Le strade della verità

separabiancaVia della verità è la forza del corpo

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via della verità                                                                             via della verità

è la forza della mente                                                                    è la forza della vita

lo Spirito.

agirasole In tutti e fra tutti gli stati e secondo stati di infiniti stati

il processo della verità si completa nella trinitario – unitaria corrispondenza fra

ciò che si è come Natura

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si sa come Cultura                                               si vive come Spirito

agirasole

 Poiché la Natura sente quello che la Cultura sa

la Natura è via della Cultura

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Poiché la Cultura sa                                                   Poiché forza della Natura

       ciò che la Natura sente                                          che corrisponde con la sua Cultura

la Cultura è via della Natura                                              lo Spirito è via della Vita.     

agirasole

Con il Principato e la Religione

Con il “Principato e Religione” non me ne voglia neanche la Donna se ho usato un’immagine maschile nell’Indice iniziale di una passata edizione. Con questo non voglio dire che dal mio principio maschile è escluso quello femminile. L’elemento Donna  nell’Uomo, infatti, è dato dalla capacità di accogliere, mentalmente e spiritualmente, vuoi ciò che ha determinato la sua vita, vuoi ciò che dell’altra vita (o la vita nel suo complesso) gli determina di accogliere. Per l’alterno ma complementare principio, l’elemento Uomo nella Donna è dato dalla capacità di determinare ciò che culturalmente e spiritualmente è da accogliere, vuoi per interessi della sua vita, vuoi per interessi di altra vita, vuoi per interessi della vita nel suo complesso.

La vita, però, è stato di infiniti stati di vita, quindi, la Figura maschile e/o Femminile, ha infiniti stati di determinante o di accogliente volontà di vita. Gli infiniti stati di determinazione ed accoglienza, femminili nel maschile e maschili nel femminile, compongono infiniti stati del carattere maschile e/o femminile dell’Uomo e della Donna. Nella Figura maschile o femminile, il prevalere di un dato carattere, (il determinante o l’accogliente) forma la prevalente l’identità sessuale. Sia essa Eterosessuale, o Omosessuale, o Altre non prevalenti a livello numerico e/o sociale.

Al punto:

 * se, vita, è lo stato di infiniti stati di vita;

* se il principio della vita è il Bene;

* se le due condizioni sono l’origine della forza sessuale sentita dal prevalente stato di vitalità e di vita;

* se, la norma non può essere data dal carattere sessuale, (in quanto, al principio, vi fu vita in quanto Bene e non un suo orientamento sessuale) non si può non trarne che una conseguente logica, e cioè, indipendentemente da ciò che si è e si ama, si è normali operando vita dando del bene, e si è anormali operando contro la vita  non dando del bene.

Il punto dolente della sessualità giudicata socialmente e/o culturalmente, e/o religiosamente non normale, quindi, non è dell’Essere (di per sé, Bene) ma il Fare.

Per quanto sostengo, oltre ai Normalizzatori e la Donna, non me ne voglia neanche chi pratica il dolore, l’errore, e l’altrui “fatica di vivere”, allo scopo di ricavarne bandiere politiche, crociate morali, o egocentriche missioni religiose.

luceinfine

La Terapia Capire

separabiancaCapire la nostra vita (e la Vita) è viaggio di riconoscimentoseparabianca

naturale

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culturale                                                       e                                                   spirituale

 .

di quello che la persona è, per quello che nella persona c’è.

.

Riconoscimento è verifica.

La verifica implica l’uso del discernimento.

Il discernimento cura chi lo cura.

Il discernimento è il medico che cura sé stesso.

Il discernimento è anche il critico, che nella vita che ci proponiamo, giudica la verità della parte interpretata.

agirasole

Nel Principio e nei principi c’è la parola

separabiancaLa parola è l’emozione della vita che dice sé stessa

per ciò che è

atriannuovo

ciò che sa                                                                             ciò che sente

In ragione della corrispondenza di vita fra la sua
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Natura
(e’ ciò che è)
atriannuovo
la sua Cultura (è ciò che sa)                e             il suo Spirito è ciò che senteseparabianca

laparola2

agirasole

I principi della vita

separabiancaVita, è corrispondenza di stati fra tutti e in tutti i suoi stati:

Natura

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Cultura                                                                                                  Spirito

Per Natura, intendo il corpo della vita comunque effigiata;

per Cultura, la conoscenza comunque raggiunta;

per Spirito, la forza della vita comunque agita.

agirasole

La Natura è il luogo del Bene

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La Cultura                                                                           Lo Spirito

    è il luogo del Vero                                                             è il luogo del Giusto

che corrisponde dalla relazione di forza fra il Bene e il Vero.

agirasole

Al Principio, assoluta.

La Natura è la ragione del Bene 

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La Cultura                                                                            Lo Spirito

   è la ragione del Vero                                                       è la ragione del Giusto

 che corrisponde dallo stato di vita fra il Bene e il Vero.

agirasoleIl Bene della Natura

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il Vero della Cultura                                                          il Giusto dello Spirito

 sono i rami portanti in ogni morale

(comunque religiosa o comunque no)

perché nei principi del Principio fondono la loro promessa nella stessa terra:

la vita.

agirasole

Una informazione non corrispondente allo stato (naturale – culturale – spirituale) di una data vita, altera il rapporto di forza fra gli stati. Alterandolo, mina una Natura e la dissocia dalla sua dalla Cultura. Così facendo, l’ammala di estraneità. Lo stato trinitario della vita è unitario tanto quanto agisce l’equa corrispondenza fra gli stati. Ammesso al principio (e dello stesso Principio) lo stato di assoluto perché primo, e ammesso che in nessun stato primo possano sussistere equamente delle parti seconde, ne consegue che l’unità fra i suoi stati, oltre che assoluta è inscindibile.

agirasole

 

Il senso della vita

separabiancaVivere

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Capire                                                                                         Essere

separabianca

Si trova il senso della vita nell’essere forza (Spirito) affine allo Spirito. Con altro dire, Somiglianza affine all’Immagine, o principi affini ai principi del Principio.

separabianca

Tanto più si riuscirà ad essere Somiglianza affine all’Immagine, e tanto quanto si riuscirà ad essere vita (particolare) affine alla vita universale. 

agirasole

La Genesi nel Principio

separabiancaIl Principio è genesi del numero di ogni vita e genesi della vita di ogni numero.separabianca

ilprincipioseparabianca

Chi è vita in assoluto non può manifestare che il suo assoluto.

Al di fuori di un Assoluto non ci può essere altro Assoluto.

agirasole

Chi è vita in assoluto è In_mobile emozione della sua Natura

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In_mobile                                                                In_mobile

emozione della sua Cultura                                     emozione del suo Spirito.

separabianca

Il Principio assoluto della vita è in_mobile perché si attua per sé stesso

ed è motore, perché, attuando sé stesso, attua il suo principio: la vita.

agirasole

 

Il Magistero della vita

separabiancaLa vita è la maestra che ci pone il seguente problema:

tenendo presente che siamo quello che siamo:

Natura

(Il corpo della vita comunque formato)

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Cultura                                                                                                  Spirito

(Pensiero della vita                                                                               (Forza della vita

comunque concepito)                                                                                 comunque agita)separabianca

.Sapendo che la Pace nello Spirito è luogo di giustizia

perché, pace, è cessazione del dissidio, e quindi, luogo di verità,

ognuno trovi sé stesso.

agirasole

separabianca

Il lutto è afflizione naturale, culturale e spirituale della Natura della Cultura della vita, mortificata nel corpo, nella mente e nello Spirito: forza della vitalità della Natura e vita della Cultura.agirasole

Dal Dolore nella Natura si origina l’urlo

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Dall’Errore nella Cultura                                              Dal dolore nello Spirito della vita

si origina il pianto                                                                        si origina il lutto.

.

Il Lutto è afflizione naturale, culturale e spirituale, della Natura della Cultura della vita mortificata nel Corpo, nella Mente e nello Spirito: forza della vitalità della Natura e vita della sua Cultura.

separabianca

Come la vita è stato di infiniti stati di forza, così il lutto è lo stato di infiniti stati di sofferenza.

separabianca

Il Lutto è afflizione naturale, culturale e spirituale della Natura della Cultura della vita mortificata nel Corpo, nella Mente, nello Spirito.

separabianca

Come la vita è stato di infiniti stati di forza, così il Lutto è stato di infiniti stati di sofferenza.

agirasole

Il Dolore

separabiancaIl dolore, tesi della violenza e antitesi della giustizia

.

è il male naturale

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e spirituale                                            da                                     errore culturale.

.

Il male è la voce del dolore in tutti i generi di errore

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L’Albero del Bene e del Male.

separabiancaLa vita ha radice: la forza dello Spirito; ha tronco: la sua Natura; ha rami: vita naturale e culturale che si principia dal tronco; ha foglie: Natura della Cultura dei primi atti naturali e dei corrispondenti principi culturali; ha gemme: progetti della Cultura della Natura della vita dell’albero; ha frutti: per la sua forza, la vita data dalla corrispondenza fra la Natura e la Cultura dell’albero.

La similitudine fra la vita di un albero (radice, tronco, rami, foglie, gemme e frutti) e la vita come un albero, fa dell’Albero del Bene e del Male il simbolo della vita: coscienza di tutto ciò che è alla conoscenza sia dello stato supremo della vita (quello del Principio) che dell’ultimo principiato a Sua somiglianza.

agirasole

Dove la ricerca del Padre è confusa, è meglio tornare daccapo.

Il Padre della vita sino dal principio è il principio di ogni idea di padre; essendo principio, oltre che eterno, è immutabile.

L’idea del Padre detta nel Vecchio Testamento è diversa dall’idea che è detta nel Nuovo. Al punto: o ammettiamo che il Padre possa mutare degli stati del suo stato (ma essendo principio, non è che non lo possa sapere è che non lo può volere se non comunicando due idee di sè e, dunque, comunicare due principi) oppure, o non è possibile l’idea del Vecchio Testamento, o non è possibile l’idea del Nuovo, oppure, sia l’idea del Vecchio che del Nuovo sono delle idee di chi ne volle dire l’idea.

Se il Padre, essendo il principio di ogni idea di Padre, non può avere un vecchio o un nuovo comportamento di vita da chi venne una condanna che non può essere giusta ( e, dunque, neanche vera ) dal momento che ogni condanna non può non recare del dolore naturale e, data la corrispondenza di vita fra gli stati, anche suscitare (nel condannato) delle risposte di male naturale, culturale e spirituale oltre che verso sè anche verso altro da sè?

Nella ricerca della risposta questa domanda, mi limiterò a ricordarti che la misura dello stato della pace che si sente in una data esperienza è la misura dello stato della verità che vi è in quell’esperienza.

Comunque sia e, comunque ognuno senta di poter rispondere, chi vive la vita secondo il Principio dell’amore (comunione di stati fra tutti gli stati della vita) non può condannare, al più non può non accettare che si condanni da sè chi sbaglia.

Se secondo il principio dell’Amore che principia ogni principio in amare è impossibile che sia stato il Padre a condannare i Primevi in quanto il farlo avrebbe recato delle risposte di dolore e di male, non può non derivare che secondo l’idea che ebbero del Padre, o è stato lo Spirito della vita degli stesori a pronunciarla, oppure è stato lo Spirito di una vita che influì sulla loro.

Quale altro Spirito poté influire sul loro? Ad esclusione del divino (del quale, appunto, escludo la volontà di condanna perché recando del dolore non può non recare la possibilità di risposte di male) direi che non può non essere stato che lo Spirito di una vita (umana o sovrumana che sia stata  che non poteva non avere del male in se.

Quale male? Secondo il suo stato di bene e di male e per stati di infiniti stati di corrispondenza fra i suoi stati, direi anche il solo stato di Somiglianza: aldilà dello stato della separazione, identità, necessariamente diversa dal Principio.

La vita della Natura, certamente, è direttamente influita dallo Spirito divino, ma, per non sottomettere l’arbitrio della vita influita, lo Spirito divino non comunica la sua Cultura, cioè, quello che sa sugli stati della sua forza. Se lo facesse, la vita non agirebbe secondo il proprio se ma secondo quello del Principio, ma, allora, sarebbe sottomessa per principio e non, al caso, corrispondente per la sua volontà.

Da ciò ne consegue che, la dove vi è la voce di uno Spirito che condiziona con la propria Cultura, tanto quanto condiziona di sè e tanto quanto il suo stato di vita non può non essere che lontano da quello del principio culturale dello Spirito: dare forza alla vita, non, comunicargli la sua conoscenza.

Se ogni Spirito influente ha diversa identità dallo Spirito del Principio, e se lo Spirito del Principio non può influire se non condizionando (e, dunque sottomettendo alla sua Cultura la vita influita) da ciò ne consegue che la stesura della Bibbia non è direttamente ispirata dallo Spirito divino.

Il Padre della vita è principio del bene per quanto è vero alla giustizia del suo Spirito. Per quanto non si possa sapere ciò che è vero alla Sua giustizia, comunque, lo stato del Bene (che non può non dare lo stare bene ) è riferimento di verità. Lo è perché il bene non può che corrispondere con il vero ed il vero non può non corrispondere che con il giusto.

Come noi verifichiamo lo stato di spirito di una persona in ragione delle emozioni che ci comunica, così, in quanto origine del bene, lo stare bene naturalmente, culturalmente e spiritualmente presso il Padre (Principio di ogni principio di vita) non può non verificare l’identità del Suo.

Al punto, sapendo che l’identità del principio del Padre non può che essere il Bene, se in ogni fatto e/o atto del quale lo si dice autore non si sta bene, tanto quanto non si sta bene non può essere Sua l’origine di quell’opera.

Succede che ognuno di noi abbia il proprio senso del bene e dello stare bene. Da ciò, ognuno di noi potrebbe avere il nostro senso anche dell’identità del Padre di ogni bene. Quale, allora, la vera perché universale identità?

Direi che l’universale misura per sentirla è data dallo stato di pace dei principi che si collocano presso il Principio che li ha originati. Se la conoscenza dell’identità del Padre della vita è data dallo stato di pace (cessazione di ogni dissidio per sopraggiunta verità) direi, allora, che tanto più siamo in pace con il Padre di ogni principio e tanto più lo conosciamo perché lo sentiamo. Non solo: tanto più lo stato di pace permette la conoscenza del Padre e tanto più siamo influiti dalla Sua vita.

afinedue

Chi principia la vita è Padre di quanto principiato: così in Basso, così in Alto?

Se così è per l’Immagine della vita, può non essere così per l’immagine a quella Somigliante?

.

Se intendiamo il Principio della vita come Padre pensiamo secondo Cristo. Se abbandonati nella volontà di vita di un Padre più Grande pensiamo secondo Maometto. Se l’intendiamo secondo Buddha, pensiamo che la vita sia il viaggio di ritorno verso il suo culturale e spirituale principio. Se l’intendiamo secondo Spirito, pensiamo che il Principio sia la Forza e/o Potenza che ha originato l’essere in vita ma, vita,

.

è stato di infiniti stati

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che si originano dalla corrispondenza fra tutti e in tutti i suoi stati.

Dal che ne consegue, che il Padre della vita non può non avere passi

in tutte le vie che ci hanno indicato le loro verità.

afinedue

 

In Rio Bo: tempi e ricordi.

Il pittore che esponeva alla Galleria GHELFI di Verona in uno svaccato autunno dell’83 mi colse così. Mi ero fermato in Galleria perché non avevo voglia di andare a casa: non ne avevo particolari motivi. All’epoca, ero pressoché rassegnato a vivere allo stesso modo ma nella notte di Capodanno del 1985 incontrai ben altra storia. Dopo, quasi niente assomigliò a prima. Neanch’io. Ringrazio il pittore in questo modo perché non ricordo il nome e non riesco a decifrare la firma.

foto media

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Foto della patente. Correva il 67/68

fotopatente

afinedue

albaraurora

Bar Aurora di Este (PD) Avrò avuto 18 anni, forse 19.  La titolare mi aveva in forte antipatia e me ne ha fatto passare di cotte e di crude. Antipatia che anni dopo avrei riconosciuto nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Pasta d’uomo il titolare, anche se non mi ha mai messo in regola. Ha insistito perché prendessi la patente, però. M’ha fatto fare pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata: 600 o 800 mila lire, non ricordo. La patente l’ho pagata 40mila lire. Percepivo otto mila lire alla settimana. Di fronte al Bar, ogni tanto, dalla pensione al Cavallino Rosso (anche Casino si mormorava)  giungeva qualche richiesta. Nelle serate d’inverno, il più delle volte, brulè che dovevano arrivare bollenti. Pesante, il vassoio e drammatico il passo fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e disagi. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di stantio di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande.

afinedue

Al Mazoom di Desenzano – Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta. Si dice che l’abito non fa il monaco, come una tuta non fa un karateka, ma è vero solo per quelli che hanno bisogno di “monaco” e/o di “abito”.

al mazoom

afinedue

Al Filarmonico di Verona- Con uno spruzzino dovevo mantenere l’umidità nel palco, in modo che la polvere non si sollevasse dal piano. Tanto per cambiare non mi ricordo in che anno è stato. Negli anni 90 direi. I macchinisti ci mettono del vino nello spruzzatore. Me l’hanno detto in questi giorni. Non me n’ero accorto. Certamente me ne sarei accorto se ci avessero inzuppato il libro.

alfilarmonico

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Un sabato al sabba.  Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Metto la mano sulle perle. Come da copione.

alsabba

afinedue

Moncalieri (TO) Ristorante Al Sangon, dal nome di un fiumiciattolo dal brutto carattere che scorreva lì vicino.

alsangon

Mina cantava Renato, Renato, e la Pavone, La partita di pallone. A Torino festeggiavano il centenario dell’Unità d’Italia. A Moncalieri, ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, il primo orologio: era un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato mia madre si è comperata un Allochio Bacchini.  Non ricordo d’averla mai vista sorridere, ma quella volta si. Non si sa le volte che ho pulito i vetri in cambio di fette di torta avanzate: storia vecchia l’origine del mio diabete.

Nello stesso ristorante in un periodo successivo

alsangon2

afinedue

 

A Este – Sono al matrimonio della figlia di amici. Amici è un dire, e un non far capire. Mancata la Cesira, erano, di fatto, la putativa famiglia di un senza arte e ne parte. Ora che mi riguardo a 73anni compiuti non posso non ammettere di sembrare un porta jella: sembrava non mancare.

francescasposa

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io con la napoleonica

S. Cristina di Ortisei – Per una stagione invernale ci sono come cameriere. Dopo militare. Sui 24/25 anni, direi. La ragazza è presa di me. Sentivo chiaramente di essere zuppa, ma sapevo ben poco anche sul pan bagnato, così, faccio finta di non accorgermi della sua scelta. Non bella di viso ma con delle gambe stupende. Non ho potuto capire altro di lei perché parlava altoatesino e un italiano elementare. Correva il 68 ma non nella mia mente e neanche da quelle parti. Dicevo “napoleonica” la giacca che indosso. Mi bastano solo un po’ di soldi in tasca per fare disastri. L’avevo comperata a Torino, dove ho lavorato presso un tennis club della Fiat, e da dove me ne sono andato perché non avevo proprio nulla da fare, aspettare le ore a parte.

afinedue

amicorom

Con un amoroso Rom 1971/75 Non mi ha mai chiesto una lira che sia una lira. L’avevo conosciuto nel giro della notte. Le “amiche” mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari. Che lengua, le culandre!

afinedue

conbambino

Fattorino in una ditta di pubblicitàMi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi di andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di uno della ditta. Non sembra particolarmente convinto. Neanch’io, ma reggiamo la parte. Come con i fiori, anche con i bambini non ho empatia. Non capisco i loro bisogni, e se li capisco, non so come attuarli o quanto devo o non devo. Sarà perché mi ricordo, si, di essere stato piccolo, ma mai bambino. Al più, minore.

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In Prato della Valle a Padova – Con la Guzzi e un amico di Dolo: la Dolo_rosa. Mi lasciò senza fanale (non l’amico) da Dolo sino a Verona! A causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini dell’auto che mi precedeva) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa dell’auto! Dietro di me, quella di un prete! Aveva un suo carisma. Delle ragazze la preferirono al un Benelli 125 nuovo di bottega! Il suo proprietario ci stette proprio male! Non ricordo che fine feci fare alla moto.

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conlamary

L’indimenticabile Mary – Correva il  1965, mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma (sia pure giudizio del di poi) un po’ mona certamente si!

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Con Mary in un locale notturno di Jesolo – Finito il servizio di ristorante ci siamo restati sino all’alba. A far che non me lo ricordo proprio, a parte la mia prima coca con whisky. Forse due. Forse tre. Alle sette, poi, senza dormire, ho servito da solo 90 colazioni! La capacità c’era. Latitava il resto.

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Con una collega del ristorante. Me l’ha chiesta. Non ho rifiutato.

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A Borgo Nuovo di Verona. Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune. Venivo da un seminterrato del Rione Filippini. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi un nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud.

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Cameriere al Du Lac di Bardolino – Seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Correva il 71/72. Io, da nessuna parte. Non ancora.

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Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti. – In direzione dicevano che portavo i pacchi come vassoi! Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Fotografo da uccidere!
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filippini

 

Prima casa a Verona. Rione Filippini. Un seminterrato di 16 mq. – In quella prima casa ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona (casalingo odontotecnico) che a sua volta conosceva un attore mantovano, (dello Stabile di Genova) che avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove lavoravo come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba perché la riconoscevano dall’odore di muffa. In quella casa ho subito una decina di furti. Qui ho rischiato una fatale intossicazione da gas. Qui ho cominciato a vivermi. Non dalla sera alla mattina, ovviamente, tanto è vero che, a prima vista, fui chiamato Silvio Pellico e le sue prigioni dalla Gaby: orefice in Valeggio, ucciso da ingiustificabili imbecilli! Evidentemente, erano tante, grosse, e tutte in superficie, le mie prigioni.

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inabano
In Abano Terme. – Di quell’albergo non ricordo il nome. Ricordo, però, di essere stato licenziato a causa delle proteste del cuoco. Già all’epoca avevo il vizio di dire tesoro a tutti quanti, e gliel’ho detto. Non sono il tuo tesoro, ha obiettato. Non ci faccia caso, gli ho risposto, io dico tesoro anche alle merde che trovo per strada! Sul momento l’ha intascata, tuttavia, senza prenderla bene visto che più tardi lo stesso titolare si è messo a gridare “licensiè el poeta!” Ho dovuto andarmene nel giro di un’ora! Magro, lo stipendio dei liberi. Non è stato il primo. Neanche ricordo se mi hanno dato quanto mi spettava. All’epoca, i proprietari tergiversavano, ed io, non ero pratico in diritti da soldi. Non era su quei piedi che reagivo quando mi calpestavano.

afinedue

inmaxi

Epoca dei maxi cappotti. – In velluto nero. Una professionista che batteva in Stazione pensava che fossi un prete. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Abitavo al Rione Filippini, all’epoca. Di maxi avevo anche un soprabito di tela cerata, bianco! Aiutando a rialzarsi un’anziana che era caduta, mi capitò di lasciarlo andare per terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire.

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Ritratto da un amico estense (Giancarlo M.) Aveva ragione la Gaby: sono ancora nelle mie prigioni.

vitaliano

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Il Salvini è un Avatar

Il Salvini è solo l’avatar che raccoglie (come fosse sua virtù) l’ebete visceralità degli italiani che l’han votato. Il Di Maio si è trovato come la Chiesa di fronte alla vox popoli urlata nei presunto miracoli, cioè, o scegliere di cavalcare quella volontà, o scegliere di essere scavalcati da quella volontà.

 

salvini

 

Che altro poteva fare il Di Maio, quindi, se non quello che regolarmente fa la chiesa, e cioè, aspettare il tempo galantuomo che certamente verrà grazie al Salvini? Il Salvini non ha la più pallida idea di come star in equilibrio sulle palle, (dandogli intelligenza, forse non può) perché, della politica, è arte che non possiede! Capitombolerà per questo, e lo farà fra pochi: gli Italiani del suo tipo, spariscono sempre quando un Avatar cade!

Intanto, goda pure!

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Caro Di Battista

https://www.facebook.com/dibattista.alessandro/

Caro Alessandro: in veneziano “canarina” è una scherzosa cazzata. Permettimi la mia. Come e/o dove trovare soldi per le varie iniziative? Proprio oggi mi sono risposto così: visto che i 5Stelle e la Lega sono maggioranza, perché la maggioranza non propone la Revisione del Concordato con lo scopo di ridurre quanto ci costa e di trasferire il risparmiato dove è necessario?

Stammi sempre bene. Ciao, Vitaliano

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A Luciano D F. – Incuriosito e un tantinello disorientato da cotanta matassa.

frontepostLo Spirito che origina la vita, è il corpo interiore (l’anima) che anima ciò che anima. Ciò che si anima per la sua forza (per la sua Natura) e per la sua vita (per la sua Cultura) è il corpo esteriore dello Spirito animante. Del corpo esteriore, allora, si può dire che è l’anima materiale che contiene l’anima spirituale (il corpo interiore) della forza della vita: lo Spirito.

Siccome vi è la forza dello Spirito (l’anima che anima la vita del Principio) e la forza degli spiriti (l’anima che anima la vita dei principiati dalla forza del Principio) allora, vi sono due stati di Metempsicosi: quella dello Spirito (incarnazione nella vita data dalla sua forza)  e metempsicosi degli spiriti data dalla forza del loro spirito.

Al principio, la vita ha ed è tre principianti stati di vita: Natura, Cultura, Spirito. Nel vivere il suo trinitario principio, i suoi stati sono stato di infiniti stati. Anche la Metempsicosi, quindi, sia nel caso di subita in uno spirito che nel caso di attuata da uno spirito, è stato di infiniti stati di metempsicosi.

Ne consegue, che lo Spirito della vita è l’unica identità di certo riconoscimento, in quanto concede la vita in assoluto per l’Assoluto che è. Di ciò che si pensa, e/o si crede, e/o per casuale similitudine fra vissuti, tutte le altre forme di riconoscimento. Il casuale non esclude la fattiva possibilità, ma, quanto la possiamo considerare effettivamente vera? Direi, allora, che ci risulta vero solo ciò che è verosimile.

Lo stato dell’influsso che porta alla reincarnazione di uno spirito in altro spirito, corrisponde allo stato della corrispondenza con lo stato in corrispondenza: vuoi voluta che subita. Tanto quanto lo è (voluta o subita) la Metempsicosi, allora, avviene fra spiriti affini. Siccome anche l’affinità di spirito fra vita e vita è stato di infiniti stati di vita, ne consegue che anche gli stati della metempsicosi sono infiniti.

Ci si chiederà, come può avvenire una reincarnazione fra uno spirito vissuto, magari secoli prima, e uno spirito odierno, vuoi di un adulto o vuoi di un bambino? Ipotizzo la possibilità, perché gli spiriti vivono secondo la forza della loro vita, cioè, secondo il loro spirito.

La condizione di una data vita, quindi, non è correlata alle nostre misure del tempo e/o degli anni; Esiste, bensì, la condizione del suo stato di prossimo o non prossimo allo Spirito, in ragione di quanto è simile alla forza della vita: lo Spirito.

Si può dire, allora, che l’età di uno spirito è detta dalla misura della vicinanza o dalla lontananza dall’Immagine. Tanto più è vicina allo Spirito e tanto più è giovane. Lo è meno tanto quanto è lontana. In ambo i casi, sempre secondo gli stati di coscienza circa lo stato dello spirito di un dato spirito.

Poiché non abbiamo modo di verificare lo stato di vicinanza e/o di lontananza di uno spirito dallo Spirito, (come neanche i suoi stati) ne consegue che non possiamo verificare, neanche quanto sia vera l’immagine del sé che appare nelle rivelazioni spiritiche. Può ben essere, invece, che ci appare quello che per cultura siamo in grado di sapere e capire, non, quello che effettivamente è la figura in apparizione.

Si possono pensare più simili (e lo possiamo pensare) le forze più coscienti del Tutto, e meno simili le forze prevalentemente incoscienti del loro tutto. Nel primo caso le possiamo dire elevate nella Vita, mentre nel secondo caso, basse perché ancora dipendenti dal loro stati di vita.

In ragione dello stato della loro elevazione, le forze Alte si sono con_fuse con il Tutto, e nel Tutto agiscono per il Tutto, Possiamo dire Basse le forze che ancora conservano, quando non il loro tutto, delle parti che sono state. Gli spiriti bassi, non necessariamente sono avversi al Tutto. Lo sono, però, perché influiscono l’animo in cui si incarnano della conoscenza relativa a sé, non, relativa al Tutto.

Se uno spirito di valore cinque ( tanto per dire la misura di uno stato di vita ) si colloca presso lo Spirito del Principio in diversa misura, ( ad esempio: quattro o sei ), avendo subordinando la ragione della sua Cultura (il vero) a quella pretesa di bene, sarà ingiusto, sia verso il suo spirito che verso lo Spirito. Per il male naturale e spirituale che è in ogni errore culturale, dunque, sarà sofferente sino a che non si collocherà nello stato che gli corrisponde: il cinque in esempio.

Per quanto è a conoscenza della loro coscienza da ciò ne consegue che: in ragione del confronto di vita fra la forza dello Spirito e la loro, gli spiriti che tornano allo Spirito, si collocano presso quello stato secondo il loro stato di spirito, cioè, secondo lo stato della forza della loro vita.

Uno spirito è vita nello Spirito, secondo lo stato di somiglianza fra la sua vita e quella dello Spirito: immagine del Principio della forza. Tanto più uno spirito è somigliante allo stato Spirito e tanto più è vicino al principio della forza: lo Spirito. Di converso, tanto più uno spirito non è somigliante allo stato dello Spirito e tanto più è lontano da quel principio. Tanto più è lontano dal principio della vita ( la forza dello Spirito ) e tanto più è vicino al proprio principio: la forza del proprio spirito.

Tanto più gli spiriti sono vicini allo stato dello Spirito e tanto più presso di quello si identificano. Tanto più si identificano nello Spirito e tanto più sono identificati dallo Spirito. Tanto più sono identificati dallo Spirito e tanto più sono lontani dal loro. Tanto più sono identificati dal proprio Spirito e tanto più non lo sono dallo Spirito. Secondo stati di infiniti stati di vita ( e secondo infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito ) uno spirito, meno è somigliante all’Immagine dello Spirito e più conserva l’immagine del proprio stato di spirito. Lo stato della Metempsicosi, dunque, è corrispondente allo stato dello Spirito che si incarna.

Lo Spirito, dando la sua forza ad ogni stato di vita, necessariamente, è via di congiunzione (dallo Spirito al nostro e dal nostro allo Spirito) fra il Suo stato ed il nostro. Poiché lo è di ogni stato di vita, sia sul piano naturale quanto soprannaturale è via di congiunzione sia di quella spirituale (spiritualità è diretto rapporto fra la vita umana e quella del Principio) che di quella spiritica. La vita spiritica è rapporto fra spiriti: forze naturali della vita e che è, e che furono in questo stato di vita.

Nello stato soprannaturale gli spiriti sono forze che ancora conservano degli stati di spirito dell’umana identità che furono. Nello stato naturale, invece, gli spiriti umani sono forze che ancora conservano degli stati della spiritualità della vita che li ha originati sino dal Principio.

Lo Spirito non può non essere continua emanazione di forza in quanto la vita non può concepire stati di interruzione. Non lo può perché ogni stato di interruzione sarebbe uno stato di morte della vita, ed in ciò, estrema contraddizione con il suo principio: la vita sino dal Principio.

Ogni volta lo Spirito concede la propria forza ( la Natura della Sua vita ) concede la Sua totalità. Non può diversamente se non aprioristicamente discernendo come, a chi, o se dare più o meno forza. Questo, però, significherebbe che lo Spirito predetermina la vita che ha originato ma la predeterminazione si scontra col principio dell’arbitrio: giudizio che è libero solamente se condizionato dallo spirito di chi discerne.

