Bembera di Panama: perline per tribù selvagge, o perline per turisti imbecilli?

Dal sito de La Repubblica ho tratto questa sintesi di gente rimessa a nuovo da qualche scadente animatore da resort, o da qualcuno che ci prende per così imbecilli da non vedere quanto sia chiaramente fasulla e farsesca tutta la menata dei buoni selvaggi.
Possibile che non si veda il disagio dei fotografati al ballo pseudo awaiano? Le pentole così lucide chj se non sono nuove poco ci manca? E quella grigliata di pescetti da fiume che è, il pasto rituale di tutta la tribù, o solo una campionatura per fotografo?
C’è un resort da milioni di dollari in qualla zona. Il che vuol dire che gli abbiamo rovinato l’ambiente. Il che vuol dire che stiamo rovinando anche i Bembera. Voglio sperare che ci siano anche dei Bembera che si rifiutano di fare i pagliacci per le cineprese dei turisti. D’altra parte, per quanti anni l’abbiamo fatto noi con i mandolini?
Dura lex: no magna chi rifiuta francia e spagna. Dovranno farsene una ragione anche i Bembera.

rosaquattro

Strage di baùchi nelle tane delle volpi.

Esco. C’è un cielo che fra i vetri in colore pare un celeste veneziano. Sulla panchina davanti la chiesa di s. Zeno sta seduto un sri lanka. Sono le tre, quindi, non ha lavoro, penso. Ci indovino. Mi sorride? A chi lo fa? Al Finocchio? All’uomo? Ad una speranza che porta la mia faccia? Sorrideva a quest’ultima. Ha quarant’anni. Li porta sulla pancia e attorno i fianchi. Per venire qui ha lasciato la moglie e due figli. Non sa l’italiano ma dice di capirlo. Accerto che non ha ben chiara la differenza fra il non capire ed il poco intuire. Ha patente di guida per bus. Ho la converte o non gli serve a nulla. Glielo dico. Mi aiuti, mi dice. Torna a casa, gli dico. Naturalmente non può! Per venire qui s’è mangiato 12 mila euro, o meglio, glieli ha mangiati chi gli ha detto, ci_ci_ari_ari vieni qui!!! C’è il bengodi!!!!! Nulla di nuovo. Il linguaggio della miseria è sovvramorale. L’istinto di sopravvivenza dei baùchi suggerirebbe l’uccisione di tutte le volpi, ma, come si fa, quando si capisce che non c’è bauco che non provi a far la volpe, e non c’è volpe che non gli capiti di dover fare il bauco? La povertà bisognerebbe uccidere! Succederà? Quando la volpe che è di noi, sbranerà l’ignoranza del bauco che è in noi, si, ma le volpi non hanno fretta e i bauchi si credono volpi. Su l’ordine del giorno, così, non c’è scritto ancora nulla.

rosaquattro

Caro Cavallo, ad ogni equino la sua greppia.

Caro Cavallo, correrò il rischio di sembrarti un asino, ma mi vedo costretto a rinunciare alla tua presenza fra i miei Amici, e di conseguenza a quella dei tuoi amici amici permessa dai link.
Lo faccio, perché in Face book come d’altra parte in Blogs.it, in primo grado esprimo la mia cultura d’uomo pur in quella comprendendo la non omogenea sessualità (che è anche la tua) e che non è un mistero per nessuno dei miei corrispondenti.
Ogni accostamento a pagine nelle quali, invece, si esprime (direi prevalentemente) il personale gusto sessuale, non può non rischiare di allontanare dei lettori dalla mia conoscenza; e se posso permettermelo come vitaliano gazzabin, come perdamasco, invece, no.
Con altro dire, se nel mio reale me ne posso sbattere le palle del giudizio altrui, altrettanto non posso per il mio ideale. Per la ricerca del mio reale non ho escluso nessun genere di sito e, a parte i falsi a sé stessi, nessun genere di persona.
Nella mia vita, però, (sino alla presente data, ovviamente, che il domani è fra le braccia degli dei) ho concesso ad una sola persona e alla sua cultura di mescolarsi con la mia; ma l’eccezione non conferma la regola che molti anni fa m’ha insegnato la mamma di un mio amico: roa, roa, tuti a casa soa!
Con ciò intendendo, ogni cosa ha il suo posto e dovrebbe stare al suo posto. Niente mutande e calzini nello stesso cassetto, quindi. 
Nella speranza di essere capito quando non condiviso, ti saluto.

