’apparizione di Dio su un blog. A chi dovrei rivolgermi, quindi, a Vitaliano che leggo sempre, o a Te che non ti avevo mai sentito prima? Però ora il sonno, che credo sia, come tutte le altre cose, una tua invenzione per fregarci qualcosa, mi strappa dalla tastiera, e mi trascina verso il talamo nuziale. Ti saluto dedicandoti l’incipit canzone, che se non conosci ti consiglio di andare a cercare… Notte Dio, fai il bravo – e non piovere, che ho lo stendino fuori! 

“È successo quello che doveva succedere. Ci siamo addormentati, perché è venuto il sonno a fare il nostro periodico ritratto. E per somigliarci a noi più che noi stessi, ci vuole fermi, che appena respiriamo, e mobili ogni tanto, come un tratto sicuro di matita. Ecco che siamo la viva immagine di una distilleria abusiva che goccia a goccia secerne puro spirito. Noi dietro una colonna ridevamo per l’aneddoto, e ci contrastava amabilmente su aria, fiato e facoltà vitale, su brio d’intelligenza, sull’indole e sull’estro, soffio, refolo, vento e venticello, sull’essenza e sulla soluzione, sul volatile e sulla proporzione, sul naturale e sul denaturato. E poi sulla fortuna. La fortuna non c’entra quando una cosa per terra si posa…”

VITALIANO:

Ecco: non so per quale accostamento, (forse la comune fede vero le possibilità della vita) ma, il “quando una cosa per terra si posa”, mi ha immediatamente rammentato, il “sotto la neve pane” Le “divine commedie che ci siamo mandati, Pabloz, al momento sono solo grano. Domani, chissà?! Comunque andranno le Cose ed il Pane, e qualunque idea tu abbia di Me, in quanto Dio continuerò a fare quello che voglio! Quindi, lascerò a te, “l’ultima cosa che per terra si posa”. Ciao

PABLOZ:

caro Dio – a questo punto insisto – leggendo il nostro scambio di commenti e di rime, ho pensato che questo è uno dei post più divertenti che ci sono in giro… perciò, alla faccia dei diritti d’autore (in fondo, in questo momento, siamo come Lennon e McCartney), lo pubblico anche da me… e poi a dormire, ripetendo il finale di questo post:

“l’ultima cosa che per terra si posa”. Ciao

afinedue

Le rose della vita.

Dio l’è nel creato, come un so’ scrito no’ l’è Eugenio, ma quel che l’ha dito.
E, Dio l’ha dito: vita.
Che la sia deventà na rosa, l’è tutta n’altra cosa
da quel che l’è restà, Respiro Primo, là!

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Poteva, Dio, sostenere un qualcosa di diverso dalla cognizione di Sé? A mio avviso, no, perché la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Se così è nella Somiglianza, così non può non essere nell’Immagine. Non per questo intendo dire che Dio non è in grado di dire rosa, ma per questo intendo dire che essendo l’assoluto Principio dell’emozione di ogni vita, è Parola, non parole; è Nome, non nomi; è Universale, non particolari.

Sento di poter affermare, pertanto, che Dio è vita, (atto della creazione data la Sua emozione), ma non è nella vita, (atto dell’evoluzione corrispondente alla creazione), se non come volontà di creato. Con altre parole, è atto della rosa, non, vita della rosa. Chi ammira Dio nel creato ha la bellezza della rosa come maestra. Chi ammira Dio nella vita, ha la bellezza della verità come rosa. Quale, la rosa giusta? Siccome so ben distinguere la conoscenza per speranza, dalla conoscenza per ragione, quello che io credo non è quello che io so. Quello che certamente so, invece, è che devo badare alle spine che ci sono in ambo le rose.

p.s. Non ricordo perché ho scritto allo Scalfari in questi termini.

afinedue

Saggezza e normalità sessuale.

Poiché mi hai manifestato l’intenzione di migliorarti e non vi è miglioria che non si basi su una maggiorata conoscenza di se stessi, allo scopo ti sottopongo alcune ipotesi sulle quali riflettere. Vi sono personalità maschili che non si dicono omosessuali (di simile sessualità) non perché non siano in molti modi, (stati e/o condizioni), dipendenti dalla figura sessualmente simile ma perché in alcun modo (stato e/o condizione) sono dipendenti dalla figura maschile: etero o omo che sia.

Anche la tua tendenza in amare (il piacere di soddisfare la personalità del dato momento indipendentemente dalle tue esigenze) è un arancia che ha molti spicchi. Ad esempio: può rivelare una donazione di se stessi. La donazione fisica di se stessi, (purché libera, una generosità da mosche bianche), potrebbe rivelare altre ipotesi. Ad esempio:
a) potrebbe essere un alibi per una non pienamente riconosciuta e/o accettata ramificazione della tua sessualità;
b) potrebbe compensare una deficienza fisica a livello genitale, esistente di fatto o anche solo immaginata e/o temuta;
c) la ” generosa ” rinuncia a vivere l’egoismo che è in ogni personale desiderio, potrebbe nascondere un masochismo culturale ed esistenziale;
d) se la generosità in ipotesi è rinuncia a vivere il personale egoismo in amare, ciò potrebbe provare che, almeno nella sessualità, non sei sufficientemente te stesso.

Stammi tranquillo, ed evita di farti assillare dal concetto di “normalità “sessuale e/o altro che sia di implicito e/o nascosto. Dal momento che hai evitato il rischio di overdose in eroina, perché mai vuoi cercare quello in sessualità? Vivi i tuoi piaceri, serenamente, tranquillamente: tanto meglio se decentemente. Questo è normalità.

Se altre ” normalità ” culturali ti creano dei dissidi, allora sono errori da evitare. I dissidi, immuno deprimono la vita. Certo, questo non significa che la si debba vivere con leggerezza, ma, certo, neanche con pesantezza. Gli antichi sostenevano che la verità sta in mezzo. Il che è come dire: la verità è la dose, (informativa), che sta fra una scarsa ed una eccessiva. Chi vive sé stesso secondo dose, direi quasi suo malgrado, è destinato a diventare un saggio.

Più normali di così!

afinedue

Tessere per sapere: lettera ad una madre.

In ragione del nostro Spirito, siamo principi di vita: corrispondenza di stati fra Natura e Cultura. Lo possiamo essere per la sola Natura qualora si origini un corpo, per la sola Cultura qualora si origini informazioni; per il solo Spirito qualora si origini forza. Ma, vita, è lo stato della corrispondenza fra infiniti stati di vita. Pertanto, anche dove si origini solamente Natura, o solamente Cultura, o solamente Spirito, comunque, indirettamente quando non direttamente, non si può non originare vita. Nel mio caso, ad esempio, non sono mai stato un padre naturale. Tuttavia, comunicando le informazioni che hanno permesso a più di una vita di trovare parti della sua, posso dire di essere stato padre culturale. Siccome ciò che ho permesso ha dato forza a quella vita, posso ulteriormente dire di essere stato anche padre spirituale. Non solo. Per dare le informazioni che hanno dato forza, non ho potuto non accogliere la vita a cui l’ho data. Siccome l’accoglienza è il principio naturale, culturale e spirituale della donna, per questo posso dire di essere stato anche madre. Siccome vita è anche lo stato di infiniti stati di vita che si origina dalla corrispondenza fra la determinazione maschile e l’accoglienza femminile, non ti dico, infine, quante figure parentali, maschili e/o femminili, sono stato di volta in volta.

Questa multiforme proprietà dell’essere non è solo mia. A differenza di altri, ne sono solamente più cosciente. La determinazione naturale, culturale e, dunque, di vita, rende maschio l’ uomo. L’accoglienza naturale e la determinazione culturale e, dunque, di vita, rende femmina la donna. Ma l’uomo non può non accogliere culturalmente ciò che ha determinato. In questo senso è anche culturalmente femmina. Se non lo è, non gestisce e partorisce, culturalmente e spiritualmente, la vita che ha deciso di proiettare. Così, la donna non può non determinare su ciò che vi è da accogliere. Se non lo fa, non proietta da sé la vita che ha accolto. In questo senso è anche culturalmente maschio.

L’insieme della corrispondenza fra determinazione ed accoglienza, conforma la sessualità: maschile nell’uomo se sarà prevalentemente determinante, femminile nella donna se sarà prevalentemente accogliente. Ma, vita è lo stato di infiniti stati di vita. Allora, nello stato sessuale di prevalenza, (maschile e/o femminile) sia nell’uomo che nella donna si dirameranno dei secondari stati sessuali: gusti in amore e/o in amare. Quando questi gusti segnano la persona al punto da formarne l’identità, si hanno delle ulteriori figure sessuali: le cosiddette “diversità”.

