"Mi sarei aspettato una considerazione più profonda, da uno che sul suo blog scrive tante saggezze", mi dice, temo deluso, Ispanicoroma.

Bene, Ispanicoroma. Vediamo se riesco ad essere più profondo. Se ci casco troppo, nel profondo, fammi il favore: tirami su! Ognuno di noi, a mio avviso, è via (Natura) della verità (Cultura) della propria vita. Questa strada, è soggettiva. Questo non esclude delle corrispondenze fra vita e vita; questo esclude, che una data vita possa inserirsi in un altra, al punto da giungere a deviare un soggettivo percorso. Credo, inoltre, che, vita, sia una infinita serie di domande, alle quali dobbiamo dare le nostre, soggettive, risposte. Allora, se per capire che cos’è “vita”, si sceglie di percorrere una data strada, chi sono io (o cosa ne so, io) per disquisire se giusta o sbagliata quella scelta, o addirittura, per fermarla?

Credimi, almeno per quanto mi riguarda, non è un girarsi dall’altra parte, è un guardare, accompagnato da un doloroso dover tacere, appunto, per quanto detto sopra. Il non condividere, per me, si dovrebbe limitare, a non percorrere quella strada, se non la si sente come corrispondente al proprio momento esistenziale. Ti faccio un altro esempio sul mio modo di pensare. Io sono contrario all’aborto, tuttavia, ho votato a favore. Allora, vi è maggior saggezza nell’opporsi all’aborto, o vi è maggior saggezza nel non opporsi all’altrui diritto di avere libertà di scelta?

Altro esempio: se io compio un errore che coinvolge solo me (quando non coinvolge solo me, la legge difende l’eventuale coinvolto) le paghi tu, le mie dirette “spese”? Se tu fai una cosa giusta, li godo io, i tuoi diretti “guadagni”? Morale della mia favola: ad ognuno le sue scelte, le sue spese, i suoi guadagni.

E’ chiaro che quanto sostengo ha infinite implicazioni e sfumature, ma è altrettanto chiaro che che questo è una risposta ad un tuo commento, non una tesi di laurea. Ciao.

afinedue

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhh!

Esco dal supermercato. Nessun casinista nel giardino. La panchina è libera. Mi siedo. Mi descamiso. Tolgo le calze. Muovo le dita nelle ciabatte. Ho i pantaloni, completamente punteggiati di cera nera. Sembro, na’ mitragliata del 43. Rovisto nel sacchetto. Tramezzini al salmone come antipasto. Tramezzini al tonno e insalata russa come piatto. Ananas a pezzetti poi, e per finire, un cestino di fragole, rigorosamente non lavate! Leggero ruttino. Sigaretta. Leggo il giornale a grandi falcate. Non ho voglia di rumori. Lo chiudo. Altra sigaretta. Mi guardo attorno. Il mondo gira. Oltre me.

afinedue

Un giovane uomo di Destra.

Un giovane uomo di Destra, (non andava a donne, non andava a uomini, e che ha finito col mettersi insieme ad una donna che ha poi preferito mettersi con una donna) ci frequentava, noi, gruppo di Finocchi con infinite sfumature di femmininità come di virilità. Anche se fascista, non era di animo cattivo, così l’abbiamo accolto nel gruppo come un amico.

Non ricordo per quale discorso e/o proposito, ma una volta ebbe a dire: si deve fare così!!! Ma come, tu, umanamente nullo, (benché fascista) ti permetti di imporre un qualcosa a qualcuno?! Via, via! E non per le sue idee politiche, vero, ma per la sua volontà di imposizione, che fascismo, per me, è questo, non, essere conservatori. Devo amaramente riconoscere che “fascista” è uno spirito molto trasversale. Tanto è vero che indossa cravatte non solo nere. Tanto è vero che indossa anche dei bianchi collarini di plastica.

afinedue

I Puloti a scuola? Ma, per favooooreeee!

