La Donna non è un materasso.

Nel riprendere il discorso sull’indole della donna che ti è ideale, ti domando: la cerchi dolce perché accogliente, o la cerchi dolce perché passiva? Se per dolcezza intendi passività, è chiaro che la figura che cerchi, più che una donna è un “materasso” per la tua determinazione. Diversamente, se per dolcezza non intendi passività ma accoglienza, quanto puoi determinare presso di lei, prima che ti rifiuti perché sente che la stai facendo diventare un “materasso” per la tua determinazione? I concetti di “dolcezza”, “accoglienza”, “passività”, ” determinazion “, di per sé, sono definizione di assoluto. Ogni assoluto, però, è composto da infinite misure. Così, vi sono infinite dosi di dolcezza, ecc, ecc. Fra tante misure, quale, quella giusta? E’ semplice! La dove si origina dolore, (il rifiuto dell’accoglienza può anche solamente essere la febbre che denuncia il dolore, non, assenza di dolcezza), la dose della determinazione maschile adottata può essere in over. Allora, non la donna che hai, potrebbe non essere sufficientemente dolce, ma, potresti anche chiedergli di accogliere delle pesanti determinazioni. Se in quei casi non le accetta, è sbagliata la tua donna? Forse. Se in quei casi non le accetta sono sbagliate le misure delle determinazioni che adotti presso di lei? Forse. Dove trovare la verità fra voi due? Dove non c’è dolore nella reciproca ragione.

manofronte

Il Padre: l’idea Makalu, e l’idea "per Damasco".

Caro Kalù: a mio avviso, il Padre non merita affatto la fama di sbattiballe che gli imputiamo quando ci risulta carente pagatore dei suoi debiti verso di noi. La fama di presente in teoria ma in pratica assente anche quando non sappiamo come pagare le bollette della luce, viene dalle lontane baggianate che sono state dette dopo di Cristo. Lo sostengo per ragionamenti che ti invito a seguire: se non per altro, per amor di discussione.

Quando pensiamo ad un’Entità prima, (e, quindi, suprema perché assoluta), non possiamo non ragionare per concetti primi. Cristo, riconobbe quell’Entità col concetto primo di Padre. Concorderai, che non vi è concetto più universale di questo; ne più grande di altri, perché, essendo Unico, è supremo di per sé. Se il Padre è Entità prima, e noi entità conseguenti alla volontà di vita di quel Concetto, possiamo dirsi suoi figli? A mio avviso, no. Il perché è presto detto.

Al principio della vita, vi è la Vita che ha generato il suo principio: la vita. Si può dire, pertanto, che avendo generato il suo principio, l’unico figlio del Padre è la vita, non, una vita. Perché la vita è l’unico figlio del Padre? Perché un’Entità prima, (ricordala come suprema perché assoluta), non può generare che un’idea suprema perché assoluta. Allora, se la vita è l’unico Figlio del Padre, e, se avendo vita noi, ci dimostra di essere puntuale pagatore dei suoi debiti, per quale motivo dovrebbe risultarti un bastardo sia pure con riserva di esistenza?

Credo di trovare un eventuale motivo, nella storia teologica che è nata dall’interpretazione di Immagine e Somiglianza. Secondo quell’interpretazione, per essere veramente tale, un padre deve possedere certi attributi, quindi, a maggior ragione li deve avere il Padre! Questo è vero, solamente se per Immagine a nostra Somiglianza, pensiamo ad un Immagine prima. Quale la prima immagine del Padre? La vita. Quale stesso concetto del Padre possediamo? La vita. Quale la differenza fra Immagine e Somiglianza? Nel diverso stato di vita: suprema quella del Padre. Quella che è nel nostro. Allora, Kalù, sei ancora dell’idea che il Padre sia un bastardo, o comincia a pensare che ci hanno snaturato l’idea di Padre?

