"Antonello: l’importante, é che tu sia infelice."

grafa
Antonello Venditti è un autore che non ho mai particolarmente seguito: uno dei miei tanti errori, scopro. Nella sua biografia, il Venditti dice del rapporto con sua madre: donna, a più livelli castrante. Racconta anche, come sia rinato dalle castrazioni che inibivano il suo diritto alla felicità, e che è proprio a sua madre che deve quella riuscita. Non tanto perché fosse il chiaro proposito di quella donna, ma proprio perché, la negazione della felicità, è stata la cartina di tornasole che, per confronto, gli ha fatto capire cos’è e com’è la felicità. Per quella nolente lezione, ora l’ama come non l’ha amata sino a che era in vita. Lezione molto tortuosa, è vero. Un po’ mi ricorda la mia: ho riconosciuto la strada del mio bene, proprio perché una vita matrigna (credevo) mi ha messo in quella del non bene.

rosaquattro

"Vegliate, perché non sapete quando arriva"

grafa
Sotto un cielo mezzo così e mezzo cosà, posato il giornale che abitualmente vado a leggere sulle panchine davanti alla chiesa di s. Zeno, stavo dando del pane ai colombi. Nel silenzio mentale che riesco ad ottenere quando voglio allontanare i dissidi, improvviso, mi invade un pensiero: “vegliate, perché non sapete quando arriva”. L’affermazione fa parte della narrazione evangelica se non ricordo male. Sul giornale stavo leggendo le dispute che riguardano il Berlusconi, sia come premier che come imprenditore. Da quelle, un remember non completamente vissuto, deve averle collegate alle dispute politiche che leggo nel blog fra pensatori di Destra e pensatori di Sinistra. Su cosa, dovrebbero vegliare questi pensatori, perché non si sa quando arriva? Visto che non sono un prete, e visto che considero fatto privato il mio essere di fedele, ne traggo la conclusione che non è certo dell’arrivo del Giudice, che sento di doverli avvisare, e non di meno, avvisare me. Mi sono chiesto: se non è del Giudice, può essere del giudizio? Può essere mi sono risposto, ma, il giudizio di chi?
Dal momento che non pensavo a faccende spirituali, ne traggo la conclusione che l’avvertenza riguarda l’inaspettato arrivo del giudizio che concerne le nostre azioni. Le nostre azioni, sono principalmente motivate da ragioni che toccano la sfera personale. Nell’emanazione di ciò che proviene dalla sfera personale, non vi è dubbio che giungano (le azioni) ad influire sulla sfera collettiva, ed in questo, passare, dalla storia personale alla storia collettiva. In questo passaggio da sfera a sfera, anche il giudizio, passa (e verte) dalla storia personale alla storia collettiva. In ragione dei casi e degli argomenti, e dello stato di discernimento sulle azioni in giudizio, si passa dalla storia della vita di un dato memento, alla storia della vita di date epoche. Nel motivare il convenire e/o divergere, quindi, non possiamo non vegliare, perché le ragioni della Storia potrebbero smentire, anche pesantemente, le ragioni che abbiamo portato avanti; e se nelle ragioni che abbiamo portato avanti, la parola ultima che è della Storia (non quella reclamata dai vinti, e neanche quella reclamata dai vincitori, ma quella della vita) dovesse rivelare che abbiamo dormito (o con altro dire, che una ragione non ha vegliato sul suo giudizio) pesante, potrebbe essere la pena di vederci appesi alla forca dell’errore, alla croce del dolore. Vegliamo sulle nostre parole, quindi, perché non sappiamo quando arriva la Storia giudice, e né sappiamo su chi darà il giudizio ultimo.

rosaquattro

Caro Gigio:

ho letto che hai dato della miserabile alla signora Berlusconi.
grafa
Dissento, fortemente dissento. Fra motivi che non conosco, suppongo che tu l’abbia fatto per diritto di libertà nella parola. Non è certo su quel diritto che voglio entrare in merito, ma solo sull’uso. Non può essere diritto, infatti, quando una data libertà viene usata per diffamare una identità; è un “diritto”, infatti, che la legge censura e al caso punisce anche in solido. Ora, la dove a livello umano esistiamo paritariamente, non paritariamente esistiamo a livello sociale e/o economico. Dal che se ne trae che la signora Berlusconi manco ci vede, e manco ci conosce. Di tutto sarà impensierita, quindi, fuorché dell’occuparsi di quello che noi due possiamo dire di lei. Può essere questa nostra insignificanza, l’impunito placet che ci autorizza ad offenderla senza pagare il debito scotto che è in ogni diffamazione? E se la signora in questione sapesse della tua diffamazione e ti citasse a giudizio, saresti in grado di pagare gli oneri che da sempre accompagnano il diritto alla libertà di parola? E se tu non fossi in grado di pagare quegli oneri, per quale altro prezzo e/o con quale altro capitale sostiene il diritto all’offesa? Avrai notato che non mi sono mai permesso di dare del miserabile al signor Berlusconi, eppure, molto fa pensare che lo possa essere di più della signora Berlusconi, al limite e al caso, miserabile per faccende private, non, miserabile per faccende di rex pubblica. Nella spada della verità, il diritto alla parola ne è il taglio: a filo, tanto quanto separa. Non a filo, tanto quanto lacera ciò che separa.