rosaquattro

Cosa accende l’ira funesta dei pallidi Achille di oggi? Pensieri senza recinto.

Mentre tornavo a casa con l’intento di rispondere alla domanda, alla mente mi è tornata l’affermazione detta da una presenza durante una seduta medianica: gli antichi erano più saggi. Avendo l’ira come soggetto del discorso, ad antica ira sono tornato, trovandola come tutti sappiamo nell’Iliade
(avevo scritto Eneide! Per fortuna c’è la Wiki!) dove si racconta il dissidio fra Agamennone e Achille. Per quanto intendo sostenere, riservo a Briseide la mera funzione di strumento del fato.
Agamennone: sovrano, quindi principio di ogni principio, quindi, padre di ogni cosa, legge, o forza che si principia dalla sua volontà. Di Achille, invece, possiamo dire che, sovranità a parte, è immagine a somiglianza di Agamennone in quanto, degli attributi di potere del sovrano, ne possiede solo la valenza soggettiva, quindi, suddita rispetto a quella di Agamennone che è di ordine sociale. Nel pieno possesso dei suoi diritti di sovrano, l’Agamennone si prende Briseide.
Non mi sta per niente bene, dice l’Achille, e ti combina il casino che sappiamo. Lo fece per mera gelosia? No, direi proprio di no. Lo fece invece, perché non accettò di essere (sia agli occhi di Agamennone, che a quelli di Briside, che ai suoi) il defenestrato sovrano dei suoi principi e di quanto ne deriva.
Pare che Achille fosse guerriero sufficiente ad uccidere Agamennone.
(Non lo fece perché regicidio, non tanto dell’uomo, ma del ben più importante titolo che ha investito l’uomo: la sovranità.Ad attentare la sovranità dell’uomo, si può dire che iniziò Santippe battibeccando con Socrate. Con Santippe e Socrate, allora, di può dire che iniziò l’era della sovranità dalla ragione variabile, nel senso di ora di uno/a, ora dell’altro/a fra gli aderenti al contratto matrimoniale. Il che, in genere, succede anche fra i Socrate e le Santippe di oggi con passabile percentuale di riuscite visto che la strage generale fra coniugi non è ancora successa. Al più, vi è strage di sentimenti, di stima, di motivazioni, ecc, ecc.
Vista la paritaria sovranità nel regno casalingo – legale del re e della regina, perché, il re sovrano giunge ad uccidere la sua sovrana? A domanda mi rispondo: perché la sovrana, sempre a mio vedere, si riappropria della sovranità di sé, e rifiutandosi di rimetterla in comune, opera un colpo di stato (nei caso di assolutismo da parte del maschio) o un colpo (più o meno basso) allo stato dell’uomo nel caso in cui il maschio sia tendenzialmente dialettico con la controparte. A proposito di colpi allo stato, i matrimoni sono pieni di ecchimosi.
A proposito di colpi di stato, il matrimonio sta diventando un pre cimitero.
Il guaio è, che l’era della sovranità della ragione variabile, è rinchiusa dalla formula: sino a che morte non vi separi. La formula poteva ben reggersi quando la religione ed il principato possedevano l’animo del cittadino_pecorella pressoché totalmente. Che lo vogliano o no, che lo dimostrino o no, non è più così. Ora, anche il principato e la religione sono parte del giro: di fatto quando non de iure. La rigidità della formula è dovuta alla mancanza di chiare e legittimate valvole di sfogo. Non è che non esistono; è che per goderle bisogna uscire dal seminato matrimoniale e/o sociale, così, scoppia la mente come scoppia la pentola a pressione quando ha la valvola bloccata.
Possibile, c’è di che chiedersi, che con le costosissime possibilità di separazione previste dal principato e mugugnando accettate dalla religione, il sovrano debba arrivare all’estrema difesa della sua condizione di principe e di principio di vita uccidendo la donna? Si, direi che è possibile perche, se esistono degli Ulisse, (conta balle ma gravitante con la vita e nella vita nella donna) anche vi sono degli Achille: maschi forti, ma con l’ego nei muscoli, e nel cervello, questa elementare algebra: quello che sono è perché tu sei, quindi, non posso accettare che tu non ci sia, perché dovrei accettare che io non ci sono. Si, va bè, ma, il cuore, Vitaliano, dove lo metti il cuore?
Ho scritto ancora diverso tempo fa, della preoccupazione che mi colpiva ogni volta vedevo amanti (si fa per dire, spero) in età da terza media! A questi amanti chi insegna che il piacere sessuale non dura sino a che morte li separi. Non dura neanche nei grandi amanti, quelli cioè, che, dallo scantinato dove sta la passione, riescono a far salire l’amore ai piani superiori della casa! L’idea che possa succedere a tredici anni è semplicemente ridicola.
Ora, se questi amanti da terza media consumano precocemente il piacere, che gli resterà a venti, trenta, quaranta e via enumerando? Gli resterà, o una nullificazione del piacere, oppure, la ricerca di un rinnovato piacere nella rinnovante ricerca di altri partner. Non_ci_si_scappa!
Nella ricerca nei termini appena detta, e attuata per consunzione del piacere, quanto, i due collegati nella stessa ricerca si considereranno persone, o cose, visto che una persona amante può dirsi tale se ambedue le parti vi collocano della fiducia se non proprio della fede nel genere di rapporto che stanno erigendo?
Se questo non cè, ambedue gli amanti non possono non diventare una sorta di oggetti a reciproca disposizione, e quindi, cose. Ci si può domandare, allora, l’uomo che uccide, cosa cassa dal regno delle sue ragioni? Una regina? Una femmina? Una donna? Una cosa? L’insieme delle cose?
Visto l’aumento degli omicidi, sono propenso a credere che il maschio offeso nella sua regalità uccida, benché considerata sua, una cosa. Nessun maschio e uomo ucciderebbe la Persona, sua, così come Achille non uccise Agamennone perché re suo.

