Dialogo sulla maternità: quando è seno, e quando è Medusa.

Mauro – “non si può amare un bambino e volerlo, se non si ama anche l’uomo che con te lo ha generato; è una considerazione banale, ma la maternità passa attraverso l’amore.”

Vitaliano – Che la maternità passi attraverso l’amore non vi è dubbio alcuno. Considera però, che vi è anche la maternità adottiva. Quella, ama il bambino, pur non amando l’uomo che l’ha generato. Non è desiderio di puntualizzazione il mio. E’ solo, attestato di riconoscenza che sento di dovere alle tante Cesire.

Mauro – ma la maternità adottiva é una normale maternità…

Vitaliano – Normale, forse nel desiderio di figlio/a, e nelle manifestazioni affettive e di cura, ma, per i restanti versi, non la direi normale, oppure, mi sfugge il significato che gli dai.

Mauro – in cui comunque si ama ancora l’uomo con cui si vive anche se attraverso un bambino che non é il proprio?”

Vitaliano – Carissimo: rispondere a questa domanda è leggere il cuore della donna che addotta. Potrebbe essere vero, come non necessariamente vero.

Mauro – questo introdurrebbe il discorso molto più inquietante della maternità in cui é invece il bambino il centro esclusivo dell’amore e l’uomo è poco più che uno strumento o uno sfondo.

Vitaliano – Interessante il termine che hai usato: inquietante. Tanto più, perché usato per definire una realtà, che direi, normale, ma nel senso di comune accadimento. Naturalmente, esistono storie ben diverse, cioè, maternità e paternità accomunate da paritari sentimenti. All’interno del discorso, in te, cosa evoca “inquietante”?

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso. So solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulti e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante. Il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico. Una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perchè l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate. Naturalmente, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.

Vitaliano – Scritto intenso, Mauro. Per commentarti sono costretto a riprenderlo punto per punto.

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente, non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso.”

Vitaliano – Mi pare ci sia una sovrapposizione di pensieri, per cui, ti chiedo: a quel campo ti riferisci? A quello della maternità naturale, o a quello della maternità adottiva? Nella maternità naturale, la donna dovrebbe saper distinguere ciò che compete all’uomo da ciò che compete al bambino, ed amando, dare ad ognuno quello che gli compete. Generalmente, è così anche nella maternità adottiva. Quando non lo è, è perché in quella famiglia, l’adozione è un elemento, per molti versi e forme, compensante: vuoi per la donna, vuoi per l’uomo, vuoi per entrambi. Per tale affermazione, si può dire che l’adozione è la cura che sana un deficit nei coniugi. I rapporti fra i tre, allora, sono molto più complessi, e, pertanto, di difficile catalogazione.

Mauro – so solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulto e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante, ed il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico.

Vitaliano – Rilevo della mano libera in questo pensiero. Ho capito cosa intendi dire per i nostri precedenti discorsi. Chi ti legge a nuovo, però, temo proprio che non capisca, il senso del contentino omosessuale che un figlio concede alla madre castrante, pur essendoci al proposito, ampia casistica.

Mauro – una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perchè l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate.

Vitaliano – Concordo con la generalità di un pensiero che riporta anche mie conclusioni. Più che madre pedofila però, la direi madre Medusa. Medusa, nel senso di madre che pietrifica, attraverso arrestanti sentimenti, (arrestanti per ricatto) lo sviluppo della mascolinità del figlio, mantenendolo, per ciò, per sempre nel suo utero: culturale, ovviamente. A mio vedere, è di genere Medusa, (o diventa di genere Medusa) la femmina, che pur non avendo conflitti sessuali con l’identità maschile, li ha con la maschile genitalità. Per tale stato, (in genere da blocchi verso il sesso) travasano nel bambino, un amore filiale mescolato al sessuale. Poiché, tale travaso non può non generare dei sensi di colpa, pietrificano la colpa, pietrificano l’uomo che sarà, nel bambino che è. Nella pedofilia, non esiste la pietrificazione del soggetto desiderato. Direi quindi, che pur essendo una filia diretta verso un minore, il rapporto, anche emozionalmente sessuale, della madre – Medusa verso il figlio non è pedofilia.

Mauro – Naturalmente, comunque, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.?

Vitaliano – Che tutte siano forme, concordo. Che nessuna sia norma, dipende. Ogni forma, direi, è norma a sé stessa, ma ogni norma a sé stessa, non necessariamente, è norma anche per il sociale, quindi, qualche forma, non è a norma.

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