Tutti miserelle le mie festività: una a parte.

Dicono che i vecchi non hanno che ricordi, e quelli mi sono venuti alla mente, oggi, tornando dalla spesa al LDl , dove ho visto un neo burino arrivare con una vecchia Ferrari. Dovrà andarci per risparmiare sul metano, suppongo!

Non ricordo l’anno. C’era l’Amato, allora. Siamo stati ospiti di un amico di ricca borghesia meranese (poi morto per ove) e assieme ad una banda di altri sciagurati per un verso e per un altro, dopo esser saliti per non si sa quanta strada al buio, dopo aver constatato che non si ricordavano più dove stava il ristorante dove avevano prenotato, ci siamo fermati proprio sul dosso di un’alta collina o di un piccolo monte che sia stato.

Vetro ghiacciato, l’aria. Per decine di kilomentri di fronte a noi e per i 360 gradi, una platea di montagna, con luci, si, sui declivi ma, sfilata collana di diamanti, cadute qua e la come in terra così in cielo.

Basso il cielo. Di un indaco così intenso da parer soffitto, basso pareva, quasi da far paura, quasi da piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma il cenare chiamava ed eravamo già in forte ritardo. Come serata volle arrivammo al ristorante! Clientela numerosa e con brindisi già fatti, nella sala. Noi, però, siamo stati dirottati a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno.

Del mangiare non ricordo nulla. Probabilmente, perché molto mediocre, probabilmente, perché moto birrato, e dopo, anche molto canato!

Festa scontata, si sa! Bisogna divertirsi se no che festa è! Solo il Signore sa se non le odio, non tanto le feste, quanto il doversi divertire perché si fa vedere che ci si diverte. A me, che già allora cominciavo ad amare il silenzio, interrotto da preludi, si, però, attenuate per favore: attenuate!

Fatto sta che ho lasciato andare il comune che non sono, ed ho recitato la mia parte. Per gli stessi motivi della cena, non ricordo come se non a rari sprazzi. Bene, ricordo solo il viso dell’Amato. Aveva (e avevamo) ben pochi motivi per ridere eppure ci ero riuscito, e con lui, anch’io e gli amici.

Non ricordo com’è finita la serata. Ci avranno buttati fuori ad orario, suppongo. Nel Sud Tirolo mica si scherza con gli orari! Ricordo solo che ad un certo punto i nostri fuochi artificiali si sono spenti:, anche se un po’ alla volta.

Siamo tornati a terra, così, venati di malinconia.

La stessa che colpisce angeli quando cadono.

nord

In medio feriale. Secondo atto a sé. Per conoscenza ai referenti il caso

Cortese signora: giusto per continuar a farla sorridere, eccomi qua!

Di maggior misura e più gustosa quella delle altre volte, ma quella di ieri, un quadratino di non più di 6 cm. e mezzo di frittata con non poca parte di patate; ma che glielo dico a fare a lei e/o ai referenti in caso? Per sentirmi dire dalla consegnataria di ieri, (persona cortese e simpatica ma questo è un andar fuori tema) che il pollo che ha motivato la mia protesta era stato cotto in mattinata, senza rendersi conto che la sua affermazione non può essere attendibile, vuoi perché dipendente dal lavoro, vuoi perché dipendente dal notorio e difensivo cameratismo fra operai?
Per sentirmi nel cuore la sua amarezza perché nulla può fare di meglio e/o di più efficace, in quanto non è in grado di sapere (come di provare) se chi protesta ha fondate ragioni o se è solo un paranoico rompiballe? Per sentirmi umiliato dai sospetti circa una, da altri sentenziata paranoia, in effetti presente, ma che caso per caso so ben riconoscere e quindi, ovviare se non altro per la capacità che mi riconosco nell’essere disponibile al confronto? E, a proposito di paranoia, per sentirmi dire: in attesa di capire la fondatezza delle sue contestazioni, signor Gazzabin, le sospendiamo il servizio?!
Eppure, la situazione è più che facilmente risolvibile! Basta una convenzione fra l’Istituto Anziani ed un Elemento terzo con compito di verifica quale può essere una Associazione di Volontariato, (ad esempio) la quale, chiamata dall’Assistito, si reca a domicilio e verifica (facendo rapporto a quanti in interesse) sia le ragioni della protesta che l’effettiva sussistenza, e/o della stessa, il grado. Cosa potrà mai costare?! Un fisso mensile per la raccolta delle proteste telefoniche, e un rimborso spese per le verifiche a domicilio. Nulla consiglio sulle somme al proposito perché tutto potrei fare fuorché amministrazione!
A proposito dell’attendibilità nelle opinioni di chi dipende, (da prendersi ovviamente con le molle) nulla siamo in grado di sapere se l’opinione dei contenti è effettivamente tale, o se è prevalentemente detta per lo scopo di conservare il servizio e/o di aggraziarsi presso il consegnatario/a. Incaricherei l’Associazione in proposta, allora, di accettare anche le contestazioni anonime. O meglio, anonime per l’Istituto anziani ma conosciute all’Associazione.
Attuata la proposta, vuole scommettere sulla miglioria del servizio? In attesa che mi dica quanti caffè, la saluto.
ps. Proprio adesso mi è arrivato il pranzo: un brodo con tre, dico tre pezzetti di patata. Se tre d’amore, ne ho più di qualche dubbio. Il consegnatario di oggi m’ha chiesto di non prendermela con lui per le porzioni perché non c’entra niente! Mi pare ovvio! Quella di ieri non è venuta. Altro turno, o peso di una vergogna da affrontare dandosi il cambio? Non so. Pur credendoci poco niente, confido sulla prima ipotesi. Dimenticavo: per quanto mi riguarda considero privato solo quanto attuo al gabinetto.
Con i miei saluti

rosaquattro

Quanto sa di sale lo pane altrui. Atte terzo.

