Sul Libro Tibetano dei Morti

Secondo quella cultura sono scritte le stazioni di viaggio dell’anima diretta verso l’Anima del mondo. Per giungere a questa, l’anima in viaggio verso l’Universale dovrà spogliarsi di ogni umano residuo. Lo potrà, ascoltando le proprie emozioni: l’emozione è la parola della vita che dice sé stessa. Lo potrà, inoltre, tanto quanto sarà in grado di verificare (per adottare e/o rifiutare) la condizione di presa emotiva che una data anima ha conservato (intende conservare o rifiutare) della precedente. I riti e le preghiere tibetane  hanno scopo rassicurante e indicante. Questo libro è valido solo per l’anima buddista? No, a mio vedere, purché lo si renda comprensibile anche nel nostro linguaggio. In questo tentativo ho sorvolato sui particolari di quella Cultura (riti e preghiere) vuoi perché ad ogni fiore la sua terra, vuoi perché avrebbero appesantito il discorso che mi prefiggo: rilevare delle similitudini fra quel pensiero spirituale e il nostro, ragionando secondo Spirito. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza fra una Natura e la sua Cultura, e la Natura e la Cultura dello Spirito della Vita. Per Natura intendo la vita comunque formata; per Cultura, intendo il pensiero comunque ideato; per Spirito, intendo la forza della vita comunque agita. Pensando allo Spirito come ad una potenza, la nostra esiste perché al principio esiste la Potenza. In quanto principio assoluto, la Potenza (o Spirito) è uno stato della forza assolutamente unitaria. Ciò che gli è Natura, Cultura e Forza, (Potenza o Spirito) quindi, è di inscindibile stato. Vano quando non vanesio, ogni tentativo di teologica e/o mistica conoscenza. A mio credere e comunque lo si nomini, il Principio della vita è ragione della speranza, non, della conoscenza. Per dire l’assoluta conoscenza della speranza nel Principio, basta e avanza l’Amen (il Così sia cattolico) e l’islamico Inshallah. Non conosco l’equivalente ebraico. Mea culpa. Secondo il pensiero tibetano, la Potenza si manifesta a fine viaggio come massima Luce. Come la vedremo, se, in quanto spiriti, non avremo occhi per la vista e neanche orecchio per l’udito? A mio pensare, la “vedremo”, come il sordo – cieco sa che c’è il sole perché, sentendone il calore, lo immaginano come la luce che i vedenti gli hanno descritto. Paragonando i vedenti a credenti, i non vedenti che generalmente siamo (sia in questo Bardo todol che nell’ulteriore) “vedranno” quello che i credenti hanno detto circa la Luce, ma anche i credenti, nei confronti della Luce sono ciechi, perché, per quanto possano elevare l’immaginazione, altro non possono vedere se non ciò che pensano. Di quella Luce, quindi, al più, vedranno e insegneranno sprazzi di verità. Sempre che non siano, quegli sprazzi, una fanatizzata emissione delle loro verità. Dicevo innanzi che lo stato della vita è composto da tre stati di vita. Si può dire, allora, che ad ogni stato della vita (sia in questo che nell’ulteriore) corrisponde il suo Bardo todol. Avremo così, il Bardo todol naturale, il culturale e lo spirituale. Dicevo anche che, vita, è corrispondenza di stati, non solo fra i propri, ma anche fra i propri e quelli propri a chi vive sia in questa realtà che nell’ulteriore. Nella fase naturale del Bardo (come nella fase culturale e spirituale di ambo gli stati della vita) il prevalere delle emozioni legate al corpo, (o alla mente, o allo spirito) ci dirà quale è (o sarà diventata o ci rifiuteremo di diventare) l’identità raggiunta. Lo stato dell’identità prevalentemente raggiunta, ci dirà in quale collocazione troveremo posto presso la Luce. Sarà prossimo tanto quanto diventeremo luce (chiarezza nella Verità) e non prossimo, tanto quanto lontani (quando non avversi) alla Luce. Parlo di prevalente identità e non di identità, perché, la vita, essendo corrispondenza di stati, non ha e non è uno stato fisso.

luceinfine

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