Il fatto che qualsiasi droga faccia male (tanto o poco la si assuma, e leggera o pesante che la si voglia dire) direi che è universalmente scontato. E quando subiamo del dolore, dove andiamo, dai Puloti, o dal medico? Ebbene, siccome è altrettanto noto che è meglio prevenire che curare, nelle scuole vi sia prevenzione medica, non, carabbinieristica! Come, la prevenzione? Semplice! Con i metodi usati per l’antidoping: accertamento a campione! Chi non risulta colpito da quel male non paga l’accertamento. Chi risulta colpito da quel male, lo paga. Se altro avrà da pagare il positivo all’accertamento, decida la stessa scuola dell’accertato, in concorso con i Consigli d’Istituto o analoghe forme: e che c’è vo’?!

afinedue

 

Giardini e galere

Un amico che non mi vedeva da tempo nel giardino, m’ha chiesto se non ci ero più venuto a causa di una banda di moldavi che picchiava e derubava i Finocchi. Da un paio di questi, mentre era in compagnia di un suo amico arabo (amico, non amante) ha sentito dei passi di corsa dietro di lui. Si gira. Vede chi correva. Con lo stesso velocistico impegno di quei parassiti, taglia la corda. La sera dopo, rivede l’arabo e lo rimprovera per non averlo difeso. L’arabo gli risponde: che vuoi che faccia! Io ci vivo, qui! Già!

afinedue

Sono sul lavoro. Decido che ne ho abbastanza. Vado a prendere un caffè.

Percorro il porticato. Mi cade l’occhio su una forma stesa sul pavimento. E’ girata di fianco. In posizione da sonno. Piove della madonna, anzi, grandina. Mi avvicino. Lo scuoto. Non reagisce. Lo rovescio di schiena. E’ straniero. Indiano. Respira. E’ già qualcosa. Pur sentendomi pienamente cretino, gli dico che non può stare qui. Borbotta. Mi fissa. Non mi vede. Chiamo il 118. Il 118 chiama la Polizia. Arriva la Polizia. Arriva il 118. Lo rimettono in piedi. Non ci sta. Lo reggono. E’ completamente ubriaco. Quasi perso. E’ chiaro che non capisce quello che gli chiedono. E’ chiaro che non capiamo neanche noi. Nessuno sa cosa fare. Uno dei due poliziotti lancia una proposta: se lo mettiamo sotto l’acqua, vedrai che gli passa tutto. Vero. Anche annegandolo, probabilmente. Alle domande dei soccorritori, l’indiano continua a dire no – no! Fa giunto le mani all’altezza del volto. Ogni tanto si abbassa per toccare le ginocchia di uno dei poliziotti. Uno dell’autoambulanza dice che non può portarlo via perché l’indiano dice sempre no, no. Io, che non sto mai zitto, gli obbietto che se una persona non è in grado di connettere per il si, che cavolo di valore può avere il suo no! Quello mi guarda. Tace. Non sa cosa rispondermi, evidentemente. O forse, ha realizzato, che a differenza dell’Indiano che se le mette sul volto, io le mani le metto sulle palle! Giusto per vedere se ci sono. Giusto per sentire se hanno peso. Giusto per capire cosa valgono. Ma tutto è bene quello che non finisce peggio. L’indiano pare riprendersi. Lo caricano sull’autoambulanza. Lo siedono. Vedo che guarda il posto dov’era steso in due dita d’acqua fredda sino a qualche momento prima. Chissà a cosa passa per la testa, a chi, anche in un gesto di immediato passato, vede, forse, il suo futuro.

Non l’India, direi.

afinedue

 

Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia.

L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti.

Prassitele, forse.

afinedue

C’è un caldo boia. Sono distrutto. Il solito giornalaio è chiuso. Vado da uno che è dietro l’Arena.

Arrivo sotto il residuo che chiamano ala. Sono in bici. La velocità è quella di chi sta retto per motivi che non ho mai capito. Una maestra che guida un gruppo molto sparso di ragazzini mi veda arrivare. Devo essergli sembrato un camion e rimorchio perché si mette ad urlare: state uniiiitiiii! Ci sooono leee bicicletteeee!

Le bicicletteeee? NOOOOOO, gli ribatte una voce dal gruppo.

Signur! Perché non c’è più niente come una volta!

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Certo, Marco. Alla domenica sono libera tutto il giorno.

