Più o meno, anno 60. Sono il più alto del gruppo, e come sempre, in fondo. Il chierico, è quello che diventato prete, pare sia stato mangiato da un leone. Povero leone!

foto in collegio

Si chiamava Cantù: il prete, non, il leone. Era ancora diacono ma lo chiamavamo don. Individuo ipocrita e orrendo; sempre quel prete, non, il leone. Come lo so? Lo so perché l’aveva detto la mia pelle.

Il don Cantù (lo ricordo come oggi) era pappa e ciccia con l’effeminatissimo don Clelio poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca; non che ricevesse tanta corda dal don Clelio, però. Come lo so? Lo so perché il simile vede il simile; e diventa diverso il simile che vede nel suo simile quello che non gli piace.

afinedue

Faccio la Gazzabinskaja

gazzabinsckaja

Si avvicina il Carnevale. Decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di uno scampolo di velluto viola che dicono imperiale. Ma che me ne faccio di un 80×80?!! Lo compero lo stesso! Per questo? No. Per quello? Neanche! Per questo, no, e per quell’altro neanche, figuriamoci per un mantello! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’8oo. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema, é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Già da casa abbigliato, parto per Venezia. In prima classe, ovviamente!

Non come maschera sono andato per irte calli, ma come chi va a vedere le maschere. “Vestita di voile e di chiffon” non vi dico il freddo che ho patito. In Giappone devo avere qualche foto.

Sconvolto da cotanta grazia, il tassista che m’ha portato alla stazione di Verona (non ci crederete ma si è girata!) non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto una nobildonna uscire da una casa popolare.

A Venezia arrivo e vado. Non ci faceva caso nessuno. Per cena entro in una rinomata osteria. I seduti (direi di botto!) hanno tacitato ogni cucchiaio, ogni commento in punta di forchetta. Bloccati!

Non c’era posto. Non trovarne é il mio destino.

Tornando alla stazione, un mona in cerca di chissà che m’ha seguito a lungo. Figuriamoci se non so riconoscere un teppistello, ma lo stesso, concedendo e togliendo, m’è piaciuto dargli qualche speranza: a Carnevale ogni scherzo vale.

Col cacchio, però, che sono entrato nei vicoli dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskcaja sì, scema no! Non per quel tanto di poco.

A Verona la casa mi aspettava: popolare ancora.

ps. Avendo famigli, avrei fatto frustare la fotografa!

afinedue

La chiesa che non cerca l’egemonia, (dice don Bagnasco) chissà  perché mi ricorda un voto di povertà quando è ipocrita.

Ed in effetti, gli stipendi ecclesiastici non è che siano sto’ granché, tuttavia, lussuosi, (a livello immobiliare) gli alloggi dei suoi stipendiati. Quelli dei grossi capi reparto, almeno! Dove, però, non è vero, che la chiesa non cerca l’egemonia? Non è vero nello spirito dei credenti; forza naturalmente egemone in virtù del fatto di sentirsi bandiere di fondanti concetti! Chi, fabbrica quelle bandiere? L’istituzione ecclesiastica! E, per quale scopo le costruirebbe, se non per garrire? Nulla di male il garrire, ma, garrire sulla propria asta, o garrire più in alto delle aste di altre bandiere?! Questo è il problema! E’ ben vero che la chiesa non ordina a quelle bandiere di garrire sopra le altre. Vero è, però, che in ragione della fede dei credenti, più in alto ci finiscono comunque. Perché? Ovvio! Perché più in alto garriscono le bandiere, e più in “cielo” si sentono i reggitori delle aste! Cosa spinge le aste delle bandiere più in alto delle altre? La volontà della chiesa? No! La volontà di supremazia dei credenti, o con altre parole, la volontà di raggiungere un maggior spazio di cielo! Da cosa è formata la chiesa? Dalla somma dei credenti che reggono le aste delle bandiere! Sono credenti in pace con sé stessi? Se lo fossero, non avrebbero bisogno di manifestare alcuna vanità, e quindi, neanche di bandiere per manifestare il fideistico raggruppamento! Cosa fa la chiesa per temperare se non per ridurre quella volontà di vanità dei suoi adepti? Che mi risulti, nulla! Allora, come cavolo fa a sostenere di non perseguire nessun desiderio di egemonia, dal momento che nulla fa per impedire l’egemonia delle sue bandiere?

afinedue

Vivere o morire? Dentro o Fuori? Questo è il problema!

“… ma per me eutanasia e suicidio sono sinonimi di non coraggio a vivere la vita. Attenzione! Non ho usato volutamente la parola vigliaccheria perché avrei giudicato qualcuno che non la pensa come me, e giudicare è l’ultima cosa che voglio fare.”

Potresti dirmi, Giancarlo, dove trovi diverso il senso di non coraggio, e quello di vigliaccheria? A mio avviso, il problema non è eutanasia si, o eutanasia no. Il problema è che ognuno dovrebbe avere il diritto di gestire in proprio il grado di dolore che può sopportare. E se per qualcuno la vita gli diventa un massimo dolore, gli si dovrebbe dare massima scelta. E’ giusto? E’ sbagliato? Prima o poi lo saprò. In attesa di questo, “ognuno da quello che può!” Facci caso: non l’ho mica detto io.

afinedue

BENEDICTUS ORA PRO NOBIS

All’ultimo amato che ho buttato fuori di casa la vigilia di Natale di due anni fa, ho detto: senza di me, sei nella merda! E’ nella merda, è andato. L’ho rivisto in stazione, qualche giorno fa. Ingrassato. Forse in cirrosi. Leggeva un libro. Dalla particolare rilegatura, il Corano. Il che vuol dire, che sta cercando un “cavo” (o un Capo) per uscire dalla di me profetizzata merda. Questo per dirti, che quello che le “chiese” perdono nell’immediato, recuperano nel futuro, perché sanno bene, che nel personale futuro, quelli che non hanno saputo costruirsi un cavo o un Capo, hanno bisogno di chi glielo dia e/o sia.

afinedue

Non mi capitavano domande autunnali nei giorni da estate, una volta.

Da anni mi gira per la mente: perché solo gli esposti liberano i miei sentimenti e con quelli, la mia sessualità? Se amore è corrispondenza di stati, (naturali, culturali e spirituali) che cavolo di corrispondenza posso costruire con gli esposti, se non, ed al più, su base naturale? E, perché, su di una chiara passione naturale mi metto lì a costruire degli amorosi castelli?

