Terminato di leggere la zeffirellata su Cristo, che dico in un post seguente…

… mi sono fatto degli spaghetti olio aglio peperoncino, e mi sono aperto un Camilleri d’annata: Pensione Eva. (6euro spesi benissimo!)

Sentite… “Fu canticchia prima dei suoi dodici anni che Nenè finalmente capì quello che capitava dintra alla pensione Eva fra i mascoli grandi che la frequentavano e le fimmine che ci abitavano.”

asterisco

Tardo anche allora, io lo capii verso i sedici. Lavoravo al bar Aurora di Este. Di fronte al bar, una pensione: Il Cavallino. Adesso è una Concessionaria d’auto. Nessun cavallo o stalla, al piano terra. C’era un’autorimessa, e alla sinistra di quella, il ristorante della pensione. Citando il Camilleri, Il cavallino, “era qualichi cosa di meglio di una locanda, e qualichi cosa di peggio di un albergo.”

Ricordo serate d’inverno. Ogni tanto, dalla pensione giungeva qualche richiesta: ricordo poche cioccolate calde. Il più delle volte, brulè che dovevano arrivare ancora bollenti. Ricordo strane atmosfere al bar, dopo quelle ordinazioni. Erano fatte di cotone. Di quello a fiocchi. Di quelli, che per quanto li tiri, non si strappano mai. Mandavano me. Pesante, il vassoio che dovevo portare, tra bicchieri e piattini per non far raffreddare il brulè. Drammatico il passo, fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì.

Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo che non ho visto preparata una volta. Attorno al tavolo, masculi grandi, fimmine, e disagi. Se c’erano risate, forse scoppiavano dopo che me n’ero andato. Non tanto perché riguardavano me, (almeno penso) ma, forse perché c’erano due occhi di meno. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande.

afinedue