Mortifero il silenzio? Ma neanche un po! Vediamo se riesco a spiegarmi meglio.

Se la parola è l’emozione della vita che dice sè stessa, (e, quindi, le sue azioni), il silenzio è l’emozione (e azione) della vita che sente sè stessa. Sentiamo noi stessi, (non con le orecchie) tanto quanto sappiamo cassare il dissidio dalla nostra vita. Io non casso il dissidio dalla mia vita per mezzo della meditazione. Lo casso per mezzo del rifiuto di ogni meditazione, di ogni altro ascolto che non sia il quasi inavvertito fluire di una placida acqua. Avrai ben sentito i calmanti effetti di una vasca con l’acqua alla giusta temperatura. Ecco, il silenzio che intendo è vasca, e chi sta in silenzio, immerso nella vita e nella vitalità, a giusta temperatura.

La temperatura del silenzio è giusta, quanto la mente ha gli stessi gradi del corpo. In tale bagno, ciò che pare morte è solo un estremo rallentamento della vitalità. E’ certamente morte, quel bagno, per chi intende il vivere come una indefessa dimostrazione di sè. L’annullamento del dissidio che attua il silenzio, permette di raggiungere una conglobante condizione di totalità. In quella totalità, si perde il senso dell’azione fisica e culturale. Non si perde, però, il senso dell’essere. Caso mai, si rischia di perdere il senso dell’esserci.

Nella ricerca dell’emozione attuata dal silenzio, il raggiungimento dell’essere è dose, ma overdose di ricerca il perdere il senso dell’esserci. Anche il perdere il senso dell’esserci può essere inteso come una morte. Da più di qualche anno sospetto che una delle cause della tossicodipendenza consista nella perdita del senso dell’esserci, provocata dalle droghe quando sono sedative: vedi l’eroina, o più blandamente, il fumo psicotropo. La perdita del senso dell’esserci (in questo caso non come morte ma come la totalizzante comunione di sè) è un Nirvana, che, se ha sedotto i mistici, figurati se non riesce ad avvinghiare i tossici.

Nell’ipotesi ti sia sfuggito, parlo del Principio e di principi, cioè del massimo ideale sul piano spirituale e del massimo ideale sul piano culturale. Dopo di che “scendo dal fico”, cioè nel reale che non ignoro e non nego. Il principio dell’amore, pertanto, nell’ideale è la verità. Il principio del nostro amore e del nostro amare, invece, è nella nostra capacità di mettere in comune le nostre verità.

Immaginati mentre hai l’incarico di scrivere su un certo tema. Immaginati, mentre delle personalità diverse fra loro, te lo dettano contemporaneamente. Ognuna di esse è un sè con propria caratterialità, conoscenze, motivazioni, ecc. ecc. In quella situazione è chiaro che la tua scrittura diventa di tutto fuorchè lineare!

La capacità d’espressione che hai notato come affascinante, ed anche tempestosa, credi, più che un volontario stile di scrittura, è, appunto, il cercar di mettere ordine in una caciara di voci, che solo recentemente riesco a gestire. Sia nel tempo dei diluvi verbali (e verbosi) che in questo delle pioggerelle, quando scrivo ho la mente assolutamente vuota. Sento che ho terminato un dato scritto (e che era il corretto che intendevo dire) quando sono giunto a placide acque, quando, cioè, nessun concetto, parola, o rigo, contiene del dissidio: luogo di non verità, perché il dissidio è il Divisore che impedisce sia l’unità della nostra trinità che la comunione con la Trinità della vita.

Divinamente bella, la definizione che, in Tommaso, il Cristo da di sè: Io sono l’Indivisore. Se la Chiesa praticasse l’indivisione, avrebbe tutti ai suoi piedi! Per amore, però, non perché maschio o mastio degli infelici. Se per cattolico intendi appartenente alla chiesa cattolica, sbagli. Non mi riconosco appartenente a nessuna chiesa, perchè, in quanto luoghi dello Spirito del Principio, di per sè noi siamo chiesa. Diversamente, nel senso di universali, sono cattolici i miei discorsi.