L’amore è comunione, dicevo. Se culturale no, con la naturale, c’entra quella fra spirito e spirito? E di quale stato quella comunione, se negli esposti, non può non esservi sofferenza? C’entra una amore su basi di reciproca sofferenza nello spirito? E se c’entra, cosa amo, in quegli esposti: la gioia dell’amore, o una sofferenza in cui mettere la gioia dell’amore che, caso per caso, sono capace di vivere e di far vivere?

Non ho mai amato un’identità spiritualmente compiuta. Al più, desiderata, e poi, vista e dimenticata se rifiuta il mio desiderio. Ne ricavo, quindi, che amo (e/o cerco l’amore) solo in chi è spiritualmente sofferente.

Desiderio da superiorità? Non direi. In quel desiderio si cerca il possesso sulla persona, non, la persona. Un desiderio da superiorità, motiva la passione più che l’amore. Desiderio da inferiorità? Non direi. Al più, mi ci metto, in inferiorità, ma solo come tattica di battaglia non come desiderio di perdere la guerra che è dei soli sentimenti masochistici. E, masochista non sono: al più, molto tollerante. Almeno sino a che non mi girano le palle!

Per quale corrispondenza, allora, dal momento che corrispondenza è implicito desiderio di uguaglianza? Non mi rimane che una risposta: corrispondo con gli esposti perché sono un esposto. A che livello? A livello di relazione personale e sociale, col cavolo, che mi considero un esposto! Se ne sono ben accorti, quelli che lo credevano!

Certamente lo sono, però, perché infinite condizioni hanno disintegrato la mia totalità, ed amare, è pur sempre, un ricostruire l’amore abbattuto! Il nostro, quando non quello dell’altro, o dell’altra. Al punto, nell’esposto, amo lui, o amo me, in lui? E se amo me, in lui, e lui è solo strumento della mia ricostruzione, posso dire che amo o devo dire che uso?

E’ indubbio, che se si usa non si ama. Altresì è indubbio, però, che per giungere all’amore, è necessario un reciproco uso. Cosa legittima, allora, il reciproco uso? Direi, secondo il fine. Il mio fine, è far crescere chi si ama. E, dal momento che amo solo i bassi di statura, altresì ne ricavo, che amo complicarmi ulteriormente la vita! 

Perché, amo far crescere chi amo? Lapalissiano. Perché, facendo crescere l’altro, cresco io. Direi, allora, che l’amare diventa amore, tanto quanto siamo i ricambiati soggetti di quel crescente fine. Morale di questa favola: io amo, o io desidero, è risposta che possiamo conoscere veramente solo alla fine (contestuale o esistenziale che sia) ma, e intanto?

Intanto, amiamo!

afinedue

Le promesse della vita sono nelle premesse

Ho conosciuto il Giorno, ed ho conosciuto la Notte. Non pochi, ho conosciuto, di quelli della Notte. Quindi, per questa specie di diploma, (grande maestra di vita, la notte) consentimi estrema franchezza. In quelli della Notte, non esiste amore, se per amore intendiamo la comunione di vita e di vitalità di due esseri. E’ ben vero che questo esiste anche fra quelli del Giorno. Dove la cartina di tornasole che dice se vi è e quanto vi è amore? Direi, nell’assenza del dolore esistenziale per la presenza del bene esistenziale. La tua testimonianza è un groviglio di inscindibili emozioni di dolore. E, dunque? Sia nel Giorno che nella Notte esiste la passione: anche fortissima, anche assoluta, anche esclusiva. E’ un amore, la passione? No. E’ un amare. Si basa, sulla comunione di vita, quell’amare? Dipende, appunto, da cosa si intende per vita, e se alla luce del Giorno, o se nei chiaro scuri della Notte. Amore, è sentimento per la vita altra. Amare, è l’insieme di atti e di fatti che strutturano quel sentimento. Leggo del tuo crollo. Leggo il tuo disincanto. Ci leggo, inoltre, una lezione che la vita sta dando alla tua, dicendoti: le promesse della vita sono nelle premesse. Lo stesso vale per le promesse dell’amore: sono nelle premesse. Ciao

afinedue

La vita? La vedo così.

Come dico sempre, vita è corrispondenza di stati personali, sociali, e con la V maiuscola che a gentile richiesta tralascio. Vi sono corrispondenze coscienti, o non coscienti, secondo infinite misure. Si può dire, allora, che, vita, è il magmatico composto di vari generi di vitalità. Di quel composto, nella parte cosciente siamo chi conforma e conferma la nostra struttura identitaria. Nella parte non cosciente, siamo i conformati e confermati da quell’area di non propria conoscenza. Della libera volontà umana, allora, direi che è nave che veleggia verso un porto (la certezza della sua determinazione) navigando in acque che nascondono non si sa quanti scogli.

afinedue

L’amore: alleanza fra Parola e parole, mica banane!

Piano Silvia, le parole che sono prevalentemente suoni, diventano sirene, e dunque, prevalentemente puttane per chi scrive. Le parole, per essere amanti, devono passarti e passare della ragionevole vita. Questo, se non fai della poesia, ovviamente. Nella poesia, ognuno è materia, fabbro, e opera di sé, indipendentemente, da altro da sé. Il che vuol dire, che in poesia, c’è le diciamo e c’è le raccontiamo. Non mi pare il caso del tuo post! Ci sono delle indubbie ragioni, nella ragione di M. ma, c’è un ma. M. cita: ama, e fai quello che vuoi. Piano! Chi ama non fa quello che vuole. Chi ama, fa, reciprocamente, quello che sente per l’altro/a.

Chi ama, non può far diversamente. Facendo diversamente, è come se non amasse sé stesso. Secondo la mia ragione, amore è comunione. In ragione dello stato della comunione abbiamo lo stato dell’amore. C’è comunione, e quindi amore verso il nostro mondo, verso quello altro da noi, e verso il Mondo. Amare, pertanto, direi necessariamente, è fare quello che necessita per la vita nostra, per quella altrui, per quella del Mondo.