Il Principio della vita è il bene della Natura. Per corrispondenza di stati, il bene della Natura, diventa il vero nella Cultura ed il Giusto nello Spirito. Pertanto, siamo normali a noi stessi e nei confronti della vita sino al Principio, tanto quanto non si origina del male: dolore nella Natura, errore nella Cultura ed esaltazioni o depressioni nella forza della vita. Sia nei confronti della vita personale, famigliare e sociale, il male, è mancanza di vita e, dunque, mancanza verso la Vita. Per questo, non può essere norma di vita. Allora, indipendentemente dalla sessualità, anormali alla vita sono quelli che coscientemente perseguono il male. Per quanto sostengo, lo stato della corrispondenza fra stati naturali, culturali e spirituali fra le due famiglie, (la personale e la sociale), dice quanto esse sono reciprocamente normali sia verso sé stesse che verso il Principio della vita.

Il Principio della vita è la vita che ha originato la vita. Non lo dico con altro nome, vuoi perché sarebbe invano, vuoi perché sarebbe vano. Qualora vi sia della vita, (individuale, famigliare quanto sociale), che diverge dal Principio della vita, (sia nella vita propria che nella vita altra, il principio della Vita sta nel comunicare vita in tutti e fra tutti gli stati della vita), non la vita in questione lo allontana, ma, tanto quanto coscientemente vuole ciò che lo separa dal gruppo di principio culturale, da sé quella si allontana. Il soggetto che si allontana, (coscientemente o no che sia), decidendo di essere parte per sé stesso, necessariamente, diventa estraneo a quello di origine tanto quanto non gli corrisponde più.

Prendere atto della separazione da estraneità può essere abbastanza “semplice”, ma, non tanto nell’attuarla. Vuoi per situazioni economiche, vuoi per altri vincoli. Fra questi, in chi si è separato, la paura di affrontare le inevitabili conseguenze che sono nelle sue scelte. Accertare in chi stia la paura, (segno di debolezza ma anche speranza di recupero in quanto la debolezza indica che una data personalità non si è ancora costituita), e in chi stia il comodo non è mica tanto facile. Purtroppo, menzogna e verità, almeno sino a prova contraria, hanno la stessa faccia: difficile da distinguere se per caso è quella di una vita che si ama. Che fare in questi casi? Direi tornando da capo, al principio della vita.

E il principio della vita è la Natura. Non sapremmo il concetto culturale di piacere e/o di dolore se la Natura, il corpo, non ce lo facesse sentire. Ciò che noi si sente, dunque, è informazione tanto quanto ciò che si sa, ma, a fronte di una cultura in confusione, la Natura non lo è mai. Infatti, essa sente il dolore e/o il piacere anche quanto la sua Cultura non sempre la sa nominare o sa riconoscerne le cause. Ho detto prima che il dolore è male da errore. Ecco così, che anche non sapendo l’errore, comunque il dolore te ne segna la presenza. Al punto, ogni qual volta i corrispondenti non sappiano e/o vogliano far cessare il dolore facendo cessare i dissidi, non solo ciò rende giusta la separazione ma ne segnala la necessità.

Per perpetuare la sua vita e la vita, l’ uomo determina la Cultura femminile penetrandone la Natura. Il carattere che si origina dalla comunione fra la potenza del suo corpo, della sua mente e della forza della sua vita è detta virilità. Quando questo carattere è offeso da una opposizione, l’uomo si separa da ciò che offende il piacere datogli dal suo sé, appunto, la penetrazione – determinazione – proiezione dei suoi principi. Per farlo, non ci mette che il tempo di pensarlo. La cosa è ben diversa per la donna. Non tanto per il rapporto carnale fra madre e prole, quanto perché il principio della donna, (e suo piacere di vita), è l’accoglienza, non la determinazione.

L’accoglienza comporta la presenza di una remissività spirituale che, oltre che la fisica, conforma quella mentale. La remissività spirituale, (cosa ben diversa dalla passività spirituale in quanto la remissività è attiva perché implica la volontà di esserlo), è l’ulteriore motivo per cui una donna si separa molto difficilmente dalla vita e/o da degli stati di vita che ha accolto. Data la determinazione come carattere e piacere maschile, l’uomo è forza proiettiva più che conservante. Diversamente, data l’accoglienza come carattere e piacere femminile, la donna è conservante più che proiettiva. I diversi tempi dell’orgasmo sessuale confermano ciò che sostengo sui modi di affrontare la vita dell’uomo e della donna. Essendo prevalentemente conservatrice, non può non conseguirne che i tempi di elaborazione delle informazioni della donna sono più lunghi di quelli dell’uomo. E’ per questo, non per altro, che la donna appare all’uomo di più duro comprendonio. Penso che se i tempi dell’orgasmo femminile fossero come quelli del maschile, la vita, avrebbe ben breve vita.

Quando per motivi personali e/o sociali una donna non può non separarsi dalla vita che ha originato perché accolto, può anche vivere la divisione con un dolore che può giungere a colorarsi di colpa. Il Senso della Colpa, si origina dalla somatizzazione di una depressione nella forza della vita: lo spirito. Questa depressione può avere infinite cause. Fra le prevalenti: dei dubbi circa il ruolo di femmina, (per quanto riguarda l’accoglienza naturale dell’uomo), e/o di donna per quanto riguarda l’accoglienza culturale, sempre dell’uomo. I dubbi su di sé e/o i rifiuti dell’accoglienza naturale, quanto culturale e spirituale dell’uomo, (amante, marito e padre), possono avere inquinato la qualità dell’accoglienza della prole.

Da questo, altri dubbi e/o avvelenanti rimproveri. Dubbi e/o avvelenanti rimproveri che potrebbero non rendere ferma la distinzione fra ciò che è giusto fare per tuo figlio e ciò che è giusto fare per te. L’incertezza potrebbe renderti soggetta a ricatti affettivi e, dunque, ad altri errori, rimproveri e chi più ne ha più ne metta. Una mente che entra in questo girone di dubbi e/o di ricatti, rischia il delirio, pertanto, fermiamo le macchine! E’ ben vero che potresti anche essere la sciagurata donna che ha tradito tutto e tutti, ma, di te, (come di tutti), si può dire anche vero, che la Vita si è servita della tua, per poter dettare a tuo figlio il problema che ho messo all’inizio di questa non breve lettera. Allora, dove starebbe la colpa da separazione, dal momento che potresti anche essere un messaggero della vita?

Nel dubbio, credo sia giusto rimandare i processi su di noi a quanto potremo capire di più, non prima. Se il farlo prima non ci da che dolore, allora, nel processo che ci facciamo non ci può essere verità, in quanto il dolore, comunque, segna l’errore.

afinedue

 

L’Universale è anche nel particolare.

Il principio dell’uguaglianza di stato, (si badi, di stato non della condizione dello stato che è ben altra cosa), che è fra Immagine e Somiglianza, è stato il filo guida che mi ha permesso di trovare il denominatore comune (l’universale) di ambo le vite. La stessa operazione culturale che ho fatto io, la fa chi, non potendosi portare a casa il Monte Bianco, ma dovendoselo studiare, cerca il comune principio fra l’universale (l’insieme del monte) ed il particolare: un suo sasso. Se lo trova nel calcare, è chiaro che studiando il calcare del sasso di quel monte studia il principio del Monte: sasso più grande. Il principio comun denominatore fra la vita del Principio e la nostra, l’ho trovato in tre pietre, cioè, negli stati della vita ( Natura, Cultura, Spirito ) della Somiglianza. Da questi, sono risalito ad un Principio, che, se è Immagine, non può non essere fatto che dagli stessi stati della Somiglianza che ha originato.

afinedue

 

Il magistero della chiesa non è asessuato.

Riprendo ed amplio dei concetti che ho già espresso in post e/o commenti. In quelli, dicevo che c’è la Chiesa dell’Amore e quella del Potere. L’Amore è un piacere che accoglie senza condizioni: è il principio culturale della Donna. Il Potere, è il piacere che determina cosa l’Amore deve accogliere: è questo, il principio culturale dell’Uomo. Per quanto detto: la Chiesa è culturalmente Donna, tanto quanto accoglie, e culturalmente Uomo tanto quanto determina cosa vi è da accogliere. Segua ognuno, la Figura della Chiesa che più corrisponde al suo carattere religioso. Per quanto riguarda me, seguo la mia strada.

afinedue

 

La voce di Ofelia

A mio sentire, la voce di tua madre spaventa perché chi la sente ne coglie emozioni di delirio. Lo si potrebbe chiamare quello di Ofelia: principessa di Danimarca e promessa sposa di Amleto. Se la causa della pazzia di Ofelia fu la pazzia di Amleto, e se si può sovrapporre la realtà di queste due figura su quella dei tuoi genitori, si potrebbe anche dire che tuo padre, (“folle Prence di Danimarca perché impotente sovrano del suo stato”), a sua volta ha indebolito la mente di tua madre, al punto da renderla impotente sovrana del suo stato: la sua femminilità e la corrispondente cultura.

Può essere provocata quella debolezza mentale, a causa del crollo dell’idea di marito, o di amante, o di uomo, o di padre del suo ” Amleto “, oppure perché sovraccaricata dei pesi della vita che tuo padre non sa e/o non vuole affrontare, o per un insieme delle cause.

