Una corona per Brenda.

Non sei morta perché sei un travestito, Brenda.

Sei morta, perché travestiti erano quelli che si accompagnavano a te. Si accompagnavano a te, non di certo per soddisfare il piacere nell’uso di tette over size, ma perché di over size amano il pendulo che non trovano nella donna, e non cercano nell’uomo. Non lo cercano nella figura maschile, forse perché il maschio non completa il loro eros, forse perché non hanno il coraggio di ammetterlo, forse perché le maschie confusioni sessuali che li travestono, consentono loro di specchiarsi nell’acqua che amano credere più pulita. Non esiste acqua più pulita se non esiste la capacità (e la volontà) di vedersi e di vivere per quello che siamo. Intorbida quell’acqua, ogni via di fuga da sé stessi. Intorbida quell’acqua, ogni compensativo ponte, ogni compensativa zattera di salvataggio: artistica, religiosa, politica o di un potere comunque espresso. Non zattera, al più zatteroni, ti permettevano di proseguire a vista nel tuo mare. Solo zatteroni perché tu eri Brenda: inequivocabilmente e visibilmente Brenda. Lo sei stata, però, in un mondo che non ammette chiari colori. Lo sei stata in un mondo che per te ammette solamente il netto colore della notte: luogo di zanne che solo la luce del giorno può far sembrare denti. Non solo la gatta che tanto va al lardo ci lascia lo zampino. Dei travestiti da impropria identità, ce lo lascia anche la falsità: vera manina, fra le possibili che hanno bruciato, forse quello che tu non eri completamente riuscita a fare: la tua vita. Ti sorrida ancora il sole che hai lasciato. Se non quello della verità, almeno quello del tuo Brasile.

afinedue