"La democrazia è la "coesione sociale", dici?

Non mi dispiace, quest’affermazione, pure, mi lascia perplesso. Abbiamo visto che la democrazia attuata, in effetti è volontà di una maggioranza su di una minoranza. Ne consegue, che la democrazia è veramente tale se la minoranza accetta di essere socialmente coesa con la maggioranza. Diversamente, la democrazia che attuiamo, la si protrebbe anche dire una democratica dittatura. Non diventa assoluta, ovviamente, sino a quando la libertà d’opinione ed il conseguente agire politico non viene privato della possibilità d’esprimersi; e ciò, appunto, avviene in regime di libertà. Libertà, è il “contenitore” (vedilo come forma di una disciplinata morale individuale e sociale) che contiene (anche nel senso che limita) l’azione individuale e l’azione sociale: ambedue, infatti, devono avere corrispondenti fini. Tutto molto bello (sempreché non siano cazzate!) 🙂 ma anche molto ideale. Scendendo dal fico, allora, direi che il concetto di libertà è come la Donna: mobile. :DD Cosa ferma la mobilità della libertà nell’essere? Direi quello che ferma, presso l’uomo, la mobilità della Donna, (come l’opposto) cioè, una corrispondenza di fini supportati da comuni progetti, regole, sentimenti di vita.

avatar “eppure non possiamo dire che quel governo e quella mancanza di volontà non sia volute dal popolo cinese.”

fotina Quanto voluta o quanto forzosamente accettata?

p.s Perdona se il tono di questo commento ti pare suo malgrado una lezioncina: è solo perché, più che con te, sto riflettendo e verificando me.

afinedue

Sull’egoismo: discorsi.

A mio vedere ci sono due egoismi. Il primo contribuisce alla conservazione della vita di un dato soggetto. Il secondo contribuisce alla conservazione della vita di un dato soggetto, su di un altro dato soggetto. Negativo il secondo, ovviamente.

avatar caro perdamasco, una volta fissate giustamente (come fai tu) le radici biologiche del primo egoismo, temo che non sia più possibile distinguerlo dal secondo. O meglio si può farlo, ma con un percorso molto più lungo, che a me pare questo.
Che l’egoisnmo istintivo e immediato che la natura sotto specie di selezione naturale ha fissato come programma di ogni organismo vivente, nel caso di un animale come l’uomo, che ha sviluppato un controllo tecnologico dell’ambiente, non è più adeguato, da solo, a garantire la sopravvivenza della specie. In altre parole, l’egoismo funziona per gli esseri viventi semplici e deboli che debbono lottare, sottoposti alla natura, per la sopravvivenza. Non funziona più quando una specie diventa capace di modificare il suo ambiente: in questo caso la somma dell’egoismo dei molti porta a una distruzione disordinata dell’abiente, che può distruggere la specie intera. Per questo l’egoismo va controllata da funzioni psicologiche superiori, come una morale consapevole del suo obiettivo della consevrazione della specie umana e della stessa natura che ne e’ il presupposto fondamentale.
fotina“per questo l’egoismo va controllata da funzioni psicologiche superiori, come una morale consapevole del suo obiettivo della conservazione della specie umana e della stessa natura che ne è il presupposto fondamentale.”
 Verissimo; ed è anche l’istintuale progetto base di tutte le religioni, direi. Guaio è, che lo perdono (l’egoismo come antidoto morale contro l’egoismo sovra individuale che porta hai poteri) mano a mano diventano politiche. E poi dici che sono io a razzolare male! 😀 Altrettanto è vero che l’impedire al necessario egoismo individuale di non diventare un egoismo sovra individuale è un percorso che dura tutta la vita quando non oltre come penso.

avatar in altre parole, l’egoismo funziona per gli esseri viventi semplici e deboli che debbono lottare, sottoposti alla natura, per la sopravvivenza.

fotina Dissentirei. A mio vedere non è dei soli semplici e deboli. O meglio, è debole e semplice (l’egoismo di quei soggetti) se gli stessi soggetti non se ne sono serviti o non hanno potuto servirsene) con pienezza. Cosa sia “con pienezza” per un dato soggetto, lo dice l’esistenza e l’individualità del dato soggetto. Ed anche questo, è ricerca che dura come detto sopra. Condivido a proposito dei problemi inerenti l’ambiente. Sono problemi che nascono, appunto, da una sovra esposizione: quella dell’egoismo individuale – sociale su l’ego della Terra.

afinedue

C.L.S. Comitato Liberazione Scorie: commento.