rosaquattro

 

8 Marzo e non so cosa dirvi, donne.

Sotto di me abitavano due della confraternita s. Frocio. Uno dei due amava il giardino che aveva ricavato mettendo terra su delle pietre. Le piante dovevano aver capito quell’amore perché crescevano da far dispetto ai soliti pollici. A lato del cancello aveva piantato una mimosa. Un sorta di ragnetto per i primi anni,  ma poi, un caspo di giallo che era una cura per l’animo. Si sono trasferiti. La mimosa è morta. Forse dal dolore. Al loro posto una donna, e al posto del giallo, uno scheletrato grigio. Da allora non sono più capace di regalare mimose, come non sono più capace di accostarmi ad un giovane. Vi piacciono le rose?

rosaquattro

Per Lady Elle.

Ero uscito per la solita perlustrazione ma a calotta scoperta avevo freddo così sono andato a bere un caffè da un esercente giallo_no_ giallo e sono tornato a casa.
Non avevo ancora mangiato. Ho preparato allora, un incasto connubio fra fagioli, (regolarmente di scatola) cipolla, aglio, peperoncino, olio, sale, e due pani di integrale, poi, ho dato fuoco.
La broda che è venuta fuori era chiaramente orfana dei minestroni di Marchesi, ma non ho fatto caso a quel dolore perché stavo ascoltando un’arpa:

.