rosaquattro

Violenza contro la donna:

bisogna rieducare gli uomini.

grafa

Dice il ministro Carfagna: Alla base dei soprusi c’è una concezione dove la donna è un oggetto da possedere, da trattenere, da bistrattare, a cui si nega la dignità dei diritti, la libertà di essere quello che è, quello che desidera o vuole diventare.
Vero, direi, però, che questo è il tipico ritratto della virilità da gallo del pollaio. Dell’amante cioè, che nel rapporto con la donna, all’aspetto esistenziale, privilegia la sola conquista di un piacere, che, in ragione dello stato passionale può diventare una voglia di dominio su “l’oggetto” che lo procura. Ovviamente, non tutti gli uomini sono così. Ci sono uomini (come di converso donne) che nel rapporto con l’altro/a donna fondano le conferme sulla loro forza, fondano il senso della loro esistenza, fondano la loro fiducia nella vita. Un crollo totale di quei fondamenti, può diventare un lutto che non risparmia nessuna parte di un essere. Può diventare causa un conflitto emotivo, implosivo quanto esplosivo. Nel primo caso, può radere interiormente le convinzioni dello stesso soggetto, e nel secondo, esteriormente radere la figura causante il suo lutto. Oltre che rieducare gli uomini (e le donne) al reciproco rapporto, bisognerebbe rieducarli anche ai significati di matrimonio: alleanza di due soggetti intenzionati a diventare un’unica carne per poter essere un’unica vita. Non ci si scappa. Il matrimonio è una faccenda molto seria. Se incoscientemente presa, può diventare mortale, anche dove una data vita non la si può dire clinicamente morta.

rosaquattro

Ci sono poveri

 che non sanno come tirare il cammino,
e poveri che è necessario fermare perché sanno camminare anche troppo.
grafa
Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano. Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. I pacchi alimentari si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco almentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli.Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone.
Entrano. Uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, direi, o forse, attore.
Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi si era stretto il cuore. Mi sono rivisto nel mio collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai.
Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di carne, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche lì. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione.
Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote,quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza del mussulmano in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani! E si fa una sommessa risatina, intendendo, con quella, sottolineare un assurdo.
Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, può diventare solamente il prezzo che devono pagare per poter mangiare.

rosaquattro

Una corona per Brenda.

Non sei morta perché sei un travestito, Brenda.

grafa

Sei morta perché, travestiti, era quelli che si accompagnavano a te.
Si accompagnavano a te, non di certo per soddisfare il piacere nell’uso di tette over size, ma perché di over size amano il pendulo che non trovano nella donna, e non cercano nel maschio.
Non lo cercano nella figura maschile, forse perché il maschio non completa il loro eros, forse perché non hanno il coraggio di ammetterlo, forse perché le maschie confusioni sessuali che li travestono, consentono loro di specchiarsi nell’acqua che amano credere più pulita. Non esiste acqua più pulita se non esiste la capacità (e la volontà) di vedersi e di vivere per quello che siamo.
Intorbida quell’acqua, ogni via di fuga da sé stessi. Intorbida quell’acqua, ogni compensativo ponte, ogni compensativa zattera di salvataggio: artistica, religiosa, politica o di un potere comunque espresso. Non zattera, al più zatteroni, ti permettevano di proseguire a vista nel tuo mare. Solo zatteroni perché tu eri Brenda: inequivocabilmente e visibilmente Brenda. Lo sei stata, però, in un mondo che non ammette chiari colori. Lo sei stata in un mondo che per te ammette solamente il netto colore della notte: luogo di zanne che solo la luce del giorno può far sembrare denti. Non solo la gatta che tanto va al lardo ci lascia lo zampino. Dei travestiti da impropria identità, ce lo lascia anche la falsità: vera manina, fra le possibili che hanno bruciato, forse quello che tu non eri completamente riuscita a fare: la tua vita
Ti sorrida ancora il sole che hai lasciato.
Se non quello della verità, almeno quello del tuo Brasile.

rosaquattro

Noi, guardiani nello Zoo che ci ritroviamo.