Il condizionamento dell’arbitrio della Vita ( l’Universale ) sulla vita principiata ( la Particolare ) si ovvia perché se è vero che lo Spirito da vita agli stati della vita è altresì vero che la vita determina la propria secondo la forza dello spirito che si origina dallo stato della corrispondenza fra i suoi stati.

Lo Spirito del Principio, essendo l’origine della forza che proviene dal giusto che corrisponde dal vero che è nel bene, necessariamente, non può non guidare che secondo il suo principio. Non per questo, però, Lo Spirito predetermina la vita a cui da vita, in quanto la vita originata corrisponde fra di se secondo il proprio. Si può dire, allora, che in ragione dei principi adottati (quelli di bene e/o di male secondo Natura, o di vero e/o di falso secondo Cultura, o di pace e/o di dissidio secondo Spirito) ) la vita umana si predetermina in ragione dello stato di vita di prevalente scelta.

Gli spiriti che tanto più conservano il proprio stato di vita, tanto più influiscono della propria personalità, la vita in cui si incarnano. Pertanto, nel bene come nel male, sono elevati gli spiriti che influiscono con la loro forza, e sono bassi gli spiriti che influiscono con la loro vita.

Citando un mio sogno, paragono lo stato dello Spirito ha un palazzo di cristallo. Ti pare che si possa entrare in quelle stanze (stati della Vita) con le scarpe (il discernimento) ancora sporche d’incoscienza? Con questo non intendo dire che lo Spirito impedisce l’ingresso alla vita che vuole entrarci ma che sarà questa che si impedirà di farlo. Infatti, alla luce di un rinnovato giudizio (quello dato da una più cosciente conoscenza di se) confrontando la propria stanza (lo stato della propria vita) con quella dello Spirito (la stanza della Vita) si impedirà di farlo ogni volta constaterà una mancata corrispondenza di spirito fra la vita dello Spirito e la sua.

Nella vita dello Spirito, ogni differenza dallo Spirito è differenza di vita fra il nostro stato ed il Suo. Ogni differenza è una separazione fra Vita e vita. Ogni divario di vita fra i due stati, allora, non può non essere che dolore da separazione dal Principio: la vita di origine.

Poiché la differenza è dolore e, poiché il dolore essendo separazione dalla Vita non è vita tanto quanto è dolore, ecco che si è lontani dal Principio della vita tanto quanto l’ingiustizia nel nostro spirito ci ha reso dolenti.

Poiché il dolore dato da ciò che non è stato giusto al nostro spirito si è originato dal male dato dalle erronee corrispondenze fra i nostri stati, ecco che, allo scopo di annullare ( nel senso di chiarire ciò che impedisce di entrare nel Palazzo ) ciò che è male per la Natura, falso per la Cultura e conseguentemente ingiusto allo Spirito della vita personale quanto verso quello della vita Universale, non si può non tornare a questo principio di vita. Non si può non tornare perché, presso la vita dello Spirito non vi può essere dolore in quanto il dolore, essendo un male, presso il Bene non può essere giusto.

Uno spirito può non elevare il suo stato? Direi che non lo può. Non lo può, perché per quanto non voglia capire ciò che è bene, vero e giusto, non può fermare l’evoluzione del suo discernimento se non fermando la sua vita. Può fermare la sua vita ( ma nel senso di separare la sua Natura dalla sua Cultura ) solamente lo spirito che non vuole vivere secondo la rinata coscienza per la rinata conoscenza.

Un giudizio che non è definitivo se non quando viene espresso da chi si giudica, necessariamente, ha degli stati sosta: quelli concessi dai tempi dati dalla volontà e dalla capacità di discernimento. Direi, allora, che la definitiva collocazione presso lo Spirito (e, dunque, la cessazione delle rinascite) succede quando uno spirito ha compiuto il suo prevalente discernimento sulla Vita, mentre il ritorno verso questo stato di spirito (di vita) succede perché uno spirito non lo ha ultimato. Sostengo che il riconoscimento del Principio sia prevalente, perché solo il Principio, in quanto assoluto, può essere l’assoluta conoscenza di sé. Come questo avvenga non sono in grado di dirlo e neanche di immaginarlo, ma se Vita è, Conoscenza è.

Nella sosta, il discernimento giudica ciò che è giusto perché vero al bene. Ogni stato di sosta, essendo arresto dell’elevazione verso il Bene data dal discernimento, è Purgatorio: luogo di pena della Cultura della vita che sosta il percorso della sua strada. Purgatorio non è condanna, ma stanza (stato) nella quale si attende al Giusto per quanto è Bene al Vero. Per quel bisogno di giustizia, allora, ci si reincarna sino a quando la si è raggiunta. La reincarnazione, dunque, può anche essere intesa come l’appello che il giudice di primo grado (il nostro spirito) rivolge allo Spirito: il giudice di supremo grado.

E’ normale alla vita che vi sia reincarnazione di forza, ma anormale che vi sia invasione di vita. Infatti, i rapporti di interferenza fra uno spirito e il nostro, sono invasivi tanto quanto ingerenti sia sul piano soprannaturale che su quello naturale. Lo sono, perché l’invasione devia e/o altera un percorso che non può non essere che personale. Come impedire l’invasione di vita? Direi che l’integrità della vita personale (stato dell’unicità dato dalla corrispondenza con i soli suoi stati) è ciò che impedisce a uno spirito di prenderci l’animo.

Tanto quanto siamo prossimi al bene, al vero, e al giusto del Bene, del Vero, e del Giusto del Principio, e tanto quanto nessun spirito può prenderci l’animo. Possibile, invece, tanto quanto non siamo prossimi ai principi del Principio, ma quello che non è prossimo in un dato momento, può essere prossimo in un successivo: così di converso. I principi della vita nel nostro stato di vita non sono carceri come neanche conventi, sono vita (nel bene e nel male, nel vero e nel falso, nel giusto e nell’ingiusto) stato di infiniti stati che si originano dalla corrispondenza di spirito fra tutti e in tutti i suoi stati.

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Discorsi sulla Medianità

Lo Spirito, essendo forza da la vita sino dal principio e nello stesso Principio del quale è inscindibile parte. Perché vita in stato d’assoluto, il Principio è Motore Immobile: mobile perché la sua vita è attiva, immobile perché un assoluto non può dare che il suo assoluto.

Ogni altro stato della vita è mobile per infiniti stati di vita. La capacità di mobilità negli spiriti di qualsiasi stato corrisponde a quello che sono in ragione di quanto il loro principio sente il Principio. Ciò li fa prossimi o non prossimi, secondo lo stato di infiniti stati di quanto sono e sentono.

Indipendentemente dallo stato del loro spirito, tutti gli immateriali interagiscono nella vita perché la vita non concepisce il vuoto (stato di non vita) e neanche a vuoto: stati senza senso di vita. Non può concepire il vuoto perché è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati. Non può concepire a vuoto perché ciò ammetterebbe che al Principio di ogni principio vi possano essere degli stati di separazione.

Su questo piano della vita, stati di vuoto gli sono il dolore e la non coscienza.  Nella vita degli spiriti invece, il vuoto è detto dalla mancata corrispondenza fra forza e forza, ma poiché una mancata corrispondenza non può essere in alcun caso assoluta, (se lo fosse, sarebbe un inconcepibile stato di morte) si può dire che “vuoto” è detto da una estrema lontananza.

A immagine dello Spirito, gli spiriti elevati interloquiscono con questo stato di vita dandogli forza, ma non pongono condizioni alla loro forza per non condizionare la vita a cui danno forza.

Secondo stati d’infiniti stati, non coscienti e/o avversi ai principi del Principio che sia, gli spiriti che condizionano la vita tanto quanto interloquiscono con la loro Cultura nella nostra, possiamo dirli bassi, non tanto per un inverificabile giudizio spirituale, quanto perché la loro forza è ancora prossima a questo piano della vita.

Gli spiriti non interloquiscono con la loro cultura per mezzo della parola ma per corrispondenza di emozioni fra le loro e le nostre. Siccome non vi è vita uguale a un altra, la corrispondenza non può avvenire che per affinità di spirito, ed è, quindi un dialogo, che nel renderlo pubblico diventa fonte di erronee emulazioni quando non di confusione.

Siccome le emozioni cambiano secondo quanto cambiano gli stati di una data vita sia in questo che nell’altro piano, nulla garantisce che si sia “parlando” sempre con lo stesso spirito. Pertanto, neanche con la stessa identità spiritica.

Quando il destinatario di una possibile visione, vede ma non sente, vuol dire che lo spirito che si rivela gli emoziona il pensiero. Quando sente ma non vede, vuol dire che lo spirito gli emoziona il corpo. Quando vede e sente, vuol dire che lo spirito gli sta agendo la vita, ma a chi permettiamo di farlo? Non lo possiamo sapere per questa semplicissima banalità:

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Il male può fingere il bene molto bene tanto quanto è male.

Il che vuol dire che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione.

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Se vera l’ipotesi, (e la credo vera) chi c’era sul Sinai con Mosè? Nella grotta con il Profeta? Nella rivelazione a Saulo e in tutti gli altri casi, prossimi o no? C’erano quelli che hanno detto di essere. A causa della capacità di finzione del male e/o dell’errore (volente o no, cosciente o no che sia), l’affermazione non è attendibile, come non può essere bastante l’affermazione “io sono quello che sono” perché, se lo può dire il Vero, lo può anche l’Errore. Di attendibile, quindi, c’è un solo Spirito ed è quello della vita originante che dico Principio, e il Principio si è manifestato e si manifesta in ciò che ha originato: la vita.

Per occasionale corrispondenza di emozioni con il soggetto che sente e vede e quello che appare, anche altri possono vedere la visione, ma non sentire un eventuale dialogo, appunto perché il “canale” che permette la “voce”, pur permettendo una condivisione di emozioni, non agisce il loro spirito.

Su comunque stiano le cose e sui motivi delle apparizioni, non siamo in grado di verificare alcunché. La fiducia e/o la fede (che pure è necessario tramite di medianità) non può essere considerata motivo verificabile, e i miei discorsi, almeno sino a prova contraria sono delle speculazioni culturali, sia pure supportate da esperienze medianiche.

Per l’impossibilità di verifica, un credo che si basi anche sullo spiritismo è destinato ad essere deviante, tanto quanto (volente o nolente) fa passare l’animo dalla fede sul Principio, alla fede su dei principiati, santificando e/o beatificando delle figure, il cui attendibile Fare, non necessariamente corrisponde con il loro Essere, né per quanto riguarda la vita incarnata, né per quanto riguarda la disincarnata.

Lo spirito che per le sue azioni riconosciamo santo e/o beato, infatti, di attendibile perché accertabile ha solo il servizio. Per questo, un accertato Servo del Principio, dovrebbe essere collocato al primo e unico posto. Il resto è “vanità solo vanità.

Comunque motivato, l’aspetto prodigioso di qualsiasi manifestazione spiritica è dimostrazione di potenza, ma non necessariamente di verità, tuttavia, è esente da colpa lo spirito non cosciente dell’errore, ma non è esente dalla responsabilità per il dolo provocato alla Verità.

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Pensieri sulla Metemsicosi

frontepostDella Metempsicosi si può dire che è il viaggio di ritorno della vita che vuole capire nuovamente il suo stato, o dallo stesso punto di vista (ritorno allo stesso stato) o da un altro punto di vista: ritorno in uno stato diverso dal precedente. La vita, però, è uno stato di infiniti stati di vita. Così, sia lo stato del ritorno che i punti di vista per i quali si ritorna per un ulteriore capire possono essere infiniti.

Con l’affermazione non intendo porre dubbi sulla Metempsicosi, al più, cautela su ciò che afferma l’identità che ritorna (o l’identità che contiene quella che ritorna) appunto, perché la vita, nel bene come nel male, nel vero come nel falso, è infinite identità di spirito: tutte mutabili e tutte inverificabili: almeno su questo piano della vita.

Ammesso l’Ulteriore, in quanto di mutabile forza, neanche in quello stato si può dire che una Identità è quello che dice di essere se non in un dato momento di spirito: se lo cambia, cambia la prevalente identità.

Se vera l’ipotesi che sostengo, una Identità è riconoscibile (e si riconosce) solo nello lo stato di prevalenza fra i suoi stati di spirito. In ragione, però, dello stato di coscienza sul vissuto del suo stato. In ragione dello stato di raggiunta coscienza, qualsiasi Identità (bassa o elevata che sia stata in vita) non è più quello che era, oppure lo è diversamente. Può capitare, così, che un santificato non lo meriti, come potrebbe non meritare la dannazione una vita che noi abbiamo detto dannata.

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Spiriti e spiritismo – Ulteriori riflessioni

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.Il Principio interagisce nella Natura della vita originata (il corpo comunque effigiato) dando la sua forza: lo Spirito. Originati dallo Spirito della vita, vi è vita in spirito. Gli spiriti sono vita che è stata su questo piano della vita. In ragione della corrispondenza fra stati in tutti e fra tutti gli stati, ci sono spiriti prossimi o non prossimi al Principio. Perché corrispondenti con lo Spirito del Principio, ci sono spiriti elevati, tanto quanto gli sono prossimi. Perché contrari e/o non pienamente coscienti del Principio, ci sono spiriti bassi tanto quanto non gli sono prossimi. Secondo lo stato di infiniti stati di spirito, la condizione della rispettiva forza dice la rispettiva identità. Poiché, vita, è corrispondenza di stati, non è un motore immobile, così, sono mobili (nel senso di soggette a cambiare) anche quelle identità.

Indipendentemente dallo stato del loro spirito, tutti gli immateriali interagiscono nella vita perché la vita non concepisce il vuoto (stato di non vita) e neanche a vuoto: stati senza senso di vita. Non può concepire il vuoto perché è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati. Non può concepire a vuoto se non pensandola fallace. Certamente vi è fallacia nella vita che nel viversi attua sé stessa, ma è fallacia da incoscienza e/o ignoranza, non, nel principio in quanto tale.

Ovviamente, a parte i suoi principio, altro so del Principio, tuttavia, non vedo come un Assoluto possa originare degli stati non assoluti come il nulla e/o il niente. Se lo potesse, dimostrerebbe di essere H(nulla)2(niente)O anziché H2o. Se nessuna formula può aver separato il suo nome se non cambiando il suo stato, tanto più è impossibile che lo possa un Assoluto. Con questo non intendo dire che il nulla e il niente non esistono, bensì,  che appartengono al vivere (umano o spiritico) come stati di sosta a causa dell’ignoranza e/o dell’incoscienza.

Come lo Spirito, gli spiriti elevati interloquiscono con la vita dandogli forza, ma non pongono condizioni alla loro forza per non condizionare la vita cui danno forza. Secondo stati d’infiniti stati, non coscienti e/o avversi al Principio che sia, gli spiriti bassi condizionano la vita tanto quanto interloquiscono con la loro Cultura nella nostra. In ragione dello stato del proprio stato, nessuno spirito è esente dall’interazione. Esente deve essere dalla volontà di condizionare. Gli spiriti non interloquiscono con la loro cultura per mezzo della parola ma per corrispondenza di emozioni fra le loro e le nostre.

Nei casi di spiritismo vi è possibile corrispondenza fra un’identità ulteriore e una presente, solo in ragione della vita nella corrispondente forza. Se, l’invocante come l’invocato non conoscono il loro reale stato di spirito l’invocante chiama chi conosceva o suppone di conoscere. Quanto conosceva o supponeva di conoscere, però, ha modificato la sua identità tanto quanto, in ragione di ulteriore coscienza, ha modificato la sua forza.

Se diventata un’altra, non segue la risposta. Se se vi è risposta, quanto appartiene allo spirito “conosciuto” o quanto dallo “sconosciuto”? Non essendovi alcuna possibilità di verifica, a chi concediamo fiducia quando non fede? Da chi si arriva al punto da permettere a uno spirito di condizionare il nostro, al caso, anche totalmente?

Quando il destinatario di una visione vede ma non sente, vuol dire che lo spirito che si rivela gli emoziona la mente. Quando sente ma non vede, vuol dire che lo spirito gli emoziona il corpo. Per occasionale corrispondenza di emozioni con il soggetto che sente e vede e quello che appare, anche altri possono vedere la visione, ma non sentire un eventuale dialogo, appunto perché il “canale” che permette la “voce” è solamente l’emozione fra lo spirito che si rivela e quello del destinatario della visione. Ne consegue, che tutti i generi di rivelazione spiritica sono privati.

Siccome la vita non ammette il vuoto, lo spirito che si è allontanato per la mutata corrispondenza di forza è sostituito da uno spirito corrispondente al nuovo stato di spirito dell’invocante. Anche in questo caso, nessuno può affermare di sapere effettivamente chi è l’identità spiritica che “ombra” la prima, perché nessuno, sul suo vissuto, possiede piena coscienza.

Negli stati di meno vita (come nei casi di avversione) c’è il dolore naturale e spirituale per l’errore culturale che provoca il male. Oltre che nel nostro, non può esserci verifica spirituale dell’ultra mondo, appunto perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Ne consegue, che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione.

Se vera l’ipotesi, (e la credo vera) che spirito c’era sul Sinai con Mosè? Nella grotta con il Profeta? Nella rivelazione a Saulo e in tutti gli altri casi, cronologicamente prossimi o no? C’erano quelli che hanno detto di essere. A causa della capacità di finzione del male e/o dell’errore (volente o no, cosciente o no che sia), l’affermazione non è attendibile. Come non sono di attendibile motivazione le prove eventualmente mostrate.

Non siamo in grado di verificare, infatti, se i motivi (come i soggetti) che hanno mosso le rivelazioni siano gli effettivamente detti e/o dei fatti intendere. Per questa equivocità, un credo che si basi anche sullo spiritismo è destinato ad essere deviante, tanto quanto fa passare l’animo dalla fede sul Principio, alla fede su dei principiati.

Comunque motivato, l’aspetto prodigioso di qualsiasi manifestazione spiritica è dimostrazione di potenza, ma non necessariamente di verità. E’ esente da colpa lo spirito non cosciente dell’errore, ma non è esente dalla responsabilità per il dolo provocato.

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Nella nostra vita ci sono inattendibili inquilini

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Spiriti e spiritismo in breve

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Per quanto sente della sua forza, lo Spirito, (come uno spirito) è Cultura della Natura della sua vita. Per quanto è come forza, è Natura della Cultura della sua vita. Il Principio (lo Spirito) interagisce nella Natura della vita originata (il corpo comunque effigiato) dando la sua forza: spirito. Originati dallo Spirito della vita, vi è vita in spirito. Gli spiriti sono vita che è stata su questo piano della vita. In ragione della corrispondenza fra stati in tutti e fra tutti gli stati, ci sono spiriti prossimi o non prossimi allo Spirito. Perché corrispondenti con lo Spirito del Principio, ci sono spiriti elevati, tanto quanto gli sono prossimi. Perché contrari e/o non pienamente coscienti del Principio, ci sono spiriti bassi tanto quanto non gli sono prossimi. La potenza dei prossimi o non prossimi allo Spirito corrisponde allo stato del loro stato di vita.

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 La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa

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Dove non comunichiamo per mezzo di parole, quindi, si può comunicare per mezzo di emozioni, vuoi fra vivente e vivente, (l’esperienza è nota e motivabile) vuoi, per non noti e inverificabili motivi, fra il nostro spirito e lo spirito di uno spirito. Ciò è maggiormente possibile, tanto quanto una coscienza è aperta al Tutto che è la vita: corrispondenza di stati fra il bene e il Bene, il vero e il Vero, il giusto e il Giusto. Tanto quanto una vita è avversa a quei principi, e tanto quanto, nel Tutto che è la vita, e il suo spirito percepirà avverse emozioni, quindi, di spiriti dolenti se è nel dolore, di spiriti falsi se è nel falso, di spiriti ingiusti se è nell’ingiusto. Vita, però, è stato di infiniti stati di vita, così per le emozioni a suo favore come per le contrarie. Cosa ci dice, allora, da quale spirito sono influite le nostre azioni, e /o quale forza ci comunica la sua? Lo capiamo, dalla forza prevalente. Se la nostra è prevalentemente negativa, prevalentemente negativa è anche la forza influente.

Così per gli altri casi.

afinedue

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Verso lo Spirito – Prima stesura

faldoninuovi

Mi sono inoltrato sull’argomento come nella terra si inoltra la trivella che usiamo per cercare l’aqua.  E’ noto che prima della pulita esce fango. Per quanto visto e rivisto il testo, ancora non credo di averlo tolto tutto.separabianca

1

La percezione dello Spirito è della coscienza che lo recepisce come forza della vita.

2

Lo Spirito è la vita della Natura che ne recepisce la forza secondo la sua Cultura.

3

Come un muscolo è l’immagine della sua forza, l’immagine dello Spirito è la vita soprannaturale e naturale di cui è forza.

4

Secondo la conoscenza di ciò che è alla coscienza, come la forza del nostro spirito è tramite di alleanza fra gli stati della nostra vita, (come fra vita e vita), così, la forza dello Spirito, è tramite di alleanza fra la vita umana e quella del Principio della vita.

5

Lo Spirito è l’emozione della vita che dice sé stessa.

6

L’emozione dello Spirito è Parola.

7

Secondo stati di infiniti stati di coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, il recepimento della forza dello Spirito è corrispondente all’accoglienza della sua parola: la vita.

8

Secondo lo stato di spirito del percepente, al recepimento del senso della vita corrisponde il recepimento del senso dello Spirito.

9

La percezione dello Spirito, conforma e conferma la coscienza, (naturale e soprannaturale), che percependone la forza ne percepisce la vita.

10

Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito, (la forza della vita sino dal Principio ) conforma la vita naturale quanto soprannaturale ad un rapporto fondato sul recepimento del corrispondente spirito.

11

La percezione dello Spirito della Vita, comporta un sempre più amplificato e vivificato conoscere, così, nel sentire secondo Natura e nel sapere secondo la corrispondente Cultura, la coscienza riconosce quanto di naturale e di soprannaturale per lo Spirito vive.

12

Nel suo divenire esistenziale, (dal naturale al soprannaturale), lo spirito umano che prende coscienza dell’origine della sua forza, (lo Spirito), corrisponde con tutto ciò che, per stati di infinite corrispondenze fra stati, è vita della Sua vita.

13

Data la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la maggiore percezione dello Spirito della vita, maggiora la forza della spiritualità.

14

Secondo lo stato di spirito, e dato ad ognuno il proprio stato di spirito, la Cultura della vita di una Natura che corrisponde con la Natura della Cultura del Principio della vita, (la vita) è emozionalmente estatica.

15

Il carisma è il carattere della vita secondo forza: Natura della Cultura dello Spirito.

16

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è conoscenza la vita che si colloca in quella dello Spirito, ha carisma tanto quanto si colloca.

17

Poiché vi è vita spirituale e vita spiritica, allora, secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quei stati vi è carisma di orientamento spirituale e carisma di orientamento spiritico.

18

Più è rilevante lo stato della corrispondenza spirituale e/o spiritica e più è rilevante lo stato del carisma.

19

Il carismatico di indirizzo spiritico, più orienta la propria vita secondo i doni ricevuti, (i carismi), e più è posseduto dalle condizioni di vita dello spirito donante.

20 

Il possesso dei carismi di orientamento spiritico prova che lo stato della forza dello Spirito di una o più realtà soprannaturali sono nello spirito di una realtà naturale ma non prova lo stato di vita di quelle forze.

21

Uno spirito naturale quanto soprannaturale, è fonte di attendibile forza, tanto quanto non pone motivi di divisione: vuoi in una data vita, vuoi fra vita e vita, vuoi fra una vita ed il suo Principio.

22

Uno spirito naturale quanto soprannaturale non è fonte di attendibile forza tanto quanto pone motivi di divisione nella vita.

23

Lo Spirito, essendo forza, è condizione di vita, ma, non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita.

24

Fra lo Spirito e gli spiriti, (naturali quanto soprannaturali), vi è relazione di Immagine, (la vita al Principio), e di Somiglianza: la vita che è conseguita dalla sua volontà di vita del Principio. Ponendo dati cognitivi per uguaglianza e per differenza, il rapporto è magistrale.

25

Perché principio della vita, della forza della vita di ogni Somiglianza, lo Spirito è maestro.

26

Perché forza magistrale sino dal Principio, lo Spirito è maestro sovrano.

27

Perché il nostro spirito ci è forza magistrale sino dal principio del nostro stato, il nostro spirito ci è maestro sovrano.

28

Lo Spirito è l’immagine della forza cui gli spiriti somigliano, ed è l’identità della forza cui gli spiriti si riferiscono per identificarsi.

29

Gli spiriti, (naturali quanto i soprannaturali), sono a Somiglianza dell’Immagine secondo lo stato della corrispondenza dato dall’identificazione con l’Identità: lo Spirito.

30 

Lo stato dell’identità di uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), dato dallo stato dell’identificazione con lo Spirito è ciò distingue spirito da spirito.

31

Nello stato dello Spirito, l’identità degli spiriti è data dallo stato del loro spirito.

32

Più sono presso lo Spirito, (forza della Natura della Cultura della Vita ) e più, identificandosi, assomigliano all’Identità.

33

Uno spirito è vicino allo stato dello Spirito, tanto più è nello stato dello Spirito: il Principio della vita.

34

Tanto più uno spirito è lontano dallo stato dello Spirito e tanto meno è nello stato della Vita e tanto più è presso il proprio stato di vita.

35

Poiché solo lo Spirito del Principio è vicino a se stesso, ne consegue, che in ogni stato di vita soprannaturale permangono degli stati di vita naturali.

36

Lo Spirito, essendo Natura, (forza), della Cultura, (la vita), della Vita, è la forza che guida la Natura della Cultura della vita che origina.

37

Attraverso le indicazioni date dal raffronto fra l’immagine del Principio, (lo Spirito universale), e ciò che è a Sua somiglianza, (lo spirito particolare), lo Spirito è la guida che orienta la forza di spirito di ogni vita.

38

Lo Spirito guida la vita attraverso emozioni di bene.

39

Uno spirito naturale quanto soprannaturale che orienta una vita verso il suo Principio, (lo Spirito), non cura le manifestazioni della Natura della Cultura di quella vita allo scopo di condizionarla, possederla e/o comunque dominarla ma per educarla secondo le corrispondenze di spirito fra vita e vita e fra vita e la Vita.

40 

Nessun spirito che si orienti verso lo Spirito, interferisce la forza della vita data dallo Spirito, perché uno spirito altera la condizione della forza data dallo Spirito se la condiziona con lo spirito della propria.

41

Uno spirito che interferisce nell’umana vitalità, ombra la vita e la vitalità della vita sulla quale attua l’interferenza.

42

Uno spirito naturale o soprannaturale, (secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati della vita propria con l’altra e della propria con la Vita), è guida dello Spirito tanto quanto è vita secondo Spirito, cioè, secondo forza.

43

Quando uno spirito naturale quanto soprannaturale guida secondo la Natura della sua Cultura, allora è una guida che si sovrappone alla guida dello Spirito: principio della forza della Vita.

44

Uno spirito naturale o soprannaturale che tenda alla guida di un altro, lo guida secondo la forza di ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, ma, ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, quanto è conoscenza di ciò che è alla coscienza della Forza della Vita?

45

Lo Spirito della Vita, è il Principio che guida la vita che inizia. Essendo Principio della vita, lo Spirito è Signore della vita.

46

Dato il rapporto di comparazione fra Immagine e Somiglianza, uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), è signore della propria.

47

Lo spirito di una vita che si eleva a signore di vita altrui, per stati di infinite corrispondenze fra gli stati dello spirito sottoposto, sosta a sé stesso l’evoluzione della vita di cui si è fatto sovrano.

48

Uno spirito che sosta a se stesso lo spirito altrui, (così il proprio spirito se sosta la propria vita ad una idea di se stesso), non consente l’evoluzione della vita sostata (propria o altra), tanto quanto è sostata.

49

Uno spirito, che sostando l’evoluzione della vita propria quanto altrui non ne consente il libero perché corrispondente processo, condiziona di se stesso ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta.

50  

Uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), che sosti l’evoluzione, (sia presso sé che presso altro da sé), di ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta, nella vita naturale quanto soprannaturale usurpa allo Spirito la sovranità su quella vita.

51

Come una cellula del nostro corpo si staccherebbe dalla prossima sua se non l’amasse come se stessa, cioè, non fosse sia nella comunione di sé, (che altrimenti non avrebbe possibilità di vita), che presso la prossima sua, (che altrimenti non potrebbe comunicare vita), così lo Spirito sta: amore perché comunione.

53

Come un raggio tollera di essere fermato da un ostacolo, (tollera nel senso che non per questo è meno raggio), così lo Spirito ha la tolleranza come principale attributo.

54

Lo Spirito non può non tollerare ciò che essendo forza della Sua forza è prossimo proprio come se stesso, cioè, stato del suo stato.

55

Se lo Spirito non tollerasse ciò che è prossimo proprio come se stesso, non tollererebbe vita della Sua vita.

56

Se lo Spirito non tollerasse vita della Sua vita, contraddirebbe il principio di cui è forza: la vita.

57

Lo Spirito non diverge da una coscienza chiusa, ma sta, sino a che essa, elevandosi per la conoscenza di ciò che è alla coscienza, acconsentendo alla pervasione, acconsente al fine: la vita.

58

Nel discernere per quanto è giusto allo Spirito in quello che è o non è bene per la Natura, e vero o non vero della Cultura, si comprende, naturalmente, culturalmente e spiritualmente, quello che di bene e di male ci è prossimo o non prossimo alla nostra vita, a quella altrui e a quella del Principio.

59

Nella comprensione data dal discernimento concernente gli stati di bene, di vero e di giusto, prossimi al proprio se, al se altrui e a quello del Principio si elevano le capacità spirituali della vita che si riferisce al Principio: lo Spirito.

60 

Se ciò che è delegato a far emergere da uno spirito ciò che è bene, vero e giusto per il suo stato, sovrappone i sensi del proprio discernimento a quelli dello spirito presso cui opera, compie una autoritaristica coercizione, che, altro non è, se non una spiritistica invasione: naturale o soprannaturale secondo il caso.

61

La corrispondenza fra la vita dello Spirito e la vita della sua vita è sempre; sia quando è natura sensibile, sia quando è natura soprannaturale, sia comunque sia lo stato dello spirito di un dato spirito.

62

Non può non esserlo perché la vita non può avere stati di vuoto se non ammettendo dei vuoti nella forza della vita del Principio: lo Spirito.

63

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito nella nostra coscienza è Cultura spirituale.

64

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione di uno spirito naturale e/o soprannaturale nella nostra coscienza è cultura spiritica.

65

La spiritualità è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura dello Spirito: la vita.

66

Lo spiritismo è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura di uno spirito: una vita.

67

La Cultura spirituale nella coscienza conforma la vita secondo lo Spirito. La Cultura spiritica nella coscienza conforma la vita secondo uno spirito.

68

La percezione dello Spirito della vita è tramite naturale quanto soprannaturale di spiritualità. La percezione dello spirito di una vita è tramite di spiritismo: naturale quanto soprannaturale.

69

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione dello Spirito e maggiore è la forza della spiritualità. Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione di uno spirito e maggiore è la forza dello spiritismo.

70 

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito che corrisponde con un altro è tramite di vita fra la propria ed altra.

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito umano che corrisponde con uno spirito soprannaturale è tramite di vita spiritica.

Secondo il suo stato di spirito, l’umano che corrisponde con la vita del Principio, (lo Spirito), è tramite della Sua forza fra la propria e quella altrui.

71

La corrispondenza spiritica fra uno spirito umano ed uno soprannaturale prova che una vita è tornata alla Vita ma non prova quale sia la sua collocazione nello stato della Vita.