Tu sarai Amleto di diversa condizione da tuo padre tanto quanto non te ne starai sugli spalti del castello ma affronterai il villaggio (la tua realtà umana e sociale) da semplice uomo. Semplice significa composto da elementi essenziali, non poco importanti come potresti interpretare, e ” semplice uomo “, significa senza i titoli reali: presunzioni e narcisismi di vario stato e/o genere, che necessitano a chi deve sentirsi incoronato da grandezze, per non ammettere che non sa affrontare la realtà così com’è essa e così com’è lui.

Non credo molto nella psicologia come ricerca dei ” pori morti ” (i concetti originanti i disturbi nella mente) ma come ricerca dei ” pori vivi “: i principi di base che aiutano il cammino della Persona verso la sua vita e la vita. In questo senso, la intendo eminentemente funzionale alla Pedagogia: scienza dell’educazione verso la vita. Pertanto, indipendentemente dal fatto che la mia analisi possa essere in molti modi attendibile o no, ti invito a discutere questa lettere con il tuo psicologo. Ti ripeto, non quanto per capire il passato, ma per quanto può aiutarti a ricollegarti con il tuo presente e a indirizzarti meglio verso il futuro.

Un ultimo invito da ” psicologia selvaggia “: bimbo, ” smonta dal figaro ” e muovi il culo! Non solo per non rendermi penose le nostre conversazioni telefoniche (il che, potrebbe essere relativo) ma per non renderti penosa la vita.

afinedue

Desiderio di padre. Stralci della lettera a Silvana.

Ho accolto con tenerezza la tua manifestazione di simpatia ed il tuo affettivo abbandono nei miei confronti ma le occhialute occhiate destra – sinistra che ci ha dato il tuo ragazzo, (sembrava un ” carabbbiniere ” in servizio non stop quanto un granchio che ha occhiato un riccio), mi ha costretto ad una ritrosia che, oltre che forzosa, non mi è consona: tanto più, quando non giustificata. Siccome i galletti sono sempre sul chi vive anche quando non è l’evidente caso, per chiarire la situazione gli ho telefonato. Nel nostro colloquio gli ho detto che la tua simpatia non segnava una voglia d’uomo ma di padre.

Tanto per confermare che ogni tanto non dico sciocchezze m’ha detto che a te era mancato presto o, non ricordo, “che non l’avevi mai avuto”. Se fosse, è chiaro il tentativo che fai, Silvana, di curare il dolore di quella mancanza attraverso figure che ti suscitano delle emozioni, (quanto consce o quanto inconsce è tutto da verificare), che desidereresti avere dal padre ideale che ognuno configura per se. Se in me hai colto emozioni di pace, anche al punto da consentire alla tua forza, (al tuo spirito), di adagiarti sul mio e, se la pace (silenzio per raggiunta verità data la cessazione dei dissidi), è ciò che tu desidereresti dalla figura del padre che ti manca, ergo, tu in me, hai sentito la figura di padre.

afinedue

Ogni genere di esaltazione è un’allucinazione.

Mentre ” Cultura ” è la somma delle informazioni, l’intelligenza è la capacità di elaborarle. A dare questa proprietà, è la capacità di discernimento. Si è intelligenti, pertanto, non per ciò che si sa, ma per quanto si sa discernere su ciò che si sa. Siccome ognuno ha ed è lo stato culturale dato dal proprio discernimento, va da se che ognuno è soggettivamente intelligente. Siccome non esistano due persone eguali (tutt’alpiù possono essere colte in maniera prevalentemente eguale) per questo non esiste che uno sia più intelligente dell’altro. Può anche essere che uno sia più colto di un altro e che sappia usare meglio i suoi dati ma non è detto. Infatti, la vita prova che vi sono laureati che nella vita personale non se la cavano meglio dei semplici scolarizzati.

Ammesso questo, ne consegue che la tua affermazione “hai paura di confrontarti con me perché sono più intelligente”, non solo è presuntuosa (che ne sai della mia intelligenza se non ciò che puoi, credi e/o ti fa comodo sapere?) ma rivela la necessità di essere più degli altri. Per esserlo, è ovvio che si deve prevaricare l’altrui personalità. E’ solo per questa tua tendenza (e non per paura o di te o della tua intelligenza che dopo aver affrontato me stesso ho paura solo dei miei errori) che ho interrotto il mio rapporto nei tuoi confronti. Diversamente da te, non t’ho detto che l’interrompo perché sono più bello,o più figo, o più furbo, o più intelligente, ecc. ecc. ma, se ben ricordi, ” perché non mi corrispondi “.

La corrispondenza fra persone è un passaggio sentimentale e culturale che deve risultare prevalentemente paritario. Se non lo è, allora quel rapporto entra in sofferenza; entrandolo, è destinato ad essere fallimentare. Per infiniti motivi, se non si interrompe un rapporto fallimentare ciò evidenzia che la passione per il dolore (masochismo sentimentale) ha sostituito con altrettanta passione quella per l’amore: corrispondenza di stati fra tutti ed in tutti gli stati della vita. Premesso questo, non mi pare che il nostro ultimo colloquio abbia evidenziato la tua voglia di capire (desiderio di corrispondere attraverso lo scambio del sapere) ma di restaurare un amor proprio minato nella sua voglia di affermarsi. Se questo ti fa felice buon per te che per me è totalmente indifferente: indipendentemente dalle conferme altrui, il mio amor proprio si basa sull’amore che ho di me, e di me con la vita e, non, con la tua o sulla tua.

Per quanto mi è dato di capire di te, la forza della tua Cultura si basa sulla forza della tua Natura. Per me, diversamente, è la forza della mia Cultura che fortifica la mia Natura. La differenza non è di poco conto. Il lutto che ti ha recentemente colpito, oltrechè farti capire il dolore (male naturale e spirituale da errore cultural ) avrebbe dovuto farti capire che la forza naturale non è il fine della vita (tanto è vero che finisce appena abbiamo compiuto il personale ciclo culturale) ma il mezzo con il quale si perpetua sia la nostra vita che la sociale e la spirituale.

Perseguire la forza naturale come fai tu, solo al momento da conferme e affermazioni. Nel tempo, però, è destinata a fare la fine dei moccoli, che dopo aver dato luce solamente a qualche decimetro di distanza da sé stessi, restano cadaverica materia. Ben diversamente, è il perseguire la vita in tutti i suoi stati, ciò che da luce alla vita: in qualche caso, anche a millenni di distanza dalla fonte di origine. Perseguire la vita, significa perseguire il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto dello Spirito: la forza della vita. Va da se, che torneremo cadaverici moccoli, tanto quanto, anziché originare vita in tutti i nostri atti, origineremo stati di morte: male nella Natura, falso nella Cultura ed ingiustizia nello Spirito.

A mio avviso e, per quello che vale la mia opinione presso di te, anche se la capacità di vederti con lucidità è allucinata dalla passione che hai verso te stesso, comunque hai dimostrato di conservare una buona capacità di autoanalisi. Continua a servirtene non per prenderti e/o per prendere, ma per liberarti e/o liberare. Mi auguro che questa lettera raggiunga il suo scopo: far capire. Lo spero per chi desideri e/o desidererai. Se non dico lo spero per chi ami e/o amerai, è perché, almeno al momento, non dimostri capacità di porti in comunione: corrispondenza che è amore solamente quando chi desidera, sente che i conti gli tornano giusti perché dal rapporto non gli viene sofferenza.

afinedue

Le vie dell’amore nella Tossicodipendenza.

Nel proiettare verso di me la tua domanda di piacere, hai agito come di solito agiscono gli uomini, ma nel tenere conto solamente di te stesso hai agito come agiscono i bambini. Si può ben dire, dunque che, oggi, a monte del fatto, è stata la tua parte istintiva, (l’animale), che ha sputtanato quella riflessiva, (la razionale), e non il mio rifiuto di te.

Sai bene quanto me che nel mondo nel quale agisci l’offerta amorosa, (per quanto anche liberamente cercata e/o condivisa), è quasi sempre un mezzo per raggiungere un dato scopo. Dal momento che non sei un libero, quanto era vera la tua offerta, o quanto la tua presente condizione non la può rendere libera se non rinunciando all’altra amante: la roba?

Ti pare che con la mia esperienza possa ancora credere di essere amante in grado di competere con l’altra? E’ ben vero che lo scopo, (la soddisfazione della tua amante), non è un mio problema ma è anche vero che, anche tralasciando quella morale, è mio problema la chiarezza culturale. Per quella chiarezza non mi è possibile mescolare il “diavolo”, (la ricerca di amanti fra le Personalità td), con l’acqua santa, (i propositi ausiliari che mi propongo come persona e Associazione), se non agendo falsamente con ciò che penso.

La chiarezza culturale ha dei costi. L’averti detto di no è stato il prezzo che ho pagato oggi. Se non avessi pagato quel prezzo mi sarei sentito un uomo di merda. Come vedi, in ballo non c’è il fatto che tu ti sei sputtanato ma il fatto che, culturalmente parlando, almeno ai miei occhi, non mi posso sputtanare io. Potrei anche dirti: accetterò la tua offerta quando mi avrai dimostrato di essere libero, ma, da libero, puoi dire a te stesso che la rifaresti?

afinedue

Dal curriculum vitae, rimembranze.