manofronte

Vie e sponde della normale sessualità

Ovviamente non tutti in una volta, ma, mi è capitato di avere sessualmente relazionato con persone di destra, sinistra, centro, secessionisti, anarcoidi e di quelli socialisticamente maleducati. Come l’ho potuto, se non sono etero, giovane, bello, ricco e neanche tanto forte? Evidentemente, latente e/o palese che sia stato, fra me e quelle figure fu galeotto un comune momento sessuale. Un comune momento, certamente non fa una sessualità, tuttavia, prova che essa è come un fiume che può toccare più stati. Si può normalizzare quel fiume, la sessualità? Direi solamente convogliando la sua vita in quel canale artificiale che abbiamo chiamato norma sessuale. Vita, è lo stato di infiniti stati del suo stato. Anche una “diversa” sessualità, quindi, è via della vita, (vita è bene per la Natura e vero per la Cultura per quanto è giusto allo Spirito), in ogni sua parte. Deviare da questa normalità, non può non deviare la vita. Tornando alle dichiarazioni di F, se vi sono degli omosessuali che ancora tollerano di non sentirsi chiaramente accettati dal suo partito, allora, l’autolesionismo che evidenziano, prova il loro bisogno di essere posseduti nonostante i costi. Per questo psicologico e politico desiderio di passività, anche se l’omosessuale che lo vota non fosse di quelli che lo prendono in fondo alla schiena, comunque, scegliendo quella ideologia, temo sarà fra i destinati a prenderlo… nella vita. Buon pro faccia a questo genere di amanti, è ben amaro augurio di ogni felicità. Comunque vada a finire la storia, il signor F. ha ragione di temere quelli che, etero o omo, hanno il coraggio di viversi per quello che sono anche al di fuori del privato. Laica, politica e/o religiosa che sia, per chi ha fame di regime, i liberi, sono sempre dei pessimi soggetti.

manofronte

Possiamo far entrare dalla finestra, la droga che abbiamo fatto uscire dalla porta?

Solamente socializzando la droga si potrà più chiaramente separare la personalità tossicodipendente (l’assuntrice) da quella tossico – delinquente: assuntrice e spacciatrice. Socializzandola non è che avremo meno tossicodipendente (come non è neanche detto che ne avremo di più) ma senza dubbio, o avremo meno tossico – delinquenti o sapremo chi effettivamente lo è. La socializzazione della ” roba “, inoltre, permetterebbe a chi ne fosse preso di poter meno drammaticamente rientrare sia in se stesso che nel contesto famigliare e sociale che ha lasciato. Lo potrebbe, sia perché l’avrebbe lasciato solamente in parte, sia perché è indubbiamente più facile recuperare un corpo che una mente, tanto più quando è tossicodipendente per contesto, ma non necessariamente tossico – delinquente per cultura o per animo.

manofronte

Mi faccio le "pere": che male ti fo?

Come Associazione sono stato vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.” L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, (trazione da necessità esterne, ma non di meno da interna coscenza) è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché “cura” quegli stress. Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che la Tossicodipendenza, (quando non il Tossicodipendente), butta loro addosso.

Vi sono Operatori, (a tutti i livelli d’intervento), che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e antitossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.

Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”. Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi lo stesso.

In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio “l’arte”. E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi. I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce. L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.

manofronte

Strani incroci, fra Croci e Crocifissi.

Senza il Crocifisso, la Croce, a mio vedere, è il pedagogico memento che simbolizza il peso della Natura, sulla forza della vita, (lo Spirito), della nostra Cultura: ciò che sappiamo. Non c’è forma, spirito, o cultura della vita che sia esente da cadute sotto i pesi che ci addossano e/o ci addossiamo. Della Croce, pertanto, direi che è l’universale memento, (e monumento), che commemora e riguarda tutti i caduti sotto il peso dell’umanità, e/o della dis – umanità: propria o altrui che sia. Ricorda la caducità dell’umanità, inoltre, anche a quelli che credono di possedere la facoltà, (vuoi in nome di un Io, vuoi in nome di Dio), di mettere in croce la vita altrui. Per questo senso, è monito che segnala l’errore all’affamato di qualsiasi genere di ambizione, ed è l’avvertimento che riconduce ogni esaltata umanità, al comune piano ed al comune valore.

