Ogni tanto un pensiero mi gira per la testa: come un volo dentro una gabbia.

E mi girava questo: devo occuparmi delle cose del Padre mio. Non sussultare che adesso mi spiego. Il possesso di una fondamentale cultura, non necessariamente significa il possesso dell’identità che l’ha originata; ed è per questo, che posso possedere la cultura di tutti ma non per questo essere Tutti. Cosa significa, occuparsi delle “cose” del Padre? Il Padre ha (ed è) una sola cosa: vita. Occuparsi delle cose del Padre, allora, è occuparsi della vita che ha originato. Vi è vita del Padre, vi è la nostra. Per quanto riguarda la vita del Padre, chi più eletto di Lui ad occuparsene? Quindi, non mi rimane che occuparmi della sua opera. Per quanto so e posso, ovviamente. Vi è l’opera che è diventata Vitaliano. Vi è l’opera che è diventata i nomi che sappiamo darci e/o dare. Un tantinello impegnativo, per non dire megalomane, un mio occuparmi della seconda possibilità, quindi, non mi resta che l’occuparmi della mia. E’ ben vero che “nessuno è un’isola”. Occuparmi della mia, quindi, direi implicitamente, è anche occuparmi della seconda ipotesi. Contraddittorio con la precedente affermazione? No, direi, se, occupandomi di altro da me, rimango all’interno delle mie acque territoriali; e di questo e di queste mi sono ultimamente occupato. Quali, i risultati? Non lo so, per i fatti adiacenti alla scia della mia barca. Per quelli all’interno della mia scia e della mia barca, stantii come scorze di limone, spremute e rispremute e da troppo nella spazzatura; così il percorso della mia sessualità e della corrispondenti emozioni. Negare quella rotta alla mia barca? Chiaramente no. Quale alternativa mi resta, allora? Direi, ritrovare la rotta che avevo lasciato.

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