Sogno o son desto? Il sindaco di Verona, Tosi, voleva portarmi a letto.

E’ notte. Cammino per il piazzale della stazione. Passo davanti ad grosso e grande arbusto di forma tondeggiante. E’ aperto da un passaggio. C’è dell’immondizia in mezzo a quel tracciato. Ci viene odor di orina. Esce una coppia. Guardo. Considero. Prostituzione. Proseguo. Più avanti del cespuglio, un gruppo di persone. Uomini. Guardo. Considero. Sono maschi. Sono babe. Proseguo. In mezzo a loro ho visto il sindaco Tosi. Non dicono niente ma sento che parlano di quello che vedono. Mentre passavo, il Tosi mi guarda. C’è giovanile curiosità. Attrazione da simpatia. Mi raggiunge. Mi prende sottobraccio. Mi parla. Mi fermo. Mi pongo di fronte. Lo vedo come donna. Pesantemente truccata. Inutilmente truccata. Si vede che è maschio. Non mi chiedo quanto. Non m’interessa. Ci dirigiamo verso il piazzale Città di Nimes. Con un mezzo sorriso, borbotta il suo invito. Del genere, ora che ci siamo, possiamo anche andare a letto! Gli dico che è impossibile perché porto una croce pesante: questa sera in modo particolare. Sono un omosessuale, gli dico. Da sotto una parrucca biondo stoppa da vecchia puttana che tenta d’imbellirsi, mi fissa. Lo sguardo gli si è incattivito. E’ perplesso. Non può tornare indietro. Non può proseguire. Non sa cosa fare della sua proposta. Non sa cosa fare di me. Ancora presente, ma distante da me, entriamo in un giardino. Nessun fiore. Qualche aiuola di un verde impolverato. Una vetrata da sul giardino. Di la, un atrio molto illuminato. Ci sono delle persone in quell’atrio. Una donna e tre uomini. La donna tenta la porta. Non riesce ad aprirla. Mi chiede di farlo. Lo faccio. Entrano nel giardino.
Imperiosa, sicura di sé, sovrasta gli uomini. Sono ombre, al cospetto della sua forte risata. Rivolta al suo gruppo dice di essere una scrittrice, “e se non scrivo, cosa faccio?” Mi sveglio.
Avevo mangiato un po’ di uvetta passa dopo mangiato e prima di andare a dormire. Veniva dalla Turchia. Mi sa che c’era dentro qualcosa di psicotropo.
Bèh! Che dire di questo guazzabuglio di emozioni?
In sintesi, direi che il sogno mi rivela (o che io mi rivelo attraverso il sogno) che sono stato tentato da emozioni di un potere, localistico e localizzante, di spirito leghista, e che ho rifiutato perché amo il simile, non, il potere. Simile detto dal fatto che io non tendo verso alcun potere, e potere detto dal fatto che lo vedo come una puttana.
“Ci dirigiamo verso il piazzale Città di Nimes.”
Potrebbe voler dire che ci dirigiamo (ambedue presenti ma distanti) verso un idea di vita: ora, giardino trascurato e pieno di polvere del tempo che cade sulle speranze, si potrebbe dire, ma da un atrio illuminato c’è lo stesso chi vuole entrare. Quella donna, in particolare modo.
Chi è e cosa rappresenta, quella Donna, dalla così forte vitalità?
Il sogno non me lo fa capire. E come se mi dicesse: arrangiati! Ed io mi arrangio. Se è vero che tutto è scritto, e che quella donna è scrittrice che non può fare altro, allora, che scrivere su di sé, perché, se non lo fa, cosa fa?

p.s. Nel linguaggio gayo, la Baba, è il 50enne donnone dal carattere floreal – budinesco nonostante il fatto che appaia forte perché grande e grosso.

afinedue