Direzione Immigrazione Stranieri. c/o Regione Veneto.

Non tutte le Associazioni possono permettersi un retribuito Mediatore culturale, ma tutte le Associazioni che operano con l’emigrante dovrebbero esser messe in grado di potersene servire. Fra gli assistiti da Associazioni economicamente povere ci sono dei naturali mediatori: lo sono per capacità di lingua, per la capacità di condividere il pensiero della data Associazione, e, non di meno, per la volontà e la capacità di collocarsi a servizio di conterranei.

In un mondo, dove un’insufficiente economia globale sta sempre di più alimentando delle innumerevoli guerre fra poveri, la generale necessità di servirsi di quelle figure sarà sempre più necessaria; è fra i poveri e gli abbandonati, infatti, che organizzazioni avverse alla vita trovano vario genere di latenti oppositori ideologici, e/o dei delinquenti per sopravvivenza quando non per animo. In verità, una minoranza, i delinquenti per animo, tuttavia, chi può dire cosa può far fare o non far fare una disperazione, che la mia presenza fra emigranti senza arte e ne parte non vede così tanto lontano? Accanto alla categoria professionale dei Mediatori culturali, quindi, proporrei di ufficializzare quella dei Mediatori culturali volontari.

Fra i Mediatori culturali che volontaristicamente possono offrirsi alle Associazioni, gli economicamente indipendenti sono pochi, temo. Come facilitare le necessità sociali che una Associazione porta avanti, con la possibilità di servirsi di operatori volontari ma, al caso, anche in precarie situazioni? Suggerirei, per mezzo, di un riconoscimento economico. C’è indubbia contraddizione fra volontariato e retribuzione in quanto mi permetto di porre all’attenzione di questo Ufficio. Non escludo di poterla sostenere lo stesso come se non ci fosse, perché la presente situazione (Società ed Emigrazione) è una domanda che necessita di molti generi di risposta.

Nella mia opera ausiliaria presso il Centro, vengo coinvolto da richieste di aiuto, che nella risposta che devo mi trovano non poco impotente. Gente che domanda lavoro e che non sa una parola di italiano, ad esempio; e ne stanno arrivando ancora. Sono persone, incantate, sia dalla nostra “ricchezza”, sia da conterranei che usano quell’incanto come fonte di guadagni che ricavano “aiutando” l’inserimento dei connazionali che inducono ad emigrare in Italia. Quando mai troverà lavoro quella gente, (provvista di un iniziale capitale ma sprovveduta in tutto il resto ) se non, ben che gli vada, da sfruttati, non solo da chi li ha fatti venire?

La necessità di un eventuale rientro, allora, a maggior ragione non può non far ricorrere all’opera ausiliaria del Mediatore connazionale: professionale, o povero fra poveri che sia. Se presentata solo da referenti italiani, infatti, rischia di non essere capita, e/o interpretata come un razziale modo di proporsi a livello personale, e/o di proporre l’opzione del rientro. Porgo i miei più distinti saluti nella speranza che l’idea che suggerisco non sia distante dagli intenti di questo Ufficio. p.s. Lo scrivente è Volontario presso un riconosciuto Centro Assistenziale di Verona, ma presenta questa lettera a titolo personale.

afinedue