Caro Vitaliano.

La tua mail ha una straordinaria densità non solo di pensiero, ma anche di stile espressivo, nobile e antico, che mi avvince. Sono molto lontano ormai da un tipo di esperienza dell’assoluto così profonda come la tua, ma non così distanziato da non riuscire a sentirla e farmene affascinare. Non so se hai visto che ho pubblicato in uno dei miei blog l’inizio della tua mail, ma prima di procedere voglio chiederti il permesso di pubblicarne ancora via via dei pezzi che credo poossano piacere ed interessare anche altri. Mi è rimasto un po’ misterioso il motivo dell’arresto, alla fine della risalita dal pozzo, davanti all’uscita. Mi è venuta in mente la storia dell’indiano Joe, nelle avventure di Tom Sawyer, che viene ritrovato morto proprio in una situazione di questo tipo, davanti all’uscita dalle miniere, ma era stato fermato da una grata insuperabile di metallo.

Nel film di Bunuel “L’angelo sterminatore” i fedeli sono invece impediti dall’uscire dalla chiesa da un intimo divieto religioso. A queale delle due immagini assomiglia di più la tua situazione? Io non credo che per amare abbiamo bisogno di verità, credo, piuttosto, che l’amore, che già Platone aveva definito figlio della Povertà, sia anche umanissimo figlio dell’errore.

Mi affascina che tu parli di “informazioni del piacere”, ma vorrei capire di più il senso di questa definizione. “Per aver deciso di tornare al mio calice, mi ritrovo ora nella stessa posizione di partenza: quell’assolutamente normale, che sono stato e detto, dallo sciagurato che ho desiderato, con una passione talmente forte da poter sembrare amore, ma l’amore è comunione. Il mio “amore” verso di lui, invece, amoroso baratto”. Qui forse comprendo di più, ma non fino in fondo. Il tuo discorso è un corrusco lampeggiare, accompagnato da lampi e scrosci nelle tenebre, ma la luce trascorre troppo rapida per consentire all’osservatore di riconoscere nelle frazioni di secondo i luoghi non noti che dischiude.

Ti sento molto compenetrato da una cultura cattolica, dalla quale mi sono distaccato “or è gran tempo” e non riesco a condividere l’idea della pace come cessazione di ogni dissidio e assoluto, mortifero silenzio: identifico la pace in un conflitto misurato, ritualizzazo, perchè considero il conflitto (e il dolore) ineliminabile dalle cose umane. Certamente, se l’umanità ha zittito dio per le troppe parole, io sono tra quelli che hannp parlato e parlano troppo. Mi piacerebbe tuttavia che il nostro dialogo continuasse e aspetto di rileggerti presto. Un caro saluto.

afinedue