Sto leggendo il giornale. Sulla panchina di fronte si siedono un uomo ed una donna. Dell’Est. Lei è sulla trentina. Per il resto c’è poco. In quello che vedo. Lui è un filibustiere. So quello che dico. Li ho desiderati. Anche amati. Non capisco quello che si dicono. Sembra una sorta di elencazione delle difficoltà. Lei elenca. Lui sa. Ad un certo punto, la ragazza si arma di telefonino e chiama. “Certo, Marco (tutta cara la voce) alla domenica sono libera tutto il giorno. Possiamo prendere un caffè e parlare.” Saluta e chiude. Girandosi verso l’accompagnatore fa il gesto che significa: hai visto? Che ci vuole?!

Povere donne. Poveri uomini. Povero me che non penso mai hai cazzi miei!

afinedue

Le teste del piacere su le teste del sapere.

Finisco il lavoro. Inizio il giro delle solite cappelle: giornalaio, tabaccaio, birretta da un amico, tramezzini e birra scura al supermercato. Indi, all’ombra di non so che albero, mangio e leggo il giornale, poi, a casa. Sono quasi le cinque. Non ho voglia di niente. Vado a letto. Sogno. I miei strani sogni. Sono sul lavoro. C’è un giro di gioventù che corre lungo i porticati e staziona sul verde. Faccio un giro di controllo. Giocano buttandosi dietro della terra. Il pavimento del porticato è in gomma: un bullonato nero. C’è terra da per tutto. La ragazzaglia mi vede arrivare e mi capisce al volo. Scappa. Sul prato centrale, però, seduti sull’erba, ne rimangono alcuni fra un canaio di carte e cartoni sparsi in giro. Non ci vedo più!!! Dite ai vostri amici, urlo, che questa è una proprietà privata, e che loro sono delle emerite teste di cazzo!!!! C’è chi mi guarda ridendo. C’è chi mi guarda incazzato. C’è chi non mi fila per niente. Come non esistessi. Sappiamo cosa significa emerito, ma, quanti sanno cosa significa testa di cazzo?

Provvedo per quelli che non lo sanno. Essere delle teste di cazzo, significa sottomettere il principio del sapere (il vero) al principio del piacere (il bene) senza curarsi del giusto: principio della vita. Non è vero che non esistono più i valori. E’ vero, invece, che esistono le teste di cazzo, e che stanno imperando!

afinedue

Non vedo liberazione sessuale. Vedo, invece, degli evasi dalle gabbie.

Vedo liberazione nel maggior consumo di sesso, ma, in generale, non vedo liberate identità sessuali. Una liberazione sessuale, implica la personale gestione di due chiavi: quella culturale, e quella morale. La cosiddetta liberazione ci ha permesso l’uso della chiave culturale, ma la chiave morale, è in mani che non la concedono! Al che, siamo liberi a metà, o, a dirla con uno scrittore: dei guerrieri dimezzati. Di conseguenza, dimezzati, anche come Persone. In tali frangenti di sofferenza, la cura che negli ambiti socializzati va per la maggiore, è l’ipocrisia. In quelli non socializzati, (o parzialmente tali) invece, ci si cura da strozzati orgasmi, per mezzo di protesi: prostituzione, e pornografia. Dove non si libera, o non permettiamo la liberazione della vitalità nella sessualità, il sesso finisce con l’essere la merce che ti permette di sembrare, libero! E per via del sembrare liberi, la droga, è il senso che lo permette di più. Ovviamente, auspico la libertà nell’essere, non, in quella del fare che non può non tener conto che vi è chi non sa gestire (personalmente e socialmente) quella libertà.

afinedue

Il sesso e la lampadina.

Giusto per togliermi qualche ragnatela all’apparato, ieri sera stavo uscendo. Prima, però, decido di rispondere ad un commento. Destino o fatalità, questo ritardo sulla decisione permette l’arrivo di un mio amante. Sui 40. Piccoletto e torsolotto. Tunisino. Possibile spaccia. Senza cielo, né terra. Elementare. Spontaneo. Strumento che ottimizza la strumentazione. Sale. Sale, mi abbraccia, e via facendo. Terminato, il faccendo con reciproco piacere, diventiamo due estranei che solo la reciproca confidenza e cortesia, tiene ancora uniti per quel tanto che basta per il bacino finale, tuttavia, se dovessi seguire quello che sento lo manderei a rivestirsi in cortile. Soddisfatto il piacere, infatti, mi sento come una centrale che ha prodotto luce solo per una lampadina. Il che può andar bene per case che non hanno più di una stanza. 

afinedue

Anche i Media sono bombe. Sia pure a scoppio delegato.