72

Nello spiritismo, (naturale quanto soprannaturale), il dubbio non può non essere una costante. Ciò, non per non credere allo spiritismo, (che così non crederemmo alla totalità della Vita), ma per evitare, (attraverso lo spiritismo), di diventare passivi strumenti, (quando non complici), o di essere comunque strumentalizzati da volontà soprannaturali, (o naturali), delle quali nulla sappiamo se non ciò che dichiarano alla nostra vita.

73

Nello spiritismo naturale quanto soprannaturale, il credere acriticamente comporta dei pericoli morali e psichici, anche inimmaginabili e/o anche irreparabili, dato il concatenamento di cause ed effetto che si innescano operando sotto palese influsso o addirittura su esplicita indicazione di un qualsiasi spirito ” guida “.

74

Nello spiritismo, sia naturale che soprannaturale, ciò che ne distingue la qualità è il fine.

75

Se il fine dello spiritismo naturale quanto soprannaturale è quello di indirizzare lo stato umano verso la sua meta, (il Principio), esso è provvido alla vita tanto quanto non condiziona di se l’arbitrio della vita che indirizza.

76

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, chi sa di non sapere ciò che per una vita è bene, (perché vero alla sua Cultura e giusto alla sua forza), secondo il suo stato di bene è nel bene della vita propria quanto altrui, se colloca il suo spirito, (la forza della sua vita), nello Spirito: la forza della Vita.

77

Il male, (dolore naturale e spirituale da errore culturale), è non vita tanto quanto è male.

78

Uno spirito naturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con i principi della vita: il bene nella Natura ed il vero nella Cultura per quanto è giusto al suo spirito.

79

 Uno spirito soprannaturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con il Principio dei principi: il Bene, il Vero, il Giusto della Vita.

80 

Una vita, (naturale quanto soprannaturale), in discordia con sé stessa e con la Vita, proietta influssi di forza altrettanto discordi.

81

Perché aperto allo Spirito per l’influsso di forza che non si può ritrarre se non nello stato naturale, lo stato umano può essere ossessionato e/o invaso sino alla possessione sia da forze naturali quanto soprannaturali.

82

Non vi è rito, che di per se impedisca l’ossessione e/o l’invasione sino alla possessione; solo la spiritualità lo può perché essendo rapporto con lo Spirito della Vita, esclude qualsiasi intermediario fra lo stato umano e quello divino.

83

Gli stati umani o sovrumani che tendono alla possessione di altra vita, non possono oltrepassare il principio: la vita.

84

Secondo il personale giudizio, ogni spirito è libero di essere o di non essere vita della Vita, ma, nessun spirito particolare è escluso dall’universale: la Vita. Se fosse, ciò significherebbe che la Vita può escludere una parte della sua vita, ma ciò contraddirebbe il principio di cui è Principio: la vita.

86

L’influsso della vita dello Spirito, (naturale nella naturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale) si manifesta per corrispondenza di stati.

87

Uno spirito naturale o soprannaturale che manifesta il suo sensibile influsso o per invasione e/o per possessione, secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, o è uno spirito del male, o, deviando lo spirito influito da ciò che è il proprio bene, è uno spirito che può fare del male.

88

Secondo stati di infinite corrispondenze fra stati, un tramite fra la vita naturale e quella soprannaturale è naturalmente e/o culturalmente e/o spiritualmente influito o invaso, tanto quanto il suo arbitrio è quello dello spirito influente o invasore.

89

Chi subordina il proprio arbitrio a quello dello spirito influente o invasore, (naturale o soprannaturale che sia), è influito o posseduto tanto quanto, a quello spirito, rimette il proprio.

90 

Lo spirito umano che sente la propria Natura occupata dallo spirito di un’altra Cultura, (naturale quanto soprannaturale), si libera dall’asservimento collocando il principio della propria vita, (la forza del proprio spirito), nella forza del Principio della Vita: lo Spirito.

91

Chi separa la vita dalla sua forza, favorisce i domini degli spiriti: soprannaturale quanto naturali.

92

La condizione dello stato spirituale dell’influito, distingue l’influsso dello stato di spirito della vita influente. Se la condizione dello stato di spirito di un influito è in pace, allora, dato ad ognuno il proprio stato e secondo il proprio stato, fra influito ed influente vi è vita nella verità.

93

Il tramite che constata il possesso di aspetti culturali di tipo spirituale, che non hanno mai fatto parte della cultura del suo stato prima dell’evento spiritistico, è influito dalla Vita se il suo spirito è rivolto a quello Spirito, mentre è influito da della vita se il suo spirito è rivolto a quella.

94

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito), è tramite di sapere, il rapporto medianico è spirituale anche se si è originato da esperienza spiritica.

95

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito) si fa tramite di qualsiasi genere di potere, il rapporto è spiritico anche se la conoscenza si è originata da una ricerca spirituale.

96

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è alla conoscenza, medium, è colui o colei che recepisce l’emozione della vita naturale se è orientato verso quello stato, o soprannaturale se eleva il suo orientamento di vita.

97

Lo stato della coscienza della vita del dato medium, distingue il tramite che recepisce la vita naturale da quello che recepisce la vita soprannaturale, ma, la percezione di uno stato non è distinguibile da un altro perché la vita è stato di infiniti stati di vita.

98

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale), che opera con la Persona è medium dello Spirito.

99

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale) che opera nella e/o sulla Persona, è medium di vita, (naturale quanto soprannaturale), estraneo alla Persona.

100

Secondo il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato, ogni forza, (ogni spirito), è medianico ponte di vita naturale nella naturale, soprannaturale nella soprannaturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale.

101

Del ” ponte “, è verificabile solo l’attributo di ” via “: la Natura umana o sovrumana della vita. Non è verificabile la verità, vuoi perché il male è uno spirito che può fingere il bene, molto bene tanto quanto è male, vuoi perché, anche l’errore è una forza che può dar del bene, dove non vi è coscienza che sia un male.

afinetre

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Introduzione a “Lo Spirito”

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Spirito è ciò che anima. Anima è ciò che si anima. Ciò che si anima è vita.  Lo Spirito è l’anima della vita. Nella Natura, la Cultura anima la vita, animata dalla forza dello Spirito.

La forza dello Spirito è vita della Natura. La vita dello Spirito è forza della Cultura. Lo Spirito è la forza della vitalità della Natura che corrisponde con la vita della sua Cultura.

Lo Spirito essendo forza è condizione di vita ma non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita.separabianca

Per Spirito, intendo sia la forza della vita sino dal principio che la forza della vita dello stesso Principio. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità. Questo scritto è il cappello di decine di stesure sullo Spirito e su quanto correlato, nel tempo viste e riviste non so più quante volte. E’ la base (la stesura sullo Spirito) di tutti i discorsi che ne ho ricavato. Mi vedo ancora mentre sto scrivendo un’idea della quale non avevo alcuna idea. E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio, senza assolutamente sapere com’è fatto, ma punto dopo punto, alla fine l’ho visto. Non sempre quando stavo scrivendo a casa. Qualche volta in giro, e non poche volte sul lavoro. Giusto per dire un caso, il pensiero introduttivo ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, l’ho pensato mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere e che niente mi avrebbe fermato!

afinetre

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Sospesa questione

1afronte2
In questa immagine ho unito i segni delle due fonti. Volevo usarla come capoverso della pagina ma  un qualcosa m’ha fermato. Non per la lettura dell’immagine, penso, ma perché, quel quadrato si sovrappone sul cerchio come “quadra”, nel senso di compiuto, raggiunto, vero, ecc, ecc. Di per sé mi sta bene perché corrisponde alle mie convinzioni, tuttavia, non mi è chiaro se, sul simbolo dell’universalità dello Spirito, ci stia per far capire che l’universalità proviene dalla verità, o se la verità proviene dall’universalità. Le due interpretazioni sono vere perché inscindibili, ma allora, mi fissano in questo punto di domanda: quale, il principio, a noi culturalmente primo? E se mi stessero dicendo che ambedue i concetti sono primi? Certo che lo sono, ma allora, perché c’è un qualcosa che pur rendendo razionale l’accettazione non rende paritaria  l’emozione
Da grafico capace non mi sarei posto la questione perché sarei riuscito a far quadrare  in cerchio l’immagine che dice i significati della spiritualità “per Damasco”.
Devo trarne la conclusione che per raggiungere il vero la vita si serve anche dei nostri limiti?  Si, può essere.
Si, neanche gli Arieti sanno dire se è nato prima l’uovo o la gallina. Sanno solo che per prima è nata la vita che ha fatto la gallina che ha fatto l’uovo.  Certo! Anche l’opposto caso, ma gallina o uovo, comunque non tolgono il primato alla vita.
afinedue

La Scuola di Atene

accademia

Della Scuola di Atene ho tratto due figure che ben raccontano quanto generalmente succede al nuovo che si affaccia alla vita. Il nuovo è detto dal giovane. Il vecchio dall’anziano a destra. Raffaello mostra il giovane senza abiti. Simbolicamente parlando, spoglio, cioè, da precostituiti abbigliamenti culturali. Sotto il braccio, i suoi (del giovane) sono chiusi in rotolo. Così, perché non li ha ancora pubblicamente esposti (con altro dire, indossati) alla luce della conoscenza dei Saggi, che, (presi da sé, dai loro discorsi, e dal bisogno di confronti) non notano quell’ingresso. L’accompagna un amico che allegramente saluta e viene salutato da un giovane con la barba. Non lo “vedono” neanche questi, come non lo “vede” l’usciere (?) che lo fa entrare. Il nuovo che sfugge alla generalità dei Saggi e ai semplici, non sfugge però all’anziano in rosso che il Raffaello ha posto al limite della scena; limite – margine che si può intendere come profetico superamento, sia di quel pensatore, come dei tempi che il suo pensiero ha formato. In ragione dell’importanza che un pensatore da a sé stesso (o che gli viene data) ogni avvisaglia di superamento può anche essere intesa (o vissuta) come una sorta di “lesa maestà”: vuoi della persona o dell’importanza che si da, vuoi dei tempi e dei pensieri, vuoi dell’insieme delle ipotesi; ipotesi non tanto campate per aria, direi, visto quanto il Raffaello mostra di quel volto. Quella sorta di attentato, (voluto da un attentatore, o solo temuto dalla vittima che sia) in genere struttura l’aprioristico rifiuto di quanto, di nuovo, entra in scena. Diversamente dal giovane, l’anziano è completamente vestito: direi anche, riccamente paludato. Simbolicamente parlando, vuoi di sé, vuoi del senso che ha dato a sé, vuoi di quello che gli ha dato la storia. Lo sguardo dell’anziano accoglie il giovane  con  chiara diffidenza. Il braccio destro raccoglie la massa dell’abito (e quanto simbolizza) e la colloca (e si colloca) in posizione di difesa: difesa, che in genere forma la chiusura mentale che attua (e/o fortifica) la conservazione dell’identità e di quanto porta. Lo stato della difesa è detta dalla posizione del braccio. Non all’altezza del cuore, che sarebbe assoluta perché indicherebbe la difesa della vita, bensì, all’altezza del ventre, luogo delle viscere. Di quella difesa, allora, si può dire che ha stato viscerale. Ciò fa pensare, che in quell’anziano, oltre che una forte ragione vi era anche una forte passione, e che fra ragione e passione, ha ritenuto più debole quest’ultima. A lato dell’anziano, quattro figure. Fra queste, emerge un anziano che direi ebreo. Dietro di questo, un volto virile. Sovrastante il volto, un giovane esce/fugge dall”aula. L’anziano regge un bastone. La posizione del bastone suggerisce il modo in cui lo porta un cieco. Chi vede, infatti, lo porta accanto alla gamba, non, prima del passo. Prima del passo, se non sta controllando (un cieco) cosa gli impedisce di proseguire? Data l’immagine e simbolicamente parlando, un’altra età, un altro pensiero. Stante l’ipotesi di età, pensiero, e cecità, si può dire che il Raffaello abbia dipinto il portatore di una verità vecchia e cieca alla vita: vuoi quella intesa dal Raffaello, vuoi quella dei suoi tempi. La figura che intralcia il passo all’anziano (pensiero) di altra cultura sembra così presa dall’immagine del nuovo da non curarsene. Il volto subito dopo il cieco, potrebbe indicare una vita – vitalità di supporto all’anziano: persona, età. pensiero. Pare anche di analogo luogo, quindi, forse anche della stessa cultura. Vero è, che il Raffaello potrebbe aver dipinto quel volto (sia pure con i significati che suppongo) per dare ad ogni figura il suo piano. Il giovane che fugge al consesso, potrebbe indicare la giovinezza che disprezza sia i suoi tempi che quelli più antichi. Si potrebbe anche dirlo, un giovane, non in relazione con la vita, vuoi quella intesa dal Raffaello, vuoi quella dei suoi tempi. Nella giovinezza succede anche oggi. Non solo nella giovinezza, a dirla tutta.

luceinfine

Autointervista

Invitato da questo sito ad auto intervistarmi, mollo gli ormeggi.

Pubblicata all’indirizzo   http://www.whohub.com/perdamasco

afinedue

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Scrivere

Come hai iniziato a scrivere? Chi ti leggeva all’inizio?

Se il come si riferisce al modo, con una Olivetti Valentine. Se il come si riferisce al perché, invece, direi sotto la spinta di emozioni, che per anni mi hanno reso scriba più che scrittore.

Qual è il tuo genere preferito? Alcuni link dove possiamo vedere o leggere qualcosa di una tua opera recente?

Non ho un genere preferito, se non in tutto quello che riguarda il dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. In perdamasco.it (sito non interattivo) ho messo la mia visione della vita. Fra qualche tempo collocherò in rete la nuova versione.

Com’è il tuo processo creativo? Che cosa succede prima di sederti a scrivere?

Il mio motto è: vivere, guardar vivere, guardarmi vivere. E’ motto che muove e nel contempo incanala le mie emozioni. Ricevo le mie emozioni, come domande alle quali devo dare risposta. Non ho cultura per risposte precotte e/o convenzionali. Davanti al Pc mi siedo con la mente assolutamente vuota. Inizio il testo con la prima frase che mi viene. Sento che il testo è compiuto, quando non vi trovo alcuna forma di dissidio fra quello che sento di dover dire e quello che ho scritto.

Che tipo di lettura ti attiva la voglia di scrivere?

La lettura di un dato fatto.

A tuo parere, quali sono gli ingredienti basilari di una storia?

Quelli della vita che sento di volta in volta.

In che panni ti senti meglio: prima persona o terza?

Nei miei.

Che scrittori famosi ammiri di più?

I famosi non fumosi.

Cosa rende un personaggio credibile? Come crei i tuoi?

L’identificazione. Sono il creato – creatore di un solo personaggio: La Drita consigliera preferita. Lo si veda in blogs.it al tag ladrita. Sono “lettere” in dialetto veneto: un po’ maccheronico anche.

Sei altrettanto bravo raccontando storie oralmente?

Ammessa una bravura su cui dubito sempre, non racconto storie: non di fantasia, perlomeno.

Nel più profondo delle tue motivazioni, per chi scrivi?

Per il futuro.

Si può scrivere come terapia personale? I conflitti interni sono una forza creativa?

Direi, che si scrive, per terapia personale. Il superamento di un lutto per la morte di una vita, nel mio caso, e/o il superamento di un lutto per la morte della vita, nei casi di superiore capacità, vuoi umana, vuoi culturale. Si, i conflitti interni sono sempre una forza; non sempre creativa, ma “creativa” è concetto che si può osar di dire in arte ma non nel vivere: nel vivere la personale (che non può non riflettersi nel collettivo, quando non nell’universale) è forza che non ha fine neanche con la vita del dato creatore.

Ti serve il feed-back dei lettori?

Temo di non sapere cosa sia il feed- back, ma se serve, serve.

Ti presenti a concorsi? Hai ricevuto premi?

Devo aver vinto un pacchetto di sigarette una volta. No, il viaggio “per Damasco” che ho presentato nel sito è di per sé concorso e premio in ragione della raggiunta umanità del concorrente che decide di percorrerlo. 

Mostri i tuoi bozzetti a qualcuno di fiducia per avere la sua opinione?

L’ho fatto. Ho smesso. Oltre che “bello” o “bravo” non ottenevo.

Credi ti aver già trovato la “tua voce” o è qualcosa che cercherai eternamente?

Nel mio ideale ho trovato “la voce”. Parla di principi universali. Avendoli detti, che altro dovrei dire? Nel reale, invece, non può non essere confronto con altre voci, quindi, continua ricerca di verità.

Ti imponi una disciplina per organizzare orari, mete, ecc? Quale?

Nessuna disciplina: amo il dis – ordine.

Di cosa ti circondi nel tuo studio di lavoro per favorire la tua concentrazione?

Di silenzio.

Scrivi allo schermo, stampi con frequenza, correggi nel foglio….? Com’è il tuo processo?

Faccio tutto allo schermo.

Che pagine on-line frequenti per condividere esperienze o informazioni?

Per le informazioni di cronaca la Repubblica. Per gli altri generi, secondo necessità.

Com’è stata la tua esperienza con case editrici?

Per una firma non nota, una casa editrice è solo una tipografia con firma nota, quindi, un mercato che, a livello economico non sono in grado di affrontare.

In che progetto stai lavorando ora?

Sto continuando quello detto nel mio motto: vivo, guardo vivere, mi guardo vivere.

afineduePersonalità

Qual è il tuo punto di equilibrio tra lavorare per vivere e vivere per lavorare?

Dare al sociale quello che è del sociale e a me quello che è mio.

Che tecniche funzionano per calmare la mente in momenti di tensione?

Calmo la mente rifiutandomi di seguire i dissidi che porge alla mia attenzione: con altro dire, la zittisco, così come si fa con i seccatori.

Qual è la maggior perdita che hai dovuto incassare nella tua vita?

La morte di chi ho amato.

Dopo aver vinto 9 volte di fila alla roulette, cosa fai? Continui approfittando del buon filone, o abbandoni perché statisticamente ora ti toccherebbe perdere?

Non saprei rispondere. Non mi affascina nessun gioco.

C’è qualche superstizione che ti fa cambiare il tuo modo di vivere?

No.

Conoscere il segno zodiacale di una persona ti aiuta a conoscerne il suo comportamento?

Alla stregua di una sottana. Mi aiuta a capire se è femmina chi la indossa.

Quali sono le tue passioni?

Amare, desiderare, leggere.

Che attore ti sarebbe piaciuto essere?

Salvo Randone.

Se ti mandassero in un’isola deserta, che libro, disco o film ti porteresti?

Decine di libri sono diventati me, quindi, porterei me.

Un piccolo piacere che per te è molto grande.

La cortesia.

Come reagisci di fronte alle chiamate di marketing?

Con curiosità e disincanto.

Sei un ex-fumatore? Come sei riuscito a smettere?

Sinora sono riuscito a smettere solo tra sigaretta e sigaretta.

Sono le 5 del pomeriggio di una domenica tipo. Che cosa stai facendo?

Al bar gelateria di un amico: caffè e gelato.

Qualcosa in cui sei completamente incompetente?

Politica

Di che cosa sei drogato?

Dall’ignoranza.

Qual è stato il giocattolo che ti fece passare i migliori momenti della tua infanzia?

Domanda giunta con un ritardo di 60anni.

Com’era il tuo profe preferito delle superiori?

Alle superiori solo per il raggiungimento del biennio. La profe di religione. Poveretta.

Come hai conosciuto il tuo patner attuale?

Non ho partner attuale.

Qual è stato il tuo primo veicolo?

Una Simca mille di un verde pisello, che più pisello di così non c’era!

I tuoi propositi per l’anno nuovo?

Non permettere alla melma di raggiungere il labbro inferiore.

Qualcosa che ancora non hai fatto ma che farai sicuramente nel futuro?

Morire?

Qual è stata la miglior notizia che hai visto pubblicata durante la tua vita?

Se c’è stata, non la ricordo.

Dove vivresti nel mondo, senza alcun dubbio?

Non sceglierei mai un posto dove non c’è alcun dubbio, e non avendo raggiunto la verità, (assenza totale del dubbio) un posto vale l’altro.

Un’abitudine negativa che sei riuscito a superare?

Destarmi al suono di una sveglia.

Una parola o espressione che ami.

Tesoro.

Una parola o espressione che detesti.

Sono sicuro!

Cosa immagini farai una volta pensionato?

Domanda che cade a fagiolo in quanto pensionato che ancora non riscuote la minima che gli compete. Cercar di sopravviver, temo.

afinedueIdee

Dio creò il mondo in 7 giorni, o credi nella teoria dell’evoluzione?

Evoluzione.  (ps. Alla data di questa verifica preciso: creazione è il momento primo. Evoluzione, i conseguenti.)

In che percentuale credi nelle statistiche?

50%

Credi che molte malattie possano essere create dalla mente?

Non dalla mente, ma da disfunzioni nella mente.

Credi sia vero che usiamo solo un 10% del nostro potenziale cerebrale?

Se usiamo il cervello come generalmente si usa il telefonino, si.

L’oroscopo in giornali e riviste? Che grado di credibilità gli dai?

Nessuna.

Entrare nel metro senza pagare, rubare nei negozi, c’é un’eccessiva tolleranza a favore di queste piccole infrazioni?

L’eccessiva tolleranza ipotizzata dalla domanda, altro non è che impossibilità di effettivo controllo.

Sei a favore o contro i tori?

A favore.

Qual è la tua opinione sul movimento di occupazione illegale di beni altrui?

Attenuanti a parte, contrario.

Ti interessa molto la marca quando fai compere?

E’ stato un difetto da giovinezza. Ora, neanche per idea.

Ti sembra giusto l’abitudine di dare la mancia?

Non do mance. Lo trovo umiliante.

Ci sono troppe feste e vacanze nel calendario lavorativo?

Non sono particolarmente colpito dalla questione.

Credi che sia esagerato il clima catastrofico che si è creato intorno al cambiamento climatico?

La domanda contiene un pregiudizio: esagerato. Questo a parte, visto che la ragione non la segue nessuno, ben venga il grido.

Boicotti una marca se ti rendi conto che fa lavorare bambini nel terzo mondo, o che inquina l’ambiente?

Visceralmente parlando si. Di fatto, però, non è che fanno lavorare i bambini per il solo gusto di farli lavorare. Se i genitori del terzo mondo avessero di che vivere, li farebbero giocare. Io ho iniziato a lavorare a 13 anni, prima all’apertura del mercato della frutta al paese, e poi battendo il baccalà. Non c’erano alterne opzioni: o così, o la fame.

Difendi la sperimentazione sugli animali per sviluppare delle medicazioni che possono salvare vite umane?

No.

A cosa si deve la proliferazione della violenza di genere?

A questioni di mercato, e/o a paure.

Qual è la tua opinione sulla massificazione della chirurgia plastica e delle protesi?

Contento il plasticato, contento io. Quali protesi?

Si dovrebbero stabilire maggiori restrizioni sull’uso dell’automobile all’interno delle città?

Si, ma dividendo uso da abuso.

Gli extraterrestri esistono?

Come teorica possibilità della vita, può essere.

afinedueCultura

Cos’hai ora nel tuo MP3?

Non ho mp3

Che libri stai leggendo in questo periodo?

Di evasione

Luoghi del mondo che hai conosciuto ultimamente?

L’Io.

Qual è il film che non ti stanchi mai di vedere?

Uomo per tutte le stagioni.

Mac o PC? Perché?

PC. Puro caso.

Cosa verrà dopo la società consumistica?

Una società che discernerà sugli eccessi.

Ti sembra eccessiva la saturazione pubblicitaria che c’è nei media?

Si, però, o così, o pagarli di più.

Credi che ci sia troppo sesso e troppa violenza nei media?

Si, ma si può sempre chiudere un giornale. Si, ma si può sempre cambiare canale.

Quali erano le tue materie preferite alle superiori?

Religione, ma in quanto studio. Letteratura. Storia se non noiosa. 

Credi che cose come videogiochi, chats, ecc. nascondano dietro di sé un pericolo di assuefazione per gli adolescenti?

Da quello che leggo, pare sia così.

Qualche libro di crescita personale che ti ha trasformato la vita?

A decine, ma non ricordo i titoli, così come non ricordo le bistecche che ho mangiato, e che pure fanno parte della mia sostanza.

Hai mai comprato opere d’arte? Di che tipo? Cosa ti spinge a farlo?

Un lusso che non mi posso permettere, ma che non seguirei anche potendolo: dopo un po’, anche un Prassitele viene a noia.

Marketing, briefing, brainstorming….. fai qualche sforzo per evitare gli anglicismi o li accetti senza problemi?

Per accettarli li accetto. Per curarmene, dipende dal caso.

Difendi i graffiti urbani?

Se non sono una grafo – patologia, si.

Che riviste leggi abitualmente?

Nessuna. per le mie tasche costano troppo.

La pirateria continua ad aumentare, cosa succederà con l’industria della musica, del cinema e della cultura in genere?

Troveranno modo di difendersi.

Che sport fai e con che frequenza?

Nessun sport.

Il cinema deve essere sovvenzionato quando vengono poi utilizzate stelle milionarie?

Se la sovvenzione non basta, perché no?

Come spieghi l’auge della cultura del voler essere famosi?

Non la condivido. Vedo il voler essere famosi come il tentativo di chi vuole uscire da un sé vissuto come “fossa”: illusione di chi non si rende conto che nessuno ci esce per sempre.

Consigliaci un ristorante e un luogo per bere qualcosa, di sera, che frequenti in città.

Io vado in un kebab. Chi mi ama mi segua.

Cos’hai ora nella tua borsa?

Un Pc.

La tua forma di ammazzare il tempo?

Leggere o dormire.

In che città vivi? Cosa ti piace di più e cosa meno d’essa?

Verona. Mi piace nel suo complesso. Nel suo complesso, non mi piace la psiche veronese: conservatrice e ipocrita. Ci sono le eccezioni, ovviamente.

Un video di Youtube con qualcosa che è stato significativo nella tua vita.

Vale per You tube quello che vale per i libri: a decine ma non ricordo i titoli.

Dove pensi di passare le tue prossime vacanze?

A casa. Ci sto benissimo. Mi basta chiudere la porta per sentirmi in ferie.

afinedueFilosofia

Cos’è per te la bella vita?

Assenza del dissidio.

Qual è il segreto della felicità?

Godere di quanto basta.

Cos’è un amico/a?

Una voglia di amore che ha trovato chi amare.

La tua filosofia della buona salute

“Nulla in eccesso.”

Esiste l’anima?

Anima è ciò che anima. Ciò che anima è vita. Essendovi l’animato, si.

Dove finisce la scienza e dove inizia l’ideologia?

L’ideologia si nutre di convinzioni, non necessariamente provate. Direi, quindi, che la scienza finisce dove inizia il pensiero non provato.

Cos’è la bellezza?

Una voce della verità.

Chi è Dio?

Il Principio della vita.

Che c’è dopo la morte?

Un luogo della vita, quindi, nulla se si crede che la vita sia a termine.

Se l’entrata alla partita di calcio varrà il doppio fra 12 anni, e tuo figlio ha compiuto 12 anni ieri, che età dirai che ha al bigliettaio?

Vuoi ripetere?

Se fossi milionario che opera benefica faresti?

Emergency

I tuoi difetti e le tue virtù?

I miei difetti li lascio dire agli amici. Le mie virtù ai nemici.

Tre parole che oggi giorno sono molto importanti.

Bene, vero, giusto.

In letto di morte di cosa credi ti rammaricheresti di non aver fatto in vita?

Quando mai morirei, se prima dovessi ricordare tutto quello che non ho fatto!

Quale sarebbe il tuo epitaffio?

Ho detto. Ho fatto. Ho finito.

afinedue

Così, sono stato fra gli anti ma non fra i convenzionati.

Una prima idea di Campagna contro, nella realtà che ancora non conoscevo in pieno: certamente ingenua.

ungrillo

Nella realtà veronese di quel fango ho mosso solo una qualche infinitesimale, e delebile, increspatura, In quel settore assistenziale, un nulla ero all’inizio e un nulla sono rimasto. Tanto più, perché amico di tutti ma partigiano di nessuno, tanto più, perché più portato al pensiero (in Accademia Vita, un esempio) che alla concreta realizzazione, tanto più, perché “è un bravo ragazzo, ma…”..

afinedue

spada

Si commenta da sé. Cronaca non molto felice, il resto di questa iniziativa. Certamente perché ero in un altrove, di nessuna presa a livello contestuale. Parlai dello Spirito, infatti. Avreste dovuto vedere le facce dei presenti. Va bè! Cosa fatta, un capo avrà avuto.

afinedue

richiamo

Sarà anche perché ogni scaraffone è bello a mamma soia, ma a me, questo Richiamo piaceva e ancora piace. Nessuna proibizione o allarme: solo com_passione, nel senso di condivisione della pena che è nel vivere, comunque si viva.. Potevo andare avanti con idee come queste? E infatti, non sono andato da nessuna parte. Al più, ho “battuto il passo”. Siccome non mi faccio mancare niente, a qualche referente della piazza del Bene ho rotto pure le palle, non perché non gestibile, ma perché non ad occhi chiusi; e siccome si capiva, non usabile. E va beh! Oggi ho cambiato immagine ma non ho cambiato idee. Quello che è stato è stato, ed io ho fatto quello che ho potuto. Sensi di colpa zero.

richiamo

afinedue

UN’IDEA DI COMUNITA’

separabiancaNon ricordo quando ho iniziato a concepire questo progetto di un recupero culturale che non tocca solamente la tossicodipendenza. Secondo la datazione di questo Index è stato nel 2002. Le restanti pagine, invece, sono datate 2006. I casi sono due: nel 2006 ho sbagliato a scrivere la data su l’Index, oppure l’ho iniziato alla data dell’Index e rivisto nella stesura ultima nel 2006 ma definitivamente ultimata nel 2008 da altri collegamenti che vedo. Comunque stiano le cose, come bozza è nato e come bozza è rimasto; forse perché, come struttura ideologica di una comunità secondo me, è risultato troppo secondo me a chi l’ho proposto per una verifica. Ci sono anche altri motivi ma ci stendo un pio velo. Almeno per ora. Nonostante gli anni e le possibili ingenuità, tutt’ora non mi pare male, così, nella versione 2013 lo ripropongo pari – pari. Ho cambiato solamente l’impaginazione,  cambiata l’immagine in prima pagina, aggiustato qualche collegamento.

agirasole

Antefattoseparabianca

Ignoro se nel frattempo si sia capito perché il tossicodipendente vuole tutto e subito perché manco dalla piazza da parecchio. Nell’ipotesi non sia stato compreso, suggerisco questa interpretazione. Il tossicodipendente vuole tutto e subito, perché ragiona secondo forza e, la forza, non ha il senso del tempo, ma quello dei suoi stati, quindi, la forza è lo stato del subito, mentre la debolezza è lo stato del dopo. Se non si crede a me, si provi a sollevare un peso, il che vuol dire, a raggiungere una meta. Se lo si solleva subito, (meta raggiunta) si è forti. Se lo si solleva con difficoltà, (o per difficoltà), si è deboli. Nel caso lo si sollevi a tempo, subentra una crisi: ce la farò, o non ce la faro? Il che vuol dire: avrò, o non avrò? Sarò, o non sarò? Il Tossicodipendente non accetta crisi. Per farlo dovrebbe convertire, (per elaborazione da mediazione), il suo indirizzo psichico. Non lo può fare per due prevalenti idee di forza: quella dell’idea di sé come forza, e quella della droga: sostanza che afferma l’idea, coprendo chimicamente e consolando psichicamente i dubbi sulla soggettiva forza. Per questo la roba è “madre”. E’ donna, invece, perché accoglie il “tossico” in un assoluto abbraccio. “Puttana”, invece, lo diventa tanto quanto, (o quando), quell’abbraccio si rivela di scadente presa, oppure, tanto quanto, (o quando), i costi si rivelano sempre più onerosi, e, le conseguenze, sempre più pesanti. Il fatto che la droga distrugga un vivere, è un concetto culturale, quindi, in sottordine come la ragione rispetto alla passione: altro concetto che appartiene alla vitalità. Quale considerazioni trarre da tutto questo? Non lo si chieda a me. Non sono mica un professore americano! Da lavapiatti italiano, ho solamente notato che nei tossicodipendenti, la vitalità fisica è preponderante rispetto alla vita culturale a – specifica, quindi, non ho potuto non trarre che una considerazione: l’indirizzo esistenziale della loro Cultura, è determinato dalla loro Natura, pertanto, elaborando e fortificando la loro Natura, si dovrebbe metterli nella condizione di aver di che paritariamente relazionare, vuoi con altra Cultura, (personale e/o sociale), vuoi con altra Natura. In soldoni: fortificando l’amor proprio con forti dosaggi di coscienza sulla forza fisica si potrebbe dar di che contrastare i dubbi sulla forza dell’identità individuale – sociale, o, quanto meno, dar di che compensare la sofferenza psichica conseguente ad un disadattamento di non semplice o complessa individuazione. Se le parlo di forza ma non di spirito è perché fra i dottori non si usa. Come non la trattengo più sullo spirito, mi auguro che gli psicologi non la trattengano più con discorsi sulla mente: continuano a sbagliare muscolo! Tanto più, se extra Comunitario. Intanto che vai… meditando sull’antefatto, ti mando sta “roba”. Quando la smetterò di avere visioni che non so da che parte realizzare?! Comunque sia, se questa idea ti pare più di la che di qua, fammi il favore di dirmelo. Ho scelto “Vita” come nome dell’Accademia, perché la globale materia di studio sarà la vita. L’uccello che ti spaccio come Gru, potrebbe essere un Airone, o chissà quale altro volatile. Ai dettagli ci penserò quando mi dirai se ne vale la pena. Valendone la pena, fammi le tue domande ed avrai le mie risposte. Stammi bene.

gattoesorcio

agirasole

Secondo me

Secondo me questo progetto è incompleto perché è come un appartamento semi arredato: se ti interessa abitarlo, è chiaro che dovrai arredarlo secondo te. Avendone l’intenzione, basterà porre in relazione la scienza, (tua), con la poetica: mia.

agirasole

Ho saputo

Ho saputo che l’uso terapeutico della ginnastica è comune in molte comunità, ma non so quali significati danno a cotanto sudare. Per poter affermar Narciso? Prima, durante, o dopo averlo colto sul fatto, o meglio, sul fattaccio? L’idea de sto’ ambaradam potrebbe non essere nuova. Tutt’al più, potrebbe può esserlo il modo, se finalizzato a nuovo fine. Uso il dubitativo “potrebbe”, perché non è la prima volta che invento l’ombrello. A proposito di ombrello! C’è qualche altro insegnamento per il detenuto oltre a quello che da la stessa galera? Ebbene, pur con tutte le sue ignoranze, questo progetto ha di che diventare una scuola alternativa a quella. Se proprio inefficace come scuola, può essere pur sempre un più fruttuoso contenimento; se non altro, perché diversamente motivante.

n.d.a. Lettera rivista non so quanto tempo dopo aver spedito l’originale alla debita “meditazione” del referente in indirizzo.

agirasole

Gli scopi dell’Accademia

L’Accademia Vita si propone lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa. Non tanto secondo coscienza, (buco nero e/o pozzo senza fondo) ma secondo il grado della sua forza. Con altre parole: nella forza naturale, è ciò che il suo Corpo può; nella forza emozionale è ciò che il suo Spirito sente; nella forza Culturale è ciò che sa perché può e sente.

agirasole

L’immagine

Per  confermare di maggior segno il Corsista e il grado del Corso ho sentito il bisogno di avere un’immagine carismatica consona all’Accademia e alle sue intenzioni.