Distinguerei. Liberazione da un pensiero politico variamente fascista, o liberazione da chi pratica la violenza per imporre il dato pensiero? Piaccia o non piaccia, qualsiasi pensiero, di per sé, è legittimo, è nella verifica dell’attuazione che è accettabile o meno. Ora, anche ammettendo che il pensiero fascista sia la sentina di tutti i mali, è pur sempre l’atto fascista da osteggiare al caso, non, una posizione politica. A mio vedere, tutte le ideologie politiche (e non per ultimo anche le religiose) dovrebbero avere un Comitato che le liberi dalle proprie scorie.

afinedue

Ogni tanto un pensiero mi gira per la testa: come un volo dentro una gabbia.

E mi girava questo: devo occuparmi delle cose del Padre mio. Non sussultare che adesso mi spiego. Il possesso di una fondamentale cultura, non necessariamente significa il possesso dell’identità che l’ha originata; ed è per questo, che posso possedere la cultura di tutti ma non per questo essere Tutti. Cosa significa, occuparsi delle “cose” del Padre? Il Padre ha (ed è) una sola cosa: vita. Occuparsi delle cose del Padre, allora, è occuparsi della vita che ha originato. Vi è vita del Padre, vi è la nostra. Per quanto riguarda la vita del Padre, chi più eletto di Lui ad occuparsene? Quindi, non mi rimane che occuparmi della sua opera. Per quanto so e posso, ovviamente. Vi è l’opera che è diventata Vitaliano. Vi è l’opera che è diventata i nomi che sappiamo darci e/o dare. Un tantinello impegnativo, per non dire megalomane, un mio occuparmi della seconda possibilità, quindi, non mi resta che l’occuparmi della mia. E’ ben vero che “nessuno è un’isola”. Occuparmi della mia, quindi, direi implicitamente, è anche occuparmi della seconda ipotesi. Contraddittorio con la precedente affermazione? No, direi, se, occupandomi di altro da me, rimango all’interno delle mie acque territoriali; e di questo e di queste mi sono ultimamente occupato. Quali, i risultati? Non lo so, per i fatti adiacenti alla scia della mia barca. Per quelli all’interno della mia scia e della mia barca, stantii come scorze di limone, spremute e rispremute e da troppo nella spazzatura; così il percorso della mia sessualità e della corrispondenti emozioni. Negare quella rotta alla mia barca? Chiaramente no. Quale alternativa mi resta, allora? Direi, ritrovare la rotta che avevo lasciato.

afinedue

Bellissimo, il gattino che ho trovato stasera.

