Ancora sul Padre, sullo Spirito, e su altre tentazioni del Serpente.

DA CANCELLARE?

Nella ricerca del Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. Infatti, a mio avviso, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, tuttalpiù, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh!

1) Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi?

2) Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita; non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla?

3) Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo se e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale? Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male.

4) Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre. Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da se, la vita che pure ha originato.

5) Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione!

6) Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi: bene nella Natura, vero nella Cultura per il giusto dello Spirito. Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità , cioè, la sua Cultura.

7) Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non può in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

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La personalità del profeti nel Vecchio Testamento, del profeta del Nuovo…

e quella degli odierni sia del Vecchio che del Nuovo.

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La separazione dal Principio del bene senza dubbio fu un male, ma, se quel male principiò la vita anche secondo quella dei Primevi, la si può dire solamente male? Direi che la si può dire solamente male se la separazione fosse stata fine a se stessa, ma, siccome nel bene e nel male principiò la vita che è, necessariamente, non può esserlo stata; amenoché, la vita che è, non venga pessimisticamente sentita quanto interpretata o solamente o prevalentemente come male.

La lettura del fatto (come di un qualsiasi fatto) dipende anche dallo stato di spirito di chi l’interpreta. Chi vive la sua vita come una condanna, tenderà a condannare (direttamente o per interposta persona e/o per principio) o l’atto, o il fatto o la persona che a suo giudizio gliela fa vivere (e per elevazione di motivi fa vivere quella di altri) da condannato. Diversamente, chi vive la vita con amore (comunione fra gli stati naturali quanto soprannaturali di ogni stato della vita) tenderà a comprendere il tutto secondo questa misura. La dove non potrà, accoglierà senza un giudizio che non può dare.

La vita come condanna già dal Principio e la vita come amore già dal Principio dicono l’identità dello Spirito della vita sia dei Profeti del vecchio Testamento che del Profeta del Nuovo. Certamente non sappiamo quale sia stato l’intimo stato personale e spirituale dei Profeti della Vecchia Alleanza e del Profeta della Nuova, (o se sappiamo non siamo in grado di verificarne l’effettiva sostanza), però, possiamo sentirlo attraverso le emozioni che ci comunicano ciò che di loro (direttamente o indirettamente) ci rimane. Se ciò che apprendiamo di ciò che ci rimane lascia in pace il nostro Spirito e, comunicando non alteriamo quello altrui, vi è verità. Diversamente, vi è errore se non lascia in pace ne il nostro spirito e ne quello con il quale comunichiamo.

separa

Sulla Caduta e sul Discernimento dei Primevi prima e dopo la caduta.

1) La separazione dal Principio del bene senza dubbio fu un male, ma, se quel male principiò la vita anche secondo quella dei Primevi, la si può dire solamente male? Direi che la si può dire solamente male se la separazione fosse stata fine a se stessa, ma, siccome nel bene e nel male principiò la vita che è, necessariamente, non può esserlo stata; amenoché, la vita che è, non venga pessimisticamente sentita quanto interpretata o solamente o prevalentemente come male.
2) La lettura del fatto (come di un qualsiasi fatto) dipende anche dallo stato di spirito di chi l’interpreta. Ad esempio: chi vive la sua vita come una condanna, tenderà a condannare (direttamente o per interposta persona e/o per principio) o l’atto, o il fatto, o la persona che a suo giudizio gliela fa vivere (e per elevazione di motivi fa vivere quella di altri) da condannato. Diversamente, chi vive la vita con amore (comunione fra gli stati naturali quanto soprannaturali di ogni stato della vita) tenderà a comprendere il tutto anche secondo questa misura.
3) La vita come condanna già dal Principio, e la vita come amore già dal Principio dicono l’identità dello spirito della vita sia dei profeti del vecchio Testamento, che del profeta del Nuovo. Certamente non sappiamo quale sia stato l’intimo stato personale e spirituale dei Profeti della Vecchia Alleanza e del Profeta della Nuova, (o se sappiamo non siamo in grado di verificarne l’effettiva sostanza), però, possiamo sentirlo attraverso le emozioni che ci comunicano ciò che di loro (direttamente o indirettamente) ci rimane. Se ciò che apprendiamo di ciò che ci rimane lascia in pace il nostro Spirito e, comunicando non alteriamo quello altrui, vi è verità. Diversamente, vi è errore se non lascia in pace il nostro spirito e neanche quello con il quale comunichiamo.

rosaquattro

Sul serpente e sulla tentazione.