Dopo le elementari in collegio, anno più anno meno verso i trentacinque, ho conseguito alle serali la licenza media e la prima superiore. Siccome errare è umano e ariete perseverare, in una scuola pubblica, in mezzo a ragazzi che gridavano alle ragazze ” col c…., col c…., è tutto un altro andazzo ” e alle ragazze che gridavano ai ragazzi ” col dito, col dito, orgasmo garantito “, iniziai a perdere i capelli e cominciai il biennio. Mi distinsi in religione, in un test dell’insegnante di Pedagogia nel quale risposi: ” quasi sempre ” o ” quasi mai ” alle domande e, perché mi si chiamava papà. Molto francamente, se i miei studi sono proseguiti, più che alle mie capacità lo devo alla carità degli insegnanti. Quando non ho potuto non ammettere che la vergogna di accettarla era maggiore del fine per cui l’accettavo, (capire e capirmi), ho lasciato la scuola. Da qualche parte dell’Emilia devo avere una abilitazione ad una terza superiore.

afinedue

Catene e Chiavi.

Quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze mi sono ben presto reso conto che le dipendenze che ci intossicano, pur essendo infinite, tuttavia hanno un comune denominatore: la fissazione del discernimento. Se ciò che fissa un discernimento può essere naturale non di meno può essere culturale o spiritico. Al punto, è ” droga ” tutto ciò che fissa ad un dato stato, il discernimento di un dato stato. Liberarsi dalla tossicodipendenza naturale è “semplice”. E’ da quella culturale che è più difficile. Non le dico da quella spiritica! In tutti i casi, liberarsi da ogni intossicante dipendenza, significa ritrovare la libertà di se stessi. L’affermazione non è una novità. Tutte le Culture (laiche o religiose) la sostengono. Guaio è, che tutte affermano sia di essere la libertà dalle catene, che di aver titolo per gestire l’uso delle Chiavi: concetti che sono liberatori, se non fissano l’arbitrio.

afinedue

La scoperta americana sulla materia grigia della Donna.

Da “Le frontiere della scienza”, ne la Repubblica, leggo che la neuropsichiatra Louann Brizedine ha scoperto “la differenza tra la materia grigia di uomini e donne”. Sarà anche perché non sono un neuropsichiatra, ma a me pare la classica scoperta dell’ombrello. La generale, anche se generica, opinione maschile sulla donna, infatti, l’ha anticipata di molto. Della Donna, (o quanto meno di certe donne), l’Uomo dice che ragiona con l’utero. L’intenzione è squalificante, eppure possiede un fondo di verità.

L’utero, è il luogo deputato ad accogliere il seme della vita. La trasmissione del seme avviene attraverso il piacere sessuale. Dal che, se ne può trarre che la donna ragiona con l’utero, tanto quanto i suoi principi di vita sono fondati sul piacere, più che sul sapere. La squalificante opinione dell’uomo sulla donna, però, gli è un arma a doppio taglio. Anche dell’Uomo di può dire che ragiona col suo utero, (il pene), ogni qual volta argomenta secondo i principi del piacere, più di quelli del sapere. Non per niente, certe personalità maschili sono dette, appunto, teste di cazzo.

“I detrattori della ricerca compiuta dalla Dottoressa, sostengono che non ci sono differenze biologiche che possono spiegare il diverso comportamento dei sessi.”

A mio parere, questa opinione nega che vi sia rapporto di reciproca vita fra Mente e Soma, e che, quindi, la diversa genitalità, non influisce nella formazione del pensiero culturale maschile e femminile. Su questi detrattori, viene da pensare che non abbiano mai interagito con una donna o con un uomo: nudi, o vestiti che sia. La conservazione del piacere nella donna, e la proiezione del piacere dell’uomo, non possono non originare due diversi modi di vivere e di intendere la vita! E, poiché la mente fa il corpo, come il corpo fa la mente, i due diversi modi di vivere e di intendere la vita, non possono non originare due diverse materie grigie.

Della ricerca della Dottoressa, le femministe americane sostengono che è un passo indietro. E’ certamente vero se vogliono donne con cervello da uomini! Non è vero, se vogliono donne dal cervello autonomo da quello maschile. La psichiatra Andreasen sostiene: così si discrimina! Non vedo perché! Io non mi sento affatto discriminato se non ho la materia grigia di una donna; e non mi sento discriminato, se non ho la materia grigia di un uomo. Neppure mi sento discriminato, se ho la materia grigia sia dell’uomo che della donna. Io mi sento discriminato, solo quando non mi si permette di vivere quello che sono: mentalmente determinante come uomo, e culturalmente accogliente come donna.

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Altezza e Profondità: pericoli.

Non si aspetti che la pace dello Spirito, (il personale dato il divino), le venga ipso fatto solo perché ha compreso un po’ di concetti. Il mare della vita è sempre mosso. Ogni onda può nascondere lo scoglio che può far affondare la quiete più inaffondabile. Se non le saprei dire le volte che sono emerso, così, non le saprei dire le volte che sono andato a picco tanto sono innumerevoli. Navigare fra i marosi, (le false corrispondenze), non è facile, ma, lo Spirito, essendo mediatore, è una forza, che rende il “giogo leggero”. Credendo di liberarsi del giogo della Natura, molti sono usi reprimerla o sublimarla. Nel farlo, credono di liberarsi da ciò che considerano della zavorra. Diversamente, rendono maggiormente sofferta la loro esistenza.

La Cultura che si aliena dalla sua Natura, può ascendere a piani spirituali anche estremamente rarefatti, ma, la Cultura che si eleva sino a quei piani, è soggetta, come la Natura di chi sale senza ossigeno dove l’aria è più rarefatta, a vertigini culturali che possono giungere anche al delirio. Alla quota di rarefazione spirituale cui può giungere una Cultura separata della sua Natura, lo Spirito, (quello umano, beninteso), può vaneggiare sia per eccesso di ascesa verso il Bene, che per eccesso di discesa verso il Male. La Natura è lo strumento ” tecnico ” che permette alla vita della Cultura di elevarsi verso la Vita dello Spirito secondo la totalità di ciò che è vita, (cioè, secondo l’unità della trinità dei suoi stati), non secondo un solo stato, cioè, per Natura della Cultura, (il pensiero), o per Cultura della Natura: il soma.

Come nessun palombaro, scendendo, si sognerebbe di togliersi lo scafandro, e nessun astronauta, salendo, di togliersi la tuta, non si capisce, come mai, per raggiungere la Vita, si debba porre in sottordine lo stato, che fisicamente ci avverte, quanto ci stiamo dirigendo verso il Bene, o quanto ci stiamo dirigendo verso il Male. Chi si appella alla conoscenza della sola mente, è un amante che sa l’amore ma non lo sente, quindi, è un amante che per metà conosce, e per metà immagina.

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Anche le piante non sono un isola.

Chi ha conosciuto la vita nel suo stare male, in alcun modo può farsi promotore di morte: sia pure della vita di alcune piante. Il fatto che sia pianta, quella vita, non muta l’universalista lezione di civiltà sostenuta da John Donne nella sua celebre poesia. La dove il poeta sostiene: “ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità”, alla stregua, sento che lo sradicamento di quelle piante diminuirebbe non solo la nostra partecipazione alla vita nel suo complesso ma ridurrebbe anche la nostra umanità. Ciononostante, perdere il senso delle proporzioni fra vita umana e vita vegetale, non di meno può rivelarsi una disumanizzazione, perché, se è ben vero che nessun uomo può essere contenuto in una formula, così, nessuna regola può diventare la sua cassa, se, contenendo rigidamente il suo essere, ferma la sua vita.

Ciò succederebbe se si deliberasse l’inamovibilità delle piante che stanno nello spazio sul quale si edificherà il tanto atteso padiglione per le malattie correlate all’Aids. In America, presso la Cultura dei nativi, un danno alla Natura (l’estirpazione di una pianta, giusto per restare in tema) oltre che con riti a favore dello spirito della realtà danneggiata, era anche compensato con un atto riparatore. Ebbene, a fronte di una scelta che per quanto inevitabile, comunque non può non essere dolorosa, propongo si pianti ciò che è stato tolto.

Così come si fa nei confronti di quelli che hanno sacrificato (ad altri e/o ad altro) o una parte o il toto di sé, propongo la collocazione di un cippo che ricordi che quelle piante sono state “un pezzo del Continente, una parte della Terra” che, se abbiamo tolto, tuttavia non per questo abbiamo dimenticato. Se dove daremo un segno di morte, lì semineremo un segno di vita, allora, nulla sarà perso al nostro presente perché avremo mostrato ciò che è dolore e, nulla sarà perso al futuro, perché avremo indicato come si provvede per curarlo.

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Il Serpente nei sogni da fantasie sessuali.

