Ho letto che hai dato della miserabile alla signora Berlusconi.

Fra motivi che non conosco, suppongo che tu l’abbia fatto per diritto di libertà nella parola. Non è certo su quel diritto che voglio entrare in merito, ma solo sull’uso. Non può essere diritto, infatti, quando una data libertà viene usata per diffamare una identità; è un “diritto”, infatti, che la legge censura e al caso punisce anche in solido. Ora, la dove a livello umano esistiamo paritariamente, non paritariamente esistiamo a livello sociale e/o economico. Dal che se ne trae che la signora Berlusconi manco ci vede, e manco ci conosce. Di tutto sarà impensierita, quindi, fuorché dell’occuparsi di quello che noi due possiamo dire di lei. Può essere questa nostra insignificanza, l’impunito placet che ci autorizza ad offenderla senza pagare il debito scotto che è in ogni diffamazione? E se la signora in questione sapesse della tua diffamazione e ti citasse a giudizio, saresti in grado di pagare gli oneri che da sempre accompagnano il diritto alla libertà di parola? E se tu non fossi in grado di pagare quegli oneri, per quale altro prezzo e/o con quale altro capitale sostiene il diritto all’offesa? Avrai notato che non mi sono mai permesso di dare del miserabile al signor Berlusconi, eppure, molto fa pensare che lo possa essere di più della signora Berlusconi, al limite e al caso, miserabile per faccende private, non, miserabile per faccende di rex pubblica. Nella spada della verità, il diritto alla parola ne è il taglio: a filo, tanto quanto separa. Non a filo, tanto quanto lacera ciò che separa.

afinedue