Oltreché simbolo dei significati sessuali che ti ho detto nella precedente lettera, il Serpente simbolizza anche il dubbio. Lo simbolizza perché attua la sua meta percorrendone gli intenti da un ciglio all’altro della via. Nel caso della morale, dal bene al male, come dal male al bene ma in ragione di spire (tentazioni) di una volontà di vita ignota al tentato. Nel caso della morale, dal bene al male o dal male al bene. Iniettando il dubbio, certamente il Serpente non fa del bene ne alla vita della Natura e ne a quella della Cultura, ma, facendo sentire alla Natura e, dunque, capire alla Cultura il male che inietta, ne attiva l’antidoto: il discernimento. I morsi del Serpente, dunque, (le tentazioni) se da un lato sono vie che possono portare al male (ciò che è falso alla Natura, alla Cultura e allo Spirito della vita che cerca la sua verità) dall’altro, per confronto di conoscenza fra il bene ed il male, sono anche quelle che possono portare a ciò che è vero e, pertanto, giusto se bene.

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Si può anche dire, allora, che le tentazioni sono delle prove che, da un lato, se non cadendoci evitano l’errare, dall’altro, cadendoci, verificano l’attendibilità di ciò che si anela e/o di ciò che si conosce. Naturalmente, questo non significa che il sottostare ad ogni tentazione sia legittimo perché nel farlo vi è verifica di conoscenza (non sempre ne occorre la necessità, in quanto, Cultura è anche memoria delle informazioni accertate) significa bensì, che in assenza e/o in carenza di informazione, può essere anche lecito seguirla la dove un dubbio sia tale da bloccare, verso un dato sapere, la via (Natura) alla vita: Cultura.

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Il seducente motivo della tentazione del Serpente fu: dopo aver mangiato il frutto dell’Albero del Bene e del Male, saprete ciò che sa il Padre e diventerete come Lui. I Primevi, però, erano già come il Padre in quanto avevano gli stessi stati del Principio: Natura, Cultura e Spirito. Ovvia la diversità dello stato della vita fra l’essere del Principio (il supremo) e quello della vita principiata: l’ultimo. I Primevi erano coscienti di saper discernere secondo un personale bene o lo divennero dopo la Caduta? Se i Primevi erano nel bene del Principio non potevano discernere che secondo il bene indicato dal principio della loro vita: il Bene. Dal momento che nel bene del Principio non esiste altro modo di capire ciò che lo è, se prima della Caduta i Primevi discernevano secondo il bene del Principio, quanto discernevano secondo il loro?

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Un altro stato di discernimento sul bene è lontananza da quello del Principio. Ogni stato di differenza dal Principio del bene è un male. Quale male? Di per se, essendo differenza dal Principio (e, dunque, lontananza tanto quanto è ed ha diverso stato) è male (o quantomeno un minor bene) anche il solo stato di Somiglianza. Ciò significa che nessuno è esente dal peccato originale di essere nel male, perché, separato dal Principio per il suo stato di Somiglianza, ha diverso stato tanto quanto è lontano dall’Immagine? Secondo ragione, ad esclusione del Principio non è esente nessuno. Secondo fede, ognuno creda ciò che sa credere. Per quanto mi riguarda, mi limito a ricordarti che ogni separazione fra Ragione e Fede, lede la vita sia della ragione che non sa come conciliarsi con la fede, che quella della fede che non sa conciliarsi con la ragione. In ultimo ma non per ultimo, lede anche la vita di chi si difende dalla separazione fra ragione e fede, rifugiandosi nell’agnosticismo.

