Anche a Verona si tenta la cura Sarkosi.

Estratto da l’Arena di oggi.

L’Amministrazione comunale, attraverso la Polizia municipale, ha chiesto l’allontanamento dal Paese di alcune decine di persone. Si tratta per lo più di cittadini comunitari di appartenenza Rom: sono sempre le stesse persone, fermate più volte dalle Forze dell’ordine, professioniste dell’accattonaggio e che vivono di espedienti, per nulla intenzionate ad integrarsi nella nostra comunità. Poiché costituiscono, per loro scelta, un problema per la comunità, abbiamo chiesto ufficialmente al Prefetto che vengano presi nei loro confronti provvedimenti di allontanamento dal territorio come previsto dalla Direttiva europea n. 39 del 2004.
Lo ha comunicato il sindaco Flavio Tosi, al termine del Comitato Provinciale sulla Sicurezza, svoltosi questa mattina in Prefettura.
Come tutti quelli che operano nei centri di Volontariato, conosco bene la cultura Rom, anche se, in verità, quella dell’accattonaggio e dell’espediente più di quella tribale; e sarà anche perché il mio portafoglio è stretto da una vita, che più di questo ho potuto sentire una stretta al cuore. Per la Cultura che sostengo di sapere, so per certo che i Rom allontanati, da una parte o dall’altra se la caveranno comunque. Lo fanno da centinaia di anni. Il come lo sappiamo. Quello che mi domando, invece, è come c’è la stiamo cavando noi, che in questo mare stiamo filtrando le scorie più apparenti, mentre per i filtri sociali stanno passando le più inquinanti ed eterogenee schifezze.
Il futuro ci dirà se è stata fatta cosa buona e giusta.
I mie auguri al futuro di chi se ne dovrà andare.
Il mio augurio al futuro di chi resta.

rosaquattro

Ecco perché ho aperto un gruppo "per Damasco" su Face Book.

Non ho mangiato nulla di particolare, ieri sera, (un kebab e due rossi) ma stanotte ho sognato un’allucinante sovrapposizione di storie e di emozioni.
L’ultima storia, e ultima emozione prima di un risveglio che mi è parso uno spintone fuori dal letto più che un fine del cinema, è stata una voce quasi gridata, quasi strozzata; come se un qualcuno ho un qualcosa volesse farla zittire. Si è ripetura tre volte: pubblica anche per gli altri!!!
Per le mie conoscenze, tre volte significa: una per la Natura, una per la Cultura, una per lo Spirito. Ma, che significa, pubblica anche per gli altri?
In altri tempi si diceva che i sogni sono vie di collegamento fra gli abitanti di questo mondo è l’ulteriore. Non in tutti i casi ma molto me lo fa pensare.
L’opinione, però, non esclude che i sogni siano vie di illuminante collegamento della parte chiara sulla parte scura della mente.
L’impossibilità di capire l’effettivo senso della frase, mi fa pensare che sia stata parola (la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa) proveniente dalla parte scura della mia mente, oppure, per il precedente senso che hanno dato hai sogni, proveniente dalla vita ulteriore che si dice spiritualmente bassa.
Spiritualmente bassa, non necessariamente significa diabolica. Può significare, anche spiritualmente non cosciente.
Comunque siano i fatti e/o le ipotesi, pubblica anche per gli altri, per implicito significa che sinora ho pubblicato per me stesso? C’è del vero in questa ipotesi. La stesura del sito e del blog, infatti, mi ha curato da un lutto, pesantissimo da superare.
Vero anche che quel lutto l’ho superato. Può essere vero, allora, che devo pubblicare per altri, avendo finito di dover pubblicare per me?
Si, la cosa potrebbe avere un suo senso, ma, perché devo pubblicare per altri, su invito di una voce che chiaramente (almeno per me) ha fatto non poca fatica per farsi sentire da quanto era frenata nel farlo?
Chi o cosa la frenava? Un’emozione di bene che voleva frenare una di male?
Un’emozione di giusto che voleva frenare una di ingiusto?
E, di quale piano dell’esistenza? Del piano ulteriore della vita, o del piano che non conosciamo della mente? Morale della favola: ho sempre fatto quello che mi è piaciuto fare.
ps. Ho chiuso il Gruppo dopo poco tempo. Per svilupparlo dovevo creare dipendenze; neanche per idea!

rosaquattro

Solo il Signore

sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso, quando, all’Arabo dalla guancia con un taglio che gli donava non poco, ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, invece, ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao. Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino. Di quelli base_­base, ovviamente, ma questo lo sapeva già.

rosaquattro

Buonasera Dottore.