Se ho capito bene, la sua religione sostiene che il Crocefisso è un falso storico. Non ho basi per smentire e né per affermare: e neanche ci provo. Porre affermazioni in fatti e discorsi originati in lontani contesti storici e culturali, infatti, può sconvolgere il proprio quanto l’altrui pensiero; può procurare dei dissidi così gravi da addolorare per epoche, (come è stato per le passate e com’è per le presenti), anche le future generazioni. Si può scegliere di porre pace, però, tanto quanto la nostra parola accetta di lasciare l’ultima, alla Vita. Nell’accettare di lasciar alla Vita l’ultima parola, e nel gesto dell’amore e dell’amicizia che è nel porgere l’altra guancia, vedo concordanti, (nello spirito della vita personale come in quello delle genti), le finalità pacificatrici del Profeta e del Cristo.

manofronte

Il "delitto" del Padre, e i delitti in Suo nome.

Non sono bambino da un pezzo, ma anche allora non riuscivo a raffigurarmi un Padre che sacrifica il Figlio per amore. Sicchè, ho sempre visto il crocifisso come una domanda senza soddisfacente risposta. Diversamente, una risposta alla crocifissione la trovo, se penso che il Figlio venne ucciso perché un potere ebbe paura. Per questo aspetto, il Crocifisso è il memento che ricorda non solo la vittima ma anche chi fu il mandante. Secondo questo pensiero, i crocefissi saranno sempre pochi, e sempre troppo piccoli. Dio è assoluto. Come tale, non può concepire nulla di diverso dall’immagine che ha originato: la vita a Sua somiglianza.

L’Assoluto non può non essere eterno. Come Eterno, all’assoluta Mente di Dio non può non essere estranea ogni idea di morte. Se gli è estranea ogni idea di morte, tanto più gli sarà estranea volontà, la morte del Figlio. Secondo questo pensiero, il crocifisso è l’immagine che dice quello che l’Amore eterno ed assoluto non dice, pertanto, è contraddittorio messaggio. Per questo, sarebbe giusto deporre il Crocifisso da quel legno.

Precedenti, contemporanei, o seguenti che sia, altri figli dello stesso Padre, hanno amato la vita oltre sé stessi. Per tanto, anche a chi segue questi Maestri si dovrebbe permettere di esporre l’immagine della Vita che più considerano sovrana: vuoi come figura, vuoi come scritto. Impedire questa possibilità, significa affermare che il nostro potere di cristiani, nega alla Vita, la possibilità di farsi conoscere anche in altri modi, e/o in altra cultura. I Cristiani che rivendicano questo potere, mettono in croce la divinità che è in ogni umanità. Il violentato che diventa un violentatore, segue la lezione del dolore, non quella dell’amore del Figlio per il Padre.

Tanto o poco che sia, chi ama la Vita, (nell’Uomo e per l’Uomo), è tentato di confermare la sua opera, confermando il potere che ricava dalla personalizzazione dell’Idea. Dove un servizio verso l’umanità, può motivare la volontà di mettere l’umanità a servizio di un qualsiasi sé, la Croce è il monito che segnala la presenza di uno spirito, per molti modi e versi, omicida. Dove vi Umanità, quindi, l’esposizione della Croce, è necessario avviso di pericolo in corso!

manofronte

Cristo, Crapuloni, Celibato.

Dal momento che nel celibato non si rivela l’effettiva condizione sessuale di chi sceglie quel modo di vivere, va da sè che il celibe non mostra la sua direzione sessuale. Dal celibato, quindi, si ricava che è la regola che eleva sia chi si sacrifica veramente, sia di usa quel sacrificio come uno schermo. Non potendo distinguere chi non ha schermi da chi è schermato dal celibato, (ed essendo sempre pericoloso concedere a vanvera la nostra fiducia a chi si propone come maestro), non ci resta che seguire l’esempio di Cristo, il quale, non aveva remore nel frequentare i crapuloni, mentre ne aveva contro gli ipocriti. Ipocrita in greco significa attore. Se Cristo non sopportava gli ipocriti, se ne ricava che era insofferente verso quelli che recitavano una parte. Che i crapuloni siano pieni di vizi non vi è dubbio, però hanno almeno una virtù. Non possono carpire la nostra fede, appunto perché, vivendosi con totalitïà, non possono recitare quello che non sono. I crapuloni, pertanto, non possono essere che veri. Dalle affermazioni, una morale: Cristo non frequentava i crapuloni per stima della gozzoviglia, ma perché, amando la verità, non poteva non amare chi, essendo vero a sé stesso, contiene della verità.

