Ho salvato un matrimonio, o protratto un “tumore”?

Per anni, non meno di una ventina se non vado errando, sono stato il parafulmine che ha permesso al matrimonio di una mia amica di non essere colpito dalle sue tensioni, dai suoi conflitti: tensioni e conflitti, a mio sapere generati da quel dannato bisogno di normalizzazione, che obbliga ad aderirvi anche quanti non corrispondono a prefissati ruoli, a convenzionali figure sociali. Da quegli ergastoli, vi è chi riesce ad adeguarsi, (accettandoli passivamente e/o acriticamente) e vi è chi, nel bisogno di evadere, sbatte contro le sbarre. Vi è anche chi, non riuscendo a divellere le sbarre, divelle sé stesso/a; ed è il caso della mia amica, colpita da gravi patologie da possibile somatizzazione.
Le sostengo da somatizzazione, vuoi per esperenziale sospetto, vuoi perché non appena si stacca anche per breve tempo da quanto la provoca (la famiglia) inizia la ripresa fisica.
Giusto per farvela corta, col tempo, la faccenda è diventata un tumore, con una metastasi che è penetrata anche nei restanti appartenenti del suo matrimonio: il marito e i due figli; convinti tutti, di essere esenti da una metastasi, che, fra inconsapevolezza e consapevolezza, reciprocamente continuano ad alimentare. Ben vero che l’insieme di quel nucleo possiede ancora delle cellule sane, ma non quanto basta per curare le non sane, così, la lotta fra il bene e l’errore proseguirà sino all’estinzione, sospetto, vuoi del corpo matrimoniale, vuoi del corpo dell’ammalata da quel corpo. Come sciogliere quell’impossibile groviglio? Gira e rigira, questa è una delle soluzioni!

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afinedue