Il Serra dice che le scritte murali e le minacce epistolari rivolte al Bagnasco hanno avuto sui media, un rilievo maggiore alle molto più serie rivolte al Cofferati. Credo anche ironicamente, il Serra ne deduce che fare il vescovo in Italia è più importante che fare il sindaco. Può essere, ma cosa ha impedito ai media di dare ai fatti lo stesso rilievo? A mio avviso c’è una sola risposta: la diversa considerazione che hanno di Sindaco e di Vescovo. Naturalmente, non è detto che sia la considerazione del personale giornalista. Può esser detta, però, considerazione di commercio.

Nelle scafalature dei giornali, cosa, il cliente compera di più? La fascia del sindaco o il bastone del vescovo? E, perché, l’una più dell’altra? Perché il cliente preferisce l’una più dell’altra, o perché la posizione nella scafalatura gli fa preferire l’una più dell’altra? Al che, ci si può anche domandare: è il fatto a costruire il rilievo della merce, o è la merce a costruire il rilievo del fatto? Allargo il discorso. Ammettiamo che io sia uno psicopatico in cerca di compensante notorietà. Se già sapessi che un mio fatto verrà pubblicato in piccolo e senza strillante titolone, comunque sarei tentato di compierlo più grave per avere più grande il titolo?

Non vi è dubbio che non si debbono censurare i giornali. Altresì non vi dubbio che l’autocensura, per quanto auspicabile, in vario modo danneggia economicamente un giornale. Dove non vi può essere censura, e dove anche l’autocensura è un danno, a mio avviso vi dovrebbe essere censura delle emozioni. Come? Dando ad ogni notizia, paritaria misura di carattere. Mi si dirà: bravo, Vitaliano! E, chi comincia per primo, col rischio di favorire la concorrenza che continua a strumentalizzare le emozioni a favor di bottega? Semplice! Che ci vuole per fare un’apposita leggina? Bravo, Vitaliano! E per le radio e le Tv, che se non urlano le notizie non stanno bene, come la mettiamo? Come per la pubblicità che non può alzare il volume di trasmissione, così, se la lettura della cronaca in radio o in Tv non avviene in tono discorsivo: multa! Possibilmente pesante. Dobbiamo metterci in testa, che togliendo l’esplosivo alla parola, contribuiremo a togliere esplosivo, sia da altre armi, sia da altre menti.

afinedue

Oddio, i fiori di zucca, fritti con la pastella!

La Cesira me li ha fatti solo una volta. Costavano, ai miei tempi, i fiori di zucca! Ti parlo di 55 anni fa! Quale vedova ricorda così tanto un marito? Se devo pensare alla dolcezza di un sentimento, lo penso fiore di zucca fritto con la pastella: veneta o napoletana che sia, che ho avuto amanti importanti sia di quelle parti che delle mie. E’ vero! Mi è capitato di mangiarne ancora da qualche parte in qualche posto, ma, non erano i miei amati fiori. Erano molli come amanti non interessati a farti sentire il crunk!

afinedue

Ore otto e qualche minuto! Nulla va bene signora Marchesa.

La srjlankiana collega mi dice che l’operaio se n’è già andato perché aveva mal di pancia. Morale della favola: quasi tutto da fare. Panico! Trovo altri due operai, ma, da lunedì, perché prima vengono gli amici! Etica invidiabile, ma intanto che faccio? Glielo racconto alla polvere?! In qualche modo tampono. Finisco nel tardo pomeriggio. Avete presente le acciughe? Sono così! Vado a prendere sigarette e giornale. Voglia di andare subito a casa? Zero! Voglia di farmi da mangiare? Zero! Vado dal mio Kebaccaro. Gli ordino una porzione grande di patate fritte. C’è un caldo boia, all’interno del 2 x 2 che osa chiamare negozio. Prendo una sedia e mi siedo sul marciapiede. Apro la prima birra. Pardon, la seconda! Non potrei stare sul marciapiede, ma per fortuna, il vigile che può confermarlo non passa, o deve ancora nascere.

