Noi, guardiani nello Zoo che ci ritroviamo.

Lettera al Direttore de l’Arena di Verona. Sua sede in Città.

asterisco

Le scrivo, non perché spinto da una fame di giudizio sul caso Cucchi e/o gli analoghi che sono stati e che ancora succederanno, temo, ma per un cercar di capire che ha sempre mosso la mia vita. Mi sono occupato di tossicodipendenze per anni, e di quel problema conosco l’emerso (la loro vita e quanto di collegato al recupero a sé stessi ed al sociale) come il sommerso: la violenze che si ritrovano a subire da quanti sono deputati al contenimento (quando non all’impedimento) di un agire illegale verso sé stessi ancora prima che verso lo Stato. Dei deputati al loro contenimento nelle carceri, quanti, sono effettivamente idonei all’incarico? E, quanto la normativa che li guida all’incarico li rende idonei operatori?

A fronte del rifiuto di rientrare in una cella, cosa effettivamente possono fare gli operatori carcerari, qualora una dialettica persuasione non bastasse per un detenuto in preda di sconclusionate emozioni, provocate magari da un rifiuto del personale destino di “tossicco”, più che di una cella come provvisorio destino? O preda, magari, da deliri da astinenza, inscindibilmente ammalgamati con i deliri psicologici che in genere colpiscono (vuoi perché lasciati a sé stessi, vuoi perché la tossicodipendenza altro non lascia che l’esser presi da quegli infernali gironi) tutti i fuoriusciti dall’alveo sociale, principalmente per motivi di droga. In soldoni: un operatore carcerario che non può, e/o se non è messo in grado di agire secondo una professionalità che non può essere scissa da umanità, cos’è e/o cosa diventa, se non il violento guardiano di un bestiario da contenere comunque, in ogni caso, e/o in ogni modo?

afinedue