Ho scelto l’immagine della Gru.

agru

separabianca

La Gru è il simbolo di chi reca i valori della vita perché é considerata la

“Cavalcatura degli Immortali”

.

Sono immortali principi:

il Bene per la Natura

1atriangolo

il Vero per la Cultura                                      il Giusto per lo Spirito

agirasole

Il Contratto

Fra il signor T. C. Sempronio e l’Accademia Vita si stipula quanto segue…

Premesso che l’Accademia Vita si prefigge lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa;

Premessi i mezzi che si riveleranno più idonei;

Premesso l’accettazione del dolore come via della verifica di sé;

Premesso che la somministrazione della fatica fisica e del dolore culturale hanno il solo scopo di permettere una più ampia visione di sé;

Premesso che l’Accademia agisce per amore della Persona anche quando sembra disprezzare la sua vita,

Punto Primo

Il Corsista delega all’Accademia il compito di dirigere la sua Persona.

Punto Secondo

Il Corsista accetterà la direzione dell’Accademia e/o dei suoi Delegati anche quando il fine non gli risulta immediatamente chiaro.

Punto Terzo

Il Punto Secondo implica che il Corsista debba essere prono nei confronti di ogni arbitrio, bensì, implica che il Corsista debba accettare la Ragione dell’Accademia, con fiducia.

Punto Quarto

La fiducia che l’Accademia e/o i suoi Delegati chiedono al Corsista è la stessa che un Minore ha verso un Maggiore, che un Alunno ha verso un Maestro, che un Figlio ha verso il Padre.

Punto Quinto

Onde essere il Maggiore che è, il Maestro di sé, e il Padre della vita che sarà, il Corsista deve tornare bambino.

Punto Sesto

Il Corsista che non troverà in sé questa forza, vanificherà le intenzioni di questa Scuola. In tale accadimento, il Corsista deciderà con l’Accademia sulle misure da prendere.

Punto Settimo

Per quanto letto e accettato, il Corsista si atterrà a quanto d’altro gli verrà comunicato.

agirasole

Sul tipo di istruzione

Per giungere al fine di porre una vita di fronte a sé stessa, l’Accademia si avvarrà di tre convergenti vie: La Naturale, la Culturale, la Spirituale. La via Naturale comprenderà un attività fisica non esente da considerazioni culturali, psicologiche, e quanto di necessario si rivelasse; la via Culturale comprenderà tutto ciò che favorirà il rapporto di collocamento della storia personale nella storia collettiva; la via spirituale comprenderà le tecniche e le filosofie che educano il soggetto all’ascolto del sé: corrispondente unione fra la forza della vitalità naturale e della vita culturale.

agirasole

Linee guida in ordine sparso

Nella scuola dell’Accademia, l’essere deve essere dedotto dal fare. Allo scopo: analisi psicologica dei gesti, dei comportamenti, delle dinamiche singole e di gruppo, e quanto al fine. Per vedere se è fatto di mattoni o di pietra, il Corsista deve accettare di essere come un muro da scalcinare. Per quello scopo, i Corsisti devono sapere, da subito, che saranno provati fisicamente, e psicologicamente e culturalmente destrutturati. L’operazione della generale destrutturazione non deve recare dolore. Se motiverà della violenza, ciò vorrà dire che si starà destrutturando il Corsista oltre il suo limite di tolleranza. L’eventuale violenza non segnerà un errore del Corsista ma un errore del Consigliere che opera su quella vita. Qualora ci si trovi nella impossibilità di non recare dolore, sarà indispensabile premettere l’eventuale accadimento, onde dirigere le tensioni verso il fine che ci si prefigge: abbattere, ma, per ricostruire! Sarà necessario un Regolamento e un Manuale di Addestramento. L’Accademia si propone per bando. L’Ingresso andrà richiesto al “Consiglio di Auto – Recupero. Il Consiglio è la Commissione che valuta la richiesta come il Richiedente. Il suo giudizio è insindacabile. La Commissione sarà composta da i tre generi di Istruttore. Nelle Accademie militati ci si prefigge lo scopo di rendere corpo collettivo il corpo individuale. Nell’Accademia Vita, invece, dal corpo collettivo (il normale – convenzionale) si deve ricavare l’individuale. Il fondamentale compito dell’Istruttore, quindi, sarà quello di evidenziare la diversità, in quanto valore dell’unicità. Allo scopo: maieutica, maieutica, maieutica!

agirasole

La “Terapia Silenzio”

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora; è  la stanza dove riposa; è il luogo dove risiede.

Alla disciplina del corpo dovrà essere insegnata e applicata la disciplina del silenzio. La disciplina del silenzio, allenerà, il Corsista, a contenere le sue voci, le sue emozioni. Tanto più il Corsista imparerà a contenere le sue voci, e tanto più potrà contenere “la voce”: l’emozione che l’ha condotto alla “roba”: sia come sostanza che come stile di vita. In una vita comunitaria non è semplice trovare la stanza dove stare solamente con sé stessi. A questo scopo, il silenzio può diventare la stanza della personale privacy. Come sapere se il Corsista è in quella stanza, o non lo è? A mio avviso lo si può sapere se si da modo al Corsista di segnalarlo.

Ad esempio:

rossoDivieto di parola stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

giallo

Permesso di parola su necessità, stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

verde

Libertà di parola concessa dall’Accademia o scelta dal Corsista. Onde favorire la costituzione della personale “stanza del silenzio”, il Corsista dovrà essere addestrato, non alla meditazione (pur sempre voce) ma all’assenza della meditazione, cioè, al vuoto mentale che è dato dall’assenza di ogni voce. E’ meno difficile di quello che si crede.

agirasole

Accademia e Società

Accademia – Corsista – Manifestazioni – e/o necessità Sociali. Da porre in visibile e multifunzionale relazione. Gli interventi coordinati con la Protezione Civile, la Croce Rossa, e/o quanto di paritari significati non solo sono altre scuole pedagogiche ma anche ap – paganti capitali che compensano e provano i valori in acquisizione.

agirasole

Sull’Accademia

Hai presente l’Accademia militare? Togli il militare ma lascia disciplina e addestramento fisico. Con quelli, un piano di cultura specifica o generale secondo il caso.

agirasole

Identità dell’Accademia e del Corsista

L’Accademia e il Corsista sono quello che sono: non senza definizione, non fuori da ogni definizione: vita per definizione.

agirasole

Regolamento

1°)

2°)

3°)

4°) …

agirasole

I gradi del corso e del corsista:

accvita1

Simbolizza una vita verso la meta: per chi inizia il corso accademico.

accvita2

Simbolizza la vita che ha provato la sua forza: per chi supera un apposito esame.

accvita3

Simbolizza la vita che ha provato la sua conoscenza. Per chi supera un apposito esame.

accvita4

Per chi supera il consiglio spirituale. Il superamento del “consiglio spirituale”, sarà testimoniato da test che valutano il raggiungimento della stabilità fisica, psichica, morale.

accvita5

Simbolizza la vita che ha raggiunto sé stessa. Poiché sarebbe presuntuoso il darla come il riceverla, questa testimonianza rimarrà la massima aspirazione dell’Accademia e il massimo fine del Corsista.

agirasole

Sul tipo di Istruttore

La consapevolezza è lo specchio in cui il cuore contempla la sua attività.

(Piers Antony)

In primo: il Consigliere che sa essere padre, (spirito determinante), ma non sa essere madre (spirito accogliente) è operatore non adatto all’Accademia Vita.

Ai tre tipi di insegnamento devono corrispondere i tre tipi di istruttori:

addestratore fisico con esperienza militare o paramilitare, o comunque fortemente sportiva;

addestratore culturale: insegnante con preparazione umanistico – filosofica;

addestratore mentale: psicologo capace di interpretare i simboli e le dinamiche che sono negli atti della preparazione fisica, quanto i simboli e le dinamiche che sorgono e/o si attuano nelle manifestazioni del fare.

Nello svolgimento del compito consigliare, l’istruttore non deve mai dimenticare di essere “Accademia”, quindi, non artefice di educazione ma strumento. Ciò gli eviterà ogni personalizzazione e, quindi, il rifiuto della sua persona. L’Istruttore, inoltre, non deve dimenticare che è pagato e appagato per un compito, non, per un cottimo. Ciò per dire che deve produrre vita, non, merci.

L’opera di destrutturazione di una identità, (spoliazione naturale, per conversione culturale e spirituale), è un’azione comunque dolorosa. Contro quel necessario dolore vi è è un solo anestetico: la con – passione.

Per con – passione non si intende un atteggiamento pietistico più o meno cristiano e/o più o meno religioso, ma la sentimentale con – divisione, dell’esperienza che tutti abbiamo provato: la fatica di crescere.

Nel ricordo di quella fatica accomunati, nessuno può dirsi più capace di altri, tutt’al più, di averla superata, in senso cronologico, prima di altri. Il ricordo di quella fatica è il peso che bilancia il piatto che porta l’orgoglio di aver superato quella fatica. A questo punto, la com – passione che si chiede al Consigliere, altro non è che una disponibilità di spirito verso la giustizia.

agirasole

Divisa: abito esteriore che coadiuva l’abito mentale

Come divisa di ordinanza vedrei bene quella dell’aviazione. Sopratutto per il colore. Su quella base, se il colore fosse più intenso, tanto meglio. Nella divisa di ordinanza che in quella fuori ordinanza, il cappello dovrebbe essere a “bustina”. Per le manifestazioni ufficiali e/o di gala, non vedrei male un mantello del colore della divisa e un cappello di quelli da matricola universitaria. La forma di quel cappello, mi ricorda il capo della Gru.

agirasole

La bandiera

bandiera

Il bianco simbolizza la verità. il giallo simbolizza l’amore.

Per i significati indicati dai colori, la bandiera dice che per giungere all’amore personale e sociale, non si può non partire dalla nostra verità; punto di avvio, per quell’ulteriore e volontario viaggio che è la ricerca della vita nella Verità, quindi, bianco, giallo, bianco.

Verona (versione) 24/12/2014

agirasole

Le mie case sotto il cielo

gliesposti

Chiesa degli Ognisanti. Faceva parte degli Esposti: Orfanotrofio in via Belzoni a Padova. Qui ho fatto la Cresima e la Prima Comunione. La Comunione al mattino e la Cresima nel primo pomeriggio. Vescovo di Padova era Monsignor Bortignon: fratone che se ci penso lo rivedo. Finita la funzione c’è stato un party con bacio dell’anello: ametista stupenda. Gli odorava di caffé l’anello, ma più probabilmente la mano. Era la prima volta che odoravo un caffé: non assomigliava per niente a quello che ci davano. Indistinta ingiustizia e differenza che mi sono sempre rimaste nella mente. Qui ho vissuto una delle più grandi tragedie della mia infanzia. La mattina della Comunione, la Norma (assistente sui trenta, manesca, di stopposi capelli, sempre urlante, agitata e agitante) m’ha fatto andare della saponata in bocca. Oddio!!! Lo dico o non lo dico? Ma se lo dico me la rimandano! E se me la rimandano addio festa, addio bell’abito bianco e scarpe nuove! E se la Norma si arrabbia?! E, se mi puniscono? Per farla breve, taccio e vado. Tuoni non ne ho sentito e fulmini non ne ho visti, ma non vi dico i sensi di colpa per quel peccato mortale! Per i peccati mortali mica si scherzava all’epoca! Dicevano che si andasse all’Inferno! Della vita nell’Orfanotrofio, ancora ricordo la suora (statuaria e bella) che ogni tanto, dal magazzino delle meraviglie (che apriva con la vecchia chiave che teneva appesa al fianco) ci rifilava una scatola di latte condensato della Pontificia Opera Assistenza. Ricordo gli orecchioni, i cataplasmi di ittiolo, l’isolamento, e la suora bella ma di animo cattivo che mi assisteva. Ricordo le prime emozioni sessuali, i primi desideri dell’altro, e che senza sapere come, al risveglio mi ritrovavo nel letto di qualcuno. Come ci finivo non lo so. Nel pomeriggio del giorno della comunione venne a trovarmi la Cesira con il Costante che aveva sposato dopo la morte di mio padre. Mi portò sei paste! Vedevo ben diverse sorprese, e ben diversi sorrisi attorno a me. Nel pomeriggio, con la Cesira uscii per un’ora d’aria: andammo verso il centro. Nella vetrina di un negozietto sotto un piccolo portico mi fermai di botto davanti la vetrina. Esponeva tre piccoli elefanti (in scala) di un qualche materiale verde. La Cesira vide la mia curiosità. Mi domandò se li volevo. No, gli dissi: non abbiamo soldi; pedagogiche, quelle paste. Tornarono a Este a piedi e di notte; 33 chilometri da Padova. Avevano perso il treno, aggiunse. Vedo ancora quella vetrina e quello stretto negozio. Vedo ancora anche gli elefanti.

afinedueIstituto Beato Bernardino Tomitano – L’Orfanotrofio vecchio.

ilvecchio

In una mattinata degli Esposti, con fare misterioso ci caricano in sei su una Fiat 1400 chiusa con un telone. Non le chiamavano pick-up allora. Dopo un viaggio che mi parve eterno, al buio, senza bere niente, vengo scaricato qui davanti. Nella parte più alta della “torre” c’erano le stanze dei preti e l’amministrazione. A sinistra della torre quelle delle suore. La porta a destra era quella della cucina: per tutti, suppongo. Alla destra di quella il nostro refettorio, e in ultima la calzoleria. Sul momento mi sono vergognato delle “galmare” (stivaletti con suola di legno) che mi hanno dato al posto delle scarpe, ma d’inverno mi sono ben ricreduto; da morire per il freddo ai piedi, con le scarpe. Sopra il refettorio i nostri dormitori, o meglio, dei grandi solai serviti  solamente da due stufe di coccio, accese sino a che durava il primo carico di legna. Proverbiale l’inverno a Feltre. L’affrontavano (noi orfani) con una coperta di scarsa sostanza, ricordo. Per il freddo. rigido come  un baccalà, prendevo sonno solo quando crollavo. Molto a destra di quanto si vede in questa foto, superata una scalinata si accedeva a un cortile, generalmente usato come campo di calcio: era in terra battuta e non mancavano i sassi. Mi dirigono verso il campo. Salgo le scale e ci arrivo. Da un muretto alla mia destra che non avevo visto colgo una voce. Dice: oh, è arrivata la signorina! Portavo la divisa dell’orfanotrofio di Padova. Un unico in due pezzi, composto da una sorta di calzone corto che mi stava piccolo e stretto (all’epoca generazionali, gli abbigliamenti) e una camicetta, anche quella altrettanto stretta e corta. Il tutto, in una vigogna colorata come leggero caffelatte, e punteggiata da quadrattini blu. Tempi di magra anche per lo stile, all’epoca!  Spaesato di tutto e da tanto, che potevo rispondere a quel chierico di indegna chierica? Da quell’indegno (come da tutti i generi di indegnità contro il debole che ero, e che tutti non finiamo mai di essere) mi sono difeso facendomi “autistico”. In quella bolla, non permettevo l’ingresso (come non lo permetto oggi) a niente e a nessuno! Certamente, c’èra l’indegno che la superava (come mi succede e ci succede anche oggi) tuttavia, con sempre maggior difficoltà e sempre più raramente. Ora, sono suoni distanti. Provengono da oltre il muro di quella mentale trappa.

afinedue

Sono il più alto del gruppo. Come sempre, mi collocano dietro tutti: in fondo.

foto in collegio

Dopo che sono uscito da quest’altro Esposti, il chierico spiritualmente indecente che già vi ho presentato, prese gli ordini e andò missionario in Africa. Si chiamava Cantù il diventato prete. Non ricordo come ma, ancora molti anni fa, mi dissero che era stato mangiato da un leone. Di recente sognai il fatto. Di recente si fa per dire. Vidi il leone: era vecchio e spelacchiato. Vidi che in bocca aveva la testa del Cantù. Gli vedevo l’urlo disperato, ma non udii alcun suono durante il brevissimo sogno: non si sente la voce di chi non si sente la vita. Il don Cantù era confratello dell’effeminatissimo don Clelio, poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca. Non che ricevesse tanta corda dal don Clelio, però. Almeno in nostra presenza. Il Clelio, a differenza del Cantù, era amatissimo dai suoi orfani. Del Cantù ricordo ancora la madre: rigida, amara, senza sorrisi, e senza grassi: da nessuna parte.

afinedueSono lo sciagurato che fa le corna all’amico. Scherzo da piccolo cretino: me ne dolgo ancora.

elementari

L’adulto in prima fila era il nostro Maestro. Lo ricordo ancora, come ricordo la sua iniziale lezione. Partite da qualsiasi argomento e/o materia, proseguite verso ogni altro argomento e/o materia, e tornate dove avete cominciato! Ci insegnava a pensare per associazioni! Nell’analisi grammaticale e logica sono sempre stato un disastro, ma in quel metodo, molto meno. In quinta ebbi un rifiuto generale verso la scuola, così, decisi di non rispondere più alle interrogazioni. Avevo fatto i conti senza l’oste. L’oste mi pizzicava il braccio, e continuava sino a che rispondevo. All’esame di quinta fui tra i migliori!

afinedueFinite le elementari, finì la mia permanenza a Vellai. Non ho più alibi. Solo angoscia.

finecorso

Ero molto colto in orazioni e riti da messa, ma a zero assoluto con il resto. Venne a prendermi la Cesira. Sul treno a vapore che da Feltre mi portava a Padova ebbi lucida coscienza della mia totale impreparazione circa il vivere. “No so guadagnarme na’ ciopa de pan!”, pensai. Bestemmiai, ricordo! Non ne vado fiero: è andata così. Come volevasi dimostrare, anche qui sono dietro a tutti. Sono capitato alla porta, solo perché passeggiavo nel salone. Indossavo la giacca che mi avevano fatto le suore. Mi dicevano principino da quanto mi stava bene. Anche secondo me, devo dire. Quella giacca rischiò di finir male! Fui scelto dal Cantù per partecipare ad una gara su chi si sporcava meno di zabaione, e sporcava di più l’altro; l’altro la perse, e io persi il regale titolo di principino e la preferenza delle suore. La recuperarono, per fortuna! Ci tenevo alla giacca (blu e di panno) e non ero così sciocco da non prevederne la fine, visto il genere di tenzone. E neanche lo doveva essere il Cantù. Arguisco, allora, che fu maligno! Tipico dei sofferenti da repressa e/o negata identità sessuale. Il prete in prima fila sulla destra è il mio sedotto_seduttore: sedotto, a suo dire, da un bambino, che, direi evidentemente, non vedeva solo così. Della stessa opinione anche i castrati per i loro regni.

afinedueIn visita da ex allievo. Sono sul cortile davanti al collegio.

exallievo

Non ricordo come ho saputo della Festa degli ex Allievi ma ci sono andato. Fu di una tristezza unica. Dopo quell’esperienza non sono tornato verso nessun passato. Ora, già ieri mi è passato remoto. Messo in opera, il palo nella foto era nero con una sorta di cipolla rossa e con un qualcosa di giallo sopra: forse una croce. Non fui sorpreso quando, all’epoca, lo vidi ergersi, imperioso, sul cortile. In un chiarissimo, brevissimo e colorato sogno (praticamente una fotografia) l’avevo già visto mentre stavo in una colonia estiva. Non ricordo dove.

afineduePanoramica sui monti, sui collegi, su quella stramaledetta salita del viale, e sulla chiesa di Vellai, all’epoca, mille anime di paese impregnato da odor di stalla: eppure ci stava.

panoramicavellai

Del collegio, qui si vede la parte nuova al centro e la parte vecchia alla destra. Davanti alla vecchia la chiesa antica, il cinematografo, la sartoria, e la tipografia per la stampa della Bella Opera: lettere con richieste di aiuto ai benefattori. Ne ho imbustate a migliaia di quelle lettere, scritte (da noi) con una calligrafia che doveva essere, si, infantile, ma non gallinacea. La mia lo era, così, la bozza che scrissi non fu usata dal Don Primo: dirigente di quel lavoro. Il Don Primo. La tonaca non era riuscita (come nei confratelli) a truccarne l’umanità.

donprimo

afinedueQuesta è la chiesa dell’Orfanotrofio nuovo. Più raccolta la vecchia.

lachiesa

Di quella non ho foto. Mi sono sempre sentito a disagio in questo scatolone. Pare disegnato da un geometra senza vena. L’altare e quel crocifisso lo vedo adesso. Dall’ultima fila dove stavo regolarmente, non è che si vedesse molto. Era sempre buia, quella chiesa. Come la Chiesa d’altra parte, ma, allora, ancora non sapevo perché.

afinedue

Devo le foto del collegio di Vellai di Feltre e della mia presenza, ad una occasionale ricerca in Rete su Vellai. Non mi è stato possibile chiedere il permesso all’Autore, Luciano Cassol, perché dal suo sito non ho trovato (o non ho capito) possibilità di contatto. Nel rimanere a sua disposizione, lo ringrazio, ancora commosso. Devo la foto della Chiesa degli Ognisanti di Padova a UrbisPatavi

ps. Il contatto l’ho trovato in seguito e gli ho scritto sia per indirizzo mail che per Messengere in FaceBook. Nessuna risposta. Non so che pensare.

afinedue

Cronache di Medianità. Esperienze personali, considerazioni, valutazioni, dubbi.

frontepostAmmessa la presenza di certezze, sono inverificabili. Prima di inoltrarvi nella lettura vi consiglio un giro fra le anteprine (le parti in corsivo) sotto i titoli. Anche in questa edizione (2018) non ho rivisto gli scritti. Paragonando queste esperienze a un ricovero in un Sanatorio, per un guarito non mi è mica facile rientrarci!

Racconto queste testimonianze perché sono servite a farmi capire di più. Raggiunto lo scopo, hanno cessato la funzione. Non per questo la possibilità. Più di quel tanto non mi interessava allora, e non mi interessa oggi. Oggi, sono capace di distinguere ciò che è dell’oro, per quanto messo vicino al più lucidato ottone.

Per Spirito intendo la forza della vita: vuoi umana, vuoi superiore per i credenti. Con l’inferiore, sono giunto a raffigurarmi lo Spirito perché ho vissuto delle esperienze medianiche. C’è chi le dice provenienti dall’ultra mondo e chi da un’altra parte della mente. Comunque stiano i casi, la medianità è causa d’identitaria confusione quando non di esistenziali lacerazioni. Spiriti, spiritismo, medianità, carismi, e della collegata Metempsicosi, non fanno certamente parte della Scienza dell’Educazione, tuttavia, è giusto abbandonare questa conoscenza alla scienza dell’incoscienza dei crescenti? Mi riferisco agli insegnanti. Ho vissuto queste “visioni”, certamente influito dai marasmi emozionali che subivo all’epoca. Risolti quelli, non per questo si è chiusa del tutto quella medianica porta: che lo possa è impossibile. L’importante, è non attraversare volontariamente la soglia. Libero ognuno di agire come crede, naturalmente. Si faccia in modo, però, di non entrarci mentalmente bendati. Uscirne, sarà più facile. Non ho ancora rivisto i testi perché mi riportano a un passato ancora troppo coinvolgente. Quando ho scritto queste lettere la mia cultura religiosa era canonica. Non più. Non perché la nego in toto, ma perché ho collocato il mio Credo al Principio di ogni principio, e di ogni vita dal suo Spirito principiata: e questo è oro.

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Le avevo già precisato che gli scritti non sono frutto di scrittura medianica o trance.

Non sono altro che il risultato dall’influsso della Vita della quale anche Swedemborg fu vita naturale ed è spirito della vita soprannaturale.

In questo senso, se posso confermarle l’influsso culturale e spirituale di Swedemborg (leggendo ” Cielo e Inferno”) non ho modo né prova per confermare, né smentire, quello spiritico. A dirla con Lubrano, al punto si pone ovvia la domanda: se ciò che è alla conoscenza della mia coscienza, è influsso della vita di questo stato di vita, per tutti i concetti che solamente dopo averli scritti ho scoperto che facevano parte della mia conoscenza, quale stato della vita mi ha dato la conoscenza di ciò che non avevo coscienza di sapere prima di scriverli? Per via medianica la Cesira mi aveva detto che ero molto intelligente, ma, si sa, ogni scaraffone è bello a mamma sua!

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Molti anni fa andai a perorare la causa di una Comunità per Tossicodipendenti che un Borgo di Verona non voleva inserita nel suo contesto.

Quando mi fu data la parola iniziai l’intervento dicendo: ” vi parlerò di vita e di sangue “. Non mi piacque il tono baroccoso di quell’introduzione. Mi parve spropositato. Ricordo che lo pensai, dopodiché, buio.

Al cinema, le è mai capitato di vedere, prima lo schermo nero, poi un ” occhio ” che allargandosi rivela una immagine? Ecco, successe così che ripresi a vedere dove stavo, con chi stavo e a sentire cosa stavo dicendo. Mi resi conto della situazione di non coscienza, non perché mi accorsi che mi stava mancando, ma perché ripresi a vedere quello che, probabilmente, era l’ultima cosa che avevo visto: un viso di fronte a me. A ” risvegliarmi “, fu il pss – pss di un relatore che, o si era stufato del mio intervento o temeva che il tempo del mio, togliesse tempo al suo. Evidentemente, la mia relazione non fu breve. Uno psichiatra (dr. Alessandro B.) che era li per analoghi motivi, commentò il mio intervento, dicendo: Hai detto quello che io non ho potuto dire. Di quello che, evidentemente ho detto, non so assolutamente nulla, ma, se intervento vi è stato, se non da me perché non ne ho coscienza, da chi? Se questo è ” trance ” questo è stato l’unico caso che ho subito. Dico subito perché non ho fatto e detto assolutamente nulla per raggiungere quello stato.

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Sul fondo di una tazza nella quale avevo bevuto un caffé, si evidenziò l’immagine di un anziano con la testa china.

Schiena contro schiena, a mo’ di fratelli siamesi, c’era l’immagine di una entità caprina (con tanto di corna) anche questa a testa china.

Da come la polvere del caffè aveva disegnato ambedue le figure, si capiva che stavano a capo chino come sta il capo di chi ascolta o un giudizio interiore o un giudizio superiore. Quelle due immagini, molto meste, davano l’idea di essere avvinte al punto da essere reciprocamente impotenziate. Quella testa si rivelò altre due volte in una macchia d’inchiostro: una volta spandendolo casualmente, ed un’altra volta firmando una lettera. Nel primo caso l’anziano mi apparve all’interno di una figura a testa di leone: firmando la lettera invece era da sola. Dato il nominativo dell’associazione (tramite un medium, il segno mi pervenne per scrittura automatica) l’immagine dell’anziano potrebbe anche essere quella di Paolo, l’apostolo. D’altra parte, se con ” per Damasco “, si intende anche la via che si deve percorrere per giungere ad una rivelazione, allora, non è necessariamente detto che quella figura sia di Paolo; può anche essere quella di un qualsiasi filosofo che cerca se stesso e/o i suoi principi. Come so che era un filosofo dal momento che c’è ne saranno stati anche senza barba e con capelli e ci saranno stati anziani con barba e senza capelli ma che non erano filosofi? Infatti. non lo so. Lo penso perché l’immagine me ne ha suggerito l’idea. Quel anziano (che dimostrava circa una settantina d’anni) aveva un naso, che più rincagnato di così, non ne ho mai visto uno di eguale. Una volta recepita l’immagine e accantonato l’idea di fotografarla, ho lavato la tazza.

ps. A dire il vero, una somiglianza storica con l’Apostolo l’avrei anche, infatti, ambedue abbiamo iniziato a capire la vita dopo aver incontrato lo spirito che corrispondeva alla vita che cercavamo.

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Conoscere l’Immagine è impossibile. Conoscere la nostra, indispensabile.

Allo scopo di collocare il nostro spirito nello stato della Vita (immagine della Natura della Cultura del Principio della forza dello Spirito sia nel Supremo che nell’ultimo ) per essere a Somiglianza della vita originante, la vita originata non può non sapere la sua Immagine.