Come simbolo fallico della penetrazione, il serpente può rappresentare sia le qualità positive, (dolcezza e piacere) che le negative: sopraffazione e dolore. Perché può anche portare a coscienza degli eventuali dissidi sessuali, morali e/o culturali e/o psicologici, il serpente può anche spaventare: in genere la donna ma anche delle remissive virilità. Per il fatto che, a vista, il serpente non mostra gli attributi del suo sesso, non lo si sa dire se maschile o femminile. Il serpente è come un genitale maschile che ha glande (la testa) ma non i sottostanti attributi: scroto per la Natura ma “palle” per la Cultura.

Siccome ambedue gli estremi del serpente potrebbero essere degli artefici di penetrazione (con la testa perché glande e con la coda perché pene) può anche apparire come un sesso di duplice funzione in quanto può penetrare sia con il glande come testa (la testa è via della Cultura) che con la coda come pene: via della Natura. Un sesso senza senso è impotente. Invece, quando è di duplice significato come nel Serpente, in ragione di come lo si vive, potrebbe essere maggiore quanto diverso, e/o confuso, e/o equivoco attributo sessuale.

Se dall’accoglienza femminile della donna che lo sogna fuoriesce la coda, si può interpretare il simbolo come appartenente ai desideri sessuali della femmina, ma, se dall’accoglienza femminile fuoriesce il capo (il glande) si potrebbe interpretare il simbolo come appartenente ai sogni e/o ai deliri di una realtà femminile che si immagina maschile; lo può, se è o vuole essere di mascolinizzata identità e/o di mascolinizzata potenza. Nel qual caso la donna potrebbe essere allarmata (quanto intrigata fra paura e piacere) per il fatto che potrebbe rappresentarle dei desideri saffici, o dei desideri di mascolinizzazione o, masturbazione con il “suo” membro, di un “maschio” desiderio di godimento, ecc, ecc.

Il serpente completamente ricevuto segna il massimo dell’accoglienza. Che si muova all’interno, può segnare il fatto che sa toccare tutte le sue parti e, lo può, perché le sa identificare. Questi due particolari potrebbero dire sia la potenza del tuo piacere genitale, sia la conoscenza ed il modo che sono necessari per soddisfarla. Del serpentello che in modo serpentino si muoveva dentro di te si può dire che non era verga eretta (cioè, anche dura, anche potente, anche bruta, ecc.) ma verga di erezione non sufficientemente determinata verso la meta, cioè, verso la proiezione del se: il seme della vita.

Se non si muoveva in maniera determinata verso il proiettivo scopo (l’inseminazione della vita secondo la potenza dell’inseminante) si può anche dire che era verga che tentava (stavo per dirti, tentacolava ma intendo induceva e/o indugiava) o il solo piacere o, non si sa se voluti o occasionali, dei tentativi di piacere: da quello che mi dici, peraltro riusciti.

Come prima accennato, in ragione della coscienza o della non coscienza di parti quanto del tutto di se, anche l’uomo può essere attratto quanto spaventato dall’immagine del serpente. Lo può, tanto quanto gli rimanda delle controverse e/o complementari immagini del suo stato maschile o di un suo palese o latente stato e/o occasionale desiderio di sottomissione allo stato maschile. Questo genere di acquiescenza, anche sessuale, è più comune di quanto si creda. Il più delle volte, però, coinvolge il solo piacere genitale. Per questo, non necessariamente diventa formazione culturale e, dunque, neanche prevalente identità sessuale.

Diversamente da quanto sinora ho sostenuto ( la “freudologia” a tutti i costi può diventare un fuoristrada di notevole cilindrata) il serpente può anche spaventare perché può rappresentare la stretta dalla quale non ci si libera se non con la morte (intendi anche fine quanto risoluzione di ciò che lega) o del soggetto avviluppante (serpente come tentazione nella propria sessualità quanto verso una diversa) o del soggetto avviluppato dai significati del simbolo.

In questo senso, può spaventare sia perché è strumento di morte (soffocamento da spire come difficoltà) sia perché (conscio o inconscio che sia) può ricordare la vita (morta) di ciò che è avviluppato (non solo a livello sessuale) dalla tentazione sessuale (propria e/o diversa) quanto dall’incoscienza. Siccome la mano della tua Bimba sa essere serpentina, si potrebbe anche dire che sta tentando la Natura della tua Cultura di donna. Culturalmente elevando il gesto, quella mano potrebbe essere l’equivoco e/o duplice e/o molteplice ma comunque piacevole serpente che tenta la parte di Eva che è in te.

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I contratti dell’amore

Senza condizioni, ho creduto di aver amato una sola persona. Mi ci sono voluti anni, dolori, e, detto fra di noi, non pochi pianti, per capire che non era amore quello che provavo ma un desiderio (a dirla tutta, naturale più che culturale) così intenso da sembrarlo. Se in certi stati di intensità sentimentale (tanto più se presi da fortissimo erotismo) si può anche scambiare il desiderio per amore, cosa distingue il desiderio dall’amore? A mio avviso, ciò che distingue il desiderio dall’amore è lo stato della naturale, culturale e spirituale comunione delle personalità in corrispondenza. Nell’amore, dunque, aldilà delle condizioni con le quali si raggiunge la comunione, è lo stato della stessa comunione, la “Norma”, che detta le regole per amare.

Se la misura dell’amore è data dalla misura della comunione, dati gli stati e la condizione della comunione, non è certo difficile sapere quanto si ama e/o si è amati. Basta prendere carta e penna e scrivere (e descrivere) quanta e di quale stato è la comunione naturale; lo stesso per la culturale e, lo stesso per le motivazioni di vita che, se in comune, permettono la comunione tanto quanto sono in comune. Fatto questo, capirai immediatamente che non l’amore è cieco (non sempre i proverbi sono la saggezza dei popoli che in questo caso è da secoli la sua ignoranza) ma, casomai, è il desiderio quello che lo è. Il desiderio, non volendo che la sua volontà, poco si cura se è o non in comunione con il soggetto che desidera.

Ho ritenuto di precisare cosa intendo per “amore”, non certo per frustrare le tue aspirazioni sentimentali ma per invitarti a vedere non quello che sembra vero (o ti fa piacere credere vero) ma il vero. Potresti anche obiettare che ad una seria verifica potrebbe restarti ben poco di vero. E, allora? Quantitativamente parlando, l’oro è ben poca cosa rispetto alla totalità del giacimento aurifero, ma, sai perché (oltreché prezioso appunto perché poco) il suo colore è sempre bello? Perché rifiuta di stare in comunione con la materia (il falso) che non fa parte della sua Natura di oro: il vero.

Dato l’esempio, la comunione d’amore fra te e me (come fra te e la vita nel suo complesso) non può non essere condizionata dalla ricerca dell’oro (la verità in amore e nell’amare) da mettere in comunione per poter essere comune (perché reciproco) capitale di vita. Stammi meglio, mio caro. Intanto che pensi e decidi come starlo, mettiti nella testona durona che essere amati senza condizioni, come (forse) chiedi tu, è come mettere chi ti ama sulla riva di un mare in burrasca e, pretendere che stia lì a guardare e basta, mentre vede che le onde ti stanno trascinando lontano. Ammesa l’ipotesi, a chi ti ama stai chiedendo sofferenza, non, amore.

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Accoglienza: quando il troppo stroppia.

Vi è eccesso di Accoglienza quando, nei confronti della realtà altra, una vita è remissiva al punto da subordinare, ad altra volontà, la propria. Si può dunque invadere una vita altra, allora, non perché si è prevaricanti e/o assillanti, ma perché la vita con la quale si entra in contatto potrebbe non essere un equilibrato gestore del proprio sé. Non si è equilibrati gestori del proprio sé, quando, per essere, si dipende dall’altrui considerazione. Va da se, che se anche a fronte di un pur legittimo no, uno/a teme di cessare di valere se perde anche una parte della considerazione dell’altro, ne consegue che a dirlo, quel no, può anche diventare estremamente difficile.

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Ricerca di Padre

Padre, è colui che origina la vita, quindi, al principio della vita vi è il Padre. Chi principia la vita, ha la vita come principio. La vita, quindi, è il principio di chi principia la vita. Lo stato della vita che principiamo dice l’attuazione dei nostri principi. Lo stato dell’attuazione dei nostri principi, dice che Padre abbiamo trovato.

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La deposizione dei crocefissi.

Mi considero cristiano perché seguo questa parola. Non di meno, seguo altre parole, se in esse trovo dell’amore per la vita. Premesso questo, anch’io trovo che il crocefisso sia la macabra esposizione di un “cadaverino”, o, in ragione della misura, di un cadavere. Da piccolo, avevo paura di quell’immagine. Non le dico quando mi costringevano a baciarla. Avevano un bel dire che rappresentava il Salvatore. Per me, rimaneva solamente una figura, fissata in quel modo da una morte, che faceva fuggire la mia mente ogni volta che l’immagine gliela ricordava. Che ne sapevo allora di “deicidio”! Non che la cosa mi convinca di più adesso. Vuoi perché Cristo non è Dio, vuoi perché, all’epoca, nessuno sapeva su Cristo, se non quello che pareva agli occhi dei suoi contemporanei.