Ci eravamo incontrati una prima volta in Corso Porta Nuova. Io con la bici. Lui a piedi. Ci era bastato un reciproco sguardo, per capire, ambedue, che tre più tre fa sei, ma non mi sono fermato. Di Capodimonte ne è pieno il mondo.
E’ ben vero che ho occhi per tutti, e forse anche la mente, ma non per tutti la vita. L’ho lasciato proseguire con un po’ di rimpianto, però. Sapere cosa si guadagna, (in sicurezza e/o tranquillità) non sempre consola il sapere sul piacere che, al caso, si perde. E, lì, c’era di che perdersi, anche se, tutto considerato, c’è non c’è più nulla di nuovo nella recita amorosa: a parte un orgasmo 😦 che si sa quello che dura.
Proseguo col mio giro: via XX Settembre, piazza S. Toscana e ritorno in Bra. Vado verso la Stazione. Giracchio. Decido di tornare a casa. In un incrocio nei pressi, ci rivediamo. Questa volta lo saluto. Risponde. Pensava che mi fermassi subito, invece, proseguo di una cinquantina di metri e lo aspetto. Si ferma. E, mo? E mo tiro fuori le sigarette. Fumiamo. Di dove sei? Indiano. Dice di essere a posto con i documenti, ma non ha lavoro, non ha casa, non ha mangiato. Mah! Mi chiede un favore. Ci risiamo. La solita questua. Sempre di più pellagrosa. Faccio la faccia di chi ne ha piene le palle. Non voglio soldi, mi dice, solo una coperta per la notte. Ossignur! Questa è una novità. Non mi sarebbe costato nulla, il fargli una pastasciutta, e neanche il farlo dormire da me, come neanche dargli soldi che mi hanno più o meno estorto più di una volta mi lamento. Mi lamento delle rapine che ha subito la mia fiducia; e così patiamo in due: lui perché perde quello che ancora potrei, ed io perché non perdo quello che non ho più. I casi sono due, gli dico. O mi aspetti qui, o vieni sino a casa mia. Decide di farsi la scarpinata. Andiamo. Arriviamo. Lo faccio aspettare in cortile. Poco dopo scendo con una coperta ed un impermeabile: c’è tempo da acqua. L’impermeabile è un Levis. Indossato molto poco. Non ci sto più dentro. La coperta è etnica. L’avevo comperata da Frette. Costata una follia, date le mie tasche. E’ stata follia anche il metterla in lavatrice. Ne era uscita stinta, e una volta asciutta, come pressata da uno schiaccia sassi. Liberarmene per giusta causa, è stato un piacere. Meglio a quel ragazzo che ad un cassonetto. Gli faccio vedere un giardino illuminato. Per dormire, più sicuro di altri. Gli faccio vedere anche dove prendere un qualcosa da mangiare. Diceva di avere mal di testa. Prima di lasciarlo, lo faccio sedere su una panchina e gli faccio un po’ di abbracadabbra. Lo vedo sorpreso. Non capisce come gli sia passato, ma lo accetta. Si alza, prende la borsa, mi ringrazia con un gran sorriso, (non di certo per il deca che gli ho allungato che è somma da non smuovere proprio nulla) e mi dice: prega per me. Ossignuuuur!!! Non mi mancava che questo nella vita: esser preso per un fachiro.

afinedue

La Colpa: lettera da cause perse pensata per i due giornali di Brescia.