Ho un ingorgo nel cuore.
Pare pioggia di tardo settembre, oggi. Tempo da castagne verrebbe da dire, invece, è solamente vita: tempo da maroni.
Sullo sgabello in cucina, l’ondivago buridano che da anni entra ed esce dai miei sentimenti guarda un oltre sopra la collina che ha di fronte.
Suonano.
Metto l’impermeabile sopra il vestaglione etnico che indosso in casa, e scendo per vedere chi è.
E’ un rametto che da poco mi è spuntato dal tronco.
Lieta sorpresa, tuttavia, che se ne fa una vecchia quercia di un rametto che gli darà frutto e forza, non si sa fra quanto e se mai sarà?
Non me ne sarei preoccupato una volta; una volta di non tanto tempo fa devo ammettere.
Ora, però, non è più così. Ora, pongo aprioristiche condizioni. Anche se a me prima che all’altro.
Chi mi cerca, ora, deve scegliere se venire per la quercia, o se venire per le ghiande.
Non l’avevo mai fatto. Cosa mi è successo?
Dell’omosessualità si può dire che ha indole femminina perché è generalmente mossa dallo stesso spirito della donna: l’accoglienza.
Se ora accolgo con aprioristiche condizioni, (generalmente, tipico dello spirito maschile) ne dovrei ricavare che la forza della mia vita si è mascolinizzata? Sento che è così.
Ammesso come vero e duraturo questo sentire, omosessualità, che cos’è?
Viaggio della conoscenza dentro una categoria sessuale, o una categoria sessuale nel viaggio della conoscenza dentro la vita?

rosaquattro

A proposito del concerto vietato al Morgan

il giornale di Verona (l’Arena) m’ha pubblicato questa lettera.

Come è noto, la perla si produce a causa della scoria che è penetrata nella valva dell’ostrica. Analoga elaborazione medica succede nelle personalità d’arte. Anche in loro è penetrata una scoria; ed anche loro, come le ostriche, si curano dalla scoria elaborando il materiale che li fa perle, cioè, artisti. Non si chieda all’artista di essere una perla normale; calibrata cioè, secondo esigenze di vario generi di mercato. L’arte, non è normale. L’arte, non è normalità. Non per questo non è norma, ma, sua sponte. Vero è che ci sono anche delle perle di allevamento! A questo punto, però, credo sia lecito porsi una ferma domanda: cosa merita la città di Verona? Delle perle naturali, o delle perle di allevamento? Con altre parole, delle perle degne della ricca signora che è la città di Verona, o con delle perle degne delle città che lo vogliono sembrare? Mi firmo un sessantaseienne, che sul mio essere perla accetto qualsiasi opinione, a parte quella di coltivata provenienza.

nord

 

Il tempo di riparare è nel tempo di pagare.

Il Vincenzo A. che ho conosciuto con il fratello Marco negli anni 75/80 non avrebbe mai saputo scrivere la lettera che le ha scritto perché troppo preso, a suo tempo, nella ricostruzione di una identità basata sul carisma che l’ha portato ad essere quello che è stato ed ha fatto.
A cosa addebitare la decennale inversione esistenziale, che più a “U” di così non saprei proprio dire? A mio vedere, è stata la presa d’atto di chi si è reso conto che il percorso iniziato non dava nulla alla sua vita, se non una fama da dover costantemente rinnovare (costi quello che costi!) per non essere “sepolto” da più nuovi o più giovani affamati di potenza.
Le dinamiche del male e del potere sono banali, signor Direttore; ed è frase grande anche se svilita perché pare fatta, però, non a chi come l’A. (carnefice che all’epoca non sapeva ancora di star uccidendo sé stesso) ha visto il male ed il potere come suoi prossimi.
Sono più che convinto che non ci sarebbe l’A. di ora se l’A. di allora non avesse pagato la sua esperienza; pagato, non, nel più o meno vendicativo senso sociale che è diventato quel verbo, ma pagato nel senso di chi ha appreso con fatica ciò che è il vero, nel senso di chi ha appreso con dolore ciò che è il bene.
Si può riparare una informazione se prima non la si è appresa? A mio avviso, no. Prima del riparare, pertanto, non ci può non essere il pagare.
Fatica e dolore possono piegare le ginocchia, possono piegare l’animo.
Nella lettera dell’A. si avverte la presenza sia della fatica che del dolore, ma non è della sua fatica e/o del suo dolore che parla. Direi che parla, invece, della necessità di riparare la vita là dove c’è fatica, la dove c’è errore, la dove c’è dolore.
Per farlo, il Vincenzo dice che basta anche “un granello di pietà”. Di quella che non paia debolezza, però, che i detenuti sanno ben distinguere ciò che è della Giustizia, da ciò che non lo è.
Con altre parole, la dove non siamo in grado di soddisfare il loro bisogno di giustizia, tutto diamogli fuorché della melensa carità.

rosaquattro

L’amante del paradiso.

Scritto da Silvana La Spina, il romanzo è ambientato nella Sicilia saracena fra l’asabiyya islamica in declino, ed un nascente cristianesimo gestito da credenze straccione ma tutte con il vezzo di possedere il Nome. Non vi dico di più perché, altrimenti, che piacere è! L’avrò letto non meno di quattro volte: rigorosamente a letto, come rigorosamente a letto si portano gli amanti (o le amanti) quando si vuole verificare se hanno del paradiso da darci, o solo delle instabili luci. Letto e letto. In ambo i casi si sogna.

rosaquattro