L’amore, è una reciproca alleanza. Per chi ci crede, il maggior contraente di questa alleanza fra la nostra vita e la vita. L’amore, però, mica deve diventare una condanna! Con ciò, voglio dire, che l’unica cosa che liberamente ci permette l’amore, è di non amare, ma, cosa occupa lo spazio che non occupa l’amore? Ad ognuno la sua risposta. Come noterai, Silvia, non sono male come Zoccola nel tuo regno, dal momento che non definisco non per incapacità di definizione, (potrei anche essere così presuntuoso!) ma perché ognuno deve giungere alla Sua definizione! E’ vero! Do qualche spintarella! Che Zoccola sarei, se non lo facessi?!

p.s. Misericordia! Mi sono perso qui da te, ed i rigatoni che ho messo a cuocere, mi sono diventati i piloni del ponte di Messina! Chissà come saranno! Blaaaa!!

afinedue

Amore, identità  degli amanti, dolore e sofferenza in amore, le sue ragioni.

L’amore, è come una macedonia. Tanto quanto sappiamo perdere la nostra identità di specifico frutto, e tanto quanto amiamo. La “sofferenza” in amore, viene dal reciproco “sbucciamento” della reciproca identità. Naturalmente, lo “sbucciamento” in amore non deve essere il fine dell’amare, ma l’indispensabile mezzo che, solo così ci permette di diventare un nuovo composto. Nella ricerca dell’amore non dobbiamo dimenticare che non tutta la frutta è adatta, o si adatta, a diventare macedonia. Direi, infine, che il vero dolore, in amore, ce lo procuriamo, quando vogliamo insistere, oltre ragione, di unire con la nostra, della frutta non adatta, o che non si adatta. Non basta essere tutti dolci per essere tutti giusti.

afinedue

Fra uomini e donne perché m’impiccio?

Ad avere una visione distaccata del rapporto uomo_donna, forse, è l’Omosessualità, ma, non per questo, lo è quella di un Omosessuale. E non per questo c’è l’ho io, la distante visione che, in quanto sessualmente disinteressato, dovrei, “logicamente”, avere. Per ignoranza, o per non vicinanza, o per non corrispondenza, o per non esistenza a me prossima, può essermi distante una data cultura, persona, paese, ma, tutto mi è prossimo, per sensibilità, e/o sensibilizzazione, perché mi considero, vita della vita, o con le parole del Poeta: non un’Isola! Questa mia sensibilità, e/o sensibilizzazione, è, quello che sono: determinante in quanto atto della mia cultura maschile, ed accogliente in quanto atto della mia cultura femminile. Essendo il posseduto – possessore di due spiriti della vita, (di due forze), è chiaro che non posso essere distante dal rapporto uomo – donna, perché quel rapporto fra Uomo e Donna, è in me: sono io. Questo in primo. In secondo, vivo, guardo vivere, mi guardo vivere, e, naturalmente, mai che stia zitto una volta!

afinedue

Il maglione verde macchiato di sangue era di Pasolini.

“Caro perdama, rileggendo il mio post con attenzione critica, mi sono accorto che è un ottimo esempio delle tendenza alla formazione di un vangelo di Pasolini a 30 anni dalla morte. Infatti da nessuna parte c’é scritto nelle fonti originali che il maglione verde trovato sull’auto di Pasolini fosse macchiato di sangue, eppure io ho introdotto questo particolare decisivo senza neppure accorgermene.”

cropped-2vitaliano La vita comunica sé stessa per strane vie; sangue, colore della vita. Verde, colore della speranza. Sangue sulla speranza, quindi, è morte di una speranza. Cosa centra sto discorso? Segui i miei ragionamenti (da vecchia checca direbbe il Tury) e lo capirai. Sui fatti ed i misfatti dei servizi segreti, sono l’ultimo che può dir qualcosa, ma se centrano, sono stati il pugno di ferro in un guanto di velluto; pugno, che ha colpito il Pasolini, da Destra verso Sinistra.

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“Vedi, perdama, che Pelosi potesse rientrare nei gusti sessuali di Pasolini, tutti i film di Pasolini lo dichiarano a chiare lettere, ma a me non pare che il centro del problema sia questo.”

cropped-2vitaliano A chiare lettere è indicato il prevalente gusto di Pasolini verso un certo genere di borgatara mascolinità, non, verso il Pelosi per quanto facente parte di quella corte dei miracoli.

In questo momento della mia vita sessuale, sono prevalentemente attratto dalla personalità araba, ma, mica mi stanno tutte bene! Non tanto per mascolinità (vera o spacciata come tale che sia) quanto perché non tutte quelle personalità sbloccano la mia serratura sessuale che è il sentimento. Lo sblocco di quella serratura dipende dalla loro figura, ma dipende anche da quello che conosco, (non poco) circa le loro figure. Siccome questo avviene in qualsiasi personalità sessuale con valenza anche femminina, ho motivo di pensare che ciò avvenisse anche in Pasolini. Come le sempre più ampie conoscenze sui miei borgatari arabi rende sempre più difficile lo sblocco delle mie serrature, così, le sempre più ampie conoscenze dei borgatari romani in Pasolini non può non aver reso più difficile lo sblocco della manifestazione della sua sessualità. Tale difficoltà, se non gestita con equilibrio e tolleranza, può portare a delle forme di delusione da arrivare al disprezzo.

Non ho conoscenze bastanti per congetturare un disprezzo di Pasolini verso i borgatari, tuttavia, un certo disincanto c’è stato. E, adesso, dopo il disincanto, e dopo un Citti ed un Davoli, arriverebbe un Pelosi a ravvivare i suoi vacillanti fuochi? Dopo un Citti ed un Davoli? Non ci credo neanche morto. Al più, una personalità pelosi, può motivare una marchetta. E per quella marchetta il Pasolini se ne sarebbe andato in tanta malora di posto, quando già a Roma, non mancano angoli accoglienti per un cinque minuti di sfregamento? Non ci credo neanche morto. Alla mia età ed esperienza, Mauro, il fatto che il biri tiri a vista ha del miracoloso. Non tanto per impotenza fisica, quanto perché ho pressoché consumato il mio immaginario erotico. Il che vuol dire, che a furia di mangiar filetti mi sono nauseato. Ora, al più, mi ravviva l’appetito una qualche sarda panata e fritta.