All’Istituto Anziani:
Quasi tutti gli anziani hanno due grossi problemi: diabete, e arteriosclerosi. Nei loro menu, pertanto, dovrebbe essere escluso (o quanto meno, fortemente ridotto tutto quello che tenderebbe a peggiorarli, quindi, niente zucchero nel pomodoro, ad esempio.
Per togliere il gusto asprigno al pomodoro basta cuocerlo assieme a della cipolla e a chiodi di garofano. Per contenere l’arteriosclerosi, invece, basta non salare le pietanze,(in particolare la pasta) o quanto meno salarle al minimo. Visto che non vi sono saline fra le ditte che servono il Comune, la riduzione del sale non dovrebbe creare particolari problemi.
Per il diabete, bisognerebbe non mangiare pasta, riso e/o risotti, e fra i contorni, in particolare non le carote. La pasta bianca andrebbe sostituita con l’integrale, ma capisco che verrebbe rifiutata dalla generalità degli anziani perché non hanno la debita conoscenza e neanche l’abitudine. Va bèh! Di qualcosa bisogna pur morire! 🙂
Casalinghe e cuochi usano la carne cotta in avanzo, vuoi per svuotare i frigi, vuoi per far ripieni. Nel menu del giorno 14 invece (c.m, c.a,) ne hanno fatto del ragù. Non è la prima volta.
Nel ripieno da carne precotta, l’avanzo da frighi è in qualche modo giustificato perché diventa ricetta. Così non è invece per la carne avanzata. La si può tritare e/o trattare con leggera base aromatica quanto si vuole, (accorgimento, questo, non attuato) ma chiaro avanzo è, (difficilmente digeribile, tra l’altro) e chiaro avanzo resta sia per gli occhi che per il gusto.
Orrendo poi, l’accostamento di immagine fra contenitore di plastica, pasta, e ragu preparato in quel modo. Suscita disegno di ciottola dove, per il cane, si mescola quanto avanzato dai piatti. Ipersensibilità d’artista o da vecchio oltre steccato? Non so. I pensionati tacciono perché hanno paura, e ne i vecchi oltre steccato c’è il sospetto che siano come i veronesi: tuti mati, ergo inattendibili?
Oltre alla carne in preda a crisi di nervi che mi è stata generalmente servita sino a che ho taciuto (non poco e non per breve) mi viene servita anche della carne con tracce di budello attorno? Viene da pensare che sia stata, prima pressata, poi arrotolata, e poi insaccata. Anche il taglio della porzione è particolarmente netto. Pare fatto con l’affettatrice. Provi a farlo con del lesso cotto a casa. La fetta non le risulterà netta ( a meno che il lesso non sia lessato 🙂 e lo scarto notevole da tanto si sgretola. Gielo dico, non tanto perché abbia mangiato sempre di meglio, ma per favorire la proporzione tra spesa, gualità, e guadagni, fra quanto il Comune paga e quanto l’appaltante serve. Comunque sia, sospetto di budello a parte, il lesso del 13 Giugno che le ho descritto era prevalentemente magro e di gusto accettabile. Cosa non sanno fare i cinesi! 🙂
Con i miei saluti

rosaquattro

In medio domenicale: atto a sé. Per conoscenza: ai referenti in caso.

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Cortese Signora: pollo arrosto, da supermercato vittima nella cottura, (oltre che di vecchiaia da cotto) il pollo che mi è stato portato oggi. Non ho potuto non recitare una prece ai defunti prima di salvare il salvabile, giusto per usufruire del pranzo;
per non dire delle patate, cosidette fritte, ma in effetti depresse da frittura stantia perché fatta con olio a non adeguata temperatura;
per non dire della pasta gratinata. Di tutto fuorché cotta oggi, quella che mi è arrivata.
Si vede che nel giorno festivo vi è carenza di personale, al che si suplisce svuotando i frighi, o cucinando alla san fasson!
Dice che sbaglio? Sarà! Guaio è, purtroppo, che io non posso non permettermi di mangiare ciò che prova le mie affermazioni; folcloristiche sino a che si vuole, ma solo per farla sorridere; che poi ci sia anche di che pensare e agire, a lei ogni decisione.

rosaquattro

Fai sapere al pensionato quando lo zucchero gli è calato!