Il trinitario cammino verso il Principio della vita (quello naturale o il soprannaturale) è avvio alla coscienza di ciò che è alla conoscenza del piano di vita nel quale si va (o si viene) alla luce. La conoscenza di ciò che è alla coscienza dice lo stato di somiglianza fra l’immagine umana e quella del Principio. Limitare e/o condizionare la conoscenza di ciò che è alla coscienza è, dunque, limitare e/o condizionare il rapporto di corrispondenza fra la vita del Principio e quella della Somiglianza. Nell’ostacolare il rapporto di corrispondenza fra l’Immagine del Principio (e dei suoi stati, i principi) e ciò che è a loro Somiglianza (la vita umana e i suoi principi) si limita alla nostra vita, la facoltà di porsi con giusto spirito presso l’Origine.

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Anche a me è successo di udire voci e vedere luci

Una volta (lo sentii nella testa) una voce d’uomo mi disse: scrivi. Era di pomeriggio, stavo passeggiando in piazza Bra. Un’altra volta, una voce di donna, cantata, sonora, bellissima (sempre nella testa) mi disse: buongiorno! Più o meno era mezzanotte.

Sempre nella testa, una voce da ” rana ” mi disse: Ti fa piacere? In quel momento stavo sentendo del solletico fra i glutei. Un’altra volta nella testa sentii dei passi. Erano passi pesanti, forti, determinati, sicuri. Ad un certo punto non li sentii più. Non li sentii più perché cessai di udirli, o perché chi camminava era giunto alla meta? Dal momento che li sentivo nella testa e che la testa è il luogo naturale del pensiero, cessarono perché erano giunti fra i miei pensieri? E’ ben vero che chi mi disse scrivi non mi disse di farlo subito, così come un augurio di buongiorno non è meno valido se detto a mezzanotte ma, perché fuori contesto? Perché chi mi disse buongiorno era alla luce? Perché non in grado di vedere il nostro buio? E perché l’imperativo scrivi quando non ero in gradi di farlo? Perché richiesta non legata al momento ma ad una esigenza che non tiene conto del come e del quando? (A proposito di come e quando, questo e altri corsivi) sono correzioni dell’Ottobre 2015)  Quando chiudo gli occhi e guardo in avanti come se li avessi aperti, vedo dei punti luminosi. Qualche volta solamente uno, più o meno forte.Qualche volta più punti. In qualche caso hanno formato delle visioni: a triangolo con la punta in giù. Non so bene perché ma in quel caso mi lasciarono dentro una pessima emozione. Qualche volta i punti si muovevano per la zona nera dell’occhio chiuso, qualche volta si accendevano e si spegnavano. Più volte, mi capitò di sentire una stanchezza improvvisa: tanto da avere il bisogno di riposare. Durante il riposo, vedevo, sempre guardando in avanti ad occhi chiusi, un tondo in oro con all’interno dell’azzurro: pulsava. Dall’altra parte di quello che io vedevo mi pareva ci fossero delle presenze, in ogni caso, ” sapevo ” che c’erano. Ero fortemente attratto da quella visione. Mi capitò di arrabbiarmi perché, non rivelandosi con chiarezza, mi escludeva la possibilità di sapere. Il fatto che mi arrabbiai mi fece capire che non ero pronto ad accogliere solamente ciò che mi veniva dato di vedere e, dunque, sapere. Non dubito che si possa anche interpretare quella manifestazione come una qualche disfunzione oculistica ma, perché era preceduta da una debolezza e perché (la visione durava, forse 10/15 minuti) quando mi alzavo dal divano ero riposato come neanche dopo otto ore di sonno? Qualche volta ancora, sempre ad occhi chiusi, mi capita di vedere delle ” nuvolette ” bianche (qualche volta azzurre) che passano sulla mia vista come se fossero un cielo.

Una volta, mi resi conto dopo, che ero nel dormiveglia, mi sembrò di avere il faro di una macchina puntato sugli occhi: sul destro più che sul sinistro. Pensai di essere capitato in mezzo ad una strada. Quella luce e l’inspiegabilità del fatto mi sorprese così tanto che mi svegliai di soprassalto. Mi capitò di vedere, all’interno della fronte come se fosse uno schermo, dei volti imperturbabili: in bianco e nero, trasparenti, bellissimi. Qualche volta, invece, i visi avevano tratti più ” umani ” ma non per questo piacevoli a vedersi come gli altri: mi lasciarono dentro della paura. Una volta (sempre all’interno della fronte) vidi un gruppo di figure: giovani. Le vidi dal torso in su. Fui colpito dal fatto che avevano le orecchie a punta come quelle del dottor Spok. In alcun modo avrei potuto saperlo ma sentivo che il giovane davanti a tutti era il mio amico. Per quanto naturalmente belle, l’insieme non mi piacque e, rifiutai la visione. Un’altra volta vidi il mio amico. Lo vidi dentro la cassa come se fossi stato (dalla parte dei piedi) ad una certa distanza. L’immagine era a colori: bellissimi. Era scomposto. In effetti, non si era fermato tranquillo. Anche senza quella visione, sapevo già che il sonno l’aveva vinto ma non convinto. Una sola volta, sempre all’interno della fronte, vidi il viso di Cristo. L’immagine era in bianco e nero: quella classica dei santini. Provai paura. Non perché l’immagine facesse paura, ma perché mi sentii come un poveraccio che, senza sapere come, anziché a casa sua si sia ritrovato nel bellissimo e ricchissimo appartamento di un altro. Siccome c’è la mania di dirsi ” Signore, non sono degno ” (come se si potesse veramente sapere chi lo è o no o se lo siamo o meno agli occhi della vita ) mi ritrassi da quell’immagine. Che deficiente! Era così bella. Mi sorrideva. Nonostante mi ponessi in aspettativa, non mi riapparve. Una notte di marzo, seduto sulle panchine della stazione stavo pensando a me, ai miei scritti, a cosa farne, come e perché farli conoscere, se è quanto era giusto farlo, ecc. Sopra i tetti delle case di fronte ad un certo punto ci fu una traccia luminosa, brevissima. Una stella cadente di marzo? Pensai di più, ad uno di quei barattoli che mandiamo su e che ogni tanto vengono giù. Ma perché in coincidenza con i miei pensieri? Solamente caso? Comunque sia, da quel ” caso ” trassi questa lezione: più si penetra velocemente nella vita e più ci si consuma velocemente. Morale della storia: se la mia opera non si afferma ” velocemente ” è perché la Vita mi difende, non perché mi limita. Una volta sognai che stavo scaricando dei tubi da un camion.

Non so dire se fu perché caddi o perché scesi, tanto il cambio immagine fu repentino, ma mi ritrovai seduto in quello che mi parve un mucchio di neve. Davanti a me un palazzo bellissimo. Occupava tutto il mio orizzonte visivo. Sembrava di ghiaccio o di cristallo. Non c’era nessuno ( solo silenzio ) eppure sentivo, che, o c’era della vita oltre le sue finestre, o che era lui ad essere vivo. Lo guardavo ma nel contempo sentivo che, o mi si guardava o che era lui che mi guardava. Non so perché ma ero diviso tra la voglia di stare sempre li (o perlomeno di avere più tempo per stare li) e la fretta di tornare perché sentivo che non c’era tempo ( o che non era il tempo ) per fermarmi in quel posto. Alla mia sinistra, come da dietro un muretto, vidi uscire Cesira, mia madre. Era vestita di nero. Non sembrava contenta. Mi sembrò che mi guardasse severamente, oppure che guardasse, intimorita, o me, o qualcosa o in me o vicino a me che io non vedevo. L’inevitabile paragone fra il Palazzo e questo ” condominio ” certamente non mi allietò la giornata. Ritrovare il ” mio ” spirito (la persona che ho amato) a me esaltò la vita: con la sua, infatti, se n’era pressoché andata anche la mia. Ma più che esaltazione spirituale o spiritica di tipo medianico, molto più semplicemente fu la gioia (in certi momenti anche felicità) di chi ritrova l’amore che credeva perso. Non le so descrivere il calore che qualche volta sentivo nel petto, la dove si era collocato secondo quanto mi disse attraverso una trance del medium. Fu una felicità che non durò molto. Lentamente (non mi sembrava possibile!) e sempre più perplesso cominciai a capire che si serviva del mio essere, non per stare presso il mio, ma per avermi al suo servizio: così, come mi invitava a farlo quand’era in vita, cominciai a ” scendere dal figaro “. Non mi era mai successo prima della mia esperienza nello spiritismo, ma, da qualche tempo, ponendo le mani, si risolvono o si alleviano dei dolori. Dopo, però, (non sempre ma in genere se il contatto è con una donna) capita che mi ritrovo caricato di emozioni negative e/o indebolito. Perché? Perché è mia l’energia che do? Perché sono tramite di una energia (di uno spirito) sufficiente sì a togliere il dolore ma non a guarire? Ciò significa che sono tramite di una energia debole? Una che vorrebbe ma non può? Può essere che, comunicando energia divento il ponte attraverso il quale lo stato del dolente, passando attraverso me, altera il mio? A fine di bene sono anche disponibile a caricarmi delle tensioni altrui, ma, mi sono chiesto, e se (nel mio come in altri forse più probanti casi) il vero fine della forza della vita di origine spiritica non fosse quello di fare del bene fine a se stesso, ma di usare il bene allo scopo di ampliare le fede negli spiriti e, conseguentemente, deviare la fede nella vita, dallo Spirito della vita (il terso stato dell’immagine) agli spiriti a quello somigliante?

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La sincerità come vincolo

Non so mentire, non perché non ne abbia la capacità o (al caso) non ne veda gli interessi ma perché trovo estremamente comodo essere sinceri: vuoi perché non ho molta memoria, vuoi perché mi è consono farlo, vuoi perché è più riposante dire ciò che è o tacere, vuoi perché non mi piace perdere la faccia.

Data l’attitudine, non mi risultò chiaro perché, in un incontro medianico con “Francesco”, quell’entità mi raccomandò di fare ciò che comunemente faccio. Quello spirito, non precisò quale verità avrei dovuto dire, cioè, quella mia o quella del soprannaturale che mano a mano andavo scoprendo, così, giusto per semplificare le cose, le dico tutte e due.

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Incontro avvicinato di alterno tipo

Qualche tempo fa, entrando nella stanza da letto che era al buio, mi successe di vedere una luce verticale di colore ametista. La luce era a filo: sembrava una riga di quelle al neon. Illuminata dalla luce scorsi lo stampo di una figura che direi araba perché portava quel velo cinto da cordicelle con nodi.

L’avrei detta non più del metro e settanta. Era vestita con tunica e mantello. Non so come faccio ad affermarlo visto che nell’insieme era una macchia nera, tuttavia, ho sentito che era così. Mi è capitato di vedere quelle “presenze” in varie occasioni, ma sempre di giorno. Qualche volta anche sul lavoro, in cucina ed in cantina, e qualche volta lungo l’Adige. Se lo sguardo non passa oltre loro, evidentemente, hanno corpo. Lo so che è azzardato sostenerlo, ma quell’ombra (vicino al comodino sul quale avevo posato la Bibbia) aveva una mano posata sul libro. Non saprei dire se quella luce (alla destra e poco dietro le spala destra) sorgesse dal libro o vi cadesse. Il letto mi impediva di vedere se toccata il pavimento, però, giungeva al soffitto. L’apparizione durò un battito di ciglia. Non l’ho mai letta simbolicamente parlando. Troppe le ipotesi, complesse, e auto esaltanti: aborro l’esaltazione. Prima o poi capirò. (Ho narrato meglio quest’esperienza nel Luglio 2017. Un trenta e passa anni dopo, ma tutt’ora chiarissima.)

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Reincarnazione

Nella serata nella quale mi fu raccomandato ” di dire sempre la verità ” ma non precisato se quella relativa a me o quella che andavo percependo, con l’entità Francesco introducemmo il discorso sulla reincarnazione.

Alle nostre domande (verbali le nostre domande e le sue risposte per scrittura automatica) lo spirito ci rispose che ” non era una cosa semplice da spiegare “. Del medium disse che in una vita precedente era stato ” uno del deserto “. Forse è per questo che qualche volta lo chiamava ” caro el me moro “. Di un amico del medium disse che era ” unico “. Di me, che, prevalentemente, fui mistico. Disse anche che sarei stato sotto l’influsso di uno spirito del quale “non era autorizzato a dirmi il nome”. Non insistetti nel voler sapere chi fosse quello spirito ma pensando a S. Paolo (avevo letto le sue ” Lettere ” qualche tempo prima) un po’ per celia gli chiesi di dirmi almeno se era un ariete come me. Non capimmo se seriamente o no, ma, piccato, quello spirito mi disse: questo non te lo dirò mai! Dopodichè, si firmò e ci piantò li.

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Fra Spirito e spirito

Ciò che condiziona la vita dello Spirito presso la nostra, non è la sua condizione ma la condizione del nostro spirito. Presso di noi, l’influsso della Sua forza dipende dalla condizione della corrispondenza fra la forza della nostra vita e la Sua.

Di fatto, come più si corrisponde a noi stessi e più siamo certi di noi (e dunque forti), così, più corrispondiamo con lo Spirito (con la forza della Vita) è più quella vita rende più certa (e dunque più forte) la nostra. Poiché lo spirito della nostra vita è il veicolo che ci collega con la forza della Vita, ne consegue che il nostro spirito è una forza che non dipende (ne può dipendere per essere forza certa) da veicoli (spiriti) estranei al se personale. A proposito del se, Maometto ebbe a dire: “chi conosce il proprio se, conosce il proprio Signore”. Qualsiasi sia un sé e il signore, grandemente vero.

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La libertà, è massima qualità dello Spirito. L’unica condizione che lo Spirito pone è la vita.

La vita (Natura nella propria Cultura) è piena della forza dello Spirito in ragione dello stato di coscienza (luogo di tutto ciò che è alla conoscenza) di quella realtà.

Tanto più una coscienza conosce la vita dello Spirito e tanto più in ragione del suo spirito, è piena di quella forza. Alla luce della Natura (la forza) della Cultura (la vita) dello Spirito, certamente, ameno ché non voglia, uno spirito non può non verificare la propria. Questo momento di giudizio, se da un lato può essere doloroso perché senza dubbi, dall’altro è misericordioso perché non l’Immagine giudica la Cultura della Somiglianza, ma, la Somiglianza, secondo lo stato della coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, si giudica alla luce della Cultura dell’Immagine.

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Sul caffè… corretto

Dal momento che l’immagine nella tazza del caffè che le dicevo in uno scritto precedente, è una manifestazione sul piano naturale, evidentemente, essa segna il ritorno su questo piano della forza che l’ha originata.

Dal momento che quello spirito era a capo chino, come sta chino anche il capo di un dolente, necessariamente, è una entità anche dolente quella che è tornata.  Se lo è, allora, necessariamente, è una entità separata dal Principio della Vita, tanto quanto è dolente. Se è lontana dal Principio della Vita, allora ciò significa che gli è avversa? Certamente no. Se è volta alla ricerca del Bene, per quanto lontana dal quel Principio, secondo lo stato del proprio stato è comunque figura di bene. Possiamo dire che una figura è di male solamente se sappiamo con certezza che si è collocata in quello stato, ma, con certezza, sa solo la Vita.

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Gatta ci cova!

Non saprei dire se a sfavore del bene, per cui è il bene che me lo segnala, o a sfavore del male, per cui il segnale è dello stato contrapposto al bene, (tanto quanto è contrapposto) ma quando sto per incontrare personalità tossicodipendenti (o anche di male nel senso di errore) da parecchio tempo sento una pressione sulla scapola destra; proprio dove, nella tazza, il caffé residuo aveva disegnato, sulla scapola dell’anziano, il torso della figura caprina.

E’ una pressione più o meno forte: la direi anche più o meno imperiosa. In alcuni casi fu anche molto imperiosa. La sento anche in questo momento: è una pressione che va e viene. Se fossi tossicodipendente da droga, direi che è la ” scimmia”. Se ciò che è posato nella mia scapola (scapola che è nella schiena e schiena che è anche detta ” vita “) è a somiglianza di quella nell’immagine dell’anziano, evidentemente, nella mia scapola è collocato del male analogo a quello che visse (o con il quale visse) quell’anziano, ma, quale male? Dal momento che non sono un tossicodipendente da “droga” ma al caso lo sono della mia sessualità (droga quando fissa il mio arbitrio) ne consegue che anche quella figura ebbe un analogo stato di dipendenza?

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Un’altra correzione nel caffé

Qualche tempo fa, sempre nella tazza del caffé, i residui della polvere composero due cuori. Uno più grande dell’altro. La parte destra del più piccolo stava sopra l’altro. Nel più piccolo, nella curva che si congiunge in basso, sulla punta si era disegnato il profilo di un volto di un quarantenne senza capelli e senza barba.

Avrebbe anche potuto essere l’immagine di qualsiasi volto ma il naso, inconfondibile, era quello dell’Anziano. A mio parere, il significato del messaggio è questo: il cuore è vita. Più si è collocati nel cuore della Vita (nell’immagine, il cuore più grande) più si è nel Principio della Vita. Poiché al Principio della Vita il cuore è giovane, più ci si avvicina al cuore della Vita più quella vita ci colloca nella sua giovinezza. Essendo forza, la giovinezza, ne consegue che più si è collocati nel Principio della Vita, più lo Spirito ci rende giovani, perché, nella sua vita, forti. Dal momento che il cuore è il simbolo dell’amore, più si è collocati vicino al cuore della vita più si è collocati nell’amore della Vita. Naturalmente, si è collocati nel cuore della Vita tanto quanto la si ama.

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Non in ordine di tempo e di accaduto ma come la ricordo, le descrivo l’esperienza medianica di qualche anno.

Per semplificare la stesura dei fatti li dirò al passato perché nel passato ne stanno la maggior parte. Puntando la penna, facevo il possibile perché la forza della mano sino all’avambraccio fosse neutra. Ne usavo quel tanto che bastava per reggere la penna onde permettere alla traccia di essere visibile.

Nel suo girare, la penna tracciava ora parole di controversa lettura, ora dei ghirigori, dei profili di volti, o immagini di personalità bestiali (sorta di incroci fra teste di cane e quella di scimmia) in un paio di casi, la testa di un leone e, qualche volta, l’immagine di un cane (il Tobj, un molosso nero di amici miei che era mancato per cimurro) più dell’altro che non sempre riuscivo ad identificare. In un paio di volte la penna tracciò il Tobj con in bocca un passero che aveva preso su un prato. Fra le immagini ( profili di immagini ) ci fu anche Francesco (lo zio del medium) Colly, uno spirito bambino e un po’ discolo che divertendosi a mettere le dita nelle mie orecchie non la smetteva mai di procurarmi un fastidioso solletico. Pur volendo corrispondere con me ma non tramite me (non ho la facoltà della scrittura medianica) in qualche caso, c’è stato Robert Kaufman: pensatore svizzero (mi pare di Brema, o di Berna non ricordo) vissuto ai tempi della Rivoluzione francese. Kaufman una volta si disegnò: viso piccolo e ovale. Indossava un colletto rotondo, a pieghe inamidate: credo lo si dica “alla Medici”. Fu di Kaufman, lo spirito che prima di essere sovrapposto da altri mi avvertì, “di stare attento perché c’era molta negatività”. Non precisò se dentro di me o presso di me. Se l’avesse fatto, certamente avrebbe condizionato il mio agire. Il non averlo fatto mi fa pensare bene di lui. Di Kaufman, lo spirito di Cesira disse: “Gira da queste parti un tipo stranissimo”. Kaufman aveva una scrittura a ” penna d’oca” bellissima. Mi si rivolgeva scrivendo “Illustre collega”. Io, che non capivo proprio dove stava il mio illustramento, ne dati i miei approssimativi studi dove potevo essergli collega, per quanto compiaciuto ne ero anche imbarazzato. Era una personalità spiritica timidissima. Dei suoi scritti disse ” che non si era conservato più nulla di importante “.

Cesira, fu mia madre adottiva ma a parte per il naturale per tutti gli altri aspetti fu mia madre. Cesira si complimentava con me per la mia intelligenza: anche in questo caso, proprio non ne capivo il motivo. Cesira era preoccupata perché continuavo a frequentare delle “zone scure”; non perché con poca luce come inizialmente ho pensato ma perché coscienze con poca luce come poi ho capito. I primi tempi subii la sua preoccupazione ma poi tornai alla mia volontà; non c’era solo bisogno di piacere in quelle zone ma anche bisogno di capire, così, la mia ricerca del piacere, sia nel riceverne che nel dare, è stato tramite sia del capire che del far capire. Naturalmente, per quello che ho saputo e/o potuto. Fra i miei corrispondenti vi fu anche Giovanni della Croce: un carattere spiritico molto forte (sempreché sia stato lui) e con il quale non corrisposi più di tanto perché i suoi modi mi risultarono. Vi furono delle personalità tossicodipendenti; anche in quello stato erano restii ad ammettere la loro tossicodipendenza. Ci sono state delle presenze che riconobbi negative (o che avevano della negatività) anche se di immagine non mi apparvero bestiali perché non solo alteravano il mio stato d’animo ma non erano volte verso le tre croci che pongo in cima al foglio quando inizio una comunicazione. Altre invece, fra le non bestiali e le non negative, le avvertivo come positive vuoi perché non alteravano il mio stato emozionale, vuoi perché guardavano il segno trinitario. In genere, guardavo il messaggio solo quando la penna usciva dal foglio. Lo facevo per evitare il rischio di influenzarmi. Più di una volta mi capitò di sentire che con la penna non toccavo la carta. Aprendo gli occhi, mi accorgevo che stavo ” scrivendo ” per aria. In quei momenti, il braccio non solo era leggerissimo, ma lo era al punto da elevarsi per moto proprio. Dopo quelle esperienze di levitazione, per quanto di ” relativa ” importanza, capisco benissimo i voli di Giovanni della Croce, di Teresa d’Avila e di altri. Scendere da quei voli non è affatto piacevole. Non è solo una questione di forza, quella che si sente, ma anche questione di un equilibrio che non so definire diversamente da massimo benessere, beatitudine. Mi creda, se anziché il braccio, tutto me stesso fosse stato riempito di quella forza, pur di non scendere, nonostante quello che costano gli imbianchini, anche con le unghie starei ancora aggrappato al soffitto.

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Contatti

Sull’esempio della ” planchette ” (credo si scriva cosi) provai a scrivere delle domande e a metterci sotto un si ed un no come possibili risposte. La penna andava qualche volta precisamente o sul si o sul no; qualche volta o verso il si o verso il no, ma, o prima o dopo il si o il no.

Non possedendo la facoltà di rapportarmi attraverso la scrittura medianica, potevo valutare la “precisione” della risposta (oltreché dal genere di emozioni che sentivo) anche in ragione di dove si era diretto il segno. Se la traccia passava fra la consonante e la vocale (ad esempio: s/i) la risposta poteva essere attendibile ma, siamo sempre li, per quali concetti? Per i nostri o per quelli dello spirito comunicante? Pensa che ti ripensa giunsi a tre considerazioni:

* se la traccia passa fra vocale e consonante la risposta si basa sulla corrispondenza di concetti fra il piano umano e quello degli spiriti;

*  se la traccia verso la risposta era prima del si o del no (se prima è più vicina allo scrivente e dunque più bassa, cioè, più corrispondente al nostro piano esistenziale) i concetti appartengono alla nostra cultura;

* se è dopo (e dunque più lontana dal tramite e dunque elevata verso gli stati superiori) i concetti culturali espressi nella corrispondenza medianica appartengono allo stato spiritico.

Al termine di questa lettera porrò la seguente domanda: le ipotesi a,b,c, sono vere, verosimili, false?

Sempre che ci sia risposta, se la traccia si fermerà sul ” verosimile ” stiamo comunque attenti; non solo perché ciò che è vero al simile non si sa quanto è falso al simile ma anche perché una risposta è uno stato culturale che può contenere diversi stati culturali: tanti, perlomeno quanto la traccia si colloca vicina o lontana al si o al no. La penna aveva una sua volontà anche quando non ponevo domande: bastava che allentassi la mia. In genere, i segni che mi pervengono, consistono in immagini: interpretando le immagini ho il messaggio. A proposito delle tre croci contornate da un cerchio che metto sul foglio all’inizio della comunicazione, vi furono messaggi che segnavano (confermando e/o negando in ragione dell’insieme della comunicazione) o la prima croce ( il Padre: Cultura della Vita) o la seconda (il Figlio: Cultura della vita del Padre) o la terza, lo Spirito: principio della forza della Cultura della vita originata dal Padre e comunicata dal Figlio per la vita data dallo Spirito. Il più delle volte capitò che la penna passasse sopra la seconda croce: quella del Figlio. Ricordo una sola volta su quella del Padre e, mi pare anche una sola volta su quella dello Spirito. Un’altra volta passò su tutte e tre. Succedeva anche che la penna passasse al di sopra delle tre croci e qualche volta al di sotto. Nel primo caso traevo la conclusione che lo spirito comunicante fosse, o in una posizione di superiorità spirituale (non saprei dire se rispetto al simbolo e/o rispetto alla mia spiritualità e/o rispetto ad ambo i valori) oppure in una posizione di superbia verso il simbolo e/o verso la mia spiritualità: superbia che può essere disprezzo, noncuranza, sfida o quando altro di negativo. E’ anche vero che la traccia sotto il segno trinitario può significare un grado di dipendenza spirituale verso la Trinità; ma il porsi vicino è comunque giudizio sullo stato di vicinanza fra uno spirito e lo Spirito. In una delle ultime risposte che ho ricevuto, la traccia della penna è passata sotto il Padre, attraverso il Figlio e sopra lo Spirito. Ne ho dedotto questo: La vita del Padre nella Cultura del Figlio eleva lo Spirito.

 ps. nessuna risposta alla domande con asterisco.

asterisco

Parlando della ” Pedagogia ” fra conoscenti, alla fine delle mie conclusioni puntai la penna.

La penna tracciò le immagini di due ” bestie “: la più piccola stava sopra la più grande. La più piccola aveva la lingua in fuori a mo’ di sberleffo. Ne trassi due conclusioni: o mi beffeggiava perché indispettita dal fatto che avendo detto del giusto avevo ” fregato ” gli influssi del male (o dell’errore) di cui era immagine, oppure mi faceva capire di avermela fatta, cioè, di avermi fatto dire ciò che voleva quello spirito, non quello che voleva il mio: il che è come dire che aveva fregato me.

Mi viene alla mente anche una terza considerazione; dal momento che quello spirito sa, che non so quali delle due ipotesi sia vera, lo scopo della comunicazione non è stato quello di dare la sua spiegazione  sa che ci crederei con molta riserva) ma è stato quello di seminare dubbi; il che, è come dire che con una minima spesa ha tentato di avere il massimo guadagno. Per quanto riguarda me gli è andata buca e per quanto riguarda gli altri (dando le spiegazioni che sto dando a lei) credo di avere vanificato il tentativo: prova ne sia il fatto, che nonostante avessi puntato ancora la penna, non c’è più stata nessuna comunicazione. Lo so che si può dubitare di chi dice di avere questo tipo di possibilità (la corrispondenza con gli spiriti) ma siccome non intendo fare nessun tipo di mercato, ne porvi la mia affermazione personale, che mi si creda o no, per quanto mi riguarda, è irrilevante.

asterisco

Dubbi

Non la realtà dei miei rapporti medianici non è vera, ma il tipo di contatto (almeno quello mio) non rende possibile distinguere ciò che è vero dal falso (o verosimile sia al vero che al falso) vuoi perché non si conosce, ne si può verificare lo stato spirituale della realtà spiritica che comunica la risposta, vuoi perché lo stato di coscienza di ciò che è alla conoscenza di una realtà spiritica che comunica attraverso il nostro spirito è molto più ampio del nostro.

Faccia il caso che i miei dialoghi medianici siano come quelli fra un adulto e un bambino. Va da sé che anche a fronte di una domanda semplice, gli stati culturali di realtà diverse fra loro, pressoché mai, raggiungono una comune intesa sui concetti espressi e sui loro valori. Di conseguenza, se una data domanda comprende una valutazione su ciò che è bianco, su quali concetti di colore verterà la risposta? Sui nostri o su quelli della forza in rapporto con la nostra e, che a sua volta, secondo il proprio stato di vita, è in rapporto con la Vita? Una sera di agosto ci fu un fortissimo temporale. Al mio rientro, sulla scrivania che avevo sotto la finestra trovai pressoché inzuppato anche l’articolo di un giornale: trattava dei “delitti dell’autostrada”. Volevo buttarlo via, invece ho seguito l’impulso di non farlo. Una volta asciutto l’ho aprii per vedere se era ancora leggibile. L’inchiostro aveva composto un’insieme di immagini. All’interno della testa di una fiera (un leone) si evidenziavano, più chiare di altre, spettatrici del fatto, tre immagini di bestie. La più grande aveva sulla schiena una più piccola. A fronte, un’altra bestia: più piccola di quella più grande, ma più grande di quella più piccola. Le une poste di fronte all’altra, si fronteggiavano minacciandosi a vicenda. Non ricordo chi sia stato a dire “urla e stridore di denti” o qualcosa del genere, fatto sta, se avessi udito quelle immagini, quello avrei sentito.

 (Luglio 2017 – Conservo ancora quel giornale fra le mie carte. Non l’ho più aperto, però, così, non so se si potrà vedere ancora quello che avevo visto. Tanto meno per dei futuri lettori. Morto me, infatti, chissà dove andranno a finire.)

Il messaggio era evidentemente spiritico, ma non altrettanto evidente era il significato, come al solito, in quei casi (perlomeno quelli destinati a me) di plurima lettura. Se delle immagini di male si fronteggiavano, minacciandosi in quel modo, evidentemente non erano complici di bestialità in un dato male. Perché e, per quale motivo? Può essere che degli stati di male si oppongano a degli altri dello stesso stato? A quale scopo? Per impedire che accada del male? Sembrerebbe contraddittorio col loro stato, ma se fosse così, per impedire che accada in quel dato momento, o per permettere che accada quando può essere più grave il momento e, dunque più male? Può essere che del male si opponga ad un altro a fine di bene, o quanto meno a fine di minor male? Le situazioni, che pongo a mo’ di domanda, succedono comunemente nel nostro piano, perché fanno parte del male di questa vita. Non sono poche le persone nel male che in più casi mi hanno difeso contro altre nello stesso stato. Forse perché, pur essendo su altra condizione culturale, non mi hanno sentito avverso alla loro condizione umana. Se ciò ha potuto essere su questo piano, può succedere lo stesso su quello spiritico? Che il male sia falsità non è una scoperta; può essere che quello spirito abbia millantato credito recitando a mio uso e consumo, una parte difensiva? E’ possibile. Quand’era in vita, a suo modo quello spirito mi voleva bene e, se proprio non era geloso, quantomeno era possessivo. Per quanto, debba, essere avverso a quello spirito, pure non ci riesco quanto dovrei: ovverosia, la Natura della mia Cultura (il sapere) ci riesce, ma non altrettanto la Cultura della mia Natura: il sentire. Presso quella vita, ho conosciuto cosa significa l’amore e l’amare sia naturalmente, culturalmente che spiritualmente, anche se, per quello che rispettivamente abbiamo saputo e/o potuto, ambedue abbiamo conosciuto l’amore e l’amare non perché siamo riusciti a vivere la pienezza di quegli stati, ma perché, capendo cosa impediva di viverli, abbiamo capito cosa li fa vivere.

asterisco

Amore e amorevolezza. Capii dal dopo la differenza.

Attraverso l’amico tramite, lo spirito dell’Amato mi ringraziò “per la mia amorevolezza “. A dirla tutta, ci stetti anche male! Mi sarei aspettato un ringraziamento per il mio amore, ma, aveva ragione lui, non era amore: lui l’ha capito prima, io l’ho capito dopo.