Quale, la sarda panata e fritta nei casi di una sessualità a fantasie ridotta al lumicino? Un amare con più partecipanti, ad esempio. E’ chiaro, che per quella tentazione gli accoglienti angoli di Roma non bastano, quindi, bisogna andare fuori. Col cacchio, che io vado fuori (nel senso di dove non mi sento sicuro) con i miei borgatari! E col cacchio, che io vado, anche se fuori, con più di un amante. Neanche ci andrei, anche se conoscessi bene uno di loro. Non ci andrei perché diventano indivisibile gruppo, (ivi compreso, l’amante che contribuisce a sciogliere le iniziali diffidenze) non appena finisce l’orgasmo. E’, quel momento, pericolosissimo, perché l’orgasmo, è come un’operazione di cataratta: consente di rivedere con chi si è goduto: non con una donna, con un uomo. Operazione ancora gestibile, se accaduta solo fra Finocchio ed Amante, ma ingestibile, fra Finocchio e Amanti che devono difendersi dall’idea di aver fatto l’amore con il Finocchio, o peggio ancora, fra di loro assieme al Finocchio.

Qualsiasi omosessuale, potrebbe confermarti quello che ti ho appena detto, da tanto è comune esperienza. Per quanto letterato (anzi, direi a maggior ragione) non vedo ignorante in merito, un Pasolini. E, allora, perché cacchio c’è andato?! Direi per una con_fusione di motivi. In quanto letterato, ad esempio, perché ha bisogno di vita per dire sulla vita. In quanto omosessuale vissuto perché la sua vitalità ha bisogno di non scontata carnalità. In quanto perché ha voluto vedere dove andavano a parare i suoi borgatari con i loro giochi di seduzione. Non so, cos’abbia visto. E se quello che ha visto gli ha fatto crollare ogni sua mitica idea sul Borgataro uomo e classe sociale? E, se si fosse incazzato al punto da rinfacciare loro, la sua delusione?

Mettiti, adesso, nei panni di quel gruppo. Vedono che un Finocchio, (nessuno è un Intellettuale quando va a far sesso) si permette di spogliarli di quello che eterosessualmente e umanamente si credono. Che dici, ti faresti una risata se fossi al loro posto? Dipende! Certamente si, se tu, (borgataro o borgatari) ti fossi trovato ad aver a che fare con un effeminato. Basta poco per farlo tacere. Certamente, no, se ti trovassi ad aver a che fare, non solo con un virile, (o viriloide) ma una volta tirate su le braghe, anche con un’Intellettuale che ti può sputtanare (come classe quando non come persone) non solo con i suoi scritti. E qui, mio caro, ritorno al maglione verde macchiato di sangue. Anche la morte della speranza in Pasolini, ha reso possibile la morte di Pasolini. Naturalmente, questo che ti sto dicendo è una serie di ipotesi, mica il suo ultimo Vangelo.

afinedue

Non da oggi sostengo che la furbizia è asino vestito da cavallo.

I Nokia, sono di una tal semplicità d’uso, (almeno quelli di fascia economica) da far sentire genio anche un interdetto come me, ma non mi soddisfano sto’ granché sotto l’aspetto estetico. E’ la solita storia: si apprezza la moglie, ma si sogna l’amante! Nella mia ricerca di un cell amante, vado per vetrine come un bimbo per pasticcerie, cioè, sbavando su tutte le paste ma sognando il sommo bignè! Sommo bignè in questione, si è rivelato un Samsung di un blè scuro, mezzo opaco e mezzo lucido. Elegantissimo. Leggero. Coloratissima la schermata. Grandi e colorati i caratteri. Fa anche le fotografie. Mignon per la verità, ma sono un tipo che si accontenta. Qualche rogna, nel fatto che non è intuitivo come un Nokia. Così, che sia bello non compensa abbastanza il fatto che mi faccia sentire deficiente. Va bèh! Ormai l’ho comperato!

Il giorno dopo, però, mi accorgo che la mascherina è abrasa, come da lungo uso. Mi girano le palle. Torno al negozio. Il commesso mi dice che non è usato ma che ha sbagliato modo di pulirlo, e che se proprio voglio ci rimetterà lui 50 euro. Costava 98. Gli dico che come operaio di pulizie, con me sarebbe durato molto poco, ma che non intendo far processi ne farlo pagare la pena. Gli dico anche, però, di sapersi regolare perché non intendo pagarla io, la sua pena. Restiamo d’accordo che in giornata mi farà sapere. Siccome non mi fa sapere nulla, alle 15 e 45 sono davanti la negozio. Aprono alle 16. Aspetto! Il commesso è già all’interno del negozio con un amico che poi vuol farmi spacciare per cliente. Alle 16, il commesso e l’amico escono. Il commesso mi dice: non si preoccupi che le cambio il telefonino e, va al bar. Per dieci minuti, dice. Capisco che vuol rivalersi sul vecchio rompicoglioni. Mi siedo su di un gradino e riaspetto. E’ di parola. Apre la porta del negozio, fa entrare l’amico, mi dice ancora due secondi e mi chiude fuori! C’è un caldo boia, ho appena finito di lavorare, sono esaurito, e devo ancora mangiare. Insomma, non sarei tanto bendisposto, anzi, mi sto rompendo i coglioni! Al quarto secondo gli batto sulla vetrata e a voce non poco bassa gli dico: sono un cardiopatico, mi sento poco bene, devo chiamare un’autoambulanza?!!!! Riciancia su i suoi impegni di lavoro, ma apre. Subito! Torna a perdere un po’ di tempo con l’amico ma deve aver già capito che non sono farina da far ostie! Dopo qualche secondo, infatti, l’amico, poveretta, se ne va!

Riaccolgo le magre giustificazioni del commesso: altra poveretta! Avrei ripotuto smontargliele in quattro e quattro otto le sue giustificazioni ma non infierisco. Avrei potuto accusarlo, benissimo, almeno di malafede, dal momento che mi ha rifilato come integro, un oggetto che non lo era. Tuttavia, mi basta avergli fatto capire che essere vecchi, non necessariamente, vuol dire essere cretini.

Morale della favola: gli asini si vestano pure da cavallo, ma quando c’è un cavallo in giro, è meglio di no!

afinedue

Ho letto su Ioblog, di una iniziativa veramente originale: il commento del commento.

Paragonando l’originalità alle ciliegie, direi che una non può non tirare l’altra. E siccome le ciliegie piacciono pressoché a tutti, non sarà sorprendente il vedere il commento del commento del commento, magari tenuto da quel buon critico che è il Bortocal.

Non mi meraviglierebbe neanche, il vedere, il commento del commento del commento del commento, da quella magica descrittrice di fabulosi merletti che è la Luisa.

O, i commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti fatti da ilMister magari in romanesco.

O, i commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti così ben ponderati da pensierodioggi.

O, i commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti magari dipinti ad acquerello da Umberto.