Alla c.a. Direttore de: l’Arena di Verona.
Ho letto, signor Direttore che ogni anno in Italia ci sono 100 mila nuovi diabetici con una spesa per il sistema sanitario che si aggira sui 300 milioni. I nuovi ammalati, però, potrebbero essere anche molti di più perché ci sono diabetici che sono fuori statistica perché non sanno di esserlo. Tenendo conto della possibilità, allora, anche le spese dette dalla notizia sono decisamente fuori statistica.
Mi sono scoperto diabetico l’estate scorsa. Ero arrivato a più di trecento di glicemia, ma, non perché il mio diabete fosse asintomatico come ebbe a dire il medico delle analisi, ma perché, nulla sapendo circa i sintomi di quella malattia, pensavo ruggine da età i vari malesseri e le stanchezze che provavo.
Dall’accertamento particolarmente grave, sono passato all’ottimale situazione accertata nell’ambulatorio mobile in sosta, domenica scorsa, in piazza Bra. Il risultato dell’analisi ha dato 75 di glicemia. Più che ottimo, ma non per questo guarito, perché una volta preso il diabete uno se lo tiene.
Ho raggiunto l’eccellente risultato, eliminando tutti gli zuccheri più evidenti (dolci, bibite, le tremende brioche, ecc); eliminando ogni quantità d’alcol; diventando un accanito lettore di etichette. Leggendole, ho scoperto che la questione delle polveri sottili fa ridere rispetto allo zucchero naturale, e/o artificiale, (e/o più o meno chimicamente detto in modo comprensibile) che ci mettono nell’alimenti per conservarli.
Ne mettono anche nel pane! Ho dovuto smettere di mangiarlo. Oltre che un generale rigonfiamento alle gambe, alle mani, e ad una subitanea maggiorazioni di peso, mi dava dei notevoli mali di testa. Ho dovuto eliminare anche il pane integrale: quello detto senza zucchero (e sarà anche vero) ma che di zuccheri ha pieni i semi usati.
Avevo preso una tisana come coadiuvante della digestione. Conteneva semi di finocchio e non mi ricordo l’altra cosa perché ho buttato via tutto! A berla, un mal di testa da pronto soccorso! Giusto per fargliela breve, ho trovato zucchero anche nelle scatole di borlotti lessati di una cera marca. M’ha fatto ridere da matti quello zucchero! L’etichetta lo dichiarava invertito! Non gli mancava che quello!
Vista la situazione, non si può non considerare che, sia le persone che il sistema sanitario nazionale, sono sotto tiro di un vero e proprio fuoco amico! Mi rendo anche ben conto, che una conservazione dei cibi con diverso conservante sia più onerosa, sia per l’acquirente finale che per la produzione industriale, o al caso, diversamente ammalante.
Non ci si scappa, signor Direttore, di qualcosa bisogna pur morire, ma, qui si rischia di non capire più se ha istinto suicidario chi mangia zuccheri perché non ne può proprio fare a meno, oppure, se abbia istinto nolentemente omicida, l’industria che pur sapendo la situazione è pressoché silente nell’ovviare il problema. Al caso, è anche criptica e/o deviante quando si tratta di avvisare! Le etichette dei valori energetici e la presenza di zuccheri, infatti, sono in posti diversi della confezione.
Durante i periodi di astinenza, mi sono fatto sedurre dai dolci cosiddetti senza zuccherò! Saranno anche senza zucchero ma non sono esenti da zuccheri, infatti, dei mal di testa dell’accidenti!
Conversando con i presenti nell’ambulatorio mobile, dicevo che si può cercar di venire a capo della situazione solamente attuando, anche per gli alimenti, la campagna di efficace terrore che è stata attuata per il tabagismo. Per quel provvedimento, per legge farei scrivere su tutte le confezioni che contengono zuccheri di qualsiasi forma chimica questo avvertimento da scrivere ben in grande sulla confezione: nuoce alla salute del diabetico! Fra altre cose, il diabete altera anche la vista.
Non per ultimo, coinvolgerei i Centri alle Dipendenze, perché il diabete crea dipendenza fisica, mentre il piacere della cosa dolce crea quella psicologica. Liberarmi dalla voglia di sigaretta, signor Direttore, è stato niente rispetto a quello che ho patito per liberarmi dalla voglia di torte! Con una sorta di intervento sulla falsariga degli Alcolisti Anonimi, ci sarei riuscito prima e con minor pena, molto probabilmente.
Con i miei più cordiali saluti
Pubblicata sul giornale il 17 Novembre c.a.

rosaquattro

Amore e amorevolezza in madri, figli, amanti, cimiteri, spiriti.

Qualche giorno fa la mamma dell’Amato è andata al cimitero e sulla tomba del figlio ha fatto quello che il sentimento fa fare. L’altra notte l’ho sognato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali ed in isole comunitarie: collegi, ecc,
In viso l’ho visto dimagrito. Pallido ma non cereo. Aveva la barba di più di qualche giorno. In vero una peluria, ma lo ricordavo glabro! 🙂 Dormiva ma, lo ricordo ora, non respirava. Nei pressi dei suo letto, lo guardavo. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Sentivo presenti solo degli occhi. Se lo vedevo, è chiaro che non potevo mica essere senza occhi, pure, c’era come se quella facoltà fosse sottolineata! No, non dal mascara! 🙂
Soggetto, fisicamente molto agile, l’Amato. Lo è sempre stato. In un caso, anche in ultima. Fatto sta che si alza dal letto molto velocemente, viene verso di me, mi si mette di fronte, e all’altezza del cuore (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe che direi ginnastica dal tipo di suola. Molto consumate, fra l’altro. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. C’era luce in quel corridoio. Di più sulla parete di sinistra. In quella di destra, grigia parete e/o la luce.
Mi sveglio con una sensazione di rimprovero: si sente abbandonato!
Con l’Amato mi capita di litigare ancora per due prevalenti motivi. In primo perché tende ad imporsi (col cavolo che glielo permetto che l’ho già fatto anche troppo! ) ed in secondo perché, almeno in quel sogno, è ancora al livello che ha lasciato.
Vai avanti, gli dico, vai avanti! La tua strada non è più questa; è quella! So che lo sa, ma l’emozione umana lo prende ancora e se non la riceva quanto vuole e/o gli occorre, lo fa capire! Come lo fa capire?! Coppie che per un insieme di amorosi fattori si capiscono anche senza parlare non sono mica prodotti di telepatia, vero! Sono solo due che si sono fatti uno! Fra me e l’amato è successa cosa analoga! Abbiamo avuto bisogno di tutto e di tanto, ma, per intenderci, di nessun vocabolario.
Non mi interessa se non mi credete. Al più mi dispiace per chi non mi crede, perché solo quelli che hanno profondamente amato, sanno di cosa parlo!
E’ poi vera sta’ storia dell’abbandono?! Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo. Così anche per la mamma, penso. Più che alla madre, però, il referente dei suoi sentimenti ero io. Solamente io. Ben strana storia per chi da giovane andava a Finocchi, vuoi per soldi per la “roba”, ma anche per picchiarli!
Sta dicendo a me, allora, che lo sto abbandonando! Non è vero ma anche si, come è anche vero che non posso diversamente! Indipendentemente dalla mia volontà, è la vita in cui sono che mi sta allontanando da lui. La vita in cui sono certamente non mi toglie i ricordi. Non mi toglie i belli, almeno, che misericordiosa, i brutti si, me li toglie!
Attenuando i ricordi che mi restano, è sua legge, l’attenuazione delle emozioni. Non ci si scappa! A meno che non si voglia vivere di solo dolore! L’attenuazione delle emozioni, è attenuazione della comunicazione spirituale e/o spiritica secondo il caso. E’, un diventare, piano piano, come muti.
Si, il Piccolo ha fatto tutta la sua sceneggiata, appunto perché, a suo dire non gli parlo più, il che è un po’ come dire che lo sento meno. Secondo ragione so che lo capisce. Secondo emozione, gli è ancora pesante il sentirlo. Avrebbe bisogno di un altro amore, ma, purtroppo lo cerca dove gli sta diventando sabbia fra le dita. E si che gliel’ho detto a quel testone: vai avanti, vai avanti! Capirai! E’ un Capricorno! Si, in effetti un corridoio per andare avanti l’ha pur preso! Dei corridoi della sua realtà e condizione, quando sono illuminati a sinistra significa che sono guidati dallo spirito, mentre la luce a destra dice che sono guidati dalla santità dello spirito di sinistra.
Era una santità, però, talmente corporea da sembrare parete. Di obbligato passaggio, quindi. In quanto condizionante, la direi, allora, non elevata nella Vita anche se può esserlo nella sua.

