Un amore a gonfie mele.

A Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una sorta di villa di con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente, virile. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora.
Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, rasi di ogni erba dalle capre. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano.
Ho sempre avuto paura dei cavalli.
E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passegiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affacinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli.
Non per questo cavallo.
Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli psszz, psszz!
Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, psszz, psszz! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì!
Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, glele passo pur facendoglie cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringrazziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe!
Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca, ma, verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Psszz, psszz! Non esce dal capanno. Insisto: psszz, psszz! Niente. Insisto. Drin, drin, col campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. S’è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: psszz, psszz, drin, drin!
Ullalà: esce subito!
Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Va verso destra ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là!
Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento disperato come un tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la lunga coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata!
Un po’ per lui. Un po’ per me.

Ho pianto sul mio te, sui miei biscotti, sulla mia nullità.

“Tra le foto dei cadaveri ho ritrovato mio figlio.
Quel giorno sono tornata alla Corte rivoluzionaria per la dodicesima volta.
Mi hanno detto di nuovo:”Non è con noi. Vai alla stazione di pulizia di Shapour e guarda le foto”.
Ho risposto che ci ero già andata e mi hanno detto: “Tornaci”.
L’album con le fotografie era molto più spesso questa volta.
Mi hanno dato quello che diceva “25 – 30 anni”.
Ma Shorab ha solo 19 anni… Quanto sei cresciuto in fretta, Shorab, in questi 25 giorni trascorsi a cercarti.
Quanto più vecchio puoi sembrare?
I dottori delle autopsie ti hanno messo nell’album di quelli di 25 anni.
Apri gli occhi, Shorab.
La mamma sta guardando la tua foto.
Apri gli occhi per favore.”

=> Parvin Fahimi, madre di Shorab Aarabi (19 anni) la cui morte è stata confermata nei giorni scorsi, in una lettera pubblicata dalla Internetional Campaign for Human Rights in Iran.

Spettabile Ditta.

Caso vuole, che codesto Ufficio non abbia assunto un operaio della generale ed odierna realtà lavorativa: ha assunto, invece, un amante del lavoro, e di riflesso, un amante della Ditta. Per tale indole, il sinora mancato pagamento dello stipendio non è solo una mera questione di ritardi; e? questione di un sentimento che il ritardo ha umiliato. Così, come non si sopporta più la vista di un amante che ci ha delusi, alla stregua non sono riuscito a sopportare oltre la vista del lavoro. Per tale depressivo motivo mi sono sentito impossibilitato ad andarci.
Chi non proietta il suo essere nel suo fare, e nell’insieme trovare completamento dell’identità culturale (ma non di meno morale) troverà risibile un discorso che per me, invece, è un punto fermo, tuttavia, in seguito a colloquio intercorso fra me ed il vostro ispettore, e la signora S. ho aggirato la mia difficoltà emotiva. Sia pure con ritardo, quindi, ho potuto mantenere il contrattuale impegno.
In sede lavorativa ho giustificato il caso dicendo che avevo il mio giorno di riposo e che la persona che mi doveva sostituire non aveva potuto andarci per casuale malessere. Il ritardo non ha leso la qualità del mio apprezzato servizio, che, sia pure nell’ambito di quanto devo ai fruitori, è da ristorante più che da mensa. Le successive conferme inerenti il bonifico in questione avrebbero superato il senso espresso in questa lettera, ma il capire ed il far capire è un mio ulteriore fondamento.
Sarà l’età!
Con i miei saluti, Vitaliano.