Informare ma non deprimere per non illudere. a Ercole C. Primario di Malattie Infettive in Verona.

Ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze a livello sociale dopo la morte dell’Amato: accadimento del 91. Tutte le situazioni in Aids, allora, erano tentativi di programma, più che programmi. Fra questi, la paura di informare in modo da non far paura. Quale, la giusta misura? Questa lettera è stata la mia risposta.

asterisco
Mettiamo che la Cultura sia il cuore della vita del pensiero e che l’informazione sia una delle sue vene. Così come succede nel sistema biologico, le informazioni sono vene ottimali all’ossigenazione culturale della Persona, tanto quanto la loro pressione informativa corrisponde al sistema culturale di una data persona. La dove, o in uscita (la fonte informativa) o in entrata (la fonte da informare) non vi è una corrispondente relazione interculturale, nell’incanalazione informativa fra le due fonti succedono delle perdite di qualità che possono anche avere dei pesantissimi effetti collaterali: in alcuni casi sono giunte ad indurre persino al suicidio.

E’ effetto conseguente ad una perdita di qualità della fonte di comunicazione, o la depressione naturale o l’eccitazione culturale (ma non di meno di vita se ad essere offesa è la forza del suo Spirito) della fonte che la riceve. Nella persona, una informazione depressa nella sua qualità perché scadente nei dati per difetto, può ingenerare degli stati di delusione; diversamente, una informazione di qualità eccitata perché scadente nei dati per eccesso, può ingenerare degli stati di illusione.

Non è che presso una personalità mediamente integra (e/o mediamente colta) una informazione non corrispondente allo stato culturale ricevente non ingeneri dei danni, è che la sua pressione culturale è idonea al punto da saper rielaborare, sino alla sua capacità di misura, le perdite della poca qualità che riceve. Però, così non è per le situazioni più carenti e, così potrebbe non essere anche presso personalità non mediamente integre e/o non sufficientemente colte.

In rapporti culturali più quantitativamente contenuti, non solo anche le perdite sono contenute ma anche più immediatamente riparabili. E’ nei rapporti culturali di più vasta estensione che il problema “Informare ma non deprimere per non illudere” si pone con tutta la sua gravità.
Presso le fonti informative che ne hanno il senso più pieno, il problema ” Informare ma non deprimere per non illudere ” è grave al punto da giungere ad inibirle anche sino al silenzio, ma se tacere può anche essere cautelativo, comunque è disinformare per non sapere, non come informare, ma come impedire che una data informazione non venga usata e/o interpretata impropriamente.

Giusto per fare un esempio: se mi si dice che ho fatto tredici, certamente mi si da una informazione che mi fa bene. Se, però, me lo si urla nell’orecchio, mi farà sempre bene quell’informazione, ma assieme al bene, comunque me ne è venuto un irritante fastidio. Lo stesso se mi si dirà la stessa cosa a bassa voce. Direi, allora, che una giusta informazione dipende anche dai decibel culturali che si usano nel porgerla e, amenoché non si sia delle fonti pirata, certamente una informazione non può essere data in decibel da discoteca fuori norma.

Da anni, le esigenze economiche di chi commercia in informazioni hanno insidiato di appariscenza il modo di informare. E’ dovuto venire l’Aids per ricordare a tutti che lo scoop in una informazione nulla aggiunge alla Cultura di chi ha bisogno di essere informato se non il dolore dato dalle grida.

afinedue