Passa una vecchia culandra. E’ la versione maschile della vecchietta con i due cagnetti che avrete visto in Un pesce chiamato Wanda. Mi cade l’occhio sui suoi pantaloni: la riga è perfetta. Rifletto sull’età, e sul rifiuto di arrendersi. Passa un’anziana accompagnata dalla figlia. Non l’ombra di un grasso nell’anziana in emiparesi facciale, non l’ombra della figa che deve pur esser stata la figlia: ora, madre compita, ma, sepolcreto della passera. Mi capita di vedere ogni tanto delle donnone africane o latine, più larghe che alte, eppure, ancora così femmine! Cos’è, che abbiamo sbagliato?!

Ordino la terza birra e una porzione piccola di patate. Dico all’amica commessa, e filarino dello spacciatore di farinacei, non sposarlo! E’ un bandito! Ride. Deve già saperlo. La capisco. E pakistano, lo sciagurato! Ti sorride come fossi l’amante della sua vita mentre ti pugnala il fegato con un olio che te lo raccomando, e che tu sai mentre fai finta di non sentire i rigurgiti dei suoi delitti! Dio, se almeno lo facesse alla Bin Laden, in qualche modo potrei anche difendermi, ma chi mai si è difeso quanto basta, dagli Arsenio Lupin?!

E ordino la quarta birra.

Passa un ragazzo sui venti. Tutto a puntino. Ivi compreso la cinghia bianca dei regolamentari Gabbana: pantaloni che paiono cadere dalle anche ad ogni passo, ma che non è vero pericolo, sostengono le chiappe, smentite complici (d’induzione a reato) dal fatto che il ragazzo continua a tirarseli su. Lo stesso tic anche nelle ragazze che portano le mini. O meglio, delle giustificazioni che spacciano per sottane. E che cazzo, ragazzi! Abbiate il coraggio delle vostre opinioni! O su, o giù! Che in mezzo, oltre che alla virtù, c’è anche l’ipocrisia! Così ragionando, dico di no alla quinta birra e me ne torno a casa. Giusto per recuperare il fiato andrò a dormire un po’. Al risveglio, vedrò di fare in modo di alimentare le illusioni di qualcuno, e poi, andrò a sperimentare la riuscita dei miei trucchi.

afinedue

Gli abusi negli usi dell’ombrello

Facile o non facile che sia, infilare un ombrello in un occhio, può non voler dire una volontà omicida, ma certamente vuol dire una volontà di ledere. Anche uno schiaffo, è volontà di ledere, ma certamente non vi è la stessa proporzione. E’ un po’ la storia di chi, ricevendo un pugno, risponde con una coltellata. Al punto, una provocatoria domanda: se ambedue le ragazze si fossero reciprocamente infilate la punta dell’ombrello nell’occhio, avremmo avuto la stessa reazione? C’è una concausa che forse non abbiamo considerato: la virilizzazione della femmina. Con annessi, connessi, e conseguenze.

Devo averlo già raccontato. Tempo fa, una ragazza sui venti è seduta sul marciapiede. Pare sofferente. Mi avvicino per vedere se posso far qualcosa, e vi giungo. Non appena vicino, questa qui si alza di scatto. Mi fermo, più che sopreso. In contemporanea, un ragazzo (arabo e bellissimo, giusto per la cronaca) gli blocca le braccia e la tiene ferma. La ragazza urla: lasciami, lasciami! Il ragazzo mi sorride e non la molla. Visto che la mia sola presenza è bastata a miracolare la salute di quella ragazza, mi allontano dicendo una frase che in apparenza non centrava per niente, cioè, l’amore può tutto. In un primo momento ho pensato all’amore fra quel ragazzo e la ragazza, ma strada facendo mi sono chiesto: se quella l’ipotesi, perché la ragazza voleva che il ragazzo gli liberarsi le braccia? Mi sono dato quest’amara risposta: la ragazza voleva che il ragazzo gli liberasse le braccia per aggredire me.

