L’errore, il dolo, l’esilio, il recupero.

L’odierno concepire la carcerazione non è disgiunta dall’opera di recupero all’io personale e a quello sociale. Natura insegna, che è possibile recuperare la piega negli alberi giovani, più che negli sviluppati al loro massimo. Cultura insegna, però, che il Coltivatore regge il ramo che non può più raddrizzare perché definitivamente cresciuto, e che comunque ne accetta i frutti che ne ricava. Difficile, ricondizionare delle adulte personalità. Non tanto perché queste non capiscono l’errore che ha deviato il loro vivere (dal sociale al fuori) quanto, perché ancora fortemente dipendenti dal campo di crescita; invaso asociale, che la galera può contribuire a mantenere attivo.

Colpa, è il giudizio che diamo su di un dolo: può essere dolo verso una morale altrui e/o collettiva; può essere dolo verso un altro vivere; può essere un dolo verso il complessivo esistere che chiamiamo società. La colpa, è proporzionale al dolo. Con altre parole, siamo colpevoli tanto quanto perseguiamo, in piena coscienza, un dato errore, e/o delinquere. L’opera di recupero di un esiliato dal sociale, quindi, non può non partire dall’analisi del soggettivo campo, del soggettivo invaso, dei soggettivi frutti attuati dall’esiliato.

Questo, non di certo per caricarlo di ulteriori croci, ma per portarlo a ben distinguere, la croce che è nella fatica di vivere (e questa la portiamo tutti) dalla croce che l’esiliato ha caricato sulle spalle altrui, e/o su quelle della società. Direi che senza un’analisi senza vie di fuga (senza giustificazioni, ma non per questo senza attenuanti) non può esservi inizio di recupero, e quindi, di possibile travaso dal campo con pietre e gramigna, (quello asociale) al campo che non dobbiamo mai finir di sarchiare, che è quello sociale.

E’ ben vero che anche quell’analisi, può apparire un secondo processo; in particolare modo, morale, direi. Ed è ben vero, che per tale venatura, può essere respinto dall’esiliato, che pur accettando il fatto di aver compiuto un dolo, non per questo accetta l’idea della colpa. Non l’accetta, perchè anche l’esiliato, è stato, dentro un colpevole campo (vuoi contestuale, vuoi collettivo) un seme innocente, o quanto meno, inconsapevole.

Sa bene, l’esiliato, che tutti siamo stati semi innocenti, come non tutti siamo diventati dei rami fortemente storti. Cosa abbia impedito ai rami relativamente storti di non piegarsi di più, quando non definitivamente, lo sa il cielo, da tanto pare legato al caso, o quanto meno, al caso che m’ha formato, giusto per non tirarmi fuori da questo post, e dalle mie responsabilità!

Ho conosciuto di tanto e di tutto. Vi risparmio la lista. E’ facile immaginarla. Come mai, mi domando, allora, non sei diventato di tanto e di tutto, Vitaliano? Non certo per virtù: che non voglio far ridere nessuno! Forse, per, via, via, maggiorata, lucidità. Non ho mai saputo coprirmi quanto basta, davanti a me stesso. Ecco! Recuperarsi, è anche spogliarsi davanti a sé stessi. Lo si può fare senza paura, però, se senti che lo stai facendo impunito, perché ti spogli, davanti a chi si sa spogliare, tanto quanto chi si spoglia.

Tutti nudi alla meta, mi dirà qualche bello spirito? Dipende! Dipende dalla meta. Dipende da quanto c’è da spogliare. L’importante, è che la stanza non sia fredda!

afinedue