Non che mi convinca l’ipotesi del presunto”suicidio” di Cristo: ipotesi sostenuta dal Presidente di non mi ricordo quale istituzione mussulmana. Che ne sa, quel Presidente, di quello che solo il Cristo poteva sapere di sé? Se nulla veramente sa, allora, lasci a Cristo quello che è suo e, tenga per sé, quello che lui avrebbe fatto se, (impropria identificazione), fosse stato al posto di Cristo. Comunque stiano le cose, se solo deponessimo il crocefisso come è stato deposto il Cristo, (polvere siamo e polvere torneremo vale per ogni corpo), ora non staremo qui a disquisire su cosa sia giusto attaccare ai muri delle aule, o in altri luoghi. Tutt’al più, staremo qui a chiederci, quale idea di vita senza morte, (e quale idea di amore senza condizioni), sia più giusto esporre come esempio per tutti.

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Schemà, Israel.

Arrivo subito al dunque: sei, in uno stagno! Ne uscirai con le bombe? Illuso! Con gli omicidi mirati? Illuso! Ne uscirai con l’appoggio del Mondo Occidentale? Sino a che servi!

Tu, hai solo un modo per uscire dal pantano in cui ti trovi: bonificarlo. Come? Togliendo acqua ad antichi odii, e mettendo verità in antiche credenze.

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La Donna non è un materasso.

Nel riprendere il discorso sull’indole della donna che ti è ideale, ti domando: la cerchi dolce perché accogliente, o la cerchi dolce perché passiva? Se per dolcezza intendi passività, è chiaro che la figura che cerchi, più che una donna è un “materasso” per la tua determinazione. Diversamente, se per dolcezza non intendi passività ma accoglienza, quanto puoi determinare presso di lei, prima che ti rifiuti perché sente che la stai facendo diventare un “materasso” per la tua determinazione? I concetti di “dolcezza”, “accoglienza”, “passività”, ” determinazion “, di per sé, sono definizione di assoluto. Ogni assoluto, però, è composto da infinite misure. Così, vi sono infinite dosi di dolcezza, ecc, ecc. Fra tante misure, quale, quella giusta? E’ semplice! La dove si origina dolore, (il rifiuto dell’accoglienza può anche solamente essere la febbre che denuncia il dolore, non, assenza di dolcezza), la dose della determinazione maschile adottata può essere in over. Allora, non la donna che hai, potrebbe non essere sufficientemente dolce, ma, potresti anche chiedergli di accogliere delle pesanti determinazioni. Se in quei casi non le accetta, è sbagliata la tua donna? Forse. Se in quei casi non le accetta sono sbagliate le misure delle determinazioni che adotti presso di lei? Forse. Dove trovare la verità fra voi due? Dove non c’è dolore nella reciproca ragione.

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Il Padre: l’idea Makalu, e l’idea "per Damasco".

Caro Kalù: a mio avviso, il Padre non merita affatto la fama di sbattiballe che gli imputiamo quando ci risulta carente pagatore dei suoi debiti verso di noi. La fama di presente in teoria ma in pratica assente anche quando non sappiamo come pagare le bollette della luce, viene dalle lontane baggianate che sono state dette dopo di Cristo. Lo sostengo per ragionamenti che ti invito a seguire: se non per altro, per amor di discussione.

Quando pensiamo ad un’Entità prima, (e, quindi, suprema perché assoluta), non possiamo non ragionare per concetti primi. Cristo, riconobbe quell’Entità col concetto primo di Padre. Concorderai, che non vi è concetto più universale di questo; ne più grande di altri, perché, essendo Unico, è supremo di per sé. Se il Padre è Entità prima, e noi entità conseguenti alla volontà di vita di quel Concetto, possiamo dirsi suoi figli? A mio avviso, no. Il perché è presto detto.

Al principio della vita, vi è la Vita che ha generato il suo principio: la vita. Si può dire, pertanto, che avendo generato il suo principio, l’unico figlio del Padre è la vita, non, una vita. Perché la vita è l’unico figlio del Padre? Perché un’Entità prima, (ricordala come suprema perché assoluta), non può generare che un’idea suprema perché assoluta. Allora, se la vita è l’unico Figlio del Padre, e, se avendo vita noi, ci dimostra di essere puntuale pagatore dei suoi debiti, per quale motivo dovrebbe risultarti un bastardo sia pure con riserva di esistenza?

Credo di trovare un eventuale motivo, nella storia teologica che è nata dall’interpretazione di Immagine e Somiglianza. Secondo quell’interpretazione, per essere veramente tale, un padre deve possedere certi attributi, quindi, a maggior ragione li deve avere il Padre! Questo è vero, solamente se per Immagine a nostra Somiglianza, pensiamo ad un Immagine prima. Quale la prima immagine del Padre? La vita. Quale stesso concetto del Padre possediamo? La vita. Quale la differenza fra Immagine e Somiglianza? Nel diverso stato di vita: suprema quella del Padre. Quella che è nel nostro. Allora, Kalù, sei ancora dell’idea che il Padre sia un bastardo, o comincia a pensare che ci hanno snaturato l’idea di Padre?

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Vie e sponde della normale sessualità

Ovviamente non tutti in una volta, ma, mi è capitato di avere sessualmente relazionato con persone di destra, sinistra, centro, secessionisti, anarcoidi e di quelli socialisticamente maleducati. Come l’ho potuto, se non sono etero, giovane, bello, ricco e neanche tanto forte? Evidentemente, latente e/o palese che sia stato, fra me e quelle figure fu galeotto un comune momento sessuale. Un comune momento, certamente non fa una sessualità, tuttavia, prova che essa è come un fiume che può toccare più stati. Si può normalizzare quel fiume, la sessualità? Direi solamente convogliando la sua vita in quel canale artificiale che abbiamo chiamato norma sessuale. Vita, è lo stato di infiniti stati del suo stato. Anche una “diversa” sessualità, quindi, è via della vita, (vita è bene per la Natura e vero per la Cultura per quanto è giusto allo Spirito), in ogni sua parte. Deviare da questa normalità, non può non deviare la vita.

Tornando alle dichiarazioni di F, se vi sono degli omosessuali che ancora tollerano di non sentirsi chiaramente accettati dal suo partito, allora, l’autolesionismo che evidenziano, prova il loro bisogno di essere posseduti nonostante i costi. Per questo psicologico e politico desiderio di passività, anche se l’omosessuale che lo vota non fosse di quelli che lo prendono in fondo alla schiena, comunque, scegliendo quella ideologia, temo sarà fra i destinati a prenderlo… nella vita.

Buon pro faccia a questo genere di amanti, è ben amaro augurio di ogni felicità. Comunque vada a finire la storia, il signor F. ha ragione di temere quelli che, etero o omo, hanno il coraggio di viversi per quello che sono anche al di fuori del privato. Laica, politica e/o religiosa che sia, per chi ha fame di regime, i liberi, sono sempre dei pessimi soggetti.

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Possiamo far entrare dalla finestra, la droga che abbiamo fatto uscire dalla porta?

Solamente socializzando la droga si potrà più chiaramente separare la personalità tossicodipendente (l’assuntrice) da quella tossico – delinquente: assuntrice e spacciatrice. Socializzandola non è che avremo meno tossicodipendente (come non è neanche detto che ne avremo di più) ma senza dubbio, o avremo meno tossico – delinquenti o sapremo chi effettivamente lo è. La socializzazione della ” roba “, inoltre, permetterebbe a chi ne fosse preso di poter meno drammaticamente rientrare sia in se stesso che nel contesto famigliare e sociale che ha lasciato. Lo potrebbe, sia perché l’avrebbe lasciato solamente in parte, sia perché è indubbiamente più facile recuperare un corpo che una mente, tanto più quando è tossicodipendente per contesto, ma non necessariamente tossico – delinquente per cultura o per animo.

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Mi faccio le "pere": che male ti fo?

Come Associazione sono stato vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.” L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, (trazione da necessità esterne, ma non di meno da interna coscenza) è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché “cura” quegli stress. Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che la Tossicodipendenza, (quando non il Tossicodipendente), butta loro addosso.

Vi sono Operatori, (a tutti i livelli d’intervento), che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e antitossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.

Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”. Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi lo stesso.

In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio “l’arte”. E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi. I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce. L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.

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Strani incroci, fra Croci e Crocifissi.

Senza il Crocifisso, la Croce, a mio vedere, è il pedagogico memento che simbolizza il peso della Natura, sulla forza della vita, (lo Spirito), della nostra Cultura: ciò che sappiamo. Non c’è forma, spirito, o cultura della vita che sia esente da cadute sotto i pesi che ci addossano e/o ci addossiamo. Della Croce, pertanto, direi che è l’universale memento, (e monumento), che commemora e riguarda tutti i caduti sotto il peso dell’umanità, e/o della dis – umanità: propria o altrui che sia. Ricorda la caducità dell’umanità, inoltre, anche a quelli che credono di possedere la facoltà, (vuoi in nome di un Io, vuoi in nome di Dio), di mettere in croce la vita altrui. Per questo senso, è monito che segnala l’errore all’affamato di qualsiasi genere di ambizione, ed è l’avvertimento che riconduce ogni esaltata umanità, al comune piano ed al comune valore.