Lo “capirei” come prova di ammissione di chi intende entrare in una banda, ma lo si può capire come la prova che una ragazza vale tanto quanto un ragazzo nella dimostrazione di forza, anche, indipendentemente, da casi di varia delinquenzialità? Si, lo si può capire. Come si può capire che fra Doina e Vanessa, a monte del fatto, sia successo esattamente questo: una prova di forza. Chi la sfidata, e chi la sfidante? E’ chiaro che non so rispondere a questa domanda. Come credo sia chiaro, che non lo può nessuna delle due vittime: di sé come di questi momenti storici.

afinedue

In India: festival di bellezza per eunuchi.

Mi rivolgo alle donne, perché gli uomini non sanno guardare, o non sono interessati a guardare, o hanno paura di guardare.
………………..
Avete visto gli occhi di questo giovane? eunuco Non è un effeminato, che una qualche ragione potrebbe anche aver motivato il dolo, o il sacrificio religioso, o il mercato della prostituzione, o l’insieme delle cose. E’ una forza ancora maschia, quella che traspare dallo sguardo; tanto che lo dico, di chi non ha avuto scelta: rose sui cappelli, ora, e, per coprire il fronte, oro. Giusto per tacitar l’udito.

 

 

afinedue

Cardini e Cardinali.

Non mi ricordo più per quale sviluppo di pensiero, ma con un condomino (non particolarmente brillante) oggi ho parlato della minaccia a don Bagnasco. Diceva, il condomino: pensa, Vitaliano, sti schifosi, i ga mandà na’ pallottola al cardinale! Mentre parlava, vedevo uscire la C di cardinale, sempre più grande da quella bocca. La grandezza della C diceva il genere di sudditanza al titolo di Cardinale, di quell’uomo. Non da oggi, più è grande un titolo, più orgogliosi i servi! A dirla fra di noi, mi era anche venuta la tentazione di domandargli se sapeva cosa significava Cardinale, ma non ho osato: far fare la figura del fesso a chi ti paga lo stipendio, quasi mai è buona politica.  

Cardinale deriva da cardine: base, sostegno, fondamento, per lo più di una concezione o di un organismo di notevole importanza. [ Devoto – Oli ]

Nelle porte, vi è un cardine in alto ed uno in basso. Simbolicamente parlando, di un Cardinale, quindi, lo si può dire, fondamento di due ragioni: quelle del cielo e quelle della terra. Quale la Ragione fra Cielo e Terra? I cardini sostengono l’uscio. Sempre simbolicamente parlando, possiamo dire che sostengono la porta (chiamiamola verità) che apre o chiude il passaggio fra i due Regni.

Una porta si può aprire per spinta, o usando la maniglia. Possiamo dire, pertanto, che anche la porta della Verità si può aprire allo stesso modo: per spinta, o per impugnatura. Vedo l’apertura per spinta, come una forzatura della porta, (e, quindi, della Verità) sia che la si spinga posando la mano in alto, (cioè, a favore del Cielo) come posandola in basso, cioè, a favore della Terra. Lo vedo, perché spingendola in alto si forza il cardine in basso. Lo vedo, perché spingendola in basso, si forza il cardine in alto. Allora, dove è più giusto posare la mano sulla porta fra i due Regni? Direi, dove, in genere, i Cardinali non mettono la mano, cioè, in medio.

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Gesùgiuseppemaria!!!!

In sostituzione dell’operaio romeno (molto in gamba) la cooperativa mi dice ti mando un Sri Lanka. Abita vicino. Sono le 10 e mezza. Dico alla cooperativa: mandamelo subito! La cooperativa glielo dice. Alle 15, non era ancora arrivato. Dico alla cooperativa: mandamene un altro! Mi dice: ti mando un boliviano. Bene! Una ventina di minuti dopo, correndo affannata sotto un ombrello che pareva appena tolto da un cassonetto dell’immondizia mi arriva una persona. La guardo. Gli dico: mi dispiace, ma non assumo donne perché questo ambiente non è sicuro. Mi dice: ma, io sono un uomo! La riguardo! I casi sono due, o ha un petto particolarmente obeso, o ha due tette così! A me, non è che me frega più di tanto se questo è un transessuale, ma ho a che fare con 350 condomini, in un ambito che li vede come fumo negli occhi perché generalmente dediti alla prostituzione, (e passi) ma anche perché particolarmente casinisti: i brasiliani in particolare modo. E, mo’? Che faccio? Intanto, gli dico di cominciare domani alle 8. Staremo a vedere.

afinedue