O, i commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti, magari satiricamente mitragliati da quella buona lana di Jason.

O, i commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti, dei commenti dei commenti, che Zoccolandia sa così ben rendere terra_terra.

Giusto per non farla lunga, ai commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti dei commenti aggiungo un solo commento: piano!

Non spingete.

Ci sono ciliegie per tutti.

afinedue

Verità  per Federico.

Omogenea questa coppia nonostante senta la femmina più determinante del maschio. Nel formazione del carattere virile di un figlio, però, questo crea degli strani pasticci identitari. Non sarebbero pasticci se formassimo l’umanità più che formare il normale (?) ma, purtroppo la norma sclerotizza le soggettive specificità. Ho un orrendo ricordo di una donna poliziotto, (una ufficiale) che ho visto agire nei confronti di un tossicodipendente che all’epoca seguivo sia come associazione che come conoscenza. Esaltata, sprezzante, inutilmente distruttiva la personalità dell’altro. Indubbiamente ricostruita a livello psicologico, sia dalla divisa che dal conforto di altri tre agenti, che, a dirla tutta, non sapevano più da che parte guardare per quell’inutile sceneggiata. Se non fosse stata in divisa, l’avrei detta impasticcata, o in “riga”. Non posso non domandarmi: quanto sono sani quelli che indossano una divisa come indossassero una camicia che da forza perché li forza? Si, questo, è il problema!

asterisco

afinedue

Cazzi acidi per tutti, se fossi in Palestina!

Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo, e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio. Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram, è oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Petrorio, fatto stà, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte.

Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo, rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

afinedue

Eutanasia.

Agli atti della vita, è giusto rispondere con altri atti di vita. C’è chi sostiene che la vita sia nostra, c’è chi sostiene che non sia così. In questo momento storico, la società e la religione sostengono che la vita non è nostra. In queste due ideologie, non è esclusa l’ombra del possesso sulla vita che guidano, ora religiosamente, ora politicamente, ora in ambedue i casi. In quanto poteri, non possono diversamente. E’ triste, ma è così. Ora, chiediamoci, che cos’è vita? Ci sono miliardi di risposte. Credo che non ci siamo ancora messi d’accordo sulla risposta ultima. Chiediamoci, inoltre, quale lo scopo della vita. Miliardi di risposte anche qui. Chiediamoci ancora, quando posso dirmi di essere vita? E, per chi? Per un’idea di me? Per un’idea sociale? Per una più elevata idea? A mio avviso, ci si può dire vita nella vita, tanto quanto rechiamo vita: vuoi a noi stessi, vuoi al sociale, vuoi alle idee che vuoi. Ci sono casi, in cui non si può più esserlo, per nessuno dei casi che ti cito. O, esserlo, al più, sottostando, a pesantissime croci. Ci sono casi, in cui possiamo alleviare il peso di quelle croci. Ci sono casi, in cui non lo possiamo in alcun modo. Ebbene, con quale e per quale diritto si può dire ad un’umanità caduta sotto il peso della sua croce: mi dispiace ma questa è la nostra vita?

afinedue

A proposito dei fatti e dei misfatti di Genova

asterisco“… io credo, la principale responsabilità delle forze dell’ordine sia stata quella di non aver saputo comunicare al suo interno.”

fotina Vero, ma le forze dell’ordine (vedile come corpo) possiedono due interni, non uno. Possiedono un interno collettivo e l’interno singolo. Nell’interno collettivo, è chiaro che la comunicazione è andata a puttane, ma perché è andata a puttane anche la comunicazione morale, culturale, professionale anche del singolo con sé stesso? Cos’ha permesso al singolo di non ascoltare quella comunicazione? Cosa gli ha permesso di diventare schizofrenico, perché di scissa comunicazione fra animo privato ed animo professionale? In definitiva, quale chiave ha liberato la belva privata dalla professionale ingabbiatura? Se non vogliamo la ripetizione di quei casi, è soprattutto questo, il punto da studiare!

asterisco

“e mi stupisce davvero che nessuno delle migliaia di poliziotti onesti, seri e sinceramente degni di un Paese democratico, non abbia sentito la necessità -prima di tre giorni fa- di smarcarsi da quei pochi DELINQUENTI che, indossando la loro stessa divisa, hanno disonorato il loro Corpo e spezzato la fiducia dei cittadini verso di loro.”

fotina Ma, dove vive questo blogger?! Dove lo trova un commilitone, così eroico, da denunciare i suoi pari, col rischio di vedersi osteggiato, rifiutato, e trasferito quando non personalmente minacciato oltre che detto infame con la motivazione che sta buttando merda sul corpo?! Sono i vertici, che devono avere quel coraggio! E se un vertice ha atteso sei anni per trovarlo, cosa cazzo si può chiedere ad un semplice pulotto?! In verità, le forze dell’ordine non possono permettersi il lusso di essere amate dai cittadini. L’amore non fa paura, mio caro, mentre la paura è fondamentale e preventiva manetta! Sbagliano? Forse. A personale esperienza, posso dirti che se incuto paura, i miei collaboratori funzionano, e se non metto paura mi mandano a puttane la comunicazione di lavoro che devo avere con loro. E’ triste, ma è così.

afinedue

C’è del razzismo in questo post? Non lo so, ma non l’escludo.

Venerdì. Come al solito colazione al giardino, ma in ritardo più del solito. Di fronte a me un’altra panchina. Tre pensionati tubano sotto una torrida penombra. Sulla panchina alla mia destra, in piena ombra, stanziali, due extracomunitari. Non hanno l’aria di essere gravati dalle preoccupazioni conseguenti la precarietà nel vivere. Lo paiono di più i tre colombi seduti di fronte. Sotto l’aspetto umano non mi considero diverso dai due extracomunitari. Generosità di cuore, questa, che non credo ricambiata se solo sapessero il genere di umanità che gliela concede. Ma non è questo il punto. Il punto è, che mi hanno irritato. Perché? Perché, livello umano a parte, nulla hanno fatto o dato, per guadagnarsi il diritto di sedere all’ombra, lasciando i tre vecchi colombi al caldo. E già che ci sono, neanche per lasciare me, al sole. Potevo cambiare panchina, mi direte? Vero, ma è bastato un’occhiata, per capire che di libere, c’erano solo quelle al sole! Potevo andar mangiare a casa, mi direte? Vero, ma perché devo rinunciare all’usufrutto di quello che ho pagato con le tasse sul mio stipendio?! Se la panchina in ombra fosse stata occupata da italiani, la penserei allo stesso modo?! Certamente no! Anche loro, hanno il diritto di sedere all’ombra, perché l’hanno pagato come me. Se fossero stati due stranieri, chiaramente lavoratori, avrei pensato la stessa cosa? No, perché anche loro si stanno pagando il diritto di stare all’ombra. Se avessero lasciato il loro posto ai tre colombi, mi sarei irritato perché non l’hanno lasciato a me? Ci si può incazzare di fronte alla generosità? Certamente no. Quindi, comunque sarei rimasto al sole, ma almeno non irritato. C’è del razzismo in questo post? Non lo so, ma non l’escludo. Non basta conoscere i tumori per essere esclusi dai tumori.

afinedue

Caro il mio fighissimo. Lettera aperta a Pabloz.