A proposito di universalità della vita, ti rimando al significato del simbolo culturale per Damasco e alla sua storia. Certamente la chiesa cattolica è stata il mio in – vaso. Dei miei scritti puoi fare quello che vuoi: non li considero proprietà personale, così come un dattilografo non è proprietario del testo che batte. Mandami l’indirizzo di dove li collochi: lo metterò fra i Preferiti, e li troverò più facilmente.

In Rete c’è la versione parziale della mia opera. Se può interessarti la generale, dammi un indirizzo di posta che ti mando il Cd. Credo di potertelo spedire anche via Rete, ma non ho ancora capito come si fa. Dal sen sfuggita, anche a me è parsa misteriosa quella volontaria rinuncia ad uscire dal pozzo. L’ho sentita più che capita, solo dopo, credo.

Dico che vi è giustizia, nel non uscire dal pozzo della coscienza che contiene la chiarezza che corrisponde al nostro stati di vita, perché la troppa luce (o verità) in alcuni esalta lo spirito al punto da elevarli sino al fanatismo. In altri li acceca, e quindi impedisce la visione che la Verità intenderebbe dare. In altri, ancora, altera la personale capacità di vedere ed in questo ne altera l’identità. In definitiva, la rinuncia ad uscire da pozzo è il rifiuto di uscire da noi. La mente che precede i passi, infatti, vede le stelle ma non i sassi, e la vita di una Natura separata dalla sua Cultura, non può non diventare ipocrita: cioè, non più vita di sè, ma esercitata vita, di altro da sè.

Non grata di insuperabile metallo ci deve fermare per non andare fuori (con la mente), ma grata di libera ragione, e non intimo divieto religioso, ma intimo divieto di una conoscenza, che può travalicare la sua mente (luogo del vero umano) solo snaturando il suo corpo: luogo del bene umano. La conoscenza del vero superiore (nostro e della Vita) verrà . Avendola qui, dobbiamo capitalizzarla per il dopo, non agirla, ma, se proprio pensiamo di doverla agire, che sia in modo da non recare dolore. Il dolore (subito o procurato che sia) è male naturale e spirituale, da errore culturale.

Non volermene, ma nella definizione dell’amore, non concordo con Platone: almeno come principio. Che poi gli amori si basino anche su motivazioni che si rivelano erronee, va beh!, nessuno è perfetto, ma non per questo l’amore è povero, al più, poveri gli amanti, ma di che ricchezze hanno bisogno quelli che si amano? Non per questo sostengo che a due cuori basta una capanna. Sostengo però che una grossa Mercedes non elimina la povertà in amore, se poveri di motivazione sono i cuori che ci viaggiano.

A mio avviso Platone ha compiuto l’errore di dare al soggetto, (l’amore) la condizione dei soggetti, o forse ha nominato amore la sua condizione di un amante, che, per quello che ne so, non mi risulta pienamente attuata. Se baglio, correggimi. Per amoroso baratto, intendo uno scambio di sentimenti, veicolati da interessi con prezzo. Non mi capisci sino in fondo, non per mancanza di sapere, ma per mancanza di un sentire, che, se è stato la mia tragedia, ora, a raggiunta attenuazione del dolore, sta diventando la mia commedia.

Per quanto siano state tragedie, non mi piace niente il presentar commedie, ma, sento che lo devo fare. Prima o poi, capirò il perchè, o se avrò sbagliato. Temo che la mia luce ti risulti come quella che si vede proiettata sui muri della galleria mentre il treno la percorre, perché condenso i miei pensieri: vuoi per una non chiara ritrosia, vuoi per non risultare prolisso.

Per informazioni del piacere, intendo le sensuali e sessuali che il corpo comunica alla mente. Ho bisogno anch’io di avere un interlocutore, così, visto che mi chiedi di soffrire ancora, ti lancio questa mattonata.

afinedue