Sono sul lavoro. Decido che ne ho abbastanza. Vado a prendere un caffè.

Percorro il porticato. Mi cade l’occhio su una forma stesa sul pavimento. E’ girata di fianco. In posizione da sonno. Piove della madonna, anzi, grandina. Mi avvicino. Lo scuoto. Non reagisce. Lo rovescio di schiena. E’ straniero. Indiano. Respira. E’ già qualcosa. Pur sentendomi pienamente cretino, gli dico che non può stare qui. Borbotta. Mi fissa. Non mi vede. Chiamo il 118. Il 118 chiama la Polizia. Arriva la Polizia. Arriva il 118. Lo rimettono in piedi. Non ci sta. Lo reggono. E’ completamente ubriaco. Quasi perso. E’ chiaro che non capisce quello che gli chiedono. E’ chiaro che non capiamo neanche noi. Nessuno sa cosa fare. Uno dei due poliziotti lancia una proposta: se lo mettiamo sotto l’acqua, vedrai che gli passa tutto. Vero. Anche annegandolo, probabilmente. Alle domande dei soccorritori, l’indiano continua a dire no – no! Fa giunto le mani all’altezza del volto. Ogni tanto si abbassa per toccare le ginocchia di uno dei poliziotti. Uno dell’autoambulanza dice che non può portarlo via perché l’indiano dice sempre no, no. Io, che non sto mai zitto, gli obbietto che se una persona non è in grado di connettere per il si, che cavolo di valore può avere il suo no! Quello mi guarda. Tace. Non sa cosa rispondermi, evidentemente. O forse, ha realizzato, che a differenza dell’Indiano che se le mette sul volto, io le mani le metto sulle palle! Giusto per vedere se ci sono. Giusto per sentire se hanno peso. Giusto per capire cosa valgono. Ma tutto è bene quello che non finisce peggio. L’indiano pare riprendersi. Lo caricano sull’autoambulanza. Lo siedono. Vedo che guarda il posto dov’era steso in due dita d’acqua fredda sino a qualche momento prima. Chissà a cosa passa per la testa, a chi, anche in un gesto di immediato passato, vede, forse, il suo futuro.

Non l’India, direi.

afinedue