Caro Pabloz: dire di no ai tuoi inviti, mi è come dirlo ad un bellissimo figo, e come quel bellissimo fico non riuscirà mai a capire il mio rifiuto (ma come si permette sta’ vecia marantega in decomposizione!) così, non ci riusciresti tu, se la tua fichezza fosse estetica. Ci riuscirai, invece, perché è intelligenza. Non ti sarà sfuggito il fatto, che io sono uno strano coso (a livello identitario) è molto probabilmente, uno strano caso a livello psichiatrico. Fatto sta, che su queste pagine, scrivo quello che sento, non quello che so. Se dovessi scrivere quello che so, in Blogs.it avrei cazzate più che post! Per scrivere quello che sento, però, devo assolutamente restare quello che sono. Mi dirai: ma questo, che centra con il mio invito! Nessuno ti vuole cambiare! Centra, centra! Centra, come deviazione dalla strada che percorro: la mia come perdamasco. Centra per il ruolo che svolgo: tabella indicatrice di questo pensiero. Centra per quello che sono, perché, in un qualunque modo, sia pure anche minimo, un altro incarico può disturbare il mio equilibrio, inserendo un senso d’importanza che devo combattere come un nemico. Mi è chiaro che non è nelle tue intenzioni, il darmi quel senso, tuttavia, volere o volare, rischio di subire la tentazione di addossarmelo, al che: vade retro mi è l’usuale forma di scongiuro. Ricordi, il mio sminuire i complimenti che ricevo? Ecco, il motivo era quello, non, il perseguire una qualche forma di modestia.

asterisco Carissimo Vitaliano, così mi fai diventare rosso… Tu sei come quegli angolini tipici che si scovano in qualche mare della Grecia, o in mezzo alle montagne, e poi quando tutti ci vanno, per vedere gli angolini tipici, non sono più tipici. Tu stai difendendo il tuo diritto ad essere “tipico”, “fuori dal gregge”, “eccentrico” – tutte cose preziose, e utili. Hai un tuo cammino da seguire, un tuo percorso: io ci provo, ogni volta, a tirarti dentro, ma so già che non succederà… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi, quindi, non ti preoccupare, ti apprezzo – tanto, forse di più – sempre! Besos e a presto pablito

fotina “… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi…” Caro Pabloz: avevo capito che sentivi di dover lasciare a me la responsabilità di escludermi. E’ chiaro che escludersi non è mai un piacere, ma non è che lo voglio, o meglio, lo voglio perché lo devo. Non tanto per i motivi che dici (ci sarebbe dell’antipatico preziosismo, in questo) ma perché, se metto radici in altra terra, c’è il rischio che possa cambiare la natura del mio albero. E questo, è un rischio che non posso permettermi di correre.

afinedue

Alla pizzeria Sajonara di Verona, notturna ragazzaglia condivideva stesse notti, stessi letti, stessi ricordi.

Autunno del 71. E’ sera. Entro nella pizzeria. Mi sento un po’ la burba in mezzo ai nonni. Pugnalate e coriandoli fra tavolo e tavolo. Mi dicono di non preoccuparmi: è la solita sfida di burletta! Un amico, la Simona, (odontotecnico con trapano a pedali) mi presenta alla corte dicendo: questo è Silvio Pellico e le sue prigioni. No, dice un tizio che non conoscevo (la Gabì) è la Gazzabinskcaja! Così battezzato, sono stato quell’avatar per tutta la primavera di giovane uomo, di giovane Finocchio, di giovane in tutto. Avevo 26 anni. Si chiamava Marco, il battezzante. Orefice. Rapinato da balordi, (un cesso di amante fra quelli) ha dimostrato di avere dei coglioni che molti etero si sognano. Ma non sono bastati. Pugnalato e legato ad un albero, era riuscito a liberarsi dalle corde, ma non dalle ferite. E’ morto poco dopo. Con fatica da lottatore, mi è stato detto.

In quella compagnia c’era un trentenne. Spaventato insegnante. Non tanto dalle materie spaventato, quanto dal materiale scolastico che trattava. Nessun minorenne, tuttavia giovani. A lui non piacevano i giovani, se non come bellezza in sé. Temeva il loro giudizio, però. Non tanto per sé stesso, quanto per le conseguenze sull’insegnamento e sulla professione. Si armava, così, di grandi occhiali scuri, e di arcigne commedie! Non ci credeva nessuno. Si chiamava Gigi: Gigeria per gli amici.

Non chiedetemi in quale Natale, ma quella sera, la Gigeria ed io siamo andati a vedere gli Aristogatti. Eldorado di risa la scena del notaio sulle scale; tre passi avanti e sette indietro, mentre, trepidante, e se ricordo bene, svanita ma di classe, la Signora l’aspettava sulla cima. Siamo in Piazza Bra. La Gigeria aveva una cinquecento gialla. Tenuta a puntino. Antistante la Gran Guardia, incauta, una macchina aveva parcheggiato un 50 centimetri dal marciapiede. Noi, arriviamo. La Gigeria vede la macchina parcheggiata. La strada non è larga meno di una trentina di metri. China sul volante, (neanche guidasse un chissà quale tir) comincia a dire: oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso; e ci siamo andati, addosso!!!! A non più di 20 all’ora! Guidatrice da Singer, la Gigeria! Dopo anni, (ci eravamo persi di vista) la amiche mi dicono che è morta. Infarto. Passeggiando in riva al lago. In compagnia di un amante: militare.

afinedue

Caro Pabloz, eccoti accontentato!

