Rientrando dalla disco, ieri sera mi è capitato di pensare: possibile che nella gioventù di oggi prevalga una indifferenziata imbecillita?

Mi rendevo ulteriormente conto, che stavo pensandoci, come chi vede un panorama dall’alto, cioè, con inevitabile perdita dei particolari. Anche il mio discorso diventerebbe imbecille, senza questa presa di coscienza. M’ha indotto al pensiero, una serie di motorini spinti per terra. Certamente succedono imbecillità molto più gravi: donne gratuitamente aggredite, poveri picchiati, quando non bruciati per noia, ed altri che sarebbe lungo elencare ma che già conosciamo. Perché succedono con così straripante misura? Si parla, di “perdita dei valori”. Sono propenso a pensare, invece, che sia un inascolto dei valori. Va bèh, mi direte, cambiano i fattori ma non il risultato. Vero, cambia però, anche il punto di vista per cui intervenire: l’obbligo dell’ascolto. Chi, è deputato ad obbligare la giovinezza imbecille ad ascoltare dei valori che può dir di non conoscere solamente chi abita su altri mondi? Lo dovrebbero gli educatori: famiglia, stato, religione. Visto che ci sono gli educatori, e visto che ci sono le imbecillità, ne consegue fallimentare l’insegnamento. Perché fallimentare? Mi rispondo, perché manca il rigore e/o la possibilità di applicarlo. Oppure, perché vi sono fattori che rendono molle, quel rigore; perché vi sono fattori che lo rendono valicabile; perché vi sono giustificazioni, che lo rendono, personalmente e/o socialmente eludibile. Ma, è proprio così imbecille, la giovinezza? No. Fatto quattro conti, a mio avviso, no. Cosa, allora, la fa sembrare tale? Direi, la vitalità quando non è contenuta. Cosa contiene la vitalità? Il rigore. Il rigore, è la colla che tiene insieme i contenuti. Quale la matrice che la forma? La certezza dell’obbligo che permette la forma della sostanza. Chi deve formare la sostanza e l’obbligo? Ed anche qui, torniamo da capo: la Famiglia? La temo non bastante. La famiglia, oggi, più che altro mi pare diventata il centro di raccolta di finalità domiciliari per finalità sociali; pur non trascurando, ovviamente, le finalità progettuali dei genitori. La Religione? Già, la religione! Già, i religiosi! Predicatori nel deserto, temo; e non necessariamente a causa del deserto. Non dipende dal deserto, se è arido. Dipende da chi non lo bagna, e/o da chi non lo sa giustamente bagnare. Lo Stato? Lo Stato mi ricorda le madri che hanno un debole per i figli spregiudicati. Perché? A mio vedere, perché ascoltano la loro virilità animale più che la virilità dei figli, famigliarmente e socialmente addomesticati; immagini di quello che molto probabilmente, e necessariamente, è diventato l’uomo che hanno sposato. C’è anche un ulteriore motivo, sempre a mio vedere: sono madri dalla femminilità maschile. Fra quelle madri e quei figli, allora, s’instaura una sorta di amorosa seduzione da riconoscimento della reciproca forza; complicità (non escludo l’erotica, non escludo la latenza sessuale) che rende fluida, quando non vana, ogni possibilità di educativa incisione nell’animo di tale forma di crescenti. Si, perché il padre, mooolto raramente è chiaro educatore. Generalmente, altro non è (e/o dovrebbe essere) che la barriera che ferma (e/o dovrebbe fermare) il travalicamento della giovanile vitalità. Cosa, la fermava, che ora non ferma più? La fermava la paura detta dalla forza fisica, la fermava la paura della forza psichica, la fermava la paura della forza giudice. Esistono ancora, queste paure verso il padre. In potenza si, di fatto, no. O meglio, esistono sino a che il crescente rimane in famiglia, ma vanno cessando non appena il crescente inizia il percorso extra famigliare. Nel percoso extra famigliare, il padre viene sostituito da paternità e/o maternità putative. Non valide? Di per sé, certamente. Cosa le invalida? Direi che le invalida la debolezza che è nel non essere l’educatore di unica referenza. Faccenda che, a sua volta, invalida la forma educativa della famiglia. Ulteriore invalidante della forma che si intenderebbe dare al crescente, poi, è quella “famiglia” allargata che il crescente ritrova nelle amicizie da scuola, e/o in ogni suo multimotivato raggruppamento. Avendo più di un referente di formazione, il crescente, così, si ritrova a poter scegliere chi. Educare, è forgiare. Forgia ideale, è l’amore. Trova amore, in tutto quel marasma di educatori, il più delle volte in conflitto fra loro? No, a mio vedere, trova il dovere di forgiare, ed il dovere di farsi forgiare. Il dovere, è un piacere? Solo nella personalità di costituita identità personale, morale e sociale, direi. Il che vuol dire, in ulteriore età. Nell’età in ragionamento, quanto conta il dovere? Se non obbligato, molto poco, direi. Se non obbligato, nell’età in ragionamento, come forgia conta molto di più, il soggettivo piacere. Il piacere è intelligente? Nella giovinezza?! Gesù, temo proprio di no!
asterisco
p.s. A fine scrittura mi sono accorto di non aver citato altri due educatori: la scuola e le trasmissioni di massa (sia per quantità di informazioni sia per la quantità del seguito) che sono televisione, internet, ed altri collegati mezzi. Per quanto riguarda la scuola, entro nel merito solo per affermare che, nell’educazione, si trova ad essere barchetta in balìa di infinite onde. Sarà anche che con l’età di diventa conservatori, ma ai mezzi di massa che cito, farei fare la fine della Torre di Babele, quando, nella coscienza che inevitabilmente formano, non tengono conto della misura con cui formano. Si, anche quei mezzi, dovrebbero sottostare ad un rigore. Con altre parole, non dovrebbero poter invadere di sé, le menti che non sono pronte a riceverle. Mi domando, infatti, quanto é legittimo informare non tenendo conto della mente in formazione? Il fare in modo di contenere quei mezzi, é censura? Se lo é, allora é censura, anche l’impedire, ad un crescente, di mangiare una trentina di bigné alla volta.

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