rosaquattro

Pane e sale altrui: atto secondo.

Cortese signora: ieri, venerdì, ho chiesto alla consegnataria chi mi aveva portato il pasto che ha motivato la precedente mail. M’ha detto una persona poco pratica del giro e quindi delle particolarità nel servizio. In analogo fatto la stessa consegnataria ebbe a dirmi di non sapere chi, al suo posto, mi aveva portato il pasto. Siccome, in quel caso, nulla ha fatto e/o detto per informarsi, fra altre ipotesi ne arguisco di non averne alcun interesse, oppure, che era interessata a coprire l’autore del disservizio. Sono correnti mafiosità che succedono in ogni ambito lavorativo. Va beh! Rimane il fatto, però, che su la consegnataria in questione non la penso più come prima. Punto.Oggi, sabato, ricevo un primo dall’indecifrabile ragu. Va bèh! Vediamo di non fare gli schifiltosi! Con quello, un lesso con salsa verde. Anche se molto pallido, il verde, c’è. La salsa, assolutamente no, a meno che non sia una personalissima variazione, in verità neanche approssimativa, della classica ricetta. Il lesso, tagliato con l’affettatrice a spessore di neanche tre tacche, non sarà stato più di una cinquantina di grammi. Per quanto riguarda la quantità totale della salsa, poi, non appena vista mi sono detto questa gliela devo proprio far vedere.

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Mi dispiace d’averlo pensato mentre lo stavo finendo. Diversamente, le avrei fatto vedere anche lo spessore della carne: una sottiletta. Dalla foto, però, si dovrebbe intuire almeno la qualità: scadente. Durante il nostro primo colloquio ebbe a dirmi che i pasti serviti agli anziani li controllava facendosi mandare in ufficio un campione. Sarò anche paranoico, cara signora, ma faccio molta fatica a credere che le venga portata anche solo della mediocrità. Un controllo effettivamente efficace non può che avvenire a casa del pensionato. In genere, l’orario di consegna è sempre quello. Indovino numerosi i suoi impegni, quindi, capisco bene che lei non possa farlo, ma a Verona, tutto manca fuorché i Vigili. Con i miei più cordiali saluti.

rosaquattro

Sul pane e sul sale altrui, riscontro al prot. gen.