napoleonica

asterisco

Questa è la giacca alla napoleonica che ti dicevo in un mio commento da te. L’ho ritrovata in un album: nell’unico che ho, a dirla tutta.
Non ricordavo più di averla. L’originale è in bianco e nero ma, ricopiata con la cam, è venuto fuori quel colore lì, che poi, è proprio il colore della giacca! La luce alla sinistra è un effetto della lampada che ho sul tavolo. Quel tantinello di volto femminile che vedi a destra, invece, la potrei dire, l’esatta quantità di emozione che io provavo per quella ragazza: non molto munita nella capa, ma, con delle gambe che raramente ho visto se non su strapagate modelle. Eravamo in una baita, in su nei monti dalle parti di s. Cristina di Ortisei. Erano tempi da tralicci divelti, all’epoca. Terrorismo al borotalco, se lo confrontiamo a quello di adesso, anche se avrà certamente fatto le sue vittime. Non è che eravamo molto graditi, in mezzo a loro, noi, italiani, ma risolvevano la questione, i nativi, facendo conto che non ci fossimo, se non come spazio tolto in pista, se si può chiamare pista una sorta di pavimento ad assi di un legno che ricordo grezzo, o quanto meno reso grezzo dal ballo di generazioni di scarponi. Polka, ti dicevo, ma a me, evidentemente, anima troppo sensibile, pareva piuttosto un agitar di anche e di spalle, di orsi che non avrei saputo distinguere dalle orse, da tanto, complice la snaps, erano avvinti, stretti, appiccicati.
Non sapevo ballare la Polka, e quella ragazza me l’ha insegnata. Non m’ha insegnato altre polke, quella ragazza (pur essendo presa da me) perché non mi sono mai illuso io, e non ho mai illuso altre. Dico, illuso, perché non pochi partecipanti alla mia sessualità sperano che il profumo di donna sia taumaturgico, per i problemi di non accettazione di sé, ma, alzi la mano chi non ha mai sperato nei miracoli. In particolare modo a ventanni.

afinedue

Supermercati e Supermarcati.

Sono in fila al Supermercato. In un’altra alla mia sinistra arriva un extracomunitario. Passa davanti a quasi tutti i pazienti che perdono la pazienza. Accuse di maleducazione da una parte, e di fascismo, (più precisamente di nazismo) dall’altra. Nulla di nuovo sotto il sole, e la furbizia è una pandemia. Sono tutti così, gli extracomunitari? Indubbiamente, no. Quali, allora, i così? In genere, quelli senza arte e ne parte. In genere, quelli senza tetto e ne legge. Doveva pagare del vino e della birra, quell’uomo. Lo conosco. Frequentiamo lo stesso giardino nei pressi del supermercato. Mi sento a disagio, quando, riconoscendomi, mi dice che “sono un buono”. In fondo, in fondo, gli ho solo offerto delle sigarette. Porgendogli il portasigarette, però, non, mettendogli una sigaretta in mano.

Sulle panchine, altri nella stessa situazione. Molto probabilmente aspettavano il vino e la birra, e lui, aveva fretta di farglieli avere. Meno tempo ci impiega a farli aspettare, infatti, e più è riconosciuto in gamba quello che ci riesce. Tanto più, magari, che quell’essere in gamba a servire in fretta gli amici, può giustificare una gratuita bevuta in più. C’è dello strisciante alcolismo, nei seduti su quelle panchine. Difficile capire, quanto sono arroganti per carattere, o quanto, a causa della malattia. Curarli, è molto difficile. Curarsi, significa prendere atto che si è malati, ma prendere atto che si è malati, in quei casi, significa togliersi, non la malattia, (che non sentono di avere) ma la presunta forza che la malattia consente. Con quale altra forza, sostituire, l’illusoria che viene a mancare mano a mano uno si libera dalla malattia, perché in via di guarigione dall’alcolismo?

Economica no, appunto perché senza arte e ne parte: almeno qui, da noi. Sociale no, perché senza tetto e ne legge: almeno qui da noi. Che cosa gli rimane, qui da noi? Gli rimane un solo tetto ed una sola legge: l’ideologia religiosa e culturale propria dello Stato di provenienza. Da assumere a dosi da alcolista, però, perché assuefatti a stordenti emozioni, quelli, qui da noi, nei nostri giardini. Che fare, noi, oltre che farli passare alla cassa dal momento che nella loro vita, (e lo sanno bene) quasi tutto è scritto? Temo ben poco. Di più, lo potrebbero i loro referenti religiosi e sociali, immagino, ma, lo vogliono? Direi di no, dal momento che non ne ho mai visto uno, di quelli, seduti con i loro fratelli, o meglio, con i loro orfani.

afinedue

Prostituzione: questione di sussistenza, non, di preferenza.

Sulle strade dove si vende piacere in cambio di sussistenza, ci sono parecchi giovani, questa sera. Come tutte le settimane. Come in tutti i festivi. Squallida, quella forma di sussistenza? Non intendo giudicare, ma, se lo potessi, squallidi sono quelli che cè li mettono come strumenti della loro sussistenza, ma, visto da vicino, e dal loro punto di vista, (vuoi dei ragazzi, vuoi dei loro sfruttatori) è come andare in fabbrica per gli uni, e come mandar in fabbrica gli altri. E’ quasi diventato un avvicendamento generazionale, il loro. Difficile interromperlo, da tanto è sistema, sia nei casi volenti che in quelli nolenti. Non c’è sentimento in quello che fanno in strada. Al più, c’è, illusorio, in quelli che comperano. Non c’è finocchieria fra quei ragazzi. Non ci può essere sentimento verso un uomo, fra quei ragazzi. Al più, preferenza nei confronti di un dato acquirente, se si sentono trattati come persone. Anche se trattarli come eguali può essere pericoloso. Triste dirlo e squallido, ma, è così! Una posizione di uguaglianza, infatti, può essere interpretata da quei ragazzi, come una mezza vittoria, perché, quando si agiscono per far agire, per loro è tutta una questione di scacchi: vince, (e, quindi, guadagna di più) chi li muove meglio. Al fine di muoverli meglio, però, non escludono l’uso da bari.