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Dal momento che ogni lontananza dall’Immagine è uno stato di male, allora, necessariamente (pur non perseguendolo) comunque i Primevi ne avevano una condizione anche prima della caduta in errore data dalla Tentazione. Giunti a questo punto, però, si può anche sostenere che fu il male a priori della Caduta (la lontananza dal Principio data dal loro stato di Somiglianza) che permise il male che conseguì alla Tentazione. Se il loro male fu a priori di ogni azione di male perché l’avevano intrinseco già nella stessa differenza di identità fra la loro e quella del Principio, allora, quando iniziarono a discernere secondo se: bene dovuto al Principio ma anche male dovuto al proprio?

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Sorvolando sull’irrilevanza di un come che può mutare il racconto sui fatti ma non la storia dei principi, a mio avviso, fu quando presero coscienza della loro differenza dal sommo bene: il Padre. Quando ne presero coscienza? Direi, quando sentirono (e, dunque, capirono) il primo dolore. Quale, il primo dolore? Il primo dolore (l’originale male naturale e, per corrispondenza di stati, culturale e spirituale) non può non essere stato che la separazione dal Padre: la vita originante sino dal principio.

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Perché fu primo il dolore? Perché, per primo vi fu la Natura e, dunque, il sentire: sistema culturale del senso della vita data dai sensi. Ogni nascita ha tre momenti. Vi è quello culturale nel quale i generanti determinano ciò che intendono attuare; vi è quello nel quale accolgono (intellettualmente il padre e naturalmente la madre) ciò che hanno determinato di originare; vi è quello nel quale viene alla luce l’atto che hanno voluto perchè accolto. I primi due momenti sono quelli del massimo bene. Li direi il Paradiso del nascituro. Il terzo momento, invece è quello della necessaria “cacciata”.

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Se la cacciata dal Paradiso della vita dei generanti è il necessario mezzo per venire alla luce della vita propria del generato; se attraverso il dolore della separazione dal Paradiso del Generante conseguente alla nascita alla loro vita, i Primevi, acquisirono la conoscenza e, dunque, la coscienza, oltreché del loro bene (vita unita al Principio tanto quanto è vicina) anche del loro male (vita divisa dal Principio tanto quanto è separata) allora, l’allontanamenta dal Paradiso della vita del Padre a causa della nascita alla loro è dovuto ad una presunta colpa verso il Padre, o a causa dell’amore per il quale li ha concepiti, per la funzione dei concepiti (il loro discernere sulla vita) non, per Sua funzione, che, al caso, non poteva essere che di sé stesso su Sé stesso?

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I Primevi, potevano fermare, la loro vita nel luogo del Principio, cioè, nel Paradiso del Padre? A mio avviso, no. Non lo potevano perché il principio che il Principio aveva influsso dentro loro è la vita: corrispondenza di stati, che se è con la vita del Principio, non di meno non può non esserla fra quelli che l’Origine ha principiato. Così, la diversità di stato della corrispondenza fra la vita principiata e quella del Principio, inevitabilmente, non può non essere la causante – causa, non la cessazione della corrispondenza con il Principio, ma della separazione fra i due stati.

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Al punto: se la nascita dello stato umano voluta dal Padre è stata la causante – causa della separazione fra i due stati di vita;

se nella differenza di stato fra la vita del Principio e la vita principiata vi è il male, intrinseco già nella separazione fra i due stati;

se ogni conoscenza deve guadare il dolore (cioè, superare il male della Natura con la verità della Cultura con la forza del proprio Spirito) per giungere alla sua verità;

se per giungere alla verità del loro stato di vita fu necessario cadere nel male (cioè, già per nascita, vivere stato diverso da quello del Principio), allora, tutto il racconto della Genesi (annessi e connessi compresi) non potrebbe anche avere una diversa interpretazione?

Quella dell’inevitabile necessità, a mio vedere, non, quella dell’ira, che per me non sta in piedi da nessuna parte?

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a Padre Aldo Bergamaschi

Ex Ordinario di Scienza dell’Educazione all’Università di Verona devo i concetti di Principato e Religione.

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Ho rivisto questo scritto nell’Agosto 2013. Ha avuto bisogno di più di qualche aggiustamento. Quando l’ho scritto al Bergamaschi non ero totalmente libero dall’influsso religioso canonico come pensavo. Dal decondizionamento cercato ed ottenuto, la nuova vista m’ha permesso la nuova versione. In questa edizione non ho ancora verificato se questa nota è ancora valida. Il mio pensiero al Bergamaschi, si.

