Mi domando perché sono lacerato fra Israele e Palestina.

Certamente perché c’è il fattore di crescita cristiano. Di questo fattore, Israele è stato culla culturale e spirituale. Palestina, invece, una culla geografica. Al sentimento del bambino che sono stato e che per certi versi ancora rimango, Palestina, era il nome di un luogo immaginato, il palcoscenico di una via crucis che allora sapevo finita con una morte. Non ora. Non per l’uomo che sono e per quello che vedo. Nonostante la coscienza di questo, diversamente da Israele, Palestina non la sento come Persona. Non per questo non ne vedo la sofferenza, ma mi rimane dentro, come com-passione che non si può non provare anche per il dolore che non ci coinvolge personalmente; è un dolore provato dalla ragione, però, e la ragione, non sempre tocca il cuore sino a ferirlo. La ragione, necessita di più ragioni. Non che manchino le ragioni di ambo le parti, ma sospetti di partigiani inquinamenti da parte di tutti e due i soggetti in conflitto, mi mettono caos fra ragione e cuore. Mi ritrovo così, con l’amata Israele, come l’uomo, che, pur avendo riconosciuto delle dubbie virtù nell’amata, comunque non sa decidersi circa l’eventuale separazione, se non decidendo di abbandonare da gran parte della sua storia: certamente fondante. Più facile sarebbe, avendo vera idea su cosa e come sostituirla. Non avendola, (o non avendola ancora) sto, come il separato in casa che tardi si accorge di aver erroneamente divinizzato. Bisognerebbe, invece, divinizzare solo la vita: mio cuore in Israele e non di meno in Palestina.