Fra qualche mese potrò dire di conoscermi da 65 anni.

Per tale conoscenza (impasto di bene e di male, di giusto e di sbagliato che sia) sono ciò che sono, ed amo quello che sono riuscito ad essere. Non è un amore assoluto. Tanto meno, costituito in pianta stabile; è soggetto, infatti, a costante bisogno di accertamento su quanto amo: la mia identità in sé, in quella altrui, in quella del mondo.
Amo me stesso, più dell’identità altrui, e/o più di quella del mondo? Dove fra la mia identità e quella altrui non vi è corrispondenza di vita e/o di pensiero, comunque l’amo, per quanto so e posso, e/o per quanto la vita altrui mi permette di poterlo. E’ un amore che non grida, il mio; è un amore che tace, ma, è un amore che lo stesso è.
E’ un amore verso la vita, quanto non può esserlo verso una vita; ed è un amore che sa, che amando sé stessa, la vita, sa difendere i suoi interessi molto meglio di quello che potrei fare io anche salendo sulle più grandi barricate, o anche salendo su le più grandi, e molto meno pericolose scrivanie.
Ci salgano quelli che non la pensano come me, perché ad ognuno la sua via, la sua verità, e la sua vita. Certamente si può dire quello che si pensa. E ci mancherebbe! Fa parte dell’amor proprio, quando non è vanesio. L’amor proprio non è vanesio quando opina; vanesio lo diventa, invece, quando sentenzia. Visceralmente parlando, colloco chi sentenzia sulla vita altrui, fra gli imbecilli di bortocaliana memoria.
Per quanto so e posso, non per questo mi rifiuto di stare anche presso di quelli, ma ci sto, sino a che me lo rendono possibile. Dopo di che, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.

asterisco

La lettera è di una decina di anni fa.

afinedue