Lettera al Direttore de l’Arena di Verona. Sua sede in Città.
grafa
Le scrivo, non perché spinto da una fame di giudizio sul caso Cucchi e/o gli analoghi che sono stati e che ancora succederanno, temo, ma per un cercar di capire che ha sempre mosso la mia vita. Mi sono occupato di tossicodipendenze per anni, e di quel problema conosco l’emerso (la loro vita e quanto di collegato al recupero a sé stessi ed al sociale) come il sommerso: la violenze che si ritrovano a subire da quanti sono deputati al contenimento (quando non all’impedimento) di un agire illegale verso sé stessi ancora prima che verso lo Stato. Dei deputati al loro contenimento nelle carceri, quanti, sono effettivamente idonei all’incarico? E, quanto la normativa che li guida all’incarico li rende idonei operatori?
A fronte del rifiuto di rientrare in una cella, cosa effettivamente possono fare gli operatori carcerari, qualora una dialettica persuasione non bastasse per un detenuto in preda di sconclusionate emozioni, provocate magari da un rifiuto del personale destino di “tossicco”, più che di una cella come provvisorio destino? O preda, magari, da deliri da astinenza, inscindibilmente ammalgamati con i deliri psicologici che in genere colpiscono (vuoi perché lasciati a sé stessi, vuoi perché la tossicodipendenza altro non lascia che l’esser presi da quegli infernali gironi) tutti i fuoriusciti dall’alveo sociale, principalmente per motivi di droga. In soldoni: un operatore carcerario che non può, e/o se non è messo in grado di agire secondo una professionalità che non può essere scissa da umanità, cos’è e/o cosa diventa, se non il violento guardiano di un bestiario da contenere comunque, in ogni caso, e/o in ogni modo?

rosaquattro

Armonica, una voce dalla notte,

m’ha detto: guardatela.

grafa

Secondo il mio pensiero, la croce, simbolizza il peso della Natura (il corpo della vita) sulla vita della Cultura. La Croce, in quanto simbolo del peso della Natura sulla forza della Cultura (almeno secondo l’interpretazione che ne ho dato) è il simbolo universale che dice la fatica e la sofferenza che è nel vivere. A mio vedere, ogni pensiero che solleva la croce dalle spalle di chi vi è caduto sotto, è Cireneo. Dalla simbolica lettura di quest’immagine, rilevo che, Cireneo, è l’atto dell’Uomo che ausilia il caduto, e l’atto delle Leggi che si prefiggono analogo scopo. Anche il mio sonno di questa notte deve essere caduto sotto il peso della fatica di venire a capo della questione, Crocifisso si, Crocifisso no, ma non so quanto sia stata cirenea la voce che appena prima di svegliarmi m’ha detto: Guardatela. Non so quanto cirenea, appunto perché non ha potuto non aggiungere fatica a fatica nel tentar di capire.
So bene cosa si dice di chi sente le voci nella mente, ma io l’ho sentita in mezzo ad un sogno da dormiveglia, del quale non ricordo nulla se non che non aveva chiaro capo. Intenzione di quella voce, era il fornirlo? Mi vien di pensare di si, dal momento che il logos del contendere, per la mia sensibilità e finalità, esige la risposta mediatrice che aiuti a far cessare un dissidiante contenzioso. Avete presente una bandiera mossa da un vento delicato? Ecco, il “Guardatela”, era detto con un tono che nella mia mente oscillava come una bandiera. Perché quella voce m’ha detto – Guardatela – e non – Guardatelo – e perché, già che c’era, non ha aggiunto verbo?
Nelle manifestazioni dello spiritismo vi sono voci che indicano una meta, e voci che guidano alla meta. Ascolto le prime, diffido delle seconde. Le prime, infatti, lasciano liberi di percorrere in proprio la via indicata, mentre le seconde possono influire, anche sino al condizionamento, chi le ascolta senza discernere; e qui non ci siamo!
Nulla può verificare l’identità del parlante, infatti; e niente può dire sulle sue reali intenzioni, come nulla può provarle se non una fede che non può non essere intellettivamente malriposta. Se quella voce m’avesse detto – Guardatemi – l’avrei pensata proveniente da una vita crocefissa. Divina o umana, chi può affermarlo se non dicendo quello che pensa ma non quello che necessariamente è e/o sa?
Se quella voce avesse detto – Guardatelo – (sottintendendo il Crocifisso) l’avrei pensata proveniente da chi osserva il Crocifisso, oppure, da un crocifisso delle tante centinaia che lo furono letteralmente, e/o delle innumerevoli trapassate che sono state appese alla loro croce dalle personali sofferenze, ingiustizie, ecc, ecc. Ma quella voce (non esclamativa) m’ha solamente detto – Guardatela – Non il Crocifisso o un crocifisso ha indicato, allora, ma solamente la Croce. Perché? Può essere perché ha indicato il luogo del dolore di chi persegue l’errore. In questo senso potrebbe essere una pedagogica avvertenza. Può essere perché la Croce senza il crocifisso ci dice che nessuna vita rimane per sempre inchiodata ad un destino di dolore. Eminentemente cristiano, quest’ultimo pensiero. A mio sentire. Da appendere ai muri delle scuole: a mio sperare.