“Non ho mai mentito nella mia vita. Eccetto agli uomini. Per campare faccio la puttana.”

.

Da Afra di Luisa Ruggio – Editore Besa

rosaquattro

Sulla strada

Sulla strada perdamasco ritrovo un commento di Luisa Ruggio che chiamavo Lady Elle quando stavamo fra di noi. Troppo bello per stare fra le righe dell’epoca. Troppo bello per lasciarcelo ancora.

.

“Uomini senza fede hanno avuto comunque bisogno di immensità al limite delle loro risorse, nell’azzardo provvisorio della natura umana che lascia qualcosa di inesaudito. Il salmo 78 racconta di Dio che conduce Israele nel deserto “e li portò al suo confine santo” (verso 54). Sottolineare con cura: l’incontro avviene all’estremità, al confine, non al centro. Lo scambio della legge ai margini della schiavitù d’Egitto avviene nel deserto profondo ma è un viaggio compiuto solo a metà, non seppero mai se quel confine era santo. Quando nell’Eneide Virgilio scrive “spes sibi quisque” (ognuno sia speranza a se stesso) esclude la parola ebraica “tikvà ” scritta da Zaccaria (9,12) per annuncio di salvezza “Tornate alla fortezza, prigionieri della speranza.” Ma quella parola, tikvà vuol dire anche “corda” e quindi: tornate alla fortezza prigionieri della corda. Una speranza che trascina e può spezzarsi. Quando Rachele piange a Ramà i suoi figli e rifiuta ogni consolazione (geremia 31,15) Dio interviene: “Distogli la tua voce dal pianto. Con una corda (speranza) torneranno figli al loro confine (l’incontro).”
.
Nota a margine. A piè di post. Al confine.

rosaquattro

 

Edipo a babbo appena ferito

In un post di sei anni fa che stavo rileggendo, avevo scritto, che funzione di nutritore a parte, il padre, in quanto maestro di cultura per il figlio, è morto. L’ha sostituito l’ambito di azione del figlio; ambito scolastico e/o di relazione. Per associazione di pensiero, da padre morto sono risalito a Laio e da Laio a Edipo

che uccide Laio perché supera la cultura del padre. Chi non supera il padre, non giunge a sé stesso.  Si può anche dire, allora, che chi non giunge a sé stesso, uccide il padre che è in sé stesso.
Per giungere a sé, può un odierno Edipo uccidere l’ambito che gli fa da padre? Per quante rivoluzioni faccia, direi proprio di no. Per trovare sé stesso allora, a Edipo non resta che il sottomettersi all’ambito, o uscire dall’ambito.
 Può succedere anche così

inpoltrona

rosaquattro

Processo alla vita: è nostra?

Ancora nell’ottobre del 2006, scrivevo quello che, senza ricordarlo, ho scritto  in una lettera recentemente spedita al giornale di Verona: è nostro il quadro che pure comperiamo? Come prodotto direi di si, come arte, no. Così per la vita. Non è nostra come arte, è nostra come acquistato prodotto. Per tale forma di proprietà, possiamo  decidere di rinunciarvi? A mio avviso, si, perché, non è l’arte della vita data dal Principio che neghiamo, (non lo potremmo neanche volendolo) ma solo la vita come prodotto della nostra arte.
La persona, dice la società,

