“Così, tra questa infinità s’annega il pensier mio.” Sogno

Sto lavorando nella cucina di un un ristorante di una certa importanza. Sono stanco. Non ne posso più. Mi cade l’occhio su di una nota. Penso sia indirizzata a me. Non ci capisco niente. E’ firmata da un certo Tosi. Chiedo chi è ad alcuni del personale ma non sanno dirmelo. Indicato da un ragazzo di cucina, dopo tanto vagar, infine lo trovo. Dopo averla letta si limita a chiedermi se sono disponibile a qualsiasi orario. D’impulso dico si, ma poi, alla sera gli dico che non c’è la farei.
Non ho ancora mangiato nulla. Apro un frigo per prendere un qualcosa. E’ stracolmo. Sono tutti avanzi. Prendo del formaggio da un involto pieno di pezzi. Taleggio vecchio, sembrava. Con quello, un paio di grumi intinti in una salsa verde. Esco con quel po po’ di menu, e mi siedo ad un tavolo messo sotto un albero senza foglie, ma, era bella la luce e fresca l’aria.
Tra il rom ed il nordafricano, al tavolo di fronte sono seduti quattro giovani. Do un’occhiata. Non più di tanto. Ciarlano per i fatti loro. Non mi notano. Chino il capo su quel merdaio di cibo e comincio a mangiare. Dal parlato, sento che i ragazzi passano al canto. Non so di cosa. Non so di che. Bello si, ma non mi prende, così, rimane nello sfondo, ma, dallo sfondo ne emerge uno. Mi blocco. Lo cerco. E’ di un morettino che avevo appena notato. Arabo. Sui vent’anni. Capelli neri ma lisci. Bellissimo il taglio che gli risalta un viso, marcato. Non sta guardando gli amici mentre canta tenendosi con la sedia in bilico. Non guarda neanche me. Come tutti quelli che avrei potuto amare, d’altra parte. Cosa dirvi di quella voce se non che era angelica, ma non bianca. Sento che è una romanza. Non per donna. Non per me. Mi sarei tagliato un braccio perché lo fosse. Par che canti sulla sua vita. Par che canti la vita. Non vedevo l’ora che terminasse per applaudirlo. Forse anche, per fargli vedere che c’ero. Mi sono svegliato prima.

afinedue