Non mi capitavano domande autunnali nei giorni da estate, una volta.

Da anni mi gira per la mente: perché solo gli esposti liberano i miei sentimenti e con quelli, la mia sessualità? Se amore è corrispondenza di stati, (naturali, culturali e spirituali) che cavolo di corrispondenza posso costruire con gli esposti, se non, ed al più, su base naturale? E, perché, su di una chiara passione naturale mi metto lì a costruire degli amorosi castelli?

L’amore è comunione, dicevo. Se culturale no, con la naturale, c’entra quella fra spirito e spirito? E di quale stato quella comunione, se negli esposti, non può non esservi sofferenza? C’entra una amore su basi di reciproca sofferenza nello spirito? E se c’entra, cosa amo, in quegli esposti: la gioia dell’amore, o una sofferenza in cui mettere la gioia dell’amore che, caso per caso, sono capace di vivere e di far vivere?

Non ho mai amato un’identità spiritualmente compiuta. Al più, desiderata, e poi, vista e dimenticata se rifiuta il mio desiderio. Ne ricavo, quindi, che amo (e/o cerco l’amore) solo in chi è spiritualmente sofferente.

Desiderio da superiorità? Non direi. In quel desiderio si cerca il possesso sulla persona, non, la persona. Un desiderio da superiorità, motiva la passione più che l’amore. Desiderio da inferiorità? Non direi. Al più, mi ci metto, in inferiorità, ma solo come tattica di battaglia non come desiderio di perdere la guerra che è dei soli sentimenti masochistici. E, masochista non sono: al più, molto tollerante. Almeno sino a che non mi girano le palle!

Per quale corrispondenza, allora, dal momento che corrispondenza è implicito desiderio di uguaglianza? Non mi rimane che una risposta: corrispondo con gli esposti perché sono un esposto. A che livello? A livello di relazione personale e sociale, col cavolo, che mi considero un esposto! Se ne sono ben accorti, quelli che lo credevano!

Certamente lo sono, però, perché infinite condizioni hanno disintegrato la mia totalità, ed amare, è pur sempre, un ricostruire l’amore abbattuto! Il nostro, quando non quello dell’altro, o dell’altra. Al punto, nell’esposto, amo lui, o amo me, in lui? E se amo me, in lui, e lui è solo strumento della mia ricostruzione, posso dire che amo o devo dire che uso?

E’ indubbio, che se si usa non si ama. Altresì è indubbio, però, che per giungere all’amore, è necessario un reciproco uso. Cosa legittima, allora, il reciproco uso? Direi, secondo il fine. Il mio fine, è far crescere chi si ama. E, dal momento che amo solo i bassi di statura, altresì ne ricavo, che amo complicarmi ulteriormente la vita! 

Perché, amo far crescere chi amo? Lapalissiano. Perché, facendo crescere l’altro, cresco io. Direi, allora, che l’amare diventa amore, tanto quanto siamo i ricambiati soggetti di quel crescente fine. Morale di questa favola: io amo, o io desidero, è risposta che possiamo conoscere veramente solo alla fine (contestuale o esistenziale che sia) ma, e intanto?

Intanto, amiamo!

nord