Vi sono armi che uccidono per il solo fatto che lo sembrano.

Un arma, dice un magistrato, che non ha subito alterazioni nella struttura nè modifiche in grado di renderla offensiva, è un’arma giocattolo di libera vendita. Sino a qui, nulla da eccepire. Ma, si può ancora dirla “giocattolo” quando è nelle mani di chi gioca con la vita altrui? A mio avviso, no. Se chi è sotto mira di una simil arma non si rende conto che è un giocattolo, subisce le stesse pressioni psichiche, e la stessa violenza nella sua integrità di chi è messo sotto tiro da un arma vera, pertanto, la si può dire inoffensiva, esattamente come un coltello da cucina messo sotto la gola!

I rapinatori scappano, ed il rapinato spara: li uccide. E’ certamente vero che la sua vita non era più in pericolo; è certamente vero che in pericolo di fuga vi era quanto rapinato. Se da un lato non si può più dire che il rapinato ha ucciso per legittima difesa, si può dire che il rapinato ha ucciso solamente per difendere la sua proprietà? Si, lo si può dire, ma, quale proprietà? Quella dei gioielli, o quella di una concezione di sè psicologicamente minata? E come si potrà mettere distinguo, su quale la più determinante, ora che il rapinato si è ucciso rivolgendo contro sé stesso un’altra simil arma?

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