Cortese Signore: suppongo che abbia letto le mie note. Dubito però, che abbia visto le foto allegate. Di quelle, tutto si può dire fuorché immagini di carne “magra, tenera, succulenta che non è mai stopposa alla masticazione”. Ora, io non sono particolarmente schifiltoso. Ho mangiato in ambiti di lusso ed in osterie. In collegi ed in orfanotrofi, a militare, e a casa, cresciuto più che altro a spaghetti al pomodoro e/o a panà (versione padovana della pearà) con mortadella come secondo: non sempre la mortadella. Dati i precedenti, per necessità o meno adattato a molto, c’è ne vuole perché giunga a lamentarmi di quanto mi è stato servito! Non ricordo quando ho iniziato a fruire del servizio pasti. Ricordo però, di un pomodoro eccellente, e di un ragù più che notevole. Ultimamente, invece, il pomodoro è generalmente meno che mediocre, ed il ragù fatto con carne cotta, è indigeribile! La pasta, poi, è generalmente stracotta. Oggi, invece, il pomodoro è buonissimo e la cottura della pasta, passabile. Mi si dirà, che la pasta mi giunge stracotta perché continua a cuocere anche una volta messa nei contenitori. Vero, ma allora, perché non è sempre così visto che nei contenitori c’è la mettono sempre? Può essere caso? Può essere! Può essere diversa la mano che prepara? Può essere, come può essere diversa la capacità professionale, come può essere diverso l’interesse verso il lavoro. Per anni, tutti i mercoledì sera ho preparato la pasta per gli abbandonati assistiti dall?Associazione Amici di Bernardo. I volontari ebbero a dirmi che fra i presenti, non pochi venivano solo il mercoledì. Cuocevo la pasta per non più di tre minuti. Nel pomodoro, un po? di aglio, rosmarino, olio (ovviamente ma non vaga traccia) e piacere di farlo in quantità. Mi rifiuto di pensare che sia proprio quest’ultima salsa quella che manca alla cottura dei cibi! Mi dice, Dottore, che la carne non è mai stopposa alla masticazione. E’ vero. Una carne stracotta, infatti, non lo può essere. Succulenta, Lei dice. I casi sono due: o mangiamo diversa carne, o Lei non ha mai mangiato la carne che mi portano, o meglio, e se dura, che hanno smesso di portarmi. Se non dovesse durare, avrà le debite foto. E’ vero: la dietologa mi aveva parlato di problemi sulla gelatina, ma, mica mi ero lamentato di quel particolare! E’ vero, avevo ordinato cavoletti. L’ordine, però, non è che l’utente lo fa tutte le settimane e a me c’è voluto del tempo per capire che l’indurimento al ventre che provavo dopo mangiato era proprio dovuto ai cavoletti, (i cavoli no, stranamente) come all’insalata, appunto perché ambedue molto fibrosi. Appena capito l’ho detto ai consegnatari. Il più delle volte inutilmente. E’ vero, con la frutta ho reputato di inutile spreco la consegna del pane, e dei dessert. A differenza del contorno in oggetto, questa richiesta è stata generalmente ascoltata. Con gaudio di altri utenti o quanto meno dell’Istituto, spero. Da quanto soprae sposto tragga le sue conclusioni, Dottor V. Non mi aspetto di saperle. Non è necessario. Per me, il discorso finisce qui, ma se mai dovrò avere la necessità di riaprirlo, Lei sarà il primo a saperlo.
Con i miei più cordiali saluti

rosaquattro

Mi sono svegliato sentendomi un po’ di merda perché stanotte ho picchiato la Cesira!

Colori vaghi. Preponderante il grigio.
Sto uscendo da casa. In un leggero zainetto da pochi soldi, molto fiorato, metto delle cose. Non le vedo chiaramente ma sento che sono le chiavi, il portafoglio, documento d’identità.
Non mi vedo uscire però mi ritrovo a cavallo della bicicletta e fermo nella leggera salita antistante il semaforo sulla strada che a sinistra porta al Ponte Navi e alla chiesa, e sulla desta in zona s.Paolo prima e in XX Settembre di seguito.
Il zainetto mi cade. Passa una donna. Lo raccoglie. Prosegue verso la s.Paolo. Fra il meravigliato ed il seccato, oltre perché impedito dal semaforo non verde, immagino, perché così lo sento, la chiamo, prima forte, poi più forte: Signora, SIGNORAAAA! Non mi sente? Non mi bada? Non può sentirmi? Non vuole sentirmi? Non lo so.
Con lo zainetto sottobraccio, la donna si ferma poi sotto la pensilina delle fermate autobus. La raggiungo. Devo avergli chiesto la restituzione della borsa ma non mi sento mentre devo averlo fatto, ma la donna trattiene lo zainetto. Con forza. Tento di strapparglielo! E’ mio accidenti! La donna mi resiste.
Perdo la pazienza! La prendo a schiaffi. Mentre lo faccio mi vedo le mani. Sono femminee. La donna mi guarda. Mi pare di conoscerla. Sembra la Cesira ma non pare la Cesira. E’ eguale ma è diversa. Mi guarda come se sapessi chi sono. Mi sorride. Con mestizia, appena prima che la colpissi.
Sapeva quello che sarebbe successo? Doveva succedere quello che sarebbe successo? A fatto in modo che dovesse succedere? Non so. Sono domanda a posteriori, queste.
Visto che con gli schiaffi non ottengo risultati, passo a più pesante metodo. Mentre con la sinistra tento di strappargli lo zainetto che la donna continua a trattenere con forza, con la destra la prendo a pugni sul volto!
Sono pugni maschili. Mentre li guardo, mi domando con sorpresa da dove sono saltati fuori! Non li riconosco, evidentemente. Come se non fossero da me, o di me.
Sotto i pugni la donna cade. Forse perché costretta a difendersi dalla caduta con le braccia, la donna lascia la borsa. Finalmente me ne approprio! Giunto allo scopo, mi giro e torno verso il Ponte Navi.
Sento che dovrei chiamare un autoambulanza! Mi interessa e anche no. Sento che c’è mancanza di soccorso. Mi interessa e anche no. Sento, non più di tanto pesante, un senso di colpa. Delle fotocamere potrebbero aver ripreso la scena mi dico. Sto, indeciso, fra il preoccupato e no.
Mi sveglio.
Con la chiarezza della rivisitazione del sogno, si, riconosco la donna: è proprio la Cesira, mia madre adottiva!
 .
 cesira

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Con tutto quello che ha fatto per me, io l’ho presa a botte!
Perché “ognuno uccide quello che ama”?

rosaquattro

Pane e sale altrui. Atto primo

Da subito dopo le festività natalizie, il servizio che avevo generalmente trovato superiore alle mie aspettative, è andato via via scadendo. Non è bello pensar male, diceva l’Andreotti, pure ci si azzecca. Mi riferisco a più di un motivo, e non sia mai, ad un irritante sospetto. Sui motivi ne abbiamo telefonicamente parlato un qualche tempo fa. mi vedo costretto a ripeterli, non tanto perché siano i filetti alla Voronof le pietanze che devono reggere la mia personalità e giustificare il vostro compito, ma perché la testimonianza fotografica che le allego è chiara squalificazione di quanto idealmente dichiarato sul sito a proposito del tenore e dei fini dell’assistenza. Lei ebbe a dirmi che la gelatinosa qualità della carne le era nota. E passi per la gelatina che per eliminarla (almeno esteriormente) basta solo un po’ d’acqua calda, ma visto l’allegato,