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Qualsiasi sia stata la forma con la quale il Principio della vita ha originato la nostra, o i fatti e/o i nomi con i quali noi tentiamo di dirne l’evento, ciò non toglie assolutamente nulla alla Sua facoltà creatrice, così, anche se al principio non vi fossero state persone ma stati di vita (naturali, culturali, spirituali e conosciuti o sconosciuti che ci siano) non per questo lo è di meno. Sgombrato il passo alla ragione dalla millenaria Cultura che in diverso modo dice la Genesi della vita, comunque, posso chiamare Adamo (“nato dalla terra” dall’ebraico Adamah) anche il solo primo stato maschile della vita originata e chiamare Eva (” la Madre dei viventi”) anche il solo primo stato femminile. Non solo: riferendomi ad uno stato di vita e non ad una data Persona (e, dunque, razza) comunque posso accettare qualsiasi nome maschile e femminile con i quali qualsiasi Cultura di qualsiasi popolo nomina i precursori della sua specie. Se non altro perché non vi possono essere contenuti culturali e spirituali se prima non vi è il corpo contenitore (la Natura) ammettiamo che, sia della vita maschile che della femminile, il loro primo stato sia il naturale. Dal momento che un contenuto culturale individuale non può sorgere da un contenitore estraneo al suo stato, ne consegue che la Natura del dato stato è via della sua Cultura. Dal principio naturale della vita, dunque, si originò il corrispondente principio culturale.

afinedue

1) Il principio del bene nella Natura è il sentire. Il principio del bene nella Cultura è il sapere. Lo Spirito è il principio della forza della vita del bene naturale e culturale che si origina dal sentire nel sapere se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Natura, o dal sapere nel sentire se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Cultura.

2) Il principio della vita è corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito non solo nello stato maschile e femminile della vita maschile e femminile. ma, necessariamente, anche fra di loro. Infatti, se non vi fosse integrazione fra i due stati, la vita avrebbe avuto un solo stato e, dunque, o eterno (ma di eterno vi è solo il Principio) o, per quanto lungo, necessariamente a termine.

3) Non necessariamente in ordine di tempo ma, necessariamente, secondo l’ordine dato dal convivere fra i suoi stati, la vita si evolse (come si evolve) secondo tre fasi: siccome in principio vi fu la Natura, in principio, l’unione fra gli stati della vita avvenne secondo le corrispondenze date dalla vita naturale: stato o persona che sia.

4) Mano a mano avvenne la coscienza (luogo di ogni conoscenza) della vita naturale propria quanto altra, alla Cultura della Natura della vita (quella indicata dalla vita del corpo dello stato e/o persona che sia) seguì la Natura della sua Cultura, cioè, quella indicata dal corpo culturale (la mente) dei perseguenti la vita loro all’inizio e, nell’evolversi della situazione personale e storica, della vita sociale. In ragione delle finalità di vita, al perseguimento naturale e culturale seguì quello spirituale; quello, cioè, della ricerca dei principi di vita e del Principio della stessa.

5) Mi dirà: come fa uno stato della vita ad avere il senso della vita della propria Natura se, essendo stato e, dunque, non ancora vita (secondo forza, Natura che corrisponde con la sua Cultura) non può avere quello della propria Cultura e, dunque, neanche quello del proprio Spirito? Lapalissiano, Padre! Perché qualsiasi stato naturale vi sia stato in origine, avendo lo Spirito che gli è forza ha la vita data dal Principio. Avendo la vita data dal Principio (il cui principio è vita) in ragione dello stato dello stato originato, necessariamente, ne ha Cultura. Quale? Ovviamente, quella della vita: corrispondenza di stati con quelli del Principio la dove i nostri, pur principiati, non si siano ancora formati al punto da essere coscienti di se. Quando si è coscienti di se? Questa è una domanda da infiniti miliardi tanto la risposta implicherebbe anche la conoscenza dell’infinitesimale. Limitandoci alle nostre dimensioni, direi che ogni stato di vita, avendo vita, necessariamente, ha la coscienza del suo stato.