manofronte

La vita al primo atto e nei seguenti

Lo stesore della Genesi racconta che Dio originò la madre di tutti i viventi, (Eva), con il concorso di una costola del nato dalla terra: Adamo. Secondo me, Dio usò una parte della terra Adamo per creare la parte Eva, allo scopo di mostrare al Suo scrivano che al momento della Creazione è succeduto quello dell’Evoluzione. Se non ammettiamo limiti alla Sua potenza, infatti, non vedo quale altro senso divino abbia avuto quell’osso. Al più, vedo il senso umano che ne ha tratto Adamo: il diritto di potere su Eva.

L’evoluzionismo esclude l’intervento di Dio. Concordo con l’evoluzionismo quando non riconosce l’intervento personale di Dio. A mio vedere lo è solo nel fiat creante. Non sono d’accordo, invece, se dall’evoluzione esclude la perpetuante presenza della Sua volontà. Il creazionismo e l’evoluzionismo, a mio vedere sono due aule della stessa scuola: la vita al primo atto, e la vita nei seguenti.

ps. Le opinioni espresse negli anni successivi sono meno religiose di queste. Non per questo ho cambiato idee.

manofronte

Don Ciotti, e l’amore ridotto per essere condotto.

Quando ho sostenuto, (più che domandato), che il disagio giovanile, si origina nel conflitto fra le norme individuale che si stanno formando nel ragazzo, e le norme sociali deputate a formarlo come cittadino, non pensavo alle norme sessuali come m’è parso avesse inteso, ma, caso mai, alla sessualità. Non, dunque, al diritto dell’amare dei diversi, pensavo, ma alla potenzialità e alle infinite sfaccettature dell’amore: ridotto per essere condotto.

Ridotto a baratto, e condotto dal commercio che la vita fa di sé, o dal commercio che fanno sulla vita.” Per poter mantenere sé stessa, la Norma sociale al servizio del potere, (di qualsiasi tipo di potere), sacrifica l’individualità del Crescente sull’altare dell’esigenza sociale, poi, allevia il male che ha fatto, offrendo al sacrificato dei piaceri – doveri regolari. Così, dopo averlo reso un solo, non lo fa sentire solo perché gli offre della compagnia. Tante grazie!

Cosa può fare un crescente castrato se non adeguarsi? Ma l’adeguamento è una norma cava. E’ una campana dal suono fesso. E’ un muro, che sembra pieno ma che nel batterlo, rivela il vuoto. E’ una sabbia mobile.

Un uomo uccide la famiglia? Era così perbene! Dei figli uccidono dei genitori? Ma, se avevano tutto quello che volevano?! Una donna si uccide? Amava così tanto suo marito e i figli! Uno violenta, uno o una infante? Non l’avremmo mai detto!

Mai, come ieri sera, guardandomi attorno, tentando di interpretare figure e gesti, mi sono reso conto che il disagio giovanile è una matriosca, (mi scusi se le tampino l’esempio), contenuta in una matriosca più grande: il disagio dell’adulto.

Non è che non si parli del disagio dell’adulto, ma, argomentando sugli adulti succede quello che succede argomentando sulla morte. Tutti sappiamo che dobbiamo morire, però, non è di me che si parla. Così, gli adulti rimuovono dalla coscienza il loro disagio, o buttandolo sulle spalle di altri adulti, o buttandolo sulle spalle dei crescenti.

L’unica “maturità” che riconosco nell’adulto che opera nelle istituzioni, consiste nel saper elaborare una serie di complicati pentimenti, dai quali, nascono maree di progettuali lacrime, ma, ci direbbe Toto’: siamo uomini, o coccodrilli? Lascio aperta la domanda, sia perché non ho il coraggio della risposta, sia perché, non è da me che il crescente aspetta la risposta.

La pedagogia dell’amore, bisognerebbe far risorgere! Solo l’amore consente ai disagiati che sono, (e, purtroppo, a quelli che saranno), di spogliarsi delle estraneità inculcate, senza per questo sentirsi indifesi, deboli, umiliati. Solo l’amore, rende grande i grandi, e più grandi i piccoli. Solo l’amore barriera dai fuochi fatui; da quelli che non scottano ma neanche scaldano: solo illudono.