Se ho capito bene, la sua religione sostiene che il Crocefisso è un falso storico. Non ho basi per smentire e né per affermare: e neanche ci provo. Porre affermazioni in fatti e discorsi originati in lontani contesti storici e culturali, infatti, può sconvolgere il proprio quanto l’altrui pensiero; può procurare dei dissidi così gravi da addolorare per epoche, (come è stato per le passate e com’è per le presenti), anche le future generazioni. Si può scegliere di porre pace, però, tanto quanto la nostra parola accetta di lasciare l’ultima, alla Vita. Nell’accettare di lasciar alla Vita l’ultima parola, e nel gesto dell’amore e dell’amicizia che è nel porgere l’altra guancia, vedo concordanti, (nello spirito della vita personale come in quello delle genti), le finalità pacificatrici del Profeta e del Cristo.

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Il "delitto" del Padre, e i delitti in Suo nome.

Non sono bambino da un pezzo, ma anche allora non riuscivo a raffigurarmi un Padre che sacrifica il Figlio per amore. Sicchè, ho sempre visto il crocifisso come una domanda senza soddisfacente risposta. Diversamente, una risposta alla crocifissione la trovo, se penso che il Figlio venne ucciso perché un potere ebbe paura. Per questo aspetto, il Crocifisso è il memento che ricorda non solo la vittima ma anche chi fu il mandante. Secondo questo pensiero, i crocefissi saranno sempre pochi, e sempre troppo piccoli. Dio è assoluto. Come tale, non può concepire nulla di diverso dall’immagine che ha originato: la vita a Sua somiglianza.

L’Assoluto non può non essere eterno. Come Eterno, all’assoluta Mente di Dio non può non essere estranea ogni idea di morte. Se gli è estranea ogni idea di morte, tanto più gli sarà estranea volontà, la morte del Figlio. Secondo questo pensiero, il crocifisso è l’immagine che dice quello che l’Amore eterno ed assoluto non dice, pertanto, è contraddittorio messaggio. Per questo, sarebbe giusto deporre il Crocifisso da quel legno.

Precedenti, contemporanei, o seguenti che sia, altri figli dello stesso Padre, hanno amato la vita oltre sé stessi. Per tanto, anche a chi segue questi Maestri si dovrebbe permettere di esporre l’immagine della Vita che più considerano sovrana: vuoi come figura, vuoi come scritto. Impedire questa possibilità, significa affermare che il nostro potere di cristiani, nega alla Vita, la possibilità di farsi conoscere anche in altri modi, e/o in altra cultura. I Cristiani che rivendicano questo potere, mettono in croce la divinità che è in ogni umanità. Il violentato che diventa un violentatore, segue la lezione del dolore, non quella dell’amore del Figlio per il Padre.

Tanto o poco che sia, chi ama la Vita, (nell’Uomo e per l’Uomo), è tentato di confermare la sua opera, confermando il potere che ricava dalla personalizzazione dell’Idea. Dove un servizio verso l’umanità, può motivare la volontà di mettere l’umanità a servizio di un qualsiasi sé, la Croce è il monito che segnala la presenza di uno spirito, per molti modi e versi, omicida. Dove vi Umanità, quindi, l’esposizione della Croce, è necessario avviso di pericolo in corso!

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Cristo, Crapuloni, Celibato.

Dal momento che nel celibato non si rivela l’effettiva condizione sessuale di chi sceglie quel modo di vivere, va da sè che il celibe non mostra la sua direzione sessuale. Dal celibato, quindi, si ricava che è la regola che eleva sia chi si sacrifica veramente, sia di usa quel sacrificio come uno schermo. Non potendo distinguere chi non ha schermi da chi è schermato dal celibato, (ed essendo sempre pericoloso concedere a vanvera la nostra fiducia a chi si propone come maestro), non ci resta che seguire l’esempio di Cristo, il quale, non aveva remore nel frequentare i crapuloni, mentre ne aveva contro gli ipocriti. Ipocrita in greco significa attore. Se Cristo non sopportava gli ipocriti, se ne ricava che era insofferente verso quelli che recitavano una parte. Che i crapuloni siano pieni di vizi non vi è dubbio, però hanno almeno una virtù. Non possono carpire la nostra fede, appunto perché, vivendosi con totalitïà, non possono recitare quello che non sono. I crapuloni, pertanto, non possono essere che veri. Dalle affermazioni, una morale: Cristo non frequentava i crapuloni per stima della gozzoviglia, ma perché, amando la verità, non poteva non amare chi, essendo vero a sé stesso, contiene della verità.

afinedue

La vita al primo atto e nei seguenti

Lo stesore della Genesi racconta che Dio originò la madre di tutti i viventi, (Eva), con il concorso di una costola del nato dalla terra: Adamo. Secondo me, Dio usò una parte della terra Adamo per creare la parte Eva, allo scopo di mostrare al Suo scrivano che al momento della Creazione è succeduto quello dell’Evoluzione. Se non ammettiamo limiti alla Sua potenza, infatti, non vedo quale altro senso divino abbia avuto quell’osso. Al più, vedo il senso umano che ne ha tratto Adamo: il diritto di potere su Eva.

L’evoluzionismo esclude l’intervento di Dio. Concordo con l’evoluzionismo quando non riconosce l’intervento personale di Dio. A mio vedere lo è solo nel fiat creante. Non sono d’accordo, invece, se dall’evoluzione esclude la perpetuante presenza della Sua volontà. Il creazionismo e l’evoluzionismo, a mio vedere sono due aule della stessa scuola: la vita al primo atto, e la vita nei seguenti.

ps. Le opinioni espresse negli anni successivi sono meno religiose di queste. Non per questo ho cambiato idee.

afinedue

Don Ciotti, e l’amore ridotto per essere condotto.

Quando ho sostenuto, (più che domandato), che il disagio giovanile, si origina nel conflitto fra le norme individuale che si stanno formando nel ragazzo, e le norme sociali deputate a formarlo come cittadino, non pensavo alle norme sessuali come m’è parso avesse inteso, ma, caso mai, alla sessualità. Non, dunque, al diritto dell’amare dei diversi, pensavo, ma alla potenzialità e alle infinite sfaccettature dell’amore: ridotto per essere condotto.

Ridotto a baratto, e condotto dal commercio che la vita fa di sé, o dal commercio che fanno sulla vita.” Per poter mantenere sé stessa, la Norma sociale al servizio del potere, (di qualsiasi tipo di potere), sacrifica l’individualità del Crescente sull’altare dell’esigenza sociale, poi, allevia il male che ha fatto, offrendo al sacrificato dei piaceri – doveri regolari. Così, dopo averlo reso un solo, non lo fa sentire solo perché gli offre della compagnia. Tante grazie!

Cosa può fare un crescente castrato se non adeguarsi? Ma l’adeguamento è una norma cava. E’ una campana dal suono fesso. E’ un muro, che sembra pieno ma che nel batterlo, rivela il vuoto. E’ una sabbia mobile.

Un uomo uccide la famiglia? Era così perbene! Dei figli uccidono dei genitori? Ma, se avevano tutto quello che volevano?! Una donna si uccide? Amava così tanto suo marito e i figli! Uno violenta, uno o una infante? Non l’avremmo mai detto!

Mai, come ieri sera, guardandomi attorno, tentando di interpretare figure e gesti, mi sono reso conto che il disagio giovanile è una matriosca, (mi scusi se le tampino l’esempio), contenuta in una matriosca più grande: il disagio dell’adulto.

Non è che non si parli del disagio dell’adulto, ma, argomentando sugli adulti succede quello che succede argomentando sulla morte. Tutti sappiamo che dobbiamo morire, però, non è di me che si parla. Così, gli adulti rimuovono dalla coscienza il loro disagio, o buttandolo sulle spalle di altri adulti, o buttandolo sulle spalle dei crescenti.

L’unica “maturità” che riconosco nell’adulto che opera nelle istituzioni, consiste nel saper elaborare una serie di complicati pentimenti, dai quali, nascono maree di progettuali lacrime, ma, ci direbbe Toto’: siamo uomini, o coccodrilli? Lascio aperta la domanda, sia perché non ho il coraggio della risposta, sia perché, non è da me che il crescente aspetta la risposta.

La pedagogia dell’amore, bisognerebbe far risorgere! Solo l’amore consente ai disagiati che sono, (e, purtroppo, a quelli che saranno), di spogliarsi delle estraneità inculcate, senza per questo sentirsi indifesi, deboli, umiliati. Solo l’amore, rende grande i grandi, e più grandi i piccoli. Solo l’amore barriera dai fuochi fatui; da quelli che non scottano ma neanche scaldano: solo illudono.