D’altra parte, dicendo amorevolezza anziché amore come mi sarei aspettato, mi ha comunicato la vera essenza del reciproco trasporto e dunque una verità. Se quello spirito è effettivamente nel male, cosa gli costava dirmi una pietosa bugia, cioè, ringraziarmi per il mio amore? Allora, perché ha detto una verità? Perché, almeno in quel caso, non poté mentire o perché non volle mentire? Se precisando la realtà di quel sentimento sapeva di ferirmi, lo fece per amore della malizia o per amore di verità? Se non lo fece per malizia, allora quello spirito, è anche capace di verità? Se lo è, allora ciò significa che se anche è stato nel male, tuttavia, almeno in quel caso seppe anche dissentire da quel volere e, dunque, seppe acconsentire a quello del bene? Ammesso e non concesso che lo possa sostenere, anche se lui è stato solamente il passivo strumento del mio discernimento sull’amore e sull’amare, pure, se lui non ci fosse stato, dell’amore e dell’amare io non ne sarei stato lo strumento attivo. Lo dico passivo, quello spirito, perché indurmi a capire non era certo sua intenzione. Se lo avesse fatto, avrebbe si, guadagnato una amicizia, ma avrebbe perso la possibilità di ottenere, amorosamente, ciò che al momento gli interessava di più: la sua ” roba “. D’altro canto, pur guadagnando una amicizia, anch’io avrei perso la mia ” roba “: il desiderio per la sua Natura. Non sopportavo di vedere che il suo desiderio per il male che lo faceva stare bene pur facendogli male (la droga) lo divideva dal mio desiderio di lui: nel bene e nel male, una ” droga ” con il quale tentavo non solo di ” farmi ” facendomi amare ma anche di distoglierlo dal suo male. Ma se lui sapeva anche fare a meno del mio bene, tuttavia, non sapeva fare a meno del suo, che, indubbiamente, trovava più facilmente presso il mio. Da buon scafato, lui sapeva navigare meglio di me nei marosi dati dalle false corrispondenze: invece, io affondavo, nel senso che, quasi sempre cedevo al do ut des che mi imponevano lui e la sua amante: l’eroina.

Non era certamente del bene la mia accondiscendenza ma, nei confronti di quella persona, “sapevo resistere a tutto fuorché a me stesso”. (O. W.) A dirla tutta, indipendentemente dal mio desiderio, non sempre la mascherina riusciva ad incantarmi ma, quasi sempre fui un giocatore incurante dei costi; non solo di quelli economici. Pur sapendo che il nostro capitale affettivo era sempre più povero e, gli schemi del gioco sempre più scontati, andavo sempre a vedere le sue carte. Più volte gli manifestai l’esigenza di porre chiarezza. Sull’esigenza della chiarezza in genere glissava. Una volta che non gli riuscì di farlo mi confessò: “l’equivoco è sempre stata la mia difesa!” Sarà anche stato perché gli volevo bene ma in quell’affermazione non vidi solamente chi si serve dell’equivoco per proteggersi dal male a costo di farsi e fare del male, ma vidi anche un essere così indifeso, da non aver altro (o da non essere capace di altro) se non la sua “roba” per difendersi da ciò che non sapeva affrontare se non da “fatto”. Almeno sino a quando era in vita non ho mai preso in considerazione l’idea che se si faceva e faceva del male era perché avrebbe potuto esservi diretto sia da se che dal male. Adesso ne ho più di qualche sospetto ma, nel dubbio… Se avesse messo chiarezza nel nostro rapporto, ammesso e concesso solo col senno del di poi che sarei stato pronto ad accettarla, (ciò avvenne, quando l’avanzare della sua malattia e la vicendevole amorosità che in qualche modo era spuntata dalla nostra storia insignificò la mutua “tossicodipendenza”) comunque la mia intenzione d’amore si sarebbe scontrata coll’impossibilità di raggiungerla. Al punto, comunque avrei capito l’amore e l’amare attraverso la fallacia dei miei intendimenti ma, avrei capito quanto ho capito giungendo con lui sino alla soglia fra uno stato della vita e inizio dell’altro? Comunque sia e, comunque possa essere interpretata questa storia, fra di noi c’è stata anche della verità.

asterisco

Domande, domande, domande.

In un altro momento di stanchezza, comunicai al mio amico la mia intenzione di interrompere il rapporto. Mi obiettò: Non puoi farlo: non hai finito il tuo compito.  Comunque sia stato l’onere del compito (verso il suo spirito fine a se stesso o verso la Vita attraverso la nostra) so (spiritualmente e spiritisticamente) perché ho portato a termine quel compito, o so (quanto non avrei mai immaginato di sapere) perché quel compito sta ancora proseguendo?

Se, come ti ho raccontato nello scritto precedente, uno spirito di male difende l’opera del mio spirito (i vari scritti) se ne dovrebbe trarre la conclusione che essi sono male. Fermo restando il fatto che nulla vuole se non la Vita (Spirito verso il quale mi riferisco per identificarmi) e che se atto difensivo vi fu, fu dunque permesso dalla Vita, cosa impedisce di pensare che sia stata una volontà di vita (cioè, di bene) anche infinitesima, a porre quello spirito a difesa della mia opera? Lo può impedire quello che, noi, sappiamo del bene e del male, ma, quello che noi sappiamo, dal momento che non la conosciamo sino dal Principio, cosa è, a fronte di quello che sa la Vita? Per quanto tanto, pressappoco niente. Una volta, quello spirito, (sempreché sia nel male è tutto da vedere in quale stato del Male) attraverso il medium mio amico mi si rivolse per scrittura medianica, dicendo: “Israele, aiuta il tuo popolo. ” Giacobbe fu nominato Israele da uno spirito. Io fui chiamato Israele da uno spirito. Giacobbe si alleò con la Vita. Prima di dirigermi verso la Vita, io sono stato alleato con una vita. Anche Giacobbe, prima dell’incontro con quello spirito fu alleato con della vita: quella del gruppo di cui era capo. Si può dire, allora, che sia Giacobbe che me (ognuno per il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato) siamo spiritualmente giunti ad allearsi con lo Spirito della Vita dopo essere stati alleati con della vita di questa. Se quello spirito ha difeso gli scritti, lo ha fatto perché possono aiutare il popolo, di cui, secondo lui, sarei Israele, ma, lo sarei di quello che sta nel bene o di quello che sta nel male, o sarei “Israele” del popolo che è Israele perché, nel bene e nel male, è alleato con la Vita? Elevando il pensiero verso il Principio, se un popolo è chiamato ” Israele” perché è alleato con la Vita, allora, sono “Israele” tutti i popoli che, con spirito dato lo Spirito, alleano la propria vita con la Vita? Prima di ogni nome, però, vi è la Vita dalla quale si originò ogni nome. In questo senso, tutti i popoli che in nome della vita si alleano con la Vita, indipendentemente dal nome, sono alleati con ciò che l’ha principiata: lo Spirito. Secondo queste considerazioni, chi mi chiedeva di aiutare quello spirito? La vita di un popolo (Israele) o quella del popolo della Vita: primo ed universale nome (Vita) di chi vive secondo il Suo nome?

asterisco

In questi giorni leggendo il “Fedro” di Platone, ho scoperto che ad avere un naso notevolmente rincagnato era Socrate.

Ne ricavo che, o sono sotto l’influsso di quel filosofo, o che sono sotto influsso di un filosofo che ha il naso rincagnato tanto quanto Socrate. Potrebbe anche essere vero, però, che posso essere sotto l’influsso di un Anziano che filosofeggia e che condivide con Socrate solamente la stessa forma di naso.

Ciò che nella vita (la biga) io dico Natura e Cultura, Socrate lo dice cavallo temperante e cavallo intemperante. Ciò che io dico ” arbitrio dato dallo Spirito ” (guida della vita) Socrate lo dice ” auriga “. Socrate non disprezzava la Natura, anzi, se ricordo bene, la diceva “fonte del ricordo della Bellezza e della Bontà che è presso il Nume”.  Come si può disprezzarla sapendola via della verità ( Cultura ) della forza della vita: lo Spirito? Secondo Socrate, la retta guida dell’auriga (dello Spirito) era data dalla temperanza e la temperanza si raggiunge, appunto, mediando fra forze contrapposte. Con questa intuizione, Socrate aveva presagito che l’Auriga (lo Spirito della vita dato da volontà contrapposte e, dunque, l’un l’altra temperanti) aveva una funzione paraclita, cioè, mediatrice. Con Platone sostengo non la temperanza per contrapposizione di volontà (quella del bene contro quella del male) ma la temperanza data da una relazione di stati che, lo Spirito, dato dalla reciproca corrispondenza, non può non mediare.

asterisco

Spiriticamente influito da Socrate?

Se è vero che sono sotto influsso dello spirito di Socrate, allora sono filosofo tanto quanto sono influito da quel filosofo, ma, dicendomi ” illustre collega “, Robert Kaufman si riferiva al mio filosofico spirito, o allo spirito di Socrate (che gli è certamente più collega) nel mio?

Se uno spirito riconosce uno spirito in quello di un altro, allora, ciò significa che tutte le identità conservano la vita di ciò che furono. Se conservano ciò che furono, allora, il rapporto fra Socrate, Kaufman e me, non è spirituale ma, appunto, spiritico. Se è spiritico, si ricordi che il mio rapporto con lo spirito di Socrate (e/o di Kaufman) è bene e vero tanto quanto è giusto. Chi può dire quanto è giusto? Con me, ovviamente, lo spirito di chi legge quanto sostengo. Come? Sentendo la propria emozione, cioè, lo stato del proprio spirito. Se è in pace (cessazione di ogni dissidio) necessariamente è nella verità tanto quanto è in pace. Sempre sul “Fedro”, detto da Socrate, leggo: “… i sacerdoti del tempio di Zeus a Dordona assicurano che le più antiche profezie sono venute da una quercia . “Non ricordo precisamente, ne quando e ne in che contesto ma parlando del mio amico l’entità “Francesco ” mi disse: “perché tu sei una quercia e lui è un ramo secco ? ” Se avesse detto il contrario non m’avrebbe fatto male tanto quanto. Se è vero che la definizione dello stato del mio amico mi preoccupò non poco, non di meno, anche la definizione del mio stato mi preoccupò. E’ indubbiamente bello sentirsi dire che si è una quercia perché una quercia è forte, grande, protettiva, ecc. ma per quanto grande, forte e protettiva, chi protegge la quercia? Il cielo, mi dissi! Ma se dal cielo scendono i raggi del sole, dal cielo cadono anche i fulmini! E, allora? Allora mi domandai: cosa c’è di più grande del cielo? Mi risposi: più grande del cielo, c’è soltanto la Vita. Così, solo confidando nella Vita, mi fu possibile di accettare l’idea di essere come una quercia.

asterisco

Sogni

Contrariamente a quanto avevo preventivato, verso le quindici ho preso il treno di ritorno. Sarà stato anche perché ho mangiato un gelato prima di andare a dormire, ma ho sognato di essere in un sito desertico. Stavo guardando tre figure vestite alla araba. Le sentivo nemiche.

Si stavano dando da fare per far crollare un mucchio di materiale su quello che mi pareva o una tenda, o una grotta. Ero distante da loro una cinquantina di metri. Commentavo quello che stavano facendo ad un qualcuno che era fuori dalla mia visuale. La parte che di me era come spettatrice, dal momento che non vedeva la persona che parlava, trasse la conclusione che il collegamento doveva avvenire per radio. Per radio ai tempi delle crociate?! (Chissà perché ho pensato alle crociate. Non c’era nessun riferimento a quelle, nel sogno.) All’improvviso, la parte di me fuori campo visivo non vide più la parte che era dentro. Anche la voce che proveniva da chi non vedevo si stava chiedendo dove era andato a finire il mio me che era nel campo. Ero balzato fra quelle figure. Mi vidi affrontarle in duello. Avevo una spada con la lama a mezzaluna. Con una sola mossa in verticale tagliai letteralmente in due un avversario. Misericordia, che botta, si disse la parte di me fuori campo. Credi, vedendo l’azione, venne anche a me l’istinto di far rientrare la testa nel collo, tanto mi immedesimai con quello che era stato colpito. Premesso il detto: ” Ne uccide più la lingua che la spada “, potrebbe conseguirne che la spada non solo è una lingua con la quale chi ” di parola ferisce di parola perisce ” ma è anche ciò che separa quello in cui penetra. Se la spada a mezzaluna è simbolo di quella Cultura e, se la spada è il simbolo di una lingua che divide ciò che è vero da ciò che non lo è, ciò significa che nella spiritualità araba ci sarà chi armato di quella lingua, separerà ciò che è bene da ciò che è male? Dopo aver girato la schiena ad un altro, senza voltarmi, lo tagliai per orizzontale, all’altezza del posto che i sarti dicono “giro di vita”. Anche in quella vita, evidentemente, ho separato qualcosa: Nella Cultura araba , la Cultura della Natura (il sentire) dalla Natura della Cultura, il sapere? Ero affascinato dalla capacità tecnica del mio me che duellava ma anche un po inorridito; soprattutto, dal fatto che nello scontro la capacità dei duellanti mi sembrò tanto impari da non essere un duello ma un macello, il che, non mi parve giusto; al risveglio dovetti darmene una spiegazione. In presenza del bene, nessun tipo di duellante del male si può dire pari al bene, perché, al Principio, mentre il bene presso il male è vita che da vita anche al male, il male presso il bene, è una non vita (non vita perché mancanza alla Vita) che non solo non da vita al bene ma neanche a se stesso.

Un movimento in verticale seguito da un movimento orizzontale è un segno a croce e, dunque, di croce. Siccome il segno di croce è stato fatto con una lama araba, se ne può concludere che uno Spirito lotterà contro ciò che da Cristo e Maometto in poi si è falsato nelle due religioni: la Cattolica (per il segno della croce) e la Mussulmana per il segno dato dalla forma “a mezzaluna” della spada? Per quale motivo se non può essere per separarle, dal momento che vita è corrispondenza di stati. Dato il segno e data la parola (la spada) per ricongiungerle all’unico Principio da cui sono sorte? A lama alzata sino all’altezza della fronte (nel segno della croce, nella posizione del Principio della Vita, il Padre) mi posizionai per affrontare un terzo avversario. Con mossa così rapida che non seppi evitare, quello lanciò un coltello che ferì al polso sinistro il me che duellava. Se la forza della Natura della mia Cultura di vita è stata ferita nella sua volontà (simbolizzata dal polso) evidentemente, essa non è stata di sufficiente spirito. Il coltello è un simbolo fallico. Ciò potrebbe significare che il piacere della mia Natura sessuale penetra la Cultura della mia vita ferendone la volontà? Per quanto conosco di me, questa possibilità è successa e non è detto che non si ripeta. D’altra parte io sono ciò che so per quello che sento (anche sessualmente) e, modificare la mia identità sessuale è anche modificare quella culturale. Nulla di male se quel particolare del sogno fosse un suggerimento ma, e se invece fosse un condizionamento? Piano, con i sogni! Per quanto ferito tanto da rendergli estremamente pericoloso il proseguo del duello, comunque tenendo la spada sollevata, la parte di me duellante resse il colpo che la fece solo vacillare e, a piedi ben piantati per terra, si fermò: in guardia. La parte di me fuori campo, non si sentì temere più di tanto per la vita della parte di me nel campo. Piuttosto, temette per il fatto che con il polso ferito (” il polso, in quanto dirige il lavoro manuale, è anche il simbolo dell’abilità umana”) non avrebbe potuto scrivere. Su questa preoccupazione, per un attimo, si sovrappose la faccia fortemente maligna del mio feritore e, mi sono svegliato.

asterisco

Salmi

Non sono in grado di affermare che il Salmo sia sufficiente tutela nelle situazioni negative legate allo spiritismo ma prima di puntare la penna, dico la prima quartina de “Il Signore è il mio pastore”.

D’altra parte, se fossi tutelato dal ” nemico” da delle realtà di bene (oltre il mio spirito) capirei sino in fondo ciò che è ” nemico “, ogni volta manco di discernimento perché protetto da quello altrui? In ogni caso, se nonostante la tutela che delego al Salmo, comunque ciò che mi è nemico penetra la mia proprietà (la mia vita) non è forse vero che l’atto di violenza sarà addebitato al giudizio dello spirito invasore? Allora, necessariamente, il Salmo è barriera efficace, in quanto, è limite che separa la volontà del mio spirito da ciò che non è del mio. In questo senso è linea di confine. Come tutti i confini, non può essere invaso, pena il giudizio sul sopruso che è in ogni invasione.  Così, se agli occhi della mia vita non posso dire che il Salmo mi tutela (come una porta non sempre è sufficiente a tutelarci dai ladri di proprietà) posso dire però, che lo è agli occhi della Vita.

asterisco

Presenze

La presenza di ciò che era stato un sacerdote disse che ero stato “provato”. Se per “provato” si intende affaticato da un peso, certamente fu pesante prova il peso del lutto che all’epoca stavo vivendo. Ma ” provato ” significa anche: “collaudato”, “sperimentato “.

Al caso, da chi fui collaudato e/o sperimentato? O, in funzione di chi o di cosa? Non ricordo se fu prima dell’affermazione o se nella stessa notte o in quelle subito seguenti, nel dormiveglia, mi sentii toccare, anche forte, sulla fronte. Sembrava che fosse stato fatto o con un dito (se lo era mi sembrò di osso) o, comunque sia, con un qualcosa di rigido. Subito dopo, sulla nuca, sentii come uno scappellotto: tra il distratto, l’affettuoso e la presa in giro. Hai mai dato uno scappellotto sulla nuca di un tuo amico quando, in una data occasione, si è comportato da sciocco o in maniera scherzosa o ti sta prendendo in giro? Ecco, l’emozione, che ricevetti da quella lieve sberla, fu anche di questo tipo. Non ricordo se sia di Swedemborg l’affermazione, ma mi pare che sulla nuca si ricevano le emozioni del male. Ne consegue che sulla fronte si ricevono quelle del bene? La manifestazione di quella notte, potrebbe essere stata sia una conferma del bene nella fronte che, sulla nuca, una spiritica derisione della mia aspettativa spirituale? Lo potrebbe.

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Compiti

Nello spiritismo succede che alla manifestazione di uno spirito soprannaturale ad uno naturale si accompagni un ” compito “Presso i carismatici “, al compito, si accompagnano anche dei ” doni “: quelli ” dello Spirito “. E’ successo anche a me. Può essere spiegazione il fatto che rivolgendoci alla Vita ne siamo influiti e, siccome la Vita è Forza, ecco che la nostra forza (il nostro spirito) è influito dal Suo tanto quanto vi si rivolge.

In ragione della forza con cui ci rivolgiamo a quella vita, quell’influsso, amplificando la vitalità del nostro, ci dona, più ampie facoltà: spirituali e/o spiritiche, in ragione della vita con la quale si corrisponde e con quale stato di forza si corrisponde. In chi presume di avere un compito nella vita oltre al proprio, ci sono parecchie bestie da tenere costantemente sotto controllo. C’è la vanità. C’è la voglia di protagonismo di chi tende ad investirsi di ruoli guida ( spirituale e/o altro ) che sono solamente della Vita. Il protagonismo nella Giustizia divina (giusto per citare un ruolo) è un travisamento che può elevarsi sino alla allucinazione: essa può far delirare la mente sino a livelli apocalittici. Credimi, se avessi badato sino in fondo, alle emozioni date dalla sofferenza di certi momenti di ingiustizia (sulla mia persona ma non di meno sulla Persona) certamente avrei anche saputo dire, quanto… farmi internare. L’energia di una mente, che rimuove la coscienza della propria Natura può fare danni incalcolabili. Non ti dico, poi, i deliri di cui è capace la mente quando diventa la primaria interlocutrice della persona. I dialoghi che avvengono in quei casi sono così risucchianti che, al confronto, le sabbie mobili sono fatte di cemento. Anche la vanagloria è un’altra grossa bestia da contenere. Ma da questa non è difficile difendersi: basta un po’ di autoironia.

asterisco

A Firenze con uno swedemborghiano

Se è vero che a Firenze non ho potuto ascoltare l’emozione delle cose (tanta era la gente) è anche vero che non ho mai recepito le tue emozioni. Per me, è come se tu fossi sempre stato oltre un vetro. Certamente il fatto di non averti colto mi ha ferito. Non certo al punto da fermare la mia vita ma a quello di renderla insicura certamente si.

Anche a casa, (senza contare per tutta la durata del nostro incontro) mi sono chiesto come mai il mio comportamento nei tuoi confronti non mi sconfinferasse per niente. Adesso lo so, come so cosa lo ha procurato. E’ stata la nostra mancanza di comunione. Con questo, non voglio certamente dire che tu sia uno spirito di male o nel male, ma che il tuo atteggiamento (una sorta di chiusura data o da una aprioristica diffidenza o da una mancata corrispondenza fra schemi culturali evidentemente diversi) è stato un male che può aver incanalato su di me un influsso di male. Se ricordi, ho detto che in te c’era dell’errore perché sentivo la pressione sulla scapola. Certamente non saprei dire in cosa consista quell’errore o quale sia la realtà che può avertelo fatto fare, ma, se si è rivelato fra di noi alterando in qualche modo il nostro incontro, certamente non voleva che comunicassimo. Al momento, vallo a sapere lo specifico perché, ma, prima o poi lo saprò. (Avevo sentito la pressione sulla scapola perché avevo incontrato uno spirito di fissato arbitrio, e secondo il mio pensiero, tossicodipendente da ideologia) Non solo per quanto intravedo della Vita, non posso non dirmi “pinco” se vi confronto la mia, ma anche perché, di me stesso, ho lucida coscienza. Nel bar dove eravamo non è che la mia coscienza dormisse, però, non capiva come mai non mi riuscisse di dire il Salmo. Mi alterava, o il fatto che non lo ricordavo (possibile? lo dico sempre!) o qualcosa non permetteva che lo ricordassi? Fu quel qualcosa che non permise nessun messaggio? Può essere. Quando parlo, mi è congeniale sentirmi parlare. Direi, che quello che ho sentito dirti di me, culturalmente parlando era perlomeno balbuziente. Non riuscivo a dire ciò che volevo dire. Continuavo a dimenticarmi il filo del discorso. Saltavo di palo in frasca. In breve, mi sembrava di essere, come dicono i napoletani: uno “storduto”. Hai presente una trasmissione nella quale delle scariche elettriche interrompono la continuità dell’emissione? Ero una roba così! Quando ci siamo lasciati, indipendentemente dai risultati del nostro incontro ti sei detto lieto di avermi conosciuto. Tuttavia, l’espressione del tuo viso, per un attimo, si è mutata in freddezza, in calcolo.

Se non in freddezza e/o calcolo, in sinonimi di questi stati d’animo. Eppure, sei sempre stato, non dico emozionalmente caldo nei miei confronti (che sarebbe stato chiedere troppo) ma perlomeno temperato. Girandomi per tornare alla stazione, ho avvertito anch’io lo stesso stato di freddo e/o di calcolo. A mio sentire i significati possono essere tre: o la nostra storia è finita perché fra di noi non vi è stata sufficiente corrispondenza spirituale, o è finita perché ho fatto quello che dovevo fare, oppure, qualcosa vuole (o teme) finita questa storia. Se ti scrivo, è appunto perché non so dare sufficiente risposta a queste ipotesi. Fra le altre cose mi hai detto che Swedemborg sostiene che gli spiriti possano fingere al punto da spacciarsi per l’identità dello Spirito. E’ una affermazione che ha bisogno di ulteriori precisazioni, tuttavia, è possibile, non perché sia possibile ma perché noi non siamo in grado di distinguere ciò che è dello Spirito da ciò che è di uno spirito. Suppongo che ti sia reso conto, delle implicazioni che ci sono nell’affermazione di Swedemborg. Di fatto, se uno spirito sa fingere al punto da spacciarsi come il Santo, tanto più saprà spacciarsi come lo spirito di Swedemborg. Al punto, presso i swedemborghiani, quale credibilità hanno i medium che si dicono in contatto con lo spirito di Swedemborg? Direi, nessuna. Lo spirito di Swedemborg che ha dato atto alla sua vita, certamente, secondo il suo stato di spirito, è in atto nella Vita. Lo spirito di Swedemborg, se si è elevato nella Vita, secondo il suo stato di vita torna a questa con l’identità della Vita, cioè, con quella dello sua forza: lo Spirito. Se diversamente non si è elevato tanto da con – fondersi nello Spirito della Vita (sempre secondo il suo stato di spirito) al punto da aver acquisito la definitiva identità spirituale di quello stato, certamente torna alla nostra vita con lo spirito della propria, cioè, con l’identità di se. Considerato ciò, possiamo accettare come Cultura di Swedemborg quella di chi si dice in rapporto con la Cultura di Swedemborg? Certamente la possiamo accettare, ma, con molte riserve di spirito, cioè, di vita. Se in quello che dico c’è anche della Cultura di Swedemborg, è perché indipendentemente dalle vie, ambedue ci siamo volti allo stesso Principio: quello della Vita divina, nella quale il nostro spirito (la nostra vita) ha trovato la sua forza. Poiché lo Spirito della vita divina è il Principio della forza della vita della Natura che corrisponde alla sua Cultura, ne consegue che è errore contro lo Spirito della Vita, ogni atteggiamento persecutorio verso la forza di ogni vita, ivi compreso quello di noi contro la nostra. Chissà perché mi è venuta questa frase che col resto della lettera non centra niente. Che forse sei giudice troppo severo ? Solo di te stesso?

asterisco

Al bar mi hai fatto vedere dei sermoni che ti sono giunti da un gruppo ” Swedemborg ” americano.

A quei fogli, in angolo, ne mancava un pezzo grossomodo quadrato. Secondo una lettura “per corrispondenze”, il fatto potrebbe avere anche questo significato: poiché anche uno scritto è una costruzione (ideologica) ai pensieri che strutturano la costruzione di quei sermoni, manca la pietra che completa la testata.

Dal momento che la lacerazione è sulla sinistra, luogo nel quale facendoci il segno della croce citiamo lo Spirito, la pietra che manca potrebbe concernere quella forza. Stai pensando che sto tirando l’acqua al mio mulino? Potrebbe essere. D’altra parte, quello che vale in guerra, cioè, nel Male, perché non dovrebbe valere in amore, cioè, nel Bene?

asterisco

Se uno spirito è francese o dice di essere me.

L’avevo mandata a Eco in risposta ad un suo articolo sulla medianità. In occasione del rinnovo del programma in Rete l’ho riletta. Ma cosa cacchio ho scritto! Non ci  capisco più niente!  Anni dopo l’ho rifatta!

Uno spirito soprannaturale è come un francese. Volendo comunicare con un italiano, è chiaro che userà quello che questi sa. Il visionario italiano, quindi, “vedrà quello che sa”. Succede, però, che un visionario non sappia quello che sa, oppure, che sappia di saperlo solamente a posteriori.

Se un visionario non sa quello che sa, o lo sa a posteriori, come ha fatto a vedere un’apparizione a priori visto che un’immagine è la sua parola, come la parola è la sua immagine? Uno spirito di altra lingua, e quindi, di altra parola, comunicando con uno spirito italiano (ad esempio) non potrà che usare la lingua e la parola in francese, cioè, la Natura (la forza di quella vita) della Cultura (la conoscenza di quella vita) d’origine dello spirito di quello spirito. Il visionario italiano influito da quello spirito, quindi, “vedrà quello che sa”, appunto perché l’interpreterà secondo la sua la Natura (la forza di quella vita) della Cultura (la conoscenza di quella vita) d’origine di italiano, che ovviamente, non è la stessa del francese. 

Succede che un visionario non sappia quello che vede, (o in molti modi riceve) e/o che sappia di saperlo solamente a posteriori. Se un visionario non sa quello che vede, (se non a posteriori) come fa a vedere quello che a priori non sa? Se vede ma non sa ciò che vede, è chiaro caso di impossibile comunicazione, oppure, che il soggetto di quella comunicazione non è la visione in quanto tale, ma la confusione che si origina da ogni molteplice interpretazione. Se in tali frangenti non vi può essere chiarezza già all’origine, quanto è chiaro lo spirito comunicante nella serie di ipotesi che dico? Non è detto ma potrebbe anche succedere, che in un futuro più o meno prossimo, qualche medium possa sostenere di essere tramite del mio spirito. Che vi si creda o no, malattia o no che sia, fatti del genere sono successi, succedono e succederanno. Ebbene, siccome nessuno sarà in grado di verificare se è effettivamente il mio spirito quello che comunica con il tramite, si tenga presente che sarà il mio, tanto quanto (poco o tanto che sia) non condizionerò la vita di nessuno e, non sarà il mio, tanto quanto, (poco o tanto che sia) risulterà condizionante. Mi si potrebbe chiedere: nel mondo degli spiriti come è possibile l’appropriazione totale o parziale di un altra identità? Nella vita spiritica non vi è materia che separi vita da vita: vi è la mente, cioè, ciò che sappiamo, e dunque siamo. Mente simili, pertanto, hanno “corpo simile”. Prossima o non prossima che sia, la vicinanza è permessa dalla  corrispondenza di similitudine fra mente e mente. Con un esempio, si potrebbe dire che se Pinco è spiriticamente simile a Pallino, l’identità così con_fusa prenderà la forma mentale e spiritica di Pi_Pa e/o secondo il caso, manterrà la singola di ognuno. dipenderà dai casi e dalle corrispondenze. Tanto più uno spirito è basso, e tanto più corrisponderà, per similitudine di mente, con gli spiriti bassi che siamo. Tanto più non sono conformate e confermate alla personale identità (le menti basse che siamo) e tanto più possono essere influite. Lo possono sino all’invasione di forza entro forza sotto l’aspetto della vitalità naturale: di mente entro mente sotto l’aspetto della vitalità culturale; di vita entro vita sotto l’aspetto della vitalità spiritica.

Mi si chiederà ancora: ma perché ci può essere un’invasione di un influsso (più o meno determinante) che può giungere all’invasione di spirito entro spirito. A mio conoscere è possibile perché la vita, essendo corrispondenza di stati, non concepisce il vuoto che è la non corrispondenza, e quindi, non_vita. La dove vi è non_vita per mancata corrispondenza fra vita e vita, pertanto, la vita provvede a riempire quella falla con altra vita, e/o con altra forza, e/o con altro spirito. La stessa dinamica di vita è sotto gli occhi di tutti anche fra di noi. Non ci facciamo caso solo perché li diciamo con altro nome: dialettica personale e/o sociale, rapporti amorosi, violenza per scopo di sudditanza, ecc, ecc, ecc.

Incorporati o non incorporati che sia, per spiritismo intendo rapporto di corrispondenza con i principi culturali degli spiriti; Per spiritualità, invece, intendo rapporto di corrispondenza con i principi culturali della vita: il Tutto dal Principio.

afinedue

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Vi presento i miei

L’adottante Cesira: mia madre.

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Era sul balcone di casa: camera da letto sopra, cucina sotto. Diviso dalla cucina con una parete di faesite. Il cesso era un bidone di latta. Mi sa che ho ancora i segni sul sedere! La casa dava su un sottostante canale. Nessun pesce si è mai lamentato. Ha un gattino in braccio: bianco e nero. Chissà se è lo stesso gattino che disegnava, quando, per mezzo di un medium, comunicava con me per scrittura automatica. Anche in vita lo faceva solo per il necessario. Sotto questo aspetto gli assomiglio. Indossa la vestaglia di quando “l’andava a mastèi” (si diceva una volta) cioè, a lavare la biancheria a casa d’altri. Aveva i cappelli nerissimi e abbondanti. Sorrideva raramente. Non ho mai saputo perché mi abbia adottato. E’ anche vero che non gliel’ho mai chiesto. Vero è che non mi è mai stato un problema.

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Questa, è ancora mia madre con un bambino. Non ho mai saputo chi sia, e neanche se lo ero io.

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All’epoca, ho fatto qualche domanda alla Cesira. Risposte zero. Dietro questa foto c’é scritto un mistero. La calligrafia è della Cesira. La trascrivo com’è: spaventiti di questa. La hanno fata a casa nostra. la fata Bepi Cavalaro e Bruti… Nell’angolo a sinistra, ha scritto: come la tua… ma qui la foto è tagliata.