La colpa, signor Direttore, è proporzionale allo stato di coscienza. In quanto presidente ed in quanto proprietario di Discoteca, vedo (e mi vedo) nolentemente “colpevole” di ospitare una gioventù, a sua volta “colpevole” di una vitalità generalmente in eccesso, a vuoi a causa di una esasperata ricerca di un più ampio completamento amicale – sentimentale, vuoi per segnare meglio uno stacco fra la vita che vivono e quella che vorrebbero vivere, vuoi a causa di “ausiliari” supporti: droghe monopolizzate dallo Stato, e droghe monopolizzate da altri stati. Una causa non esclude l’altra. La gioia di vivere è un’acqua che disseta. Non vi è acqua, che possa dirsi pura. Alla stregua, non vi è ambito e/o prodotto, che possa dirsi puro. Preso atto dell’universale impurità di quell’acqua, comunque non ci pare atto intelligente, il chiudere i bacini che la contengono. Intelligente, è filtrarla. Intelligente è controllare i bacini.
Nessuna delle Discoteche che rappresento si è mai rifiutata di applicare i più idonei filtri e/o controllare il proprio ambito. E’ certamente vero che una maggiorata conoscenza, permette l’applicazione di maggiori filtri e di miglior controllo; e neanche di queste azioni, nessuno di Noi, rifiuta. Il genere di filtro che noi applichiamo nelle nostre Discoteche nasce dalla nostra esperienza. E’ chiaro (c’è ne rendiamo ben conto) che non basta. Non basta, perché vi sono impurità che si sanno ben mimetizzare fra le non impure. Chi, è in grado di distinguerle meglio? In teoria, molti addetti ai lavori di pulizia? del sociale, ma in pratica, e a priori, nessuno. Ci ritroviamo così, Noi discoteche, ad essere l’involontario territorio di guerra, non solo, delle vittime di sé stessi, ma anche di chi dovrebbe aprioristicamente impedire, nella giovinezza, l’emergere di istinti inconsciamente suicidari. Come non bastasse, siamo involontario territorio di guerra dove, maggiormente si dimostrano le carenze operative, vuoi dei deputati alle politiche giovanili, vuoi dei deputati al controllo sui risultati di quelle politiche. Nessuno di noi, Associazione, si è ma sognato di chiedere la chiusura di un Sert ad ogni morto per droga. Nessuno di Noi, Associazione, si è mai sognato di chiedere la chiusura di un Commissariato perché non ha saputo fermare lo spaccio (o lo spacciatore) che ha provocato quel morto: pure, sanno molto più di noi. Pure, possono molto più di noi.
Cosa ci ritroviamo a vivere, invece? Ci ritroviamo a vivere un rischio di fallimento per ripetute chiusure, perché, onde separare l’acqua sporca dalla pulita, altro mezzo non si trova, oltre al chiudere i bacini. Per quale colpa, dal momento che se da un lato abbiamo ben coscienza del problema, dall’altro, non possiamo essere coscienti dei problemi che possono albergare in una data coscienza? E, se i deputati alle politiche giovanili ed al controllo, chiaramente, non possono essere i maghi che ipso fatto risolvono il problema della devianza sociale nella giovinezza, (e/o nel dato giovane) per quale mai potere possiamo esserlo noi, che se per malaugurata idea di permettiamo di allontanare un soggetto dai nostri ambienti, anche solo delicatamente accompagnandolo verso l’uscita, rischiamo una denuncia penale per maltrattamento? Il Ministro di un precedente governo ebbe a dire: dobbiamo imparare a convivere con la Mafia. Noi, non le abbiamo scritto questa lettera perché vogliamo convivere con l’acqua sporca, ma perché vogliamo imparar a separare acqua da acqua, in quanto invasi, non solo dalla marea di fango che tutto invade (se già non ha tutto invaso) ma anche delle chiare insufficienze di chi, ben più efficacemente di noi, dovrebbe difendere anche noi. Vorremmo sapere, inoltre, se e come, i deputati al problema devianza nella cultura giovanile intendono risolvere il Problema, senza per questo aggiungere danno a danno. Chiudere le Discoteche, infatti, non è, risolvere il Problema. Più che altro; ci pare la terapeutica volontà di chi non vuole avere problemi. Il non aver problemi perché si tacita il Problema chiudendo le Discoteche, è giustizia di chi può, ma non è la giustizia di chi sa. A proposito dell’inquinamento nei valori nella Giustizia, anche ogni atto che sa di sopruso è una melma. Non per questo chiediamo la chiusura della Giustizia. Solamente gli chiediamo, di dare ad ognuno il suo, bilanciando i suoi piatti ed i suoi pesi, con più mirato equilibrio.

afinedue

Se fissa l’arbitrio, tutto è droga.

Il principio chimico di ogni droga è la fissazione dell’arbitrio. Si può dire, pertanto, che ogni genere di sostanza, (non per ultimo, un dato pensiero) è droga, tanto quanto fissa il giudizio di chi l’assume, (se chimica) e/o di chi la vive, se ideologica. Nella mia esperienza presso le tossicodipendenze ho conosciuto non poche personalità prese dalla roba, ma nessuna di veramente imbecille, perché di nessuna si poteva dire che non era in grado di intendere circa la pericolosità personale e sociale delle loro scelte, mentre si poteva dire che non erano in grado di volere l’uscita da quelle scelte; il piacere chimico dato dalle droghe, infatti, è talmente fondante da cassare ogni altra base culturale e/o morale. Per quanto premesso, quello che vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere chimico, non di meno vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere ideologico; e se manifestazione di quella fissazione è una forza irragionevolmente espressa, quella forza, allora, è una droga. I presi da irragionevole forza, quindi, andrebbero presi in carico dai Sert, così come lo sono i presi da altre droghe.

afinedue