Anche le piante non sono un isola.

Chi ha conosciuto la vita nel suo stare male, in alcun modo può farsi promotore di morte: sia pure della vita di alcune piante. Il fatto che sia pianta, quella vita, non muta l’universalista lezione di civiltà sostenuta da John Donne nella sua celebre poesia. La dove il poeta sostiene: “ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità”, alla stregua, sento che lo sradicamento di quelle piante diminuirebbe non solo la nostra partecipazione alla vita nel suo complesso ma ridurrebbe anche la nostra umanità. Ciononostante, perdere il senso delle proporzioni fra vita umana e vita vegetale, non di meno può rivelarsi una disumanizzazione, perché, se è ben vero che nessun uomo può essere contenuto in una formula, così, nessuna regola può diventare la sua cassa, se, contenendo rigidamente il suo essere, ferma la sua vita.

Ciò succederebbe se si deliberasse l’inamovibilità delle piante che stanno nello spazio sul quale si edificherà il tanto atteso padiglione per le malattie correlate all’Aids. In America, presso la Cultura dei nativi, un danno alla Natura (l’estirpazione di una pianta, giusto per restare in tema) oltre che con riti a favore dello spirito della realtà danneggiata, era anche compensato con un atto riparatore. Ebbene, a fronte di una scelta che per quanto inevitabile, comunque non può non essere dolorosa, propongo si pianti ciò che è stato tolto.

Così come si fa nei confronti di quelli che hanno sacrificato (ad altri e/o ad altro) o una parte o il toto di sé, propongo la collocazione di un cippo che ricordi che quelle piante sono state “un pezzo del Continente, una parte della Terra” che, se abbiamo tolto, tuttavia non per questo abbiamo dimenticato. Se dove daremo un segno di morte, lì semineremo un segno di vita, allora, nulla sarà perso al nostro presente perché avremo mostrato ciò che è dolore e, nulla sarà perso al futuro, perché avremo indicato come si provvede per curarlo.

afinedue