Dal tenore della scritta, arguisco una qualche tragedia. Almeno per quei tempi. Sembra la scritta di una donna che dice all’uomo che l’ha messa incinta e poi abbandonata: spaventiti… di quello che ha fatto: a me pare evidente. Per tale supposizione, non credo di essere io quel bambino, anche se le orecchie me lo fanno pensare: sono le mie.

Non ho mai avuto fratelli, e né sono stato il fratellastro di un figlio naturale. Arguisco, quindi, che gli sia mancato un figlio proprio, e che abbia adottato me. Si può arguire anche dell’altro, ma non sento il caso di piantar degli ulteriori badili su antiche fosse. Ripensandoci: è vero che sono stato adottato a sei mesi, quindi, quel bambino potrei essere io, ma, allora, quale, il senso della frase dietro la foto? Osservando bene la foto che segue vedo ben vestita sia la Cesira che il bambino. Strano! Da che ricordo, l’ho sempre vista povera, non, con possibilità come sembrerebbe. La Cesira era originaria di S. Urbano, in provincia di Padova. Stavamo sotto una vigna. Forse della casa di famiglia, o forse della zia Maria: sorella che abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto. Mah!

afinedue

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La Cesira sta in questa foto come se mi avesse adottato solo lei! E l’adottante Luigi? Bellissime le mani della Cesira. Non sono ancora come quelle rovinate dalla soda.

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Il Luigi

Luigi. padre adottivo

Mio padre adottivo? Mah! Non lo ricordo così vecchio! Lavorava all’Utita. Una fonderia di Este: smantellata da decenni. Quando l’hanno chiusa ha fatto il muratore. E’ fotografato con la divisa coloniale. In Eritrea, o in Somalia? Di mio padre ricordo come fosse ieri una sua premura. Con un suo amico mi aveva portato al cinema Cristallo (di Este) a vedere un film con il tenore Mario Lanza. Cantava “Corri, corri cavallin!” Non ricordo quanti anni avevo. Tra i 5 e i 6, penso, ma sembra non sia passato un giorno da quanto ho viva memoria dell’aria di quella canzone: corri corri, cavallin! All’uscita del cinema mi chiese se avevo freddo. Devo avergli risposto di si perché m’ha messo la sua giacca sulle spalle. Niente m’ha fatto sentire così grande. La Cesira mi disse che era morto per appendicite. Del fatto ho un solo ricordo: c’era e poi non c’è più stato.

ps. 2017 Guardo questa foto da anni ma non riesco a ricordarlo così vecchio (o così adulto che sia) come quando siamo andati al cinema. Vero è che le guerre mica ringiovaniscono, ma lo stesso… 

Ho provato a fare dei conti con le date storiche e con la pressappoco del ricordo che cito, ma non ne vengo a capo. Morale della favola: se non era il Luigi, chi era di così importante per la Cesira, visto che del Luigi non aveva conservato altra foto? Un fratello? Un caro parente? Un deludente amante/amore che l’ha fatta soffrire? Una storia da conservare ma non da dire? Mah! Se di mistero si tratta, se l’è portato nella tomba. Con quello, anche una parte del mio passato.

Un altra parte l’ho ritovata quando mi è mancato la Cesira. Stava a Stresa. Gestiva una trattoria. Il marito un distributore. Stando alla foto che mi ha fatto avere (non l’ho più) non mi sarebbe dispiaciuto come padre. T’ho: avevo una sorella. L’aveva avuta come ha avuto me. Non so da chi. Non ho concesso alla madre naturale di sovrapporsi alla madre adottiva. Non perché gli addosso colpe, ma perché l’unica voce del sangue di madre che ho conosciuto non l’ho sentita da lei.

afinedue

Qui si narra la sventura di un milite della ventura

sgacremano

Dopo la s. Giorgio a Cremano sono andato alla Piave di Mestre. Dio è giusto: da decenni non esiste più quell’orrore unico! Se a Napoli ho rischiato due denunce al tribunale militare, e una al campo nei pressi di Pordenone, a Mestre solo una. Mica ero violento. Non sapevo tacere! Tutti e quattro i casi sono finiti in niente perché sapevo anche parlare. A Napoli, pure scrivere, tutto considerato. Mi dissero, infatti, che la denuncia al tribunale militare (per me, assieme ad altri tre)  è stata fermata grazie al rapporto sui fatti che ho scritto al Colonnello. I firmaioli avevano presentato il caso alle gerarchie come insubordinazione. Eravamo un po’ allegrotti per la cena di fine corso, è vero, ma mica stavamo andando in giro con le bombe: stavamo solo marciando. A quei tempi, però, con puttanate del genere i sottufficiali si facevano gli avanzamenti di carriera!

afinedueSul tetto della Compagnia

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Con compagni di corso

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In questa foto, il braccio posato dice una mia dipendenza. Non so se anche gli altri l’avevano capita. Anche all’epoca mi sentivo sessualmente, ma non avevo proprio parole per dirlo. Veneziano, lo sciagurato Tex Willer pronto per la sfida. Simpaticamente paraculo quello che par strafatto. Poca sintonia con gli altri due: qualcosa non me lo permetteva o qualcosa glielo impediva. Non ricordo come ci sono finito in quella banda. Ricordo, però, che hanno fatto in modo di includermi, o quanto meno di non escludermi. Mah!

afinedue

incaserma2

Foto di fine corso – Sono fra i rari con la quinta elementare. Sapevo trasmettere bene ma non ricevere altrettanto. Bocciato! Nella foto sono il primo a destra dei quattro in basso. Ho avuto la mia prima licenza dopo sei mesi. Il biglietto Napoli – Verona me l’hanno pagato loro. A casa ho trovato solo povertà, e di che far ricoverare la Cesira: d’urgenza. In quattro mesi, un linfogranuloma se l’è portata via. Se mai ebbi spensierata giovinezza, dopo quello, sparì.

afinedue

alcampo

Percorrendo uno sterrato non so quanto vicino al Vesuvio arrivammo al campo. Doveva essere una esercitazione con le radio trasmittenti ma non la facemmo: le batterie erano scariche. Tutte le volte così, mi dissero in seguito. L’amico era ufficiale per prestato cappello, ed io, lo stavo mandando alla malora: non seriamente. Non era male male quel ragazzo. Lo ricordo ancora. Iniziò a scoprirsi e a tentare di scoprirmi. Lo sentii preparato. Non lo ero io. Durante la naja ne feci un paio, di campi. Niente di che. Se è vero che sono timoroso verso il contatto fisico, non lo sono per niente verso la realtà. Non sembro neanche più quello “difettato”.

afinedue

Così in Alto, così in Basso.

frontepostL’affermazione originale dice l’opposto. Non unica spiegazione, forse perché l’autore era più interessato a dire l’Alto anziché il Basso. Io, invece, che ero interessato a ritrovarmi, sono partito da me, cioè, dal Basso. Visti i principi della vita in Basso, (quelli, appunto, della Somiglianza che sono e siamo) e dato il rapporto di uguaglianza che vi è fra un’immagine e ciò che gli somiglia, (uguaglianza di stato fra l’Alto e Basso, non eguaglianza di condizione fra i rispettivi stati) non ho potuto non giungere a “vedere” anche i principi della vita in Alto. Con altro dire, preso atto del bene, ho “visto” il Bene. Così per il vero, il Vero, e lo stesso per il giusto il Giusto.

Una volta concepito lo Spirito come forza della vita (nel Basso come nell’Alto) ogni “visione” mi è apparsa da sé. Su questo piano della vita (come su l’Ulteriore) ho scritto quello che penso, ma quello che penso non è quello che certamente so. Ne consegue, che le mie verità sono il frutto di speculazioni, fondate su una capacità di pensiero. Quanto sia fondata questa capacità, prima o poi andrò a verificarlo. L’esistenza della Divinità e del suo Spirito (la forza della sua vita) si basa su un atto di fede, quindi, a ognuno la sua, o la sua opinione. L’esistenza dello spirito umano, invece, è provato (come forza della vita) dal sentire la nostra vitalità. Sulla Metempsicosi, molto si può dire, o tanto, poco, o per nulla credere. Come anche sull’esistenza degli spiriti, e sui cosiddetti doni dello Spirito che ho trattato. Non è possibile accertare, infatti, se provenienti da un’altro stato della vita, o se provenienti da un altro stato della mente: stato raggiunto (il mentale ignoto) vuoi per malattia, vuoi per “mistica” o vanesia ricerca di potere. Per quanto riguarda il pensiero “per Damasco” e per i credenti, l’unico dono dello Spirito chiaramente verificabile è la vita: Bene per quanto è Vero al Giusto. Per quanto riguarda i non credenti, l’unico dono chiaramente verificabile è lo spirito della loro vita: bene per quanto è vero al giusto. D’inattendibile fonte ogni “dono” di dubbia provenienza perché da quando c’é vita è noto che

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il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male.

Il che vuol dire, che il male può essere maggiore (anche come errore)

dove maggiore la rivelazione.

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Mi si dirà: ma ci sono manifestazioni, che pur provenienti da inattendibile fonte, comunque recano soccorso e quindi sono un bene! E’ vero, tuttavia, per quale fine? Quello fine a sé stesso, (recare gratuito bene) o un fine sotteso, quale, ad esempio, far dipendere un animo, dall’animo donante? Ogni potere di qualsiasi genere usa questa rete. Ci cadono persino gli stessi adulti che ai bambini raccomandano di non accettare caramelle dagli sconosciuti! Dimenticano il loro stesso avvertimento (quegli adulti) non appena un dolore fisico, e/o culturale e/o spirituale li fa tornare bambini alla ricerca della guida consolatrice. C’è una sola attendibile guida: Il Principio del Bene nella Natura, per quanto è Vero alla sua Cultura, perché Giusto al suo Spirito per i credenti, e il principio del bene nella Natura per quanto è vero alla propria Cultura e Giusto al proprio Spirito, per i non credenti.
afinedue

Lo spirito guida “per Damasco”

separabiancaNan – in riceve la visita di un professore universitario che vuole interrogarlo sullo Zen. Per prima cosa serve il te. Colma la tazza del suo ospite e poi continua a versare fino a che il professore vedendo traboccare il te non riesce più a trattenersi ed esclama: basta! Non c’entra più! Nan – in, risponde. Come questa tazza sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen se prima non vuoti la tua tazza?

separabianca

Letta non da bambino in un sussidiario per bambini, a distanza decenni dalla scelta di questa storiella mi rendo conto che la sua morale può risultare eccessiva, sia per chi apprende che per chi insegna. Sottintende, infatti, che il pedaggio che permette di giungere ad un rinnovamento sia il sacrificio di conoscenze, acquisite con fatica quando non con dolore. Succede quando non ragioniamo secondo vita. La vita, invece, essendo corrispondenza di stati, implica che non vi sia chi si sente riempito oltre orlo, e neanche vi sia chi riempie oltre orlo.

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Il lettore, pertanto,

consideri indirizzati a sé solo gli scritti che non gli sono di peso.

separabianca

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Gayenna: la vissuta.

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CERCAVO TE. HO TROVATO ME.

Ero di chiara ignoranza ma di altrettanto chiaro istinto, così, non subii alcun genere di trauma quando, in Collegio, fui desiderato da un prete. I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io, fui isolato: visto con astio. Avevo l’età della terza elementare. Se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete amante denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato, quando era ancora vergine del senso dell’amore.

gayenna

Ho iniziato a spogliarmi nel 71. Non ricordo più bene, se mi sia stato più semplice togliermi gli abiti, o togliermi i precedenti pensieri. Certamente sono stato aiutato dall’abitudine di abbassare la luce delle lampade nella stanza, e la luce della verità nella mente. Sai bene, che troppa luce offende gli occhi, e troppa verità allontana la capacità di accoglierla senza traumi. Ma, spogliati oggi e spogliati domani, un po’ alla volta ho iniziato ad accettare la mia verità fisica, e la mia verità mentale. Oggi, posso girare per la stanza come mamma mi ha fatto, e girar per la mente, proprio come la verità mi ha voluto. Per la mia stanza, però, non sempre giro da solo come non sempre trovo, (per non dire quasi mai) chi, come me, ha attraversato le mie stesse stazioni (e stagioni) di conoscenza. Torno allora, ad abbassare ambedue le luci, onde permettere all’occasionale fortunato di vedermi e di vedersi, così come è in grado di fare, e/o di accettare.

gayenna

Ai miei tempi ero conosciuto come giraffa. Un prete mi ha fatto conoscere come signorina. Il mio rendimento scolastico era da 6 – -. Avevo reso carsico un non meno dell’80% di me. Non avevo padre e neanche madre. Non sapevo stare in porta. Parlavo poco. Leggevo sempre. Non avevo cugine da spacciare come ragazze. In pratica, non avevo niente, rispetto al ragazzo che si è suicidato perché lo chiamavano “jonathan”. Decidere di vivere lo stesso, o di morire lo stesso, molte volte è fuor di coscienza.

gayenna

Sono in pista. Una ragazza mi offre del popper. Gli dico: mi basta alzare le ancore per avere lo stesso effetto. Mi guarda. Sorride. Si ritira. M’avrà preso per un eccentrico.

gayenna

Come i gerani finite le stagioni della fioritura si seccano,
così, la mia sessualità di ora.
Come non togliamo i gerani dal suo invaso per non farli morire,
così, la mia sessualità di ora.
Come ai gerani basta una primavera per farli rifiorire,
così, la mia sessualità di ora.

gayenna

Sogno l’Amato, qualche notte fa. Siamo abbracciati. Sento il suo desiderio. Non sento il mio. Da qualche parte di me, una voce mi dice: lasciati andare, Vitaliano, lasciati andare. Dietro di lui e davanti di me, una borsa aperta. Qualcosa di grigio si muove in quella borsa. Vedo uscire, uno, due, tre, quattro topi. Sento sorpresa, nessun senso di schifo, curiosità, il bisogno di capire. In genere, la figura del topo mette in disagio chi ha problemi con il sesso o con la sessualità. Il topo, però, è anche un roditore: è chi erode. Potevo dirmi, quindi, che l’invito a lasciarmi andare detto dall’Amato, in una “borsa” a parte, conteneva degli elementi erosivi. Il giorno dopo mi contatta un quarantenne romeno. Bella figura. Ottimo operaio. Nessuna evidente traccia di violenza interiore. Ragazzo a suo modo, eppure, maturo. Desidera ed ama le età come la mia. Molto riservato. Equilibrato. Non di primo pelo, anche se tende a pettinarlo (culturalmente parlando) mettendo la riga in mezzo. Aveva mal di schiena. Gli faccio un po’ di abracadabra. Gli passa. Le motivazioni della visita restano, però, fra i fatti capire ma non detti. Conosco quei generi di antifona. Gli dico ma non muovo la mia disponibilità. L’accoglie, ma non muove la sua. Così, stiamo come quelli che aspettano che ci sia più luce, o che si spenga del tutto. Spegnerla del tutto, non è da me, e nel che ci sia più luce, c’è anche di che chiudere gli occhi. Mi dice se conosco qualcuno che gli può andar bene. Con la richiesta, può avermi fatto capire che, per me, la sua porta era socchiusa, oppure, socchiusa per altre possibilità. Non mi lascio andare. Ci sono dei topi. Venerdì prossimo lo porterò a ballare nello scannatoio dove vado di solito. Chi vivrà vedrà.

gayenna

Suonano. E’ quasi l’una. E’ l’Indianino. E’ la quinta volta che viene a reclamare il suo piacere. Nel reclamare il mio presso di lui, ho meno pretese. Non per questo non le desidererei. Capisco, però, le infinite differenze che ci sono in una differenza, quindi, accantono. Ciò che è quasi pacifico per la mia ragione, non lo è, però, per la mia emozione. Sicché, mi ritrovo a dirgli di non rompere le palle. Non per questo, riesco a zittirla completamente. Nel primo incontro, ho esclamato 13! Nel secondo, sia pure sorridendo, 11. Nel terzo, a sorriso quasi piatto, ha detto: 9. Nell’ultimo incontro è arrivata a contare non oltre il 6 +. Ricordo ben altre storie. Infrastrutturate, però, da ben altra storia. Dal che si può dire, che è la storia, che regge per sempre le storie che ci racconta la passione. Amiamo per sempre, allora, tanto quanto sappiamo costruirci una storia per sempre. In assenza di questa costruzione, però, non per questo dobbiamo disdegnare i racconti brevi. Li rintracceremo, nel romanzo che verrà.

gayenna

Placido il giorno si alza dalla notte ancora pieno di sonno.

gayenna

Sentimentalmente, e sessualmente parlando, bene o male, tanto o poco, sono sempre stato un gravitante. La notte dello scorso Capodanno, però, uno scontro con un asteroide m’ha divelto da l’orbita; e non riesco più a tornarci. O, meglio, lo potrei per ragione, ma, anche a botto passato, non lo posso per emozione. In attesa di sentire, e quindi capire in quale orbita ritrovar parcheggio (se nella passato, o in una futura, o in un diverso modo d’agire della passata) sto girando attorno a me stesso.

gayenna

Fatti recenti hanno messo dell’ulteriore disincanto nella mia voglia d’amare. Questo ha coinvolto un po’ tutto. Ora, devo verificare. Porre, nuove priorità, o, forse, solo decantare. Mi ci vorrà un po’ di tempo.

gayennaQuando vengo impoverito anche della mia voglia d’amare divento distruttivo, ma, si può far crollare un tempio solo per schiacciare qualche filisteo? No. Non si può. Mi difendo, (e difendo il tempio, allora) ritirandomi nella mia realtà. In quella, aspetto che passi la piena. Solo per questo non ho ancora risposto al vostro pensiero. Lo faccio, solo adesso, perché mi pare stia calando il livello del fango; mi par di rivedere, ancora, possibilità d’acqua pulita. O, quanto meno, una rinnovata voglia di bere alla fonte, nonostante gli inevitabili inquinamenti da terra. Pur tornato sui miei passi, però, ancora non mi sono inginocchiato; ancora non ho avvicinato le labbra all’acqua. La bocca non ha ancora dimenticato il sapore di fango, che la mente, non da oggi conosce, ma che la mia vita, non da oggi rifiuta, se non quando si ritrova arida in gola.

gayenna

Secondo studiosi americani, la bisessualità non esiste come sessualità, se non come il girovagar sessuale di una identità non conformata. E, veniamo a me. Sessualmente parlando desidero l’uomo, ma, culturalmente parlando, non ho lo stesso suo principio culturale: la determinazione. Cultualmente parlando, il mio principio di vita è l’accoglienza. L’Accoglienza, è il principio culturale della Donna. Cosa t’ho sempre combinato, sessualmente e culturalmente! Ho sempre accolto l’uomo, come donna, per poterlo determinare, come uomo. Nei confronti della vita, invece, sono suo uomo tanto quanto la determino, e sua donna, tanto quanto l’accolgo. Me la fai tu, la mia insiemistica transitiva?

gayenna

Non è difficile perdere l’amante. Basta volerlo formare a nostra immagine e somiglianza.

gayennaVerona. Rione Filippini. Abitavo in un seminterrato. In lavanderia non mi applicavano il numero: tanto, la mia roba sapeva sempre di muffa! Giusto per dirvi, che non sempre sono stato baciato dal sole! Pomeriggio: ho una visita. Non se ne vuole andare. Non era cattivo. In quel caso, solo un po’ stronzo. Pensava di imporre la sua volontà su di me. Non ho mai posseduto muscoli. E, forse neanche tanta testa, ma, quanto mi è sempre bastato. Almeno della testa. Visto che non si decideva ad andarsene, mi sono girate le palle. Lo pianto nella poltrona dove si era sistemato. Vado nella vicina canonica. Mi dicono che il Parroco è su! Odio le scale. In particolare modo, quelle che hanno i gradini più bassi della misura usuale. Non mi sono reso conto d’averle fatte. Vedo il Parroco. Gli dico: ho un problema! Era la festa di S. Filippo Neri. Il Don Ottorino, (Prete al Cloro, nel senso di persona pulita) pianta tutto e tutti. El se alssa le cotole, (si tira su la sottana) e in un fiat siamo da me. Entro. Guardo il lui e guardo il Don Ottorino. Dico al Don: ho amato questo uomo, come un uomo ama una donna! Non fa una piega. Mi risolve il problema. Circolavano gli anni 80. Non ero nato da molto.

gayennaSono andato al bar. Fra gli amici, una Trans. Abbiamo parlato di ricordi. Raccontava delle botte che aveva preso dalle suore perché, giocando con le bambine, assumeva ruoli da bambina. “Non capivo perché!” Raccontava di quella volta che l’avevano chiusa, per ore, fra gli scuri ed i vetri della finestra: al terzo piano! Perdonare non è per niente facile. Neanche a quelli “che non sanno quello che fanno”.

gayennaSi parla di amanti. Devono essere uomini, e passi! Devono essere maschi, e passi! Devono essere diversi dal gay, ma nella pratica sessuale eguale al gay. Questo non passa da nessuna ragione! L’amante etero generalmente sognato dal gay, è puro delirio. Certamente vi è l’etero che usa o si fa usare dal gay, ma non lo possiamo dire amante del gay (o amante gay ) bensì del piacere che ne ricava, o al caso concede. C’è a chi bastano i fantasmi.

gayenna

Già da troppo ho le palle in no! Sarà il tempo? Sono così anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta, ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom.

gayenna

Dopo il piacere, il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo, per un progetto di piacere, che, in comune, può durare una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe, ma, in primo, non rinunciare a vivere le Scarpe, anche se qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli, perché fanno rumore.

gayenna

La lunghezza
del… coso
è uno strano caso.Ne ha misura
sempre ardita
chi ci porta vita.Mentre
è da bilanciere
chi ci porta
del piacere.

gayennaHo rivisto una vecchia passione non consumata. E’ più semplice saltarlo piuttosto che da girarci attorno. Intanto, i miei occhi hanno sempre ventanni. Mi domando: se avessimo vissuto assieme, avrebbero vissuto assieme anche i nostri occhi?

gayennaCattiva alimentazione, alcool, fumo e canne stanno sfaldando il corpo di fanciulla del sri lanka che guardo dormire visto che il suo russare non mi lascia scelta. Quella dell’amarlo me l’aveva già concessa ma pare non basti. In quella del volersi desiderato sento che ci si croggiola ancora. Testa di moro la pelle, e nera l’unica concessione che mi permette di usare con prodigalità.
Nel durante, sta.
Passo.
Come non farlo al ventisettenne che in terrazza sotto le stelle delle tre di mattino mi chiede cosa ci sarà dopo, e se si rinasce, e come si rinasce?
Comunque stiano le cose, non dovevamo essere in altre faccende affaccendati? Giungono. Preparo il letto.
Aspira ed espira Crusoe, mentre gli rimando il domani.

gayennaAndavo a trovare la sorella della Cesira in un paesetto in mezzo ai campi vicino a Este. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino.

Del minore lo ricordo bondino, monnello, intrigante. Non colsi.

Del marito, ricordo che aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito.

Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto.

Amava cantare 

‘e a luna rossa me parla ‘e te

Guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Durante il canto sembrava vedermi. Per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo.

Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri distrattamento  abbandonato, alla stessa luna domandavo

si aspiett’a me.

Nebuloso, il chi.

gayennaCattiva alimentazione, alcool, fumo e canne mi stanno sfaldando il corpo di fanciulla del srlanka che guardo dormire visto che il suo russare non mi lascia scelta. Quella dell’amarlo me l’aveva già concessa ma pare non basti. In quella del volersi desiderato sento che ci si crogiola ancora. Testa di moro la pelle, e nera l’unica concessione che mi permette di usare con prodigalità. Nel durante, sta. Passo. Come non farlo al ventisettenne che in terrazza sotto le stelle delle tre di mattino mi chiede cosa ci sarà dopo, e se si rinasce, e come si rinasce. Comunque stiano le cose, non dovevamo essere in altre faccende affaccendati? Giungono. Aspira ed espira Crusoè mentre gli rimando il domani.

gayenna

Vado a prendere le sigarette. Dalla fine di via Roma arrivo in piazza Bra. Sul punto, la mia attenzione, prima distratta, si posa su due giovani. Li direi indiani. Uno è a cavallo della bici, e l’altro accanto. Quello accanto sta guardando il vicino con il sorriso che solo Eros sa dare a Cupido. Registro la frecciata e passo. Uscito dal tabacchino rifaccio la strada e li ritrovo. Il sorriso non c’è più.

gayennaGià da come ha suonato sento che c’è qualcosa che non va. Entra affannato. Si siede velocemente sulla poltroncina vicino alla mia: come se temesse non bastante la forza nelle gambe. Dice che non sta bene. Scotta. Si spoglia. Si mette a letto. E’ arrivato. Gli misuro la febbre. Gli faccio un brodo. Lo beve ubbidiente. Non ha alternative.

gayennaSpaghetti alla carbonara, oggi per il piccolo. Poscia, insalata di pomodoro, aromatizzata con un leggero pesto di prezzemolo, aglio, origano. Capisco sempre di più quelle che si danno al gin.

gayennaLo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

gayenna

Ho ballato tutta le sera. Il piccolo no. Mentre io facevo Salomè se ne stava indeciso fra il due o il tre. Nessun senso d’abbandono! Sapevo, cosa facevo. Come sapevo, che deve crescere, e che, crescere, significa anche sacrificare chi ti fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no, se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. La notte non si cura se vado come i lampioni (seguendo le curve) perché in fondo c’è il Giardino. Non mi dispiace se non ci trovo amante: conosco il contante. Lungo la strada un ragazzo mi chiede una sigaretta. Non chiedetemi perché, in fine, ci siamo baciati: è questione di nettare.

gayenna

Aspettavo il tecnico del PC al cancello di casa. Un torsolotto dalla simpatica aria romeno zingaresca si avvicina. Mi chiede qualcosa che non capisco In quel mentre, arriva anche il tecnico. Il torsolotto che aveva ben capito me, nel guardarci ambedue (aveva fatto quattro) si tocca l’inguine. Quando un torsolotto si tocca l’inguine perché preso da quello che immagina, i casi sono prevalentemente due: o escludiamo le piattole, o manda un invito di partecipazione. La faccenda non mi scandalizza. Mi scandalizza non aver alcuna convinzione da farmi togliere.

gayenna

Assieme ad amici siamo ospiti, l’Amato ed io, di un amico di Merano. L’amico aveva prenotato il Cenone in un ristorante quasi in montagna. Saliti per non si sa quanta strada siamo giunti a un incrocio posto in cima a un non so dove. Sui clivi della sottostante vallata, una marea di luci: così in cielo, di un indaco così consistente da parer materia, e così basso (pareva) da farci piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma non potevamo tardare oltre. Come serata volle giungemmo al ristorante. Nella sala, clientela numerosa e chiaramente alticcia. Siamo stati dirottati in una sala a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Molto birrato e non poco cannato ho doverosamente recitato un divertimento che proprio non sentivo, ma che all’Amato dovevo far sentire. L’ho fatto anche ridere quando m’ha visto ballare. Siamo tornati a casa venati di malinconia, ricordo. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali, ricordo.

gayenna

In momenti di vuoto t’ho incontrato per caso.

Confesso d’averti spogliato.
Anche violato.
L’ho fatto per amore.
Avevo fame.
Avevo cuore.
Anche tu me n’hai dato!
Da riempire col mio.
Da credere tuo.

gayenna

Temporalone, stasera. Sono nei pressi della Camera di Commercio. Trovo rifugio nel suo porticato. In un angolo del pavimento, due, dormono. Sono vicini. Molto vicini. Sembrano amanti dopo l’amore, ma lo sono perché hanno una sola coperta. Su di uno, gli si è arrotolata attorno. L’altro, è pressoché scoperto. Morfeo non dovrebbe aver preferenze.

gayenna

La protesi masticava una briosce, mentre con il pensiero andavo a poco prima.

Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso…

afaldoniconchiave

Caro Francesco, e non di meno caro, Mauro Biglino.

Non smetterò mai di dirlo:

la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa.

separabiancaTanto quanto eleviamo l’emozione, e tanto quanto la parola si fa Parola. In virtù di quell’elevazione, l’Io ha sempre creduto di parlare di Dio quando non con Dio. Un tuo precedente, Farncesco, aveva amaramente constatato di non sentire più la Sua voce. Può esser stato perché la gestione del potere l’aveva costretto nei piani bassi della vita? Può essere perché quei piani gli avevano carcerato la capacità di salire dall’Io a Dio? Tutto può essere come anche no, ma a mio immodesto parere, Dio si sente solamente attraverso la voce del suo unico e primogenito profeta: la creatura che abbiamo nominato vita.

Non si può dire che non l’abbia ascoltata chi, elevando il proprio sé al Sé, ho potuto affermare: in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Vero è che ci ha lasciato nelle peste. Infatti (e forse perché abbacinati da tanta intuizione) non ne abbiamo mai capito il significato: almeno sinora. Eppure, l’abbiamo sempre avuto sotto gli occhi! Non l’abbiamo mai visto prima, forse perché i Teologi (e quanto altro del genere) ci hanno detto che essendo frutto di divina ispirazione, non ci restava altro che capirla per fede.

Io non sono certo un teologo, e per via di fede, tutto sono fuorché uno scolastico, però sono un Ariete, e quando gli Arieti si impuntano, prima o poi ci arrivano. Io sono arrivato a questo:

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio

perché il Verbo IO SONO non può essere scisso dalla PAROLA

e la parola VITA non può essere scissa dal VERBO IO SONO

se non tagliando la gola (l’hanno fatto e lo fanno anche in senso non metaforico) a chi afferma il suo indiscutibile Essere: IO e/o DIO che sia.

Nell’aver svelato l’arcano secondo me, spero di non avervi rovinato la giornata. Ne sia assolvibile causa, l’influsso dell’emozione della mia vita: anch’essa (e d’altra parte come tutte) indiscutibilmente, Verbo e Parola.

Con i miei più cari saluti, Vitaliano.

luceinfineRitorno al Menu precedente

ma prima o poi avrà detto quanto doveva.

La mia emozione non ha mai confuso un suo parere con la verità: men che meno con la Verità. Parere è quello che ognuno pensa. Di quanto si pensa, Verità, è ciò che è universalmente provato. Di universalmente provato sui miei argomenti non c’è assolutamente nulla. Certamente li credo veri, ma perché li ho veramente vissuti e veramente li dico. Ne tengano conto gli stracciatori di vesti. Mica voglio fare la fine che hanno fatto fare a Cristo, e che fanno fare a tutti i poveri cristi che osano dissentire da quanto spacciano: la Verità.

Dei tanti generi di spacciatori di droga (è droga tutto quello che fissa l’arbitrio, e quindi, anche una fede quando fissa la ragione) quelli in buonafede sono i più pericolosi: a tutti i livelli! La storia lo conferma da secoli.

Mi si dirà: ma, nelle questioni di fede non si può non superare la ragione! E’ vero, ma dove la fede turba la ragione, o la ragione turba la fede, bisognerebbe imparare a seguire il credo che dice: “dove non si può dire, è meglio tacere.”

Ricordino i “cristiani” contestatori, che nel silenzio alberga la pace, e che vi è pace dove non vi è dissidio, e dove non vi è dissidio tace ogni parola. Non è forse per questo che la diciamo il luogo della Parola? Non è forse per questo che il Cristo ha taciuto quando gli hanno chiesto: cos’è la Verità?

afinedue

Lo Spirito è la forza della vita del Principio e del suo stesso principio.

aiconpost

Il legame con il contingente è la corda di sicurezza di  chi percorre vie senza parapetti.

Ammetto che gli spiriti si manifestino solo ai malati, ma ciò conferma semplicemente, che gli spiriti non possono essere visti da nessun altro, non certo che non esistono in sé e per sé.