è il prodotto di una eredità culturale ed economica basata (vuoi per tutela dei soci aderenti, vuoi per le molte forme di sviluppo, vuoi per quelle della difesa) su una millenaria opera di mutuo soccorso, quindi tu non sei tuo, sei di tutti e quindi nostro. Di tuo c’è soltanto il tuo essere seme di persona, seme di cittadino, seme di religione, seme di te, ma dal momento che il tuo essere pianta di quei semi è stata opera di una cura prevalentemente nostra, ne consegue, che la decisione della società non può che prevalere sulla tua. Ogni altra forma di decisione ti renderebbe anormale, con ciò intendendo, diversamente aderente al contratto che ha permesse sia la tua  nascita che la tua crescita. In quanto normale cittadino, tu sei mantenitore_produttore_mantenitore di società anche quando non vuoi più esserlo, e anche quando non puoi più esserlo. Lo sei quando vuoi morire. Lo sei quando non ti permettiamo di morire.  Lo sei anche da morto. Il negarti all’arte della vita nostra perché ti reclami prodotto della tua arte, allora, non può che esserci di danno perché palese esempio di dis_ordine di quanto abbiamo costituito.
La persona, annuisce Religione,

.

 

non è proprietaria della sua vita. La vita è del Creatore che gliel’ha data e che in quanto Padre gliela mantiene (in vita) perché è una sua creatura. Gliela mantiene anche se non sa che c’è e che lo fa. Il fatto che la persona possa non essere cosciente di quest’alleanza di vita, non la cassa, perché la dove non c’è la  sua coscienza, su di quella  ed in quella c’è la divina. Nel tutto che c’è e che la persona è, quindi, non è vita sua.
Naturalmente, torna a dire la Società, la persona è libera di fare la doccia quando vuole ma non a qualsiasi orario! La Religione tace. Chi tace acconsente.

rosaquattro

 

Come decidere sulla vita degli altri? Già detto e fatto! Grazie!

Lettere al Direttore de L’Arena Sua Sede in Città

.

Stupendo incontro mi sono detto quando ho visto il depliant di “Decidere per gli altri”. “Dibattito in equilibrio tra arte, filosofia, medicina, giurisprudenza, religione ed etica per una scelta consapevole”. Bellissimo! Decido di andarci e ci vado. In sala ci sono già un centinaio di presenze: in maggioranza anziani mi è parso.
 Laici (credente cattolico secondo il Devoto – Oli) e cattolici a confronto, dice la signora Bozzeda. Fra gli uni e gli altri non vedo differenza di pensiero e di finalità, se non talare con tutto quello che comporta il talare. Va bè! nessuno è perfetto! Incontro multiculturale, leggo da qualche altra parte del depliant. Multiculturale fra laici e cattolici, non è un po’ come dire multiculturale la differenza fra comunismo russo e comunismo satellitare il russo? Gli interventi sono premessi da un film che tratta di in risveglio da coma. Dibattito equo vorrebbe, un film dove non c’è nessun risveglio dal coma. Ipotesi non presa in considerazione, direi. L’incontro inizia alle 17. Leggo dei relatori dalle ore 18.
 La questione trattata dal professor Riccardo Pozzo in “lavorare in un comitato etico” è encomiabile, ma, di quale etica parlerà? Quella della scienza secondo coscienza di scienziato, o secondo quella di scienziato, ma anche cattolico? Le sarà chiaro in fine perché non rispondo a questa domanda. Il punto di vista medico “curare l’uomo, sempre. Umanesimo del vivere e del morire” viene trattato da Alfredo Anzani di stretta area cattolica. Dal mio punto di vista di cattolico eretico perché credo in un solo Dio e in nessun io, (professorato o no che sia quell’io) curare l’uomo e sempre è disumanesimo non, umanesimo.”
 Ricordo un mio assistito che dall’ospedale di Legnago di malattie infettive avrebbe dovuto andare a Mantova in autoambulanza (o a Villafranca, non ricordo) per fare una gastroscopia. Una gastroscopia ad una persona di 49 chili a 29 anni, malato in aids conclamato e pochi giorni prima di morire. Sarebbe questo il bell’esempio del curare sempre perché umanesimo del vivere e del morire?
 A mio vedere, l’umanesimo è detto dal Cireneo: simbolo della compassione di chi rialza l’umanità caduta sotto i mali del vivere, non, il simbolo di chi cura il caduto così che possa soffrire meglio e più a lungo. Comunque la si pensi, “quel curare sempre” rivela inequivocabilmente quanto, sul fine vita, sia già stato deciso da tutti fuorché deciso dagli interessati: questo sì, umanesimo del vivere e del morire! A che è servito, allora, quell’incontro? Per me, è servito a farmi vedere la sede: molto bella.
 Il tema del monsignore che viene dopo del professore è “Libertà morale nella cura di sé e degli altri”. Dopo il tema del professore, e il millenario tema della cattolicità, quale altra libertà può sostenere il monsignore se non quella pro domo sua? Le implicazioni giuridiche sono trattate da un professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e della Pontificia università lateranense. Può sostenere un etica contraria all’area di fede propria questo professore? Direi proprio di no. Anche questo, allora, ha già deciso per gli altri che non la pensano secondo cattolicità pur non pensando secondo ciò che l’avversa: mi riferisco cioè, a tutti i non aderenti alle “piantagioni del potere”: principato e religione secondo la mai dimenticata prolusione, e il mai dimenticato Padre Aldo Bergamaschi Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona di qualche anno fa; prolusione che pronunciò davanti a dei disagiati impresari di quelle piantagioni, subito prima di tornare in convento. Non si è mai saputo se l’abbia deciso lui, o, se anche in questo caso, sia stato deciso da altri.
 Preso atto del programma e della banalità del bene così chiaramente indicato dalle figure dei relatori oltre che dai temi, non mi è restato che tornare a casa. A maggior ragione, quando, nel programma, sono arrivato a leggere il tempo a disposizione per il cosiddetto dibattito dei relatori con il pubblico: 20 minuti. Cosa sono 20 minuti in un programma del genere, se non le perline di Colombo? Non conosco il tema di pertinenza del signor Tosi ma certamente non contestatore delle attuali forme di una assistenza ad oltranza, che dell’umanesimo gli è rimasto solamente l’amoroso torturare, a mio vedere.
 Si temono tanto i denti degli squali. Mi creda, signor Direttore, fanno molto più male quelli dei pesciolini da salotto.
 Con i miei più cordiali saluti