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mi saprebbe suggerire a che grado devo portare l’acqua calda per eliminare la nervatura presente nella carne lessa di quasi sempre? Giusto per non far nomea di rompi balle, è chiaro che posso anche buttare la parte scadente della consegna, ma da dove capire, allora, la differenza fra servizio formale e sostanziale, o per essere meno filosofi, tra mangiare e saltare? Giustamente, m’ha suggerito di ordinare qualcosa d’altro. L’ho fatto nel nuovo foglio ma lo stesso (due desinari a parte) sempre lesso m’è arrivato! Avendo problemi di diabete non ho ordinato carote e neanche frutta ed invece la frutta mi arriva sempre e le carote quasi sempre. Avendo problemi di meteorismo ho escluso i cavolini di bruxsell e invece mi arrivano anche quelli. Per lo stesso motivo non posso mangiare insalata. Avevo convenuto con lei che se vi capitava un’ordinazione di carne di mera qualità, un’altro primo poteva ben sostituire un lesso in descrizione. A fronte di quel genere di carne, oggi, mi sono arrivate due arance! Che non posso mangiare! Nell’augurarmi che tutto questo non abbia a ripetersi, la saluto con poca felicità. Non per mia causa, chiaramente, e se non per causa sua, le chiedo di farmi sapere per causa di chi, perché è giusto che ognuno si assuma le sue responsabilità, come è giusto che per saperle, sia necessario informare chi non sa.

rosaquattro

A quando il reato di rapina a mente armata?

La giornata girava bene, oggi, e non di meno le palle, ma, sono uscito di casa per fare un po’ di spesa. Non mi occorreva niente ma devo pur trovare un motivo per muovermi! Passo davanti un’edicola. Sulla porta, appesa una locandina del giornale di Verona. Leggo: anziano pestato per 40 euro! Capisco il titolista. Intendeva segnalare la delinquenzialità per un miseria, tuttavia, non ho mai letto: anziano rapinato per mille euro, bensì, (ammesso il caso) di mille euro! Direi evidente, che la diversa importanza di una somma rapinata diventa diverso giudizio. Non mi interessa sapere che il diverso giudizio consisterà nel dare del mona al delinquente per pochi euro, e, magari, del furbo a quello da mille! Quello che mi interessa, invece, è il nome che la legge darà a quel genere di rapina, e, al caso, agli impossibilità di difendersi, vuoi per età, vuoi per sesso, condizione fisica, ecc, ecc. Se fossi la legge, certamente non sarei imbecille come la sclerotica! Sarei duttile, e, consentitemi l’immodestia, anche nuovo. In quanto autore di nuova legge, rubricherei fra le rapine più scellerate anche questa in tema. La direi, cioè, RAPINA A MENTE ARMATA. Di cosa, se, al caso, non ha coltello, pistola, e/o altra contundente arma? E’ armata, la mente delinquenziale, di un’etica che spregia la persona quando non la personalità: è armata di una forza fisica generalmente superiore; è armata di motivi fortemente egocentrici; è armata da viltà; è generalmente armata da droghe che lo aiutano a superare la sua viltà; non per ultimo, e non per un ultimo genere di rapina: è armato di una cultura superiore (in certi casi ) come armato di quel surrogato dell’intelligenza che diciamo furbizia! Dobbiamo proprio ammetterlo: la Legge, oggi, è come un ombrello retto da due mani: la prima lo tiene per ripararsi dall’acqua, mentre la seconda lo tiene per tenere sott’acqua la prima. L’idea di una giustizia come bilancia non è una novità e mi sta bene. Mi sta bene anche se bendata se ciò segna la sua imparzialità, ma non mi sta bene la sua imparzialità, quando è impotenza da cecità. Nel mio piccolo ci posso fare qualcosa? Temo di no. Va beh! Andrò a fare la spesa anche domani!
Ho indirizzato questa lettera al Direttore de L’Arena. Mi venga un colpo se mi ricordo di avergliela mandata! Va beh! Cosa fatta capo ha! Il fatto in questione è di una decina di giorni fa.

rosaquattro

Immigrazione, comunicazione, catene.


