La sindrome Femminicidio. Etichetta di parte che ne mette troppe da parte.

Sono disposto ad accettare che sia necessario dover distinguere che uccidere un uomo o uccidere una donna non sia la stessa cosa dal punto di vista della donna. Ogni distinzione, però ha un implicito delitto capitale: nel caso in oggetto divide umanità da umanità. Non lo dividerebbe se, omicidio, (uccisione di un uomo) significasse uccisione della Persona: corpo per quello che è (maschio o femmina) per quello che sa (di quanto concerne la sua personalità) per quello che in quella vita, vive. Non è così!
Ulteriore delitto capitale della definizione “femminicidio” sta nel fatto che il giudizio sul dato delitto mette in qualche modo sotto traccia quello contro la donna. Non succederebbe questo, ovviamente, se vivessimo Femmina e Donna con la stessa importanza.
Non sono nel cuore e nella mente di chi uccide una donna. Non saprei dire, quindi, contro quale parte (la femmina? la donna?) si sia mossa la visione delirante dell’omicida. Mi si dirà: ma sono lo stesso corpo?! Si, per ma la storia, gli usi, ed i costumi, (passati da non più di tanto) hanno sempre spregiato la femmina, e solo in rari casi, apprezzato (vuoi come persona, vuoi la società, vuoi come religione ma a parole) la donna.
Contro la donna (figuriamoci poi contro la femmina) il maschio di tutti i secoli è sempre stato legittimato a sentirsi superiore; ed è questa faccia della storia, a mio vedere, che in primo, arma l’omicida, pardon, il femminicida, come sta mio malgrado prendendo piede il nome.
Femminicidio, allora, essendo uccisione di femmina, nell’immaginario della personalità comune, continua a ledere ciò che si vuole parificare, quando non maggiorare di importanza, ma solo per vanità da media. Si vogliono trovare etichette che diano stesso valore di gravità ai due diversi generi di delitto, dicendo comunque il genere di vittima? Ci si abitui a chiamarlo donnicidio!
La coscienza di chi sta uccidendo la parte più significante di una femmina, la donnità, (se non c’è passatemi il neologismo) potrebbe, infatti, contribuire ad arginare di più, la mente di chi si sente in molti modi in violento contrasto con una volontà che da millenni gli è sempre stata sottomessa: almeno ufficialmente.
Da tempo, anche nella donna più comune sta emergendo sempre di più la coscienza di essere di sé in primo, ed in successione di altro: vuoi persona, vuoi società, vuoi religione, vuoi quello che a quella si rivela. L’altra parte della mela ne sta prendendo atto e, sia pure con lesioni psichiche e culturali (purtroppo raramente visibili) si sta adeguando. I delitti contro la donna che stanno sempre di più prendendo piede, ci segnalano, però, che almeno in quei casi  è un adeguamento matriosca. Con ciò intendendo dire, che dentro l’uomo che appare adeguato c’è ancora l’uomo storico; ed è questo residuato di altri tempi (anticaglia almeno nel nostro mondo culturale) che muove la mano!
La donna che non riesce a sapere quanta anticaglia storica ci sia dentro l’uomo con cui si accompagna, è figura a rischio, almeno di lacerante divorzio, quando non di vita. Inoltre, è a rischio, (come può succedere anche all’uomo), di amara rassegnazione. L’amara rassegnazione può sembrare meno grave di un delitto ma solo perché, ad uccidere, ci mette una vita.
Non so cosa si insegni, oggi, nei corsi fra fidanzati, o se siano solamente delle lezioni paterno religiose fatte da preti e/o da buone volontà. Comunque siano fatti e/o retti, un serio Ministero delle Pari Opportunità, dovrebbe obbligatrli a frequentare degli stage dove, attraverso il teatro, far recitare (ai due fidanzati) tutti i casi possibili di unione o di separazione nella Preventiva Terapia della Relazione fra sé, l’altro/a e Insieme che ho immaginato adesso.
Non occorreva una volta, (forse) perché i fidanzati e/o gli sposi erano contenuti all’interno della matriosca maggiore che è la società, ma adesso, con matrimoni che finiscono prima delle rate della camera perché la matriosca sociale li contiene solo per forza di carte, non so. Non so se i giovani parlino di più, di tutto, e, sopratutto, in verità. Tuttavia, li preparerei lo stesso come ipotizzo necessario, che prevenire salva sempre: vuoi da disillusioni, vuoi da ben più gravi cronache.

rosaquattro