La faccia di Giano nei desideri di paternità nei Dispari.

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Al Manico in Davide, dedicata.

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Giano

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Caro Davide: innanzi tutto, scusami se per parlare con te, parlo prima con me, ma dei tanti libri che ho letto (dottorali o meno) sono l’unico che conosco abbastanza bene.

Non avendolo mai avuto, non sono poche le informazioni su “padre” che mi mancano; e quelli che da collegiale crescente mi erano prossimi, ben poco sapevano anche loro, trovandosi più o meno nelle stesse situazioni mie.

Sapevo solo (e senza dubbio anche i miei prossimi) che in certi momenti mi si apriva una voragine nel petto di allora. Era un vuoto, non più profondo di qualche pianto a metterci il dito dentro, ma di quel vuoto, da una riva non si riusciva a vedere l’altra.

Ti dirò! Anche all’epoca (sia pure con tutte le immaturità del caso) non è che fossi carattere in attesa della crescita dell’erba sotto i piedi, e neanche come quelli che stanno, con in mano le sole mani (sono stato Ariete anche da piccolo, in effetti) così, me lo andai a cercare!

Non che all’orfanotrofio prima e al collegio dopo ci sia stato sto’ granché di scelta, devo proprio dire, così, cercai nell’ideale quello che proprio non c’era verso di trovare nel reale.

Luoghi dell’ideale, generalmente sono i libri ed in quelli mi immersi: oltre la bocca, forse, e forse, anche oltre la mente.

Erano libri che parlavano di santi, di beati, di servi, e di quanto erano stati padri e madri di una vita, trovata e modificata in meglio, almeno come speranza, la dove come non certezza, se non nella loro fede.

Di libro in libro, arrivai al Libro, ovviamente.

Il Padre del Libro, però, era, sia per il cuore che per la mia ragione di allora, un Troppo di tutto; e se di tutto potevo anche capirlo, del Troppo, mica potevo sentirlo, vero!

Il Figlio mi è stato certamente più vicino, ma, mi era Fratello mentre io cercavo solamente un padre.

Così cercando, sono passati quasi tutti i miei anni, ma quello che cercavo da bambino non l’ho ancora trovato!

Quello che ho trovato, invece, è di che essere me stesso: amalgamata parte di ciò che è ideale e di ciò che è reale sia dell’essere che del vivermi come padre.

Nella mattina di un bel giorno su Rio Bo, in cucina con la Cesira ho trovato una ragazza. Bionda, non particolarmente bella, con gli occhiali, ma con due tette così!

All’epoca, non conoscevo la carne, ed anche del pesce, pura teoria. Stavo, così tra i due, dicendomi che li stavo vivendo solo perché (simil Bertoldo che diceva di star mangiando i cibi che solo odorava) intingevo polenta, più che nei sughi della carne, nelle fritture del pesce.

Sparì la ragazza. Sparì una sposata.

Mi mossi. Andai. Uscii. Cercai. Provai. Conobbi!

Che si fa, Davide, dopo aver letto compiutamente un libro? Non si legge più? Certamente no. Così, di libro in libro, di vita in vita, sono andato superando le fasi di “figlio”. Ora, sto superando la fase di “amante”, e come ti dicevo prima, sono in quella di “padre”, o forse meglio, (Crusca permettendo) in quella di autopadre.

Come autopadre, mi sento come la Mercedes che riconosce raramente praticabili (e quando con difficoltà) le strade del suo circuito.

Ti vedo, invece, come una Ferrari, Davide; ma le strade del nostro circuito, più o meno hanno le stesse non poche impraticabilità e difficoltà.

Come non bastasse, quando c’è burrasca non abbiamo garage, per garage intendendo il condominiale che è l’accoglienza sociale. Certamente abbiamo il garage privato e famigliare (sul parentale ci sono infiltrazioni) ma, o lasciamo la nostra macchina in garage, o ci muoviamo!

Lo stesso vale per un figlio.

O lo teniamo sempre in casa, o lo mettiamo in grado di percorrere la sua via come auto di non comune fabbrica fra quelle comuni!

In quanto veicolo di diversa marca, maggiormente troverà chi gli riga la carrozzeria, chi gli spacca lo specchietto, gli ammaccherà la portiera, ed altre nefandezze andando.

Cosa diremo al suo rientro, Davide? 

Che anche le nostre macchine hanno subìto gli stessi danni ma che corriamo lo stesso più di tante più normali bagnarole, saprà consolarlo quanto occorre a lui?

Sapremo consolarlo anche quanto occorre a noi, oltre che a lui?

No.

Ormai (ed è per quanto mi riguarda) vedo il mondo troppo così, ed io, ancora immerso in quel così, proprio non me la sento di mettere un figlio adottivo in quel così.

Pessimismo di vecchio, mi dirai! Può essere vero, Davide! Come può essere vero che anche in una conformata e confermata identità di Dispari, un bel giorno può nascere il desiderio di diventare il bastone di una speranza, ma, sapere se sia bisogno di dargli forza, o dandola, il bisogno di averla, è anche sapere quale sia la vera faccia di Giano.

ps. Non sono così modesto da non vedere che in questo scritto c’è un buon livello di scrittura, ma quando l’ho vissuta, Davide, sono stati cazzi senza letterari damaschi!

Credimi.

Ciao

afinedue