Buon amore, Don Ciotti, e buona navigazione.

manofronte

Droga

A mio conoscere, “droga”, è tutto quello che fissa un arbitrio, e “gabbia”, tutto quello che lo rinserra. Pertanto, lo può essere anche una qualsiasi ideologia. Riproponiamoci, allora, affermazioni e domande, e rispondiamoci secondo coscienza. Occhio, ai canti della coscienza! Non sempre siamo in grado di capire quando è giudice sereno, o quando è giudice sirena.

manofronte

Hai ragione, perdamasco!

In seguito ad un mio commento, una graziosa persona m’ha detto:  hai ragione, Perdamasco!

rombo

 

Odio, aver ragione! Mi fa star male! Dovrei forse gioire del fatto che vi sia dell’errore e/o del dolore in chi mi confronto così che possa dirmi: che bravo e che bello che sei Vitaliano?!

Non mi ci vedo come fonte di ragione. Nè parziale, né assoluta. Al più, mi vedo come il muro dove lanci la tua palla! Non è del muro il compito di dire il vero o lo sbagliato. Sei tu che te lo devi dire per il fatto che il lancio ti è tornato con angolazione non retta oppure retta. Se la palla ti cade per terra, al massimo ti concedo di dirmi: cazzo! Ogni altra visione di me (da quella di “muro”) non aggiunge nulla alla mia vita. O, meglio, aggiunge solo dello stronzo accumulo della mia già non poca vanità. Orrrrore!!! 

manofronte

"Uomini e Topi"

Leggo che in uno studio pubblicato su Nature, si dimostra che i topi che assumono marijuana, sono maggiormente esposti verso l’eroina. Secondo me, questo studio dimostra solamente che i topi assumerebbero qualsiasi cosa pur di uscire dalla gabbia! Anche l’Uomo, quando si riduce e/o viene ridotto a topo!

manofronte

Amare non è incatenare.

Lettera aperta a tutti gli ergastolati da falsi rapporti.

rombo

Nessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso!

E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che, (almeno nei fatti meno dolorosi), non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro.

Il dolore nella separazione (per la riappropriazione di sè) è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare, (nel dolore), la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. E’ nell’assenza del dolore, ma non per questo, assenza di piacere. Ad ognuno la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso.

Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità, se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta! Vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, non per quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame di vita. Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché, il tuo essere, è un’esca insufficientemente appagata.

manofronte

Allah Akbar, Monsignor Vescovo di Verona.

Il Dio che è Abkar può non essere giusto? Chiedere la sua giustizia, quindi, è una delle possibilità offerte dalla Sua grandezza. La giustizia tutela. La Sua giustizia è il massimo delle tutele. Allah Akbar, allora, non è solamente il grido di chi combatte in suo nome, ma è anche l’invocazione di chi si protegge con il Suo nome. 

Poiché abbiamo bisogno di sentirci protetti dai fondamentalismi, (tali perché si sono impossessati di Dio, o, quanto meno, dell’idea che loro hanno di Dio), vedrei l’invocazione araba, non solo teologicamente non contraddittoria, ma anche ritualmente e spiritualmente necessaria al nostro bisogno di pace, tanto, che la introdurrei, (all’inizio di ogni funzione), nei nostri riti. 

L’officiante dovrebbe dirla con la lingua della religione che ospitiamo, e i partecipanti al rito, rispondere la traduzione con la nostra. Questo, come tutela spirituale. Come tutela materiale, invece, farei apporre la scritta, ” Allah Akbar”, su ogni sito religioso e/o attinente. 

Il dire o scrivere ” Allah Akbar” in arabo, ha valenza maggiore che scriverla in italiano. Non solo perché indica l’inizio di un affratellamento fra parole, (questo nel senso spirituale dei termini), ma anche perché segna l’inizio della cura che medica una ferita che risale a tempi biblici. 

Adottare l’invocazione con la lingua araba, quindi, è anche un modo per riparare la colpa di un padre, che, relegando un figlio dove non c’era altro se non odio da coltivare, ha iniziato un male che sta travolgendo tutto e tutti. 