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Alla cortese attenzione: Lettere al Direttore de l’Arena, sua sede in città.
Avevo bisogno di riparare un soprabito e sono andato in sartoria. Cinesi, i gestori. Giovani. Sorridenti. Cortesi. Premurosi. Italiano zero! Nell’internazionale linguaggio che va sotto il nome di Io Tarzan – Tu Jane riesco a farmi capire. Non per ultimo, ausiliato dal mai abbastanza benedetto (anche se limitato) traduttore di Google e da Internet. In Rete trovo una scuola serale gratuita per immigrati (non l’unica a dire il vero) al costo dei 15 euro che coprono una forma assicurativa se non ho capito male. Sempre con i mezzi sopra detti riesco a proporgliela. Sto dicendogli l’opzione quando nel negozio entra un loro connazionale. Anche questo cinese. Anche questo giovane, simpatico, e, parlandone con spontanea simpatia, alla Paul Belmondo per la somigliante faccia da schiaffi. Parla italiano. Mi chiede chi sono, cosa voglio, perché lo faccio. Gli dico che sono un cliente, che ho visto la difficile per non dire impossibile comunicazione dei due gestori, gli faccio notare che in Cina farei ben pochi affari se non sapessi un minimo di cinese, e che è cosa identifica per i suoi due connazionali. Telefono ad un sindacato, al Cestim a due scuole. Mi faccio dare numeri telefonici, indirizzi, e dire condizioni; insomma, in giro di un quarto d’ora metto i due immigrati nella condizione di sapere cosa fare e dove andare per farlo ma, l’atmosfera non è più come prima! L’intervenuto, quello che conosce l’italiano, tende a sfottere. Si sente che non è interessato. Si sente che vuol sminuire l’interesse che ho suscitato nel due giovani del negozio. Preferisco non rilevare. Faccio per pagare ma ho dimenticato a casa il portafoglio. Lascio in negozio quanto dovevo ritirare, vado a casa, prendo i soldi, torno in negozio, pago, ritiro. Fra il prima ed il dopo non posso non notare che della cortesia è sparito l’anima: solo è rimasta la forma. Esco. Torno a casa. Verifico il lavoro. Ottima, la cucitura della tasca del soprabito. Dei due lavori, quello capito maggiormente perché facilmente intuibile sia per i Tarzan e i Jane che reciprocamente siamo stati.
Non da oggi è noto che per qualsiasi forma di potere, il supino che non sa comunicare sé stesso ad altri e/o alla società è destinato a restare un servo (del potere in caso) quando non, dello stesso potere, o un utile idiota, o, a vari livelli, un complice. In toto quando non in parte, ciò che libera è il possesso della parola: nascita che avviene per contestuale natura, e/o per appresa cultura. Il mio disinteressato coinvolgimento con le difficoltà linguistiche dei due gestori ha mosso ciò che non doveva muoversi? Lo sospetto. Fortemente. Se fosse in mio potere, signor Direttore, vincolerei la permanenza sul territorio italiano (ed il conseguente lascito del permesso di soggiorno) ad una documentata e triennale frequenza scolastica del livello terza media. Renderei obbligatorie le materie umanistiche. Facoltative le altre. Vincolerei il proseguo del permesso al superamento di un esame di fine corso con, nelle umanistiche, almeno un sufficiente come voto; esame esterno alla scuola frequentata, (o con esaminatori esterni) onde evitare qualsiasi genere di pressioni agli insegnanti del corso annualmente frequentato dall’emigrante. Tre anni sono sufficienti, sia per dare all’emigrante una buona base linguistica che una variamente culturale. Sono altresì sufficienti, vuoi per aiutarlo a liberarsi dalle catene di taciuti vincoli, vuoi per poterle portare meglio, vuoi per decidere se la sudditanza in cui si trova è via per capire la vita: vuoi propria, vuoi sociale, vuoi per quello che crede più giusto capire. Il fine della proposta che le dico, Signor Direttore, non ha certo quello di rendere gli emigranti dei pressappoco cloni degli italiani, bensì, ha il fine di metterli nelle condizioni di vivere con una marcia in più: con la conoscenza d’origine, la nostra. Con i miei più cordiali saluti
Pubblicata su L’arena di Verona in data 10 Novembre c.a.

rosaquattro

Non solo in Goldoni le baruffe ciosotte fra uomini e donne.