Buon amore, Don Ciotti, e buona navigazione.

afinedue

Droga

A mio conoscere, “droga”, è tutto quello che fissa un arbitrio, e “gabbia”, tutto quello che lo rinserra. Pertanto, lo può essere anche una qualsiasi ideologia. Riproponiamoci, allora, affermazioni e domande, e rispondiamoci secondo coscienza. Occhio, ai canti della coscienza! Non sempre siamo in grado di capire quando è giudice sereno, o quando è giudice sirena.

afinedue

Hai ragione, perdamasco!

In seguito ad un mio commento, una graziosa persona m’ha detto:

hai ragione, Perdamasco!

separabianca

Odio, aver ragione! Mi fa star male! Dovrei forse gioire del fatto che vi sia dell’errore e/o del dolore in chi mi confronto così che possa dirmi: che bravo e che bello che sei Vitaliano?!

Non mi ci vedo come fonte di ragione. Nè parziale, né assoluta. Al più, mi vedo come il muro dove lanci la tua palla!

Non è del muro il compito di dire il vero o lo sbagliato. Sei tu che te lo devi dire per il fatto che il lancio ti è tornato con angolazione non retta oppure retta.

Se la palla ti cade per terra, al massimo ti concedo di dirmi: cazzo!

Ogni altra visione di me (da quella di “muro”) non aggiunge nulla alla mia vita. O, meglio, aggiunge solo dello stronzo accumulo della mia già non poca vanità.

Orrrrore!!! 

afinedue

"Uomini e Topi"

Leggo che in uno studio pubblicato su Nature, si dimostra che i topi che assumono marijuana, sono maggiormente esposti verso l’eroina.

Secondo me, questo studio dimostra solamente che i topi assumerebbero qualsiasi cosa pur di uscire dalla gabbia!

Anche l’Uomo, quando si riduce e/o viene ridotto a topo!

afinedue

Amare non è incatenare.

Lettera aperta a tutti gli ergastolati da falsi rapporti.

Nessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso!

E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che, (almeno nei fatti meno dolorosi), non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro.

Il dolore nella separazione (per la riappropriazione di sè) è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare, (nel dolore), la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. E’ nell’assenza del dolore, ma non per questo, assenza di piacere. Ad ognuno la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso.

Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità, se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta! Vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, non per quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame di vita.

Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché, il tuo essere, è un’esca insufficientemente appagata.

afinedue

Allah Akbar, Monsignor Vescovo di Verona.

” il Dio che è Abkar può non essere giusto? Chiedere la sua giustizia, quindi, è una delle possibilità offerte dalla Sua grandezza. La giustizia tutela. La Sua giustizia è il massimo delle tutele. Allah Akbar, allora, non è solamente il grido di chi combatte in suo nome, ma è anche l’invocazione di chi si protegge con il Suo nome. 

Poiché abbiamo bisogno di sentirci protetti dai fondamentalismi, (tali perché si sono impossessati di Dio, o, quanto meno, dell’idea che loro hanno di Dio), vedrei l’invocazione araba, non solo teologicamente non contraddittoria, ma anche ritualmente e spiritualmente necessaria al nostro bisogno di pace, tanto, che la introdurrei, (all’inizio di ogni funzione), nei nostri riti. 

L’officiante dovrebbe dirla con la lingua della religione che ospitiamo, e i partecipanti al rito, rispondere la traduzione con la nostra. Questo, come tutela spirituale. Come tutela materiale, invece, farei apporre la scritta, ” Allah Akbar”, su ogni sito religioso e/o attinente. 

Il dire o scrivere ” Allah Akbar” in arabo, ha valenza maggiore che scriverla in italiano. Non solo perché indica l’inizio di un affratellamento fra parole, (questo nel senso spirituale dei termini), ma anche perché segna l’inizio della cura che medica una ferita che risale a tempi biblici. 

Adottare l’invocazione con la lingua araba, quindi, è anche un modo per riparare la colpa di un padre, che, relegando un figlio dove non c’era altro se non odio da coltivare, ha iniziato un male che sta travolgendo tutto e tutti. 

Poiché nessuno sa quale parola fermerà quell’odio, allora, potremmo ben cominciare con la Parola, perché, comunque la si invochi, è pur sempre Grande. Allah Akbar, Monsignore.

afinedue

Madri: secondo i punti di vista, Donne o Femmine.

Hai presente un caleidoscopio? Da piccoli, quando lo ero io, perlomeno, lo si faceva mettendo della stagnola colorata fra due vetri. Poi si inseriva i due vetri all’’interno di un cartone a tubo. Girando quel cannocchiale si componevano delle forme e ci si divertiva ad interpretarle.

Anche di una identità si può dire che è un caleidoscopio. Infatti, assume forme diverse in ragione dei punti di vista. A proposito della tua remissività caratteriale nei confronti della donna ti dirò ciò che via – via ho visto nel tuo caleidoscopico essere.  Ovviamente, non affermo ciò che è ma solo ciò che so’. (Chissà se ci va l’accento su so, sa, va, ecc.)

Per quel poco che ho conosciuto di tua madre e di tuo padre, direi che la forza del tuo carattere verso l’uomo e la vita l’hai acquisita dal lato materno, mentre, una certa acquiescenza verso la donna l’hai acquisita dal lato paterno.

Se ne convieni, si può dire che sai affermarti presso l’uomo e la vita per l’insegnamento di tua madre, e, non sai dire di no alla donna per l’’insegnamento di tuo padre che,  non sempre ma in prevalenza, non sapeva dire di no alla donna – madre.

Metto la differenza fra la donna – non madre e la donna madre, perché, mi pare, che è alla seconda che non sai dire di no, mentre, sai dire di no alla prima. Cosa che molto probabilmente faceva anche tuo padre.

Non sapendo dire di no alla donna – madre, si può anche dire che non sai dire di no a tua madre. Perché? Per il tuo carattere maschile, o perché, non avendola mai trovata, né come aspetto di tuo padre, ne come aspetto di te figlia, la “cerchi” ancora sia come padre che come figlia?

Ho messo cerchi fra virgolette, perché cercare una donna è anche cercare il suo aspetto sessuale, ma la sessualità è anche affettività, e, è a questo aspetto della tua ricerca di donna – madre, che ti penso ancora ingrippata. 

Morale della favola? Non è solo l’influsso di un genitore che devi eliminare, ma, tutti e due! Della serie quando siamo sfigati, siamo sfigati!

 afinedue

Antisemitismo: le facce dell’odio.

Si può essere odiati perché si possiede un valore, ma si può essere odiati perché lo si esibisce.   L’odio contro gli Ebrei può essere motivato dalla gelosia che il fratello non eletto prova verso quello eletto, ma, può essere motivato, anche dall’esibizione della condizione di eletti.  

L’odio, quindi, può essere provocato da una gelosia di Caino, ma anche da una vanità di Abele?

afinedue

Folle, però, gli amici mi chiamano Vita.

Sarà anche perché si conosce meglio il proprio simile, ma uno psichiatra ebbe a dirmi: sei pazzo!   La definizione era detta con simpatia e l’intenzione non offensiva; è che cercando di definire una personalità estranea ai suoi schemi esistenziali e alla sua conoscenza, non gli era rimasto che il mestiere. 

La definizione del medico, (avevo conosciuto il dottor G. P. nell’ambito delle tossicodipendenze dove ho operato come associazione), mi sfagiola per più di in motivo.   Ad esempio: mi libera dalle conseguenze del non dire in convenzione con altra norma o conoscenza.  

Siccome per essere legati o influenzati da un folle bisogna essere altrettanto pazzi, libera l’arbitrio altrui.   Mi libera, inoltre, dal peso di dovermi dimostrare diverso da quello che sono.   Frena chi potrebbe pensarmi, diverso da quello che sono. Chi sono? Semplice! Per quello che la mia Natura è, la mia Cultura sa, ed il mio Spirito sente, sono quello che sono, però, gli amici mi chiamano Vita. 

afinedue

Per arrivare a Israele, le vie della vita toccano Venezia.

Un autore italiano racconta di essere andato in un monastero di Venezia. Assieme al priore visitò la cucina del convento. Con loro entrò un grosso gatto. In mezzo alle due finestre della cucina c’era il camino. Il fumo non usciva completamente dalla canna: qualcosa l’ostruiva. Il Priore prese un badile e con il manico tentò di liberarla. Cadde una grossa pantegana. Il gatto gli fu addosso. I due animali si presero per la gola. La loro forza era paritaria. Separarli era impossibile. Il Priore prese i due animali con il badile e li gettò nell’acqua del sottostante canale.

p.s. Non cito l’Autore perchè non ne ricordo il nome, e neanche l’opera.

afinedue

 

Anche il "gomma" cancella.

Diciamola tutta! Si sa fare l’amore con le donne, lo si sa fare con gli uomini, ma non si sa farlo con il preservativo. Che sia, perché una volta indossato dice la sua su ciò che dimostra l’anima che lo regge, o su ciò che dimostra il momento, anche etico, che dovrebbe proteggere? Il rifiuto, allora, riguarda l’abito, riguarda “l’anima portatrice”, o riguarda anche l’etica del momento? In queste ed in altre ipotesi, lo rifiutiamo perché ci toglie piacere o perché ci costringe a sapere?

afinedue