(da Delitto e Castigo di Fjodor M.Dostojevskij)

separabiancaArgomentare su l’Oltre è come argomentare su un’arancia. Come un’arancia, infatti, ogni spicchio ha (ed è) di che essere nel Tutto. Così, dicendo sullo Spirito (la forza della vita sino dal principio che dello stesso Principio) mi sono ritrovato a dire sugli spiriti e sullo spiritismo, sulla Metempsicosi e sulla Medianità.

Medianità, è la facoltà che permette di essere in mezzo  e il mezzo fra questa realtà e l’ulteriore, o per “scientifica” ipotesi, in mezzo e il mezzo che collega la parte conosciuta della mente con una parte sconosciuta. Comunque stiano le cose, raccogliere questi argomenti è raccogliere l’arancia su l’albero: la salita è difficoltata da rami e foglie.

Agli esploratori dell’Oltre ricordo che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che vuol dire, che il male, anche quando è solo errore, può essere maggiore, dove maggiore la rivelazione.

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Il “cappello”

Lo Spirito per “immagini”

Spirito è ciò che anima – Prima stesura

Stesura allegerita

Della Metempsicosi si può dire …

Discorsi sulla Metempsicosi

Discorsi sulla Medianità

“Così in Alto, così in Basso”

(Le successive sono da postare singolarmente)

Nella nostra vita ci sono inattendibili inquilini

Spiriti  spiritismo: ulteriori riflessioni.

Cronache di medianità

“per Damasco”, chi?

Nell’ideale e nel reale mi considero l’addormentato che ogni tanto si sveglia per qualche parte. Come persona, chi sta facendo la sua parte.

viaorig

Socialmente parlando mi reputo un mattone che regge la piramide per quanto sa, e/può, o e/o deve. Più di qualche volta mi domando se non sia il vespasiano.

 

vespasianoafinedue

“per Damasco” è il mio viaggio secondo Spirito.

Ho cominciato a scrivere nella primavera del 91. Ricordo la risma di carta, la biro, e l’assoluto bisogno di sapere sulla vita per ritrovare la mia. Ricordo, inoltre, che non sapevo da che parte cominciare; solo che, dovevo. A parte la robotizzazione da compiti sociali e di sopravvivenza, non mi era rimasto assolutamente altro. Non vorrei risultare patetico ma non posso tacere nessuna parte di me. L’ho promesso.

I testi dei primi anni sono facilmente distinguibili per la lunghezza, e perché ad un certo punto si ha proprio bisogno di aria! Mi capitava all’epoca, e, sia pure meno, mi capita ancora da tanto sono circolari. Circolari nel senso che avevano principio ma non fine perché dovevo tornare al principio, con il risultato di appesantirli, e di renderli prolissi. Tutto sapevo, però, fuorché gestire la faccenda. Se è vero il proverbio che dice: chi non conosce la propria scrittura è un asino per natura, io lo sono stato per anni, e per anni mi è capitato di domandarmi se l’avevo scritto io un dato testo perché, rileggendolo a raffreddata emozione, non lo capivo più.

Sia pure in tono di molto minore mi capita anche adesso di dover riflettere su di quello che solo un paio di ore o di giorni fa mi era chiarissimo. In effetti, di chiarissimo, all’epoca, e per anni non so quanto conclusi, c’era il patire un’emozione; di chiarissimo, il fatto di sapere che la mente non procedeva con lo stesso passo, e che nel suo cammino fra piano e piano della vita, si perdeva, anche se solo di volta in volta, anche se non stabilmente.

Reso libro, questo blog avrebbe sulle 1600 pagine. Forse, anche sulle 1800 perché vi sono testi (non pochi) con più pagine. La ristrutturazione in corso, quindi, necessiterà di non poco tempo, anche solamente considerando il punto quantitativo. Se con il quantitativo, considero anche il qualitativo, allora, ho sempre presente il timore di non fare in tempo. Nella composizione del sito e del post, quest’ansia ha mosso non pochi errori! Mio malgrado devo ammettere, anche fuori dalla composizione di quest’opera. Va beh! Quello che è stato è stato, e quello che sarà, sarà.

accademiavita

Nell’immagine dell’Accademia mi identifico con l’anziano sulla scalinata. Vuoi perché sta conoscendo, vuoi perché ha posto distanza fra sé e quello che sta conoscendo. Al proposito, per dire la mia conoscenza ho dovuto preservare la mia ignoranza, tuttavia, escludo l’errore dove sostengo i principi della vita. Non l’escludo verso altre storie.

afinedue

Spirito paolino e spirito vitaliano

Tenuto conto delle differenze personali e di conoscenza, una parte dell’esperienza di vita dell’autore di quest’opera, può dirsi parallela a quella di Saulo di Tarso, poi s. Paolo. Mi riferisco all’incontro con uno spirito. Quello che si rivelò a Saulo disse di essere quello di Cristo. Quello che si rivelò allo scrivente si manifestò per quello che era. Secondo Teresa d’Avila, “è maledetto chi crede nell’uomo”. Se ciò vale per la vita naturale, non di meno vale per la vita soprannaturale. Non solo perché è umanità che fu, ma anche perché il male può fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Sia che riguardi una affermazione di identità, sia che riguardi una qualsiasi altra affermazione, questa possibilità, pertanto, pone dubbio, non sulla rivelazione soprannaturale in sé, ma, oltreché sugli effettivi perché si è manifestata, anche sull’identità di qualsiasi spirito.

La potenza dello spirito che si rivela nelle manifestazioni spiritiche, (basse o elevate che sia, o che tali ci appaiano), non necessariamente prova che il suo stato spirituale corrisponde con il Bene. Ben vero che non prova neanche il contrario. L’impossibilità di ogni accertamento, allora, non può non essere ulteriore fonte di riserva verso ogni rivelazione e/o manifestazione di origine spiritica.

Non solo Cristo, ma ognuno di noi, può dirsi Via, (Natura della vita), Verità, (Cultura della vita), e, per forza dello Spirito: Vita. La storia personale, pertanto, non può non essere che propria strada. Una strada di vita è propria, tanto quanto non è condizionata da altra vita: umana o spiritica che sia. In modo proporzionale alla rilevanza della rivelazione spiritica, ne consegue che ogni ingerenza soprannaturale nella vita naturale, non può non far deviare, o quanto meno scombussolare un soggettivo percorso.

Vuoi in virtù dell’affermazione di Teresa D’Avila, vuoi per la conoscenza delle possibilità dell’Errore quando non del Male, lo scrivente crede solamente nel Principio della vita. Il porre la sua fede nella sola vita del Principio, gli ha impedito:
* di essere culturalmente cieco nei confronti degli spiriti;
* di restare suddito dalla vita spiritica che gli si è manifestata;
* di originare e/o motivare qualsiasi forma di sudditanza nei confronti della vita spiritica.

Altresì, gli ha concesso:

* di mantenere in sella la mente, che l’esperienza nello spiritismo aveva fatto vacillare;
* nel recuperato equilibrio, di tornare alla sua realtà;
* di proseguire oltre quella conoscenza.

Come attraverso una conseguenza si giunge alla causa, chi scrive, infatti, è passato dalla conoscenza del particolare, (emozionale incontro con uno spirito), all’universale: emozionale incontro con lo Spirito. Lo stato emozionale dell’incontro con lo Spirito è proporzionale alla percezione dell’universalità della vita. Tanto più si è capaci di questo stato di percezione e, tanto più, nella nostra strada ” per Damasco “, il nostro spirito, (la forza della nostra vita), incontra lo Spirito: la forza della Vita. Questo stato di conoscenza è Spiritualità.

Della causa della vita sino dal principio, (e, dello stesso Principio), lo scrivente, certamente non sostiene di saperne la Persona e, tanto meno, di averLa incontrata di persona, ma, in ragione del principio dell’uguaglianza che è fra una Somiglianza, (uno spirito), e l’Immagine, (lo Spirito), di averne solamente riconosciuto gli stati di principio: la Forza come sua Natura, la Conoscenza sulla propria forza come sua Cultura e, come Sua vita, la relazione di corrispondenza fra forza e conoscenza. Per quanto risulta allo scrivente, questa conoscenza diverge da quella di Saulo e anche da quella di s. Paolo.

Solo con difficoltà, lo scrivente sa cosa sia giusto o sbagliato della propria vita, figuriamoci se può dire sulla vita altrui, però, sa che la pace è segno di verità, in quanto indica la cessazione del dissidio. Nella via ” per Damasco ” di Saulo e di s. Paolo, quindi, si può dire che sono stati nella Verità tanto quanto non hanno originato e/o mantenuto dissidi e, nell’Errore tanto quanto e dove li hanno originati e/o mantenuti. Questo vale anche per lo scrivente.

afinedue

C’è Penna e penna

penna Si, c’è similitudine da sessualità amorosamente e liberamente coatta tra il Penna e me. Questo può aver generato dei moti simili. Principale differenza: io non desidero i suoi “fanciulli”, e neanche li amo se non come la vita che sono all’interno di disegni che mi hanno reso, tendenzialmente pater_maternale.

autore

In amore sono stato e sono più vicino al Pasolini, anche se distante dai suoi “borgatari”. In prevalenza, i miei sono arabi, quindi, paesi, villaggi, tribù, tende, case abbandonate, o stelle. In alternativa un altro amare: il mio. Oltre a questa differenza vi è il soggettivo percorso. Non ho vissuto nulla di simile alla vita del Penna, e solo marginalmente quella del Pasolini e della sua cultura. Come Pasolini si è disinnamorato dei suoi amati (tutti abbiamo l’intrinseco difetto di diventare uomini) così, per certi aspetti anch’io.  Il fatto è, che prima o poi diventano adulti e quindi (sessualmente) non più vaghi e/o vaganti. Di conseguenza si allontanano. E’ nella norma della vita far si che ognuno cresca e prosegua nella sua strada: etero o homo che sia. La vita bada al percorso, non, alle stazioni di sosta.

afinedue

A proposito di vita e di pecorso

A  chi ha smarrito i suoi principi, a chi non li ha trovati in altre vie, a chi non gli corrispondono quelli ereditati ricordo che sono sempre quelli:

il Bene per la Natura

1atriangolo

il Vero per la Cultura                                      e                                     il Giusto per lo Spirito

che corrisponde dalla relazione fra il Bene: principio di ciò che siamo. Il Vero: principio di ciò che sappiamo. Il Giusto: principio della forza che si origina dalla corrispondenza di stati fra ciò che siamo e sappiamo per quanto sentiamo.

I principi sono la basilare fonte del discernimento nella capacità di scelta personale e sociale: elevando gli intenti, spirituale.

I principi sono maestri tanto quanto indirizzano la vita verso i suoi principi.

Tanto quanto i principi confermano e conformano secondo secondo emozioni di giustizia, e tanto quanto sono umanamente magistrali.

Tanto quanto rigidamente applicati (vuoi in sé come in altro da sé) e tanto quanto disumanizzano i vissuti.

Verona – Settembre 2018

afinedue

 

Per chi chiede il cuore ma non lo sa usare.

Quando mi rendo conto che il richiedente (o la richiedente) non sa gestirlo come corrisponde ai miei sentimenti, taglio! Sarà per l’età, per una cultura dei tempi del cucù, o per un bisogno di verità che è un bisogno di difesa. Salvo rare eccezioni escludo senza spiegazioni perché ogni spiegazione contiene implicito giudizio.

Mi scuso con i Lettori se al caso non vedono più l’apprezzamento lasciato, ma fra correzioni, aggiunte, spostamenti di pagine e/o eliminazioni, questo lavoro è soggetto a continui rifacimenti.

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Chi scrive con il fiele che distilla dalla fede quando è castrata e/o fanatizzata

sarà rimandato nel luogo di provenienza.

afinedue

I permessi della vita

La vita è permessa dall’amore

1atriangolo

permesso dalla comunione                                                                            permessa dall’amore

che permette la vita…

L’amore è detto dallo stato della corrispondenza normata dallo stato della comunione fra

i suoi unitario _ trinitari stati.

agirasole

Per mezzo della comunione detta dall’amore ognuno partecipa all’alleanza fra vita e vita

(o elevando il pensiero, fra vita e Vita)

per quello che secondo Natura è

1atriangolo

per quello che secondo Cultura                            per quello che secondo Spirito

sa                                                                                     sente

Per tale partecipazione, in quello che è, ognuno da quello che può.

agirasole

Non può diversamente, se non esaltandosi e/o deprimendosi ed in ciò

ferire la sua Natura

1atriangolo

falsare la sua Cultura                                                        alterare il suo Spirito

Il Principio (vita sino dal principio) è sovrana unità del suo stato. Ne consegue che il Principio è il massimo stato dell’amore.

agirasole

In assenza di ogni genere di comunione (o legame, o patto, o alleanza) fra la vita principiante e la vita principiata, non vi sarebbe cellula ad altra prossima, né vita ad altri e/o altro prossima.

agirasole

la Beta: go’ la lengua sceta!

Gavìo problemi co’ la tosa, col marìo, co’ la mojer, coi fioi, co’ la suocera, col vecio o co’ la vecia, col can o col paron?

Par farvela corta e par dirvela tuta, l’è qua:

ladrita

neodritaQuando i ma’ dito chel me linguaggio testimonia na rassa so’ deventà bianca come na strassa. E, adesso? Cossa fasso? Posso ancora sbatermene el casso se mi dicono errore quando scrivo col quore chel mondo perde la capa quando metà la core e metà la scapa?

 


calamaioCara Drita: me sa’ ligà n’omo disgrassià par tradimento. Pensa:  lo cancela anche col sofio più lofio!

neodritaCara la me vecia par na parola sola. Ogni amante usa la so magia, ma tuti, tuti, no i fà in tempo a dirte funiculì – funiculà che in un attimo i na’ ciavà. Sarà parché in amore, el notaro, l’è solo un cuore.

 


calamaioCara Drita: el sono l’era poco, così, sensa freta, go fato un giro in bicicleta. Go trovaì tante luci, poche voci, e i soliti pastroci.

 

neodritaCara la me esploratrice de un giorno sensa luce. A furia de girar la note in bicicleta te ghe finìo par vardarla scèta. Forse l’è ora che te meti da parte quel che te ghe salvà sogando le to carte.

 


calamaioCara Drita! Chel disgrassià lo fasso a fette! Nol m’ha piantà par l’ultima chel ga trovà!

 

neodritaCara la me sorpresa nele bale, da n’omo che no te cale. Prima, l’è sempre caviale. Dopo, invesse, l’è el solito pesse. Morale dela fola: par mantegnere a lungo el passo, no bisogna stufare el casso.


calamaio

Cara Drita: el m’ha dito che so la so’ passion, ma el vardava na donina nuda a la television.

 

neodritaAnimo, cara! Non vedo la competission! El sesso a la television nol mostra sentimenti veri, ma solo fantasmi de desideri. Alora, che passion voto che ghe sia verso na nuda fantasia! Al massimo, ghe quela del casso, ma, a sto punto permettame na domanda de tutto cuore: come te spojto, par el tuo… spettatore?


calamaioCara Drita, parché in amore sbagliemo così tanto?

 

 

neodritaMia cara: sbagliemo tanto in amore parché lo metemo nel cuore. Ben diversamente, lo dovaressimo metare ne la mente.

 


calamaioCara Drita: m’ha ciapà el cuore, ma non la passione, un marocchino morbidone.

 

neodritaMia cara: dovarissimo badar a la strada drita, no a quela de na passion, che la ne farà anca spasimare, ma non di meno affannare, sudare, incasinare, e, dicono, vivere. Giunta nel mexo del camin de la me vita, penso a la passion come penso la droga: per un attimo de su’, niente che valga laggiù.


calamaioCara Drita: ieri sera ero la più bela vita de la coà! Parché nessuno m’ha tocà?!

 

 

neodritaCara la me vanificà da n’eccesso de vanità. Podarìa esser vero, che nessuno s’è avvicinà parché la to sufficienssa metteva distansa.

 


calamaioCara Drita: go’ trovà un amante. El gà recità ben la so parte. El me costà solo trenta schei quela polpa, ma la m’ha lassà, un fondo de colpa.

 

neodritaTesoro: se l’è sta na cosa bela parché vòto rovinarla tuta quanta co’ la novela de la virtù rimpianta. La puressa, l’è un’acqua, sensa le scorie de le nostre storie, ma, dirìa, che dovemo preoccuparse, del nostro tango, solo quando balemo, solamente, in mexo al fango.


calamaioCara Drita: dati i me ani me l’ero messa via, invesse, na matura follia…

 

 

neodritala t’ha colpìo la vita, proprio a drita. Mia cara, non parché detto da l’oracolo, ma proprio parché te vivi el miracolo se pol dire che a qualsiasi età vi è natività.

 


calamaioCara Drita: la mama no l’è un bigiù, el papà l’è assente, la Tv l’è deficente, e mi uso la manina parché no gò na’ me bambina!

 

neodritaSiccome no te voio esser greve, sarò breve! Primo: la to’ età l’è ancora da matina, quindi, la rivarà anche la bambina. Secondo: la manina no l’è mai sta na festa ma solo un tranquillante par la testa!  Par quel che riguarda i tui, gnanca mi posso de più parché el telecomando l’è par la Tv.


calamaioNa studentessa de non so ben de cosa, la me dise: cara Drita, no te pol miga farghe capire al Digo chel pol sostituire la so’ manina co’ na dona!

 

neodritaCaro el me libreto dele spiegassio xa fate. E’ chiaro che na manina e na dona no le xe miga la stessa mona. Gnanca el Digo el pensa na’ roba così coiona. El ga inteso dire che ora el vive n’affettiva indifferenziazione, quindi, ciapate sta lezione!


calamaioCara Drita: anima piena sono stata di una voce filtrata dal rosone di una chiesa.

 

neodritaCara la me ciapada, da un’estasi vocale, cossì granda, da parer astrale. Quando gavemo bisogno de Luce, sparisse ogni ciesa: anca come casa. Solo resta, l’Attesa.

 


calamaioCara Drita: nel me orto l’è puntà un arbusto. No l’è de le nostre tere. El gà segni de altre ere.

 

neodritaCara la me coltivatrice de le piante che non si dice. Tutti, semo stati in una sola tera piantati. Ghe chi se lo ricorda batendo col sedere, e ghe chi se lo ricorda come te fè ti: curando l’orto, dì par dì.


calamaioCara Drita: finalmente me so’ libera da tutte le pene. Finalmente me so’ libera’ da tute le cadene! El papa’ l’aveva capìo, ma el restante mondo, Gesù, Gesù, quanto l’hè ancora indrìo! El parla tanto de la vita, el mondo, fissa’ nel solito andar de tondo! Qua, ognuno sta, in quel chel sa! Abraciame el papa’.

neodrita


calamaioCara Drita: go trovà Alì Babà. El ma portà dove saria mejo che no fosse andà.

 

 

neodrita

Signur! Non me dire che tè capità uno dei ladroni, vera! Dime: come galo fato a scardinarte el cuore? Disendote tesoro? Amore? Lo so che no te ghe credi miga. Lo so: le na fadiga.

 


calamaioCara la me Drita. L’è senza oggi, e ormai anche senza ieri, ma quando el sorride, el par senza pensieri.

 

neodritaTesoro, me so innamorada anca mi de un sorriso. Tuto el resto l’era da butare, ma el gaveva un viso dove recitava tuta la so’ follia. Non sensa la mia.

 


calamaioCara Drita: non go’ fato in tempo a uscir da la disco col me Omo, che i me l’ha sventrà come gnanca un pomo!

 

neodritaAnima mia, ferita mia: tuti semo pomi. Ghe nè de sani, de macà, e de bacà dai vermi, e i vermi, i se driò destinarne al Grande Letamaio: ed è un guaio! Comunque sia, sappi che i vermi se magnarà anca fra de lori, ma intanto stemo attenti ai dolori!


calamaioCara la me Drita: gavaria anca el cor contento sel me ultimo amante nol se fosse ciamà folada de vento.

 

neodrita

Cara la me colpìa da un brivido in meso a la via. Soto i piaseri dai scarni parché, faccende risapute, le cadute. Fa conto che i sia n’aspirina par un mal de testa da tor de torno, parché, domani, l’è sempre un altro giorno.

 


calamaioCara la me Drita: gheto presente i bisi in tecia?! Mai na’ volta, che i me vegna a recia!

 

neodritaCara la me benedeta ciapà co’ la riceta. I va’ convinti a lenta cotura perché i bisi i xe duri de fora, ma dentro, no i ga strutura.

 


calamaioCara Drita: so ciapà in maniera strana da na’ faccia non puttana, ma gnanca sana! Te allego la foto del puteloto! Dime ti, se nol merita un gòto! Il tuto nonostante, no me scalda quanto basta, la mente.

 

neodritaCara la me sospettosa co’ na’ foto golosa! L’è vera. El meritaria ben n’alsa  bandiera! Comunque sia, a la to’ età molto se perdona, purchè no la sia na storia mona!

 


calamaioCara Drita: sentada, a lato de na strada, quieta, da sembrare indormessada, vardavo la caminada dei uscidi da l’Arena. Quanta varietà nela quantità! Go’ pensà, che solo una mente infinita pol disegnare così tanto la vita.

 

neodritaMia poetessa: in tanta delicatessa, cara! Le’ vera! Chissà come l’ha fato a farne così tanti ma distinti, senza par questo perdare par via, l’originale fantasia!

 


calamaioCara Drita: so’ stufa de fare l’arte cò la lengua e co la… sòla. Me par de essere deventà l’oficina de manutenssion de tutti i sporcaccioni da recitassion che ghè in giro: vuoi de queli veramente dotà, vuoi de queli scalcagnà. Cossì, go’ deciso de recitare coi butei de l’oratorio! I me conosse solo come Beata, ma non par questo i me trata come se fosse un pisciatoio.

neodritaGrande dona. Grande mona. Grande attrice, la Beatrice!

 

 


calamaioCara Drita, stavo pensando all’eternità. Te go’ immaginà, molto al de la’ de sta parola qua.

 

neodritaCaro el me Romeo! El senso de l’eternità, l’è di chi cerca, vanamente, l’Infinito, nel so’ gnente.

 


calamaioNo capisso me moroso. El ga quasi quarantani ma col sesso el par un toso.

 

 

neodritaCara la me sorpresa da un omo che non sa far la spesa! Quando infante l’è la bega, o no te ghè amante, o te ghe na sega. Tutavia, pol essare chel sia solo da sveiare. L’importante è, che non el te diga: no vale la fadiga!


calamaioE’ Pasqua, cara Drita! Me so sveià, co la voia de felicità.

 

 

neodritaSe la sorpresa del to’ ovo, lè sto’ senso novo, cara Lela, no’ pol essare più celeste la to’ scarsela!

 


calamaioCara Drita: so’ andà dall’edicolante. El ma dìto: feste tante! So’ andà al supermercà: bon Nadale, anca la’! So’ andà dala farmacista! No go’ fato in tempo a dirghe: voria na’ confession… che anca quela la ma dìto: Bon Nadale, e, consolassion! Signore dei tempi duri, arieco la tirada dei auguri!

 

neodritaCaro el me stufà de discorsi un tanto a fià! In vero no’ capisso, tuto sto’ sfoggio de nadalità. Con questo, non me fa dispeto sta’ liquidassion de beate intension. Quelo che me turba la passion, l’è el magon di chi subisse sta’ tiritera anca quando la ghe va’ nera. Se fossi el Creatore, a Nadale torìa de meso le parole! Nel silenssio che subentrarìa, ascoltaressi, finalmente, la voce mia.


calamaioCara Drita: un toso sa’ vantà chel so’ amore le’ tuta na’ sinfonia del cuore.

 

 

neodritaNoialtre, più avanti de età, savemo chel toso sa’ vantà de una roba chel conosse solo a metà. D’altra parte, par farghe capire che l’amore no lè tuta na dolce menata, ghe vole quelo che forse nol gà: un’amata!


neodritaCaro sior: de sta letera so solo ambasciator. Su chi pol averghela mandà el ghe pensa lù. Mi, cossì la gò ciapà e cossì ghe la gò girà!

“Le parole chel gà scrito le xe cossì bele, che le gò leto anche a le stele, ma, anche quele le sa meraviglià del fato che nol gà capìo che da quela posission no podevo miga fare na lession! Vedemo se con questa spiegassion, riesso a cavare i dubi ne la so ragion. Se, Padre, è la vita che origina la vita, ciò vol dire che anca la vita l’è genitore, quindi, gavevo inteso dire: vita, parché te me ste par abbandonare? Di fronte a la paura de morire, l’è vera che la me umanità la sa’ piegà, ma, sull’amore del Padre, no go’ mai dubità!”


calamaioCara Drita: i maghi, le fatucchiere e le varie consigliere le dovaria essare sepolte da passate ere!

 

neodritaGhe dago ragion su tuto l’andasso che la dise sora, ma (casso) parché in via Massini, tutt’ora, ghè dei omani, (o, meio, dei putini), che, (ancora!!!), par cambiar la sorte i se fa tentar dal sogo de le tre carte? Ora, o la me dise tute le risposte a le domande de sto mondo, o par darse na calmada la se fa na gran velada! La me creda, par capire i significati de la vita, anca quelo, aiuta.


calamaioCara Drita: no go’ miga capìo sta storia del relativismo che tanto preoccupa el sapientismo.

 

neodritaCaro sior: del relativismo se pol dire che l’è la virtù di chi cerca de capir de più, vardando in proprio verso l’Unico, lassù. El guaio l’è, che se sta autonomia ciapa piè, ognuno me deventa pastore del so’ sé. Nulla di male, se non per el fato che la gà el difeto de essare fatale per ogni dominio di tipo papale.


calamaioCara Drita: go’ trova n’amante, ieri sera. Scarso come l’era go’ rinuncià al piaxere e go’ da’ da magnare.

 

neodritaCaro el me pelandròn, co’ la mission de solleticare certi posti ai più sbandati. Cossa vòto che te diga! Tanto te fe quelo che te pare, cioè, amare.

 


calamaioBiondo e bello in viso come un oxel del Paradiso, ma un fià, un fià, cara Drita, da stoffegar la vita!

 

neodritaCara la me sopravvissuta par passion, ai gas de la digestion. Ogni tanto, anca el me Toni el gà el fià un po’ acidin. Alora ghe fasso na cura de axeo e rosmarin! In quella fase, se non altro el tase!

 


calamaioCara Drita: quando go poca piva ascolto sempre la Diva. Casta la me rimasta, per quanto el mondo diga.

neodritaCara la me amara: quanto l’è vera! Anca el più piccolo filo de la so voce bastava a cavarme dal cuor la pece. Me piase pensare che nel coro divino, la Ghe sia al cuore, un pulsare più vicino.

 


calamaioCara la me Drita: te ricordeto de che la vecia pita che un putel ga’ reso rimbambita? Pensa, nol ga’ fato, a chela mata, na scenata, de gelosia! Cara mia: el mondo sa’ proprio rabaltà! Adesso i xe i toseti, gelosi dei veceti!

 

neodritaCara la me spetegolessa desmentegona! I toseti, i xe sempre sta’ ciapà, dai veceti. Non tanto perché boni, non tanto perché noni, ma parché muri edificati non sensa pecati. Per i buteli, i sè solo dei “c’era na’ volta” dei tempi duri! I tempi i sè sempre duri, ma i lo capisse solo i puri.


calamaioCara Drita: me so’ licensiada de bruto da quel cornuto del paron. Go’ dito che la so’ canson no l’incanta più gnanca i semi chel ne crede lu!

 

neodritaConosso chel poro deficente! El spergiura anca su l’Infinito pur de ricavare un po’ de struto! Cossa vòto che te diga! A la to lengua felicità, mia cara! Par quela dei paroni, lassemoghe dire che la ricchessa pò tapare la boca anca a la vita. Beli o bruti, che nò le vera se n’accorxeremo tuti.


calamaioCara Drita: Adone el m’ha dito che su na panchina di fronte a lu’, sa sentà na vecia birichina de Cefalù.

 

neodritaCaro el me Adone: subita sedussione da parte de un vecio platone. Non volergane a chi ghe prova. Essare desiderati, sia pur da un… oma, le’ pur sempre el diploma che atesta che dei tanti fuochi de l’amore, anche ti te sì el cerin che ocore, ma, anima bela, non par questo te ghè da tacar ogni candela!


calamaioCara Drita: so’ sta Pasqua de ciocolata ghe xe solo ovi de lata. No se pretendaria de le grandi rose: solo vere cose.

 

neodritaCara mia: pessimista de mattina, grigeta giornatina. Pol essare che i ovi de lata che te rimproveri a sta giornata, i sia come le spine ne le rose: le ne ricorda che anca quel che l’è più bèo, el ga de che sponciare un dèo.


calamaioCara Drita: cossa pola dir sta pora dona, che de politica no la val un mona, sul conflito de interessi del Berlusconi: i so coioni! Tuttavia, la ghe sarìa la maniera de salvar chell’omo, dal legittimo sospeto de smissiar i cassi sui con queli dell’elettorato. Bastaria, che tuti i guadagni li dasesse via, almanco, fin che resta el capo de sta partìa.

neodrita


calamaioCara la me Drita: voio farte na domanda enorme, infinita. El tentatore del Paradiso fu un serpente o un sorriso?

 

neodritaCarmela del mio cuore! Del Giardino de lassù, i na contà quel che i ga volù, ma, quaggiù, l’omo l’è serpente quando un sorriso del so’ paradiso porta la dona a sprecare la mona.

 


neodritaMe gà scrito un ballerino russo! El me dise chel girava così in tondo, che no ghe stava drio gnanca el mondo. Giunto al massimo de la so cariera, cossa podeva darghe, ancora, la Tera? Cossì, el ga molà tuto, e le’ andà a balàr par l’Infinito! Le stele le se mete sempre da na parte, quando ghe toca a lu, de fare la so arte.


neodritaCaro sior: da le letare che gà mandà i cristiani se ne ricavaria che le gente l’è spaurìa dal fato che la vita no la va solamente drita. Capisso che sta guida possa anca far timore, ma, se l’è salda la fede nel Signore, perché mai i pensa chel Guidatore nol sappia vedare el buron! No capisso sta cristiana contradission. O, meio, la capisso solamente se i cristiani usa el Cristo par rinforsarse el caregòn, ma cossa centra Cristo, (che l’è amore) co na scristiana voia de potere? L’è certo che sta opinion la podaria essare sbaglià, ma, dov’è la verità? Quando i ghe l’ha domandà, Cristo l’ha tasù, eppure, l’era Lù! Questo vol dire che no lo saveva? No. Questo vol dire che la verità no l’é nele parole. Alora, anime bele, pensemoghe sù, prima de dire ai altri viaggiatori che no l’é giusto che i vaga, dove i vole lori.


calamaioCara la me Drita: un torello che se la tirava più che de bruto, è ricaduto, nel sorriso dell’amato.

 

neodritaCara la me spiona dai sassinadi da la mona. No’ ghe toro che resista al decoro dell’amato. Tanto più, se la passion le’ tuto un giro de motivassion, smissiade nel bicère che lè antico come le ere: el cuore.


neodritaEl me Toni, stamatina sa sveià co na voia de limoni. Cossì, ancora mezza addormentata, gò dovùo farghe nà grossa… limonata. Toseti cari: che vergogna! A la me età ancor sta rogna! Ma, voialtri giovanetti, come sio messi coi… pessetti? In attesa che me disè la vostra situassion, ve ricordo el ritornelo de na’ vecia canson: se l’oio non lè in temperatura, frisare el pesse l’è molto dura, ma, se l’oio scota el dèo, metighe de tuto fuorché l’òseo.


calamaioCara Drita: el stipendio de me marìo le’ come un gambaro: el va avanti andando in drìo. Altro che diese piani de morbidessa! De sto passo, usaremo ancora el giornal quando andremo al cesso!

 

neodritaMi go’ fato la prima elementare. Delle economie da stratosfera no capisso na’ balera, ma, anca chi non