6) Dati gli stati della vita, la coscienza, ha tre stati di conoscenza. Nello stato naturale quella data dal sentire. Nello stato culturale quella data dal sapere. Nello stato della vita, quella data dalla forza dello Spirito della vita che si origina dalla relazione fra il sentire ed il sapere.

7) Se non si può operare in modo di interrompere una vita (errore contro lo Spirito) si può opere in modo di interromperne uno stato? Anche questa è una domanda da infiniti miliardi. Dal momento che uno stato della vita ha vita tramite quella del Principio, direi che non si può interrompere nessun stato di vita se non interrompendo il suo rapporto sia con il suo principio che con il Principio. Al proposito, è legittimo sostenere le proprie opinioni sulla vita altra al punto da sottometterla a ciò che si pensa? Fermo restando il fatto che ognuno può sostenere ciò che crede, si da il caso di ricordare che lo Spirito, essendo la forza della vita sia dell’Universale che del Particolare, in tutti gli stati della vita non può non essere il sovrano di quegli stati. Da ciò ne consegue che ogni giudizio non può non essere che secondo sé.

8) Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quella vita, il giudizio del personale Spirito si manifesta per mezzo delle emozioni che comunica alla vita a cui da forza. Se una vita sente la sua Natura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la sua Cultura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la pace, stato che subentra alla cessazione dei dissidi naturali, culturali e spirituali, allora, in ragione dello stato di pace, vi è misura di verità e, dunque, giustizia nel giudizio. Per ciò che si sente nella forza dello Spirito, allora, ognuno è in grado rispondere in proprio. Non potendo sapere per altri perché non si può sentire Spirito diverso dal proprio, da ciò ne consegue che nessuno è in grado di rispondere per altri. Ciò significa che non si possono fissare dei comuni principi? No. Ciò significa che i comuni principi che si fissano non possono impedire al personale spirito di esprimersi anche secondo la sua voce.

9) L’atto dell’unione fra il maschile ed il femminile può anche avere molti stati e/o infinite manifestazioni, però, non può non avere che due tempi di azione. Nella prima, si determina con cosa, con chi e perché unirsi e nel secondo si accoglie cosa, chi ed i perché. Dal momento che il primo stato creato fu il naturale, va da se che, l’iniziale principio della determinazione della vita che è da protrarre (o da accogliere) è quello genitale. Lo è stato, il genitale, sia nel caso che il Principio abbia originato la prima figura maschile e femminile sia che abbia originato il primo stato maschile e femminile della vita. Non invalida ciò che credo, il fatto che non si sappia immaginare e/o non si sappia o possa conoscere la genialità naturale di origine; al punto, può esserlo anche un legame chimico che, comunque, nulla si toglie allo stato Originante.

10) Secondo il principio naturale – genitale, la vita di Adamo (stato o persona che sia) determina la sua volontà penetrando la Natura della vita di Eva: stato o persona che sia. Adamo, può penetrare la Natura della vita di Eva se questa l’accoglie, ed Eva l’accoglie, ogni qualvolta vi è corrispondenza di motivazioni. In assenza della corrispondenza delle motivazioni fra la determinazione di Adamo e l’accoglienza di Eva, è ovvio che vi è violenza tanto quanto i fattori non si corrispondono. Se la penetrazione naturale fa di Adamo il maschio e la determinazione culturale ne fa l’Uomo, così l’accoglienza naturale fa femmina Eva e la determinazione data dalla volontà su ciò che è da accogliere dell’Uomo la fa Donna.

11) L’Uomo (persona e/o stato della vita) penetra naturalmente e determina culturalmente e spiritualmente la vita che intende perseguire. La Donna (persona e/o stato della vita) accoglie naturalmente e, culturalmente e spiritualmente conserva ciò che ha determinato di perpetuare della vita di Adamo sia come stato, uomo o società.

12) Secondo il suo principio (il naturale) se è vero che la Donna accoglie la vita che ha determinato di perpetuare, non di meno è vero che anche l’Uomo accoglie ciò che ha determinato di perpetuare. Infatti, se l’Uomo non accogliesse nella sua mente (utero delle informazioni culturali che penetrano il suo pensiero) ciò che ha deciso di perpetuare, da parte sua non vi sarebbe evoluzione culturale ma solo una continua proiezione della volontà della vita naturale: al punto, l’animale.