rosaquattro

Guardando nella feretra di Cupido.

Del sesso si può dire che è il “corpo” delle emozioni che trovano attuazione nella propria Natura (in una prima fase della vita) e con altra Natura nella fasi seguenti. Per Natura intendo il corpo della vita comunque effigiata.
Si può essere venditori e/o acquirenti di quel “corpo”? Direi, rendendole merce, e rendendosi meccanismi di piacere. La Natura è umana, però, anche perchè non è una bambola e/o un bambolo gonfiabile. Al che, è molto difficile pensare che un venditore e/o venditrice di emozioni sessuali possa scindere in sé stessa/o, ciò che è da ciò che vende; e se vi è perdurante prestazione, direi anche che vi è perdurante scissione.
Anche se motivata da una compensazione, (economica, non necessariamente per danaro), comunque, ogni scissione nell’individualità che permette il prostituirsi è una sofferenza: vuoi in chi compra, vuoi in chi vende; ed è una sofferenza, che sta e perdura (vuoi a monte vuoi a valle) sia di chi compra, sia di chi vende. Non sempre chi vende o chi compra ne è cosciente, ma questo non elide il dolo. Gli antichi curarono quella sofferenza (in un soggetto da sé procurata per molteplici motivi, o in un soggetto indotta sempre per molteplici motivi), all’interno di “sacri recinti”. Non che io aneli alla ricostituzione di quei sacri recinti, ma neanche i recinti legali e culturali applicati da noi moderni, li sento idonea cura agli sfasamenti esistenziali che portano alla necessità di ricorrere alla prostituzione.
Chi o quando si ricorre alla prostituzione?
Direi, o quando non vi è partner o possibilità di partner, o quando non vi sia capacità di contenimento e/o sublimazione della vitalità: “virtuosa” a più avanzata età in molti casi, o “virtuosa” perché tiepida di per sé, o resa tiepida da educative (?) e/o religiose castrazioni. Per come la vedo, il meretrico, (senso della cessione di una parte di sé a favore di e/o cosa) non è altro che un’azione di mutuo soccorso fra due esistenze in bisogno. Entrare nel quindi di quei bisogni, è come fare una biopsia. Per quella, certamente si capisce dove c’è la parte che ha tolto vitalità ad una data vita, ma non per questo si riesce a ricostituire la sua vita a quella vitalità.
E se la vita nel suo complesso ha reso claudicante il percorso di una vita, la dove non è possibile ricostituire una piena capacità di cammino, neanche è possibile permettere il momentaneo sostegno di un piacere sessuale, non diverso da una medicina se “cura” una sofferenza da incompleta esistenza? Mi sento di porre questa domanda, fors’anche perché sono un sofferente che ha comperato; fors’anche perché ho conosciuto i sofferenti che hanno venduto; fors’anche perché ho potuto conoscere la Cultura della vita, proprio perché ho percorso le strade della sua Natura.

Neanche Eros gioca a dadi.

Sentiamo l’amore secondo Natura. Voce della Natura è la passione. Della passione si può dire che è il dato del cuore: motore della vitalità.
Sappiamo l’amore secondo Cultura. Voce della Cultura è il dato della Mente. Della Mente si può dire che è il dato del Sapere: motore della vita.
Poiché, quello che è della Natura non può non essere della Cultura, (pena degli stati di dissociazione nella vita) ne consegue che l’amore è comunione fra i dati della vitalità nella Natura (il corpo della vita) e della Cultura: la mente della vita. Dove la corrispondenfra fra dati è mancante, anche l’amore non può non risultare mancante. Vi è una universale formula di ricerca dell’amore? A mio avviso, si. La direi questa: = passione = conoscenza = amore = vita.
Nessuno può dire quante gocce ci siano in un litro d’acqua. Come nessuno può dire quanti atti di vita (o di non – vita) vi sia nell’atto dell’amare. L’importante è bere, ognuno la sua acqua.