Non sanno cosa sia Persona. Se non che non è un animale. Non lo può sapere che è stato animalamente violato. Anche analmente, al caso. In primo, al caso, anche da chi li ha convinti a trarre virtù da difetto. Che sentimenti possono avere in quelle condizioni? Direi, solo quello della vittoria su l’altro. Ottenuta come, non importa. O importa, se il come rivela un’indole che motiva maggiori capacità di seduzione. Ecco, così, che da generica civetta da marciapiede, il ragazzo passa ad altri più impegnativi settori (estorsioni, ricatti, furti) perché ha dimostrato di star diventando grande. Si deve crescere in fretta dalle loro parti se non si vuol continuare ad essere violati, oltre che sessualmente, da un costante disprezzo. Quelli che non crescono più che in fretta, sono destinati ad essere a servizio. Non importa il come, o presso chi. Per loro, è questione di sussistenza, non, di preferenza.

afinedue

Ho avuto a che fare con le Forze dell’Ordine. Io ci metto le storielle. La morale, mettetecela voi.

Dragando lungo le rive dell’Adige, anni fa, ho trovato una borsa con dentro una patente. Ligio al dovere la porto in Questura. Non capisco perché mi fanno fermare più di un ora. Lo capisco quando giunge giunge la borseggiata. Capisco inoltre di essere soggetto ad un confronto all’italiana: di quelli, evidentemente ufficiosi. Per mia fortuna, capisco anche questo solo dopo, la borseggiata riconosce che non solo il borseggiatore. Mi domando, con terrore, e non scherzo, come me la sarei cavata se la borseggiata, sia pure in buonafede, avesse detto: è lui! Mi domando inoltre, come si può pensare che un borseggiatore sia così cretino da portare in Questura una parte del malloppo sia pure sotto forma di patente. Venerdì scorso, all’interno di un cartone messo sotto un’aiola dove lavoro trovo un portafoglio. Sempre ligio al dovere, ma memore della precedente esperienza, questa volta lo porto dai Carabinieri. Il portafoglio era di un extracomunitario. Conteneva la patente, la carta di identità, il codice fiscale ed un agendina telefonica. Dopo più di due ore, mi fanno fermare il verbale. Una quindicina di righe in tutto. Due ore! In quelle due ore, prima di me e a colloquio iniziato, una persona che denunciava un danno. Dopo di me, altre due persone, una delle quali, rapidamente mandata alla Polizia postale per un furto di scatti subito attraverso Internet. In quelle due ore, l’apertura e la chiusura di un cancello, è stato l’impegno maggiore che ho visto dei due appuntati nella guardiola all’ingresso. Mettiamo quindici minuti? E mettiamoceli! Nel resto del tempo, e a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, puro cazzeggio.

Firmo il verbale leggendolo di corsa. Se non ci si fida nella Caserma dei Carabinieri dove altro dovrei fidarmi? Uscendo, lo rileggo. Nell’elencazione manca l’agendina. Che faccio? Glielo dico? No, mi dice una voce diavoletta. Non vorrai mica stare lì altre due ore, vero?! Vado verso casa. In una strada adiacente il muro dell’Abazia di s. Zeno, arriva verso di me una macchina della Polizia. La strada è stretta fra una fila di macchine sulla sinistra, ed uno scassato marciapiede sulla destra, così, mi fermo quasi appoggiato su una macchina, e li lascio passare. Credete che abbiano alzato almeno un ditino per dire grazie?! Ma neanche per idea: come dovuto. E’ vero! Non tutti sono così! Ma, perché, molti sono così?! Carenza professionale? La divisa come terapia delle carenze? Per uno strano capovolgimento di ruolo, cioè, da servizio al cittadino, a serviti dal cittadino? Per il bisogno di manifestare un machismo, che il più delle volte si fa fatica a distinguerlo dalla mera cafoneria? E non mi si venga a dire “che non si può morire per 1200 euro al mese?, (cito il titolo di un giornale) che non lo dovrebbero neanche quelli che prendono (se li prendono) 3 euro l’ora.

afinedue

Parole, parole, parole, cantava Mina.

Su Civiltà Cattolica, si discute se Maometto è profeta anche per i Cristiani. Naturalmente, i teologi (cristiani) tirano l’acqua al proprio mulino, e ne escludono la possibilità. Motivano l’esclusione con un giro di dotte parole. Io, che dotto non sono, in quattro e quattro otto, vi dimostro perché sbagliano. Qual è stata la fondamentale scoperta spirituale di Cristo? Secondo me, il concetto di Dio come Padre. Qual è stata la fondamentale scoperta spirituale di Maometto? Sempre secondo me, è stato l’abbandono nella volontà di Allah. Secondo il concetto cristiano, il Dio che Cristo ha chiamato Padre ha principiato la vita. Ammessa in Allah la stessa Paterna capacità, non ci rimane che metterci d’accordo sui nomi di Dio, dal momento che ambedue le religioni riconoscono che vi è un solo Padre. Essendovi, allora, un solo Dio, e, pertanto, un solo Creatore, ed in quanto tale, un solo Padre, perché mai i cristiani non dovrebbero riconoscere Maometto, come necessario profeta anche della fede cristiana, dal momento che il Profeta ha definito una qualità della fede, che se è di matrice islamica, non di meno è cristiana, se essere cristiani non nega, la volontà di abbandonarsi a Dio? Ma, comunque stiano le cose, sapete che vi dico? Sogno una spiritualità con più maestri ma senza botteghe.

afinedue

Senti, senti, cosa dice il Cefa nel suo Vangelo.

Ed il Signore gridò, dicendo: “Forza mia, forza mia, mi hai abbandonato!”.

E mentre così diceva, fu assunto. Se è vero quanto racconta il Pietro, lo stato d’abbandono sofferto da Cristo deriva da una constatazione sul calo della sua vitalità, quindi, nessun rimprovero e/o dubbio verso il Padre. La forza, per me, è lo spirito della vitalità, mentre lo Spirito, è la forza della vita. Nel primo caso vi è spirito naturale, nel secondo, spirito culturale. La corrispondenza di stati fra spirito naturale e spirito culturale origina la forza (lo spirito) della nostra spiritualità. Per spiritualità, intendo il sentimento di vita fra spirito e Spirito. Naturalmente, non vi sono tre spiriti, perché, vita, è unitario_trinitaria corrispondenza di stati. Sul nostro piano di vita, chi principia la vita con la sua forza, (con il suo spirito) è padre. Elevando il concetto, si può anche dire Padre, chi, con la forza suo spirito, al principio, ha originato la nostra vita. In quanto originati da un Padre, direi necessariamente, siamo figli. Circa il Padre, Cristo la pensava come me? Non ne ho la più pallida idea! Ovverosia, una qualche pallida idea c’è l’avrei anche, ma, come dimenticare che la fede non è argomento?

afinedue