Tossicodipendenze: lettere al Direttore de l’Arena.

Cortese signore: Correvano anni d’esperienza in meno quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze. Conscio dei miei tanti limiti, ho bussato a non si sa quante porte. Fra queste, a quella di un gruppo politico di Sinistra. Sentite le mie necessità, un aderente di quel gruppo mi pone la classica domanda da cento milioni: la droga è un male, o fa male? Feci fatica, allora, a capire il senso della domanda. Non poca fatica mi ci è voluta per rispondere, non allora, adesso: la droga fa male, ma se non risolta, diventare un male. Ora, infatti, pur essendo usata per gli stessi motivi di allora, ha percorsi implicitamente malevoli. Non tanto, o non di più, nel corpo del tossico, ma tanto e di più, nelle vene del mondo. Non è ignoto a nessuno, infatti, che vi sono culture che la vendono come arma, oltre per lo scopo di comperare armi. Per quelle culture, ogni pera è la pallottola che fiacca, quando non uccide, un alterno pensiero. Dal che ne consegue una necessità di difesa, che non può non procedere oltre una campata pretesa della libertà di farsi, se quella liberta è il cavallo di Troia che favorisce un generalizzato disfacimento: vuoi della personalità individuale, vuoi di quella sociale. Nelle tante e dispendiose campagne contro la droga, mai una volta ho visto trattato con evidenza, anche questo aspetto. A mio avviso, sarebbe ora di farlo.

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