13) Il principio di vita (maschile o femminile, stato o persona che sia) che emana la sua vita ma non accoglie ciò che ha emanato è come quello che pur avendo capacità di parola non ha quella dell’udito. Con altre parole, è come se pur avendo capacità di sapere (il bene della Cultura) non avesse quella del sentire: il bene della Natura.

14) Se il principio che determina la vita non può non accogliere ciò che ha determinato, allora, nell’emanare la sua volontà la Natura della Cultura della sua vita non può essere che maschile, mentre, nell’accogliere ciò che ha determinato non può essere che femminile, ma, il Principio è vita: di per sé, né maschile e né femminile ma forza del suo Spirito.

15) Se data la forza dello Spirito, la vita è il principio che ne consegue e se la vita è corrispondenza degli stati della Determinazione e dell’Accoglienza in tutti gli stati della vita, allora ciò significa che al principio, come presso il Principio, lo Spirito è forza determinante quanto accogliente. Se lo Spirito è forza determinante quanto accogliente, allora cessa il primato maschile sulla vita femminile. Non per questo, però, cessa a favore del femminile ma ambedue cessano a favore del loro Spirito: nella reciproca corrispondenza di vita, forza data dalla vita della loro Cultura e della vitalità data dalla vita della loro Natura.

16 ) Se è vero che vi è una netta divisione dei principi fra l’identità maschile (quella che determina di proiettare la vita) e la femminile (quella che determina di accoglierla) è altresì vero che vita è corrispondenza di stati. Allo scopo della vita, dunque, necessariamente, anche i principi dei rispettivi stati non possono non unirsi in uno stato nel quale ciò che è maschile (la determinazione) non può non avere anche del femminile (l’accoglienza) e ciò che è femminile (l’accoglienza) non può non avere anche del maschile: la determinazione. Dove si uniscono gli stati maschili e femminili della vita? Direi che i due stati si possono unire (nel senso di con – fondere la loro identità per acquisire quella della vita) nella reciproca forza che l’attua: lo Spirito. Data la forza dello Spirito, se il principio iniziatore della corrispondenza, fra il maschile con del femminile che è dell’Uomo ed il femminile con del maschile che è della Donna è la vita, ecco che, con – fusi nella e dalla reciproca forza, la comunione degli stati li fa diventare un unico principio, cioè, il corpo di un unico stato, con altre parole, di “un’unica carne”. In quello stato di unione, necessariamente, la rispettiva sessualità è in subordine (non certo per negazione e/o esclusione ma per elevazione degli scopi di vita) a quella data dalla corrispondenza fra il reciproco Spirito. Tanto quanto la naturale e culturale sessualità viene posta in subordine alla comune forza dello Spirito e tanto quanto la comune forza dello Spirito diventa la spirituale sessualità di chi è giunto a questo stato di elevata ed elevante comunione di intenti con il Principio della vita.

17) Siccome la vita naturale si origina attraverso l’unione sessuale fra gli stati maschili e femminili della vita e siccome lo Spirito è il principio della forza che lo permette, allora, lo Spirito della vita è principio della vita anche dell’unione sessuale che si origina dalla corrispondenza fra i due caratteri della sessualità.

18) Può una forza comunicare ciò che di sé stessa non è? Se non lo può (e non lo può) ciò significa che anche la vita dello Spirito ha carattere determinante e carattere accogliente; ed è questa forza “binario_unitaria” la sua “sessualità”. Quando la sessualità dello Spirito è forza determinante e forza accogliente, o con altro dire, maschile o femminile? Direi che è determinante quando origina una creazione, ed è accogliente, quando permette l’evoluzione di quanto ha determinato la sua forza.

19) Apro una parentesi. Se la sessualità dello Spirito è data dai due caratteri della sua forza, così non può non essere per la sessualità degli spiriti, perché, pur nel rispettivo stato di vita (suprema forza nello Spirito, e a somiglianza negli spiriti) sono lo stesso stato di vita.

afinedue

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