Buonasera Dottore: ho un ingorgo nel cuore.

Pare pioggia di tardo settembre, oggi. Tempo da castagne verrebbe da dire, invece, è solamente vita: tempo da maroni. Sullo sgabello in cucina, l’ondivago buridano che da anni entra ed esce dai miei sentimenti guarda un oltre sopra la collina che ha di fronte.
Suonano. Metto l’impermeabile sopra il vestaglione etnico che indosso in casa, e scendo per vedere chi è. E’ un rametto che da poco mi è spuntato dal tronco. Lieta sorpresa, tuttavia, che se ne fa una vecchia quercia di un rametto che gli darà frutto e forza, non si sa fra quanto e se mai sarà? Non me ne sarei preoccupato una volta; una volta di non tanto tempo fa devo ammettere. Ora, però, non è più così. Ora, pongo aprioristiche condizioni. Anche se a me prima che all’altro. Chi mi cerca, ora, deve scegliere se venire per la quercia, o se venire per le ghiande. Non l’avevo mai fatto. Cosa mi è successo? Dell’omosessualità si può dire che ha indole femminina perché è generalmente mossa dallo stesso spirito della donna: l’accoglienza. Se ora accolgo con aprioristiche condizioni, (generalmente, tipico dello spirito maschile) ne dovrei ricavare che la forza della mia vita si è mascolinizzata? Sento che è così. Ammesso come vero e duraturo questo sentire, omosessualità, che cos’è? Viaggio della conoscenza dentro una categoria sessuale, o una categoria sessuale nel viaggio della conoscenza dentro la vita?

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