Poiché nessuno sa quale parola fermerà quell’odio, allora, potremmo ben cominciare con la Parola, perché, comunque la si invochi, è pur sempre Grande. Allah Akbar, Monsignore.

manofronte

Madri: secondo i punti di vista, Donne o Femmine.

Hai presente un caleidoscopio? Da piccoli, quando lo ero io, perlomeno, lo si faceva mettendo della stagnola colorata fra due vetri. Poi si inseriva i due vetri all’’interno di un cartone a tubo. Girando quel cannocchiale si componevano delle forme e ci si divertiva ad interpretarle.

Anche di una identità si può dire che è un caleidoscopio. Infatti, assume forme diverse in ragione dei punti di vista. A proposito della tua remissività caratteriale nei confronti della donna ti dirò ciò che via – via ho visto nel tuo caleidoscopico essere.  Ovviamente, non affermo ciò che è ma solo ciò che so’. (Chissà se ci va l’accento su so, sa, va, ecc.)

Per quel poco che ho conosciuto di tua madre e di tuo padre, direi che la forza del tuo carattere verso l’uomo e la vita l’hai acquisita dal lato materno, mentre, una certa acquiescenza verso la donna l’hai acquisita dal lato paterno.

Se ne convieni, si può dire che sai affermarti presso l’uomo e la vita per l’insegnamento di tua madre, e, non sai dire di no alla donna per l’’insegnamento di tuo padre che,  non sempre ma in prevalenza, non sapeva dire di no alla donna – madre.

Metto la differenza fra la donna – non madre e la donna madre, perché, mi pare, che è alla seconda che non sai dire di no, mentre, sai dire di no alla prima. Cosa che molto probabilmente faceva anche tuo padre.

Non sapendo dire di no alla donna – madre, si può anche dire che non sai dire di no a tua madre. Perché? Per il tuo carattere maschile, o perché, non avendola mai trovata, né come aspetto di tuo padre, ne come aspetto di te figlia, la “cerchi” ancora sia come padre che come figlia?

Ho messo cerchi fra virgolette, perché cercare una donna è anche cercare il suo aspetto sessuale, ma la sessualità è anche affettività, e, è a questo aspetto della tua ricerca di donna – madre, che ti penso ancora ingrippata. 

Morale della favola? Non è solo l’influsso di un genitore che devi eliminare, ma, tutti e due! Della serie quando siamo sfigati, siamo sfigati!

manofronte 

Antisemitismo: le facce dell’odio.

Si può essere odiati perché si possiede un valore, ma si può essere odiati perché lo si esibisce.   L’odio contro gli Ebrei può essere motivato dalla gelosia che il fratello non eletto prova verso quello eletto, ma, può essere motivato, anche dall’esibizione della condizione di eletti. L’odio, quindi, può essere provocato da una gelosia di Caino, ma anche da una vanità di Abele?

manofronte

Per arrivare a Israele, le vie della vita toccano Venezia.

Un autore italiano racconta di essere andato in un monastero di Venezia. Assieme al priore visitò la cucina del convento. Con loro entrò un grosso gatto. In mezzo alle due finestre della cucina c’era il camino. Il fumo non usciva completamente dalla canna: qualcosa l’ostruiva. Il Priore prese un badile e con il manico tentò di liberarla. Cadde una grossa pantegana. Il gatto gli fu addosso. I due animali si presero per la gola. La loro forza era paritaria. Separarli era impossibile. Il Priore prese i due animali con il badile e li gettò nell’acqua del sottostante canale.

p.s. Non cito l’Autore perchè non ne ricordo il nome, e neanche l’opera.

manofronte

 

Anche il "gomma" cancella.

Diciamola tutta! Si sa fare l’amore con le donne, lo si sa fare con gli uomini, ma non si sa farlo con il preservativo. Che sia, perché una volta indossato dice la sua su ciò che dimostra l’anima che lo regge, o su ciò che dimostra il momento, anche etico, che dovrebbe proteggere? Il rifiuto, allora, riguarda l’abito, riguarda “l’anima portatrice”, o riguarda anche l’etica del momento? In queste ed in altre ipotesi, lo rifiutiamo perché ci toglie piacere o perché ci costringe a sapere?

manofronte