rosaquattro

Non ridere Marx! Lo sai che siamo nella merda!

Perché fola è, vero, la storia dell’invito a crear posti di lavoro! Dove li troviamo i posti di lavoro con operai occidentali che costano non meno di quattro volte di più di un lavoratore no_assicurato, no_garantito, e morto uno avanti l’altro che c’è ne un altro miliardo che aspetta il posto alla pressa?
E come cavolo si fa a creare posti di lavoro? Abbassando gli stipendi degli operai, così che al mercato possa venire la tentazione di assumerne alquanti, eucaristicamente rinunciando ad intascare il surplus?
Possiamo abbassare gli stipendi degli operai? Se si abbassano i costi della vita, direi di si!
Si possono abbassare i costi della vita se il Mercato pretende di guadagnare quello che poteva nei tempi delle vacche che ora sono diventate grasse perché stanno principalmente pascolando nei prati di

ora?
Noblesse oblige, anche i sindacati sostengono quello che sostiene De Benedetti. Ci siamo, o ci facciamo?
In tutti i tempi il Mercato è sempre stato troia e sfruttatore. In abiti da suora francescana certamente non lo vedremo mai, quindi, quale, la ripensata veste?
Ho letto anche che i tempi di adesso ci avrebbe portato a vivere un neo mediovalesimo. C’era la Corporazione all’epoca. 

Vogliamo un Mercato così? Curati dalla Corporazione delle Arti e dei Mestieri dalla culla alla tomba? Si va bè, se alternativa non c’è! Ora, però, il Mercato è mondiale, mica, più o meno municipale! Che fare? Conglobare la Corporazione locale in una Corporazione Mondiale? Della serie: operai di tutto il mondo, unitevi coi padroni?!

Non ridere Marx! Lo sai che siamo nella merda!

rosaquattro