Per non si sa quanto tempo abbiamo discusso su che cos’è norma senza arrivare, mi è parso, ad una conclusiva affermazione. Norma, per come la vedono il Principato e la Religione, è piena corrispondenza con delle prefissate regole. La dove non è possibile viverla pienamente, la si recita: è umano! Le regole imposte, anche se dai due capisaldi della società, non per questo sono giuste, o nei miglior casi, non completamente giuste. Sono giuste per formare il cittadino, ma non lo sono (o quanto meno non bastanti) per formare l’umanità personale del dato cittadino. Alla luce della premessa, il Cittadino, non può non essere che il deformato piede da scarpe che ne bloccano lo sviluppo. Prendo il conosciuto esempio dalla cultura cinese dell’epoca Che Fu. Consenzienti nolenti o volenti, l’arresto dello sviluppo ha bloccato l’animo femminile ma non di meno il maschile, anche se questi si è curato dalla paralisi con massicce dosi di quel ricostituente che conosciamo come potere. A dosi molto più annacquate è stato cura anche per l’animo femminile. A dargli dosi di cura ancora più blande, invece, è stato il principato religioso.
A dosi molto più annacquate, anche l’animo maschile dei poco potere è stato curato promettendo consolazioni in due prevalenti settori: in quello ulteriore e sulla vita della donna. Per confermare dei primi, infatti, non si può non confermare dei secondi; e chi, meglio di identità fisicamente deboli, o per natura, o tale rese per imposta cultura? Principato e Religione potevano agire diversamente? Dipende! Per formare una società di Cittadini, certamente no. Per formare una società di vita, certamente si. Possiamo dunque, considerarli colpevoli di offesa contro l’Umanità? Mah! Della saggezza del di poi sono piene le fosse, dice giustamente un proverbio; e quel che giusto ora, giusto sino ad affermata banalità, è pur sempre la somma esperienza ricavata dalla riparazione di errori e dolori secolari. Su questo piano della vita, di furbi ed intelligenti per principio, quindi, neanche uno! Prima o poi, però, bisognerà pur ritrovare il punto! Da qualche tempo lo sta ritrovando la donna. Da qualche tempo lo sta perdendo l’uomo. La Donna lo sta ritrovando con potenza, ma, occorre ammetterlo anche con prepotenza.
Se è il calcare che cerco, non occorre studiare un monte: basta studiare un sasso. Dalla considerazione, un banalissimo caso. Quando passo da una parte all’altra della strada mi metto all’inizio delle strisce e aspetto che si fermi il mezzo che giunge. Ebbene, si fermano maggiormente i mezzi guidati da uomini, che quelli dell donne. Da parte della donna, ci vedo in questo una sorta di rivalsa da nonnismo! Quello in cui la recluta che è stata e che ha subito, si rifà sul nonno che per prossimo condedo non starà più con il potere di prima.
Oltre a questo esempio, lo vedo anche nella più confermata solidarietà fra donne. Il che è più che bello. Solidarietà però, che soffre di un deleterio effetto collaterare, perché, a mio sentire, diventa ostilizzante barriera per la solidarietà che la donna non può non continuare a sentire verso anche verso l’uomo: pena, se rinuncia a sentirla, di una chiusura da fortino in un deserto dei tartari, dove, fra l’aspettato e chi aspetta vi è desolante area di solitudine per assenza di senso.
Per non casuale fortuna, sulla cultura maschile e femminile della vita (cultura in evoluzione per liberarione da schemi da una parte, e di elaborazione di nuovi schemi dall’altra) ci pensa poi la Natura a rendere un’unica carne i due soggetti in discorso. E’ un’unione che può originare la vitalità di altra vita, come confermare la vitalità della presente dei soggeetti in unione. La dove non procurano errore e dolore, ambedue le motivazioni sono giuste, a mio avviso. Quello che odiernamente vedo fra l’uomo e la donna (e che mi preoccupa) è appunto una chiusura da fortino in un deserto dei tartari, dove, come detto, fra l’aspettato e chi aspetta vi è desolante area di solitudine da assenza di senso.
Ritrovare il comune senso, però, può essere l’impegno che supera delle negazioni del sé maschile o femminile come sinora è successo. Ritrovarlo, è continuare a cercarlo per intenti da raggiunta corrispondenza, ma anche questo è sempre successo almeno in generale pratica. Due, sono i modi per raggiungere un piena corrispondenza di intenti di vita:
*) raggiungerli attraverso la Cittadinanza;
*) raggiungerli attraverso la scoperta di sé.
Nel primo caso, non conta che sia anche ipocrita: conta che sia collettivamente fortificata da una generale condivisione. Nel secondo caso, conta la capacità di spogliarsi dell’identità convenzionale, e la capacità di rivestirsi della propria. Ma, poco o tanto, bene o male, anche questo già succede. La dove c’è dissidio fra i due stati della vita, cosa ci sta indicando ancora, la vita, per farli cessare? A mio avviso, ci sta dicendo che su base culturale non sempre è possibile rendere un’unica carne le due unità, quanto che le due unità sappiano rendersi una, e che ogni forzatura nella ricerca di unione potrebbe essere vissuto dalle due unità come un ergastolo, dal quale si potrebbe voler evadere costi quello che costi! Il cosidetto femminicidio (come se con femminicidio si intendesse uccisa la femmina ma risparmiata la donna!) è il supremo fra i costi!
Maggior costo nell’uomo, è sentirsi inservibile: vuoi per la femmina, vuoi per la donna, vuoi per la vita. Inservibile, non nel significato di logorato dall’uso, bensì, inservibile perché non a servizio: vuoi della femmina, vuoi della donna, vuoi della vita, e quindi, anche a sé stesso. Che la donna debba continuare a far sentire compiuto il senso di servizio verso l’uomo, verso la verso la vita e, quindi, verso sé stessa, volere o volare implica una buona dose di abnegazione. Nei casi più pesanti, un continuo dolore esistenziale e non di meno fisico. Implica anche, un raggiunto senso di vivere nei casi meno pesanti come nei più felici.
Certamente non è l’unico senso della donna, quello di abnegarsi nei confronti dell’uomo. C’è anche quello, appunto di sapersi e/o volersi abnegare nei confronti della vita; ed è il caso di donne che trovano la loro ragione di essere nel porsi a servizio della vita (come della propria), vuoi in senso religioso, vuoi in senso sociale_politico, vuoi nei sensi che sceglie, e quindi, anche di sé stesse. L’importante, (vero, Luisa :)) è non mescorare scarpe con zoccoli! Cosa che invece succede, ogni qual volta, donne o uomini che trovano il loro senso di nel porsi a servizio della vita, (come della propria) si vedono costretti a normalizzarsi come Cittadini perché da molte pressioni indotti a negarsi come sé stessi!
A questo proposito, quanto e/o come provvedono il Principato e la Religione? Al momento, direi con soli placebo. Di fatto, ambedue i poteri hanno bisogno che il Cittadino sia un eguale tot di lunghezza, di larghezza, e di altezza! Nessun genere di potere potrebbe potrebbe costituirsi solida piramide ereggendosi con mattoni di diseguale misura e/o materia! Nel non aprioristicamente risolvere i conflitti che a loro servizio il Principato e la Religione hanno creato fra l’uomo e la donna, ci vedo l’iirisolvibilità del problema. A meno che non si muti il Principato per raggiunta mutazione della società. A meno che non si muti la Religione per raggiunta mutazione del suo pensiero. Se mai avverrà ci vorrano secoli, pertanto, passo e chiudo. A voi studio

rosaquattro

Non mi interessano gli Adoni.

Non i fustaccioni.
Degli orsi non voglio pelle.
Non desidero sorelle.
Voglio qualcosa d’’ignoto.
Niente di già vissuto.
Di superato.
Io voglio una storia,
non una memoria.
Non mi interessa che duri un’’era,
ma che nel durar sia vera.
Voglio un libro da leggere piano.
E con nessun arcano.
Lo voglio nel mio letto.
Tranquillo nel suo sonno.
Lo voglio un po’ arlecchino.
Lo voglio un po’ signore.
Bianca, rossa, gialla o nera,
che sia la copertina,
la mattina,
lo voglio al mio risveglio.
Lo voglio nome per il giorno.
Lo voglio attorno.
Lo voglio mio presente.
Tocco nella mano.
Sollievo alla fatica.
Lo voglio vita.
Intendo viverlo a piene mani.
Farò in modo che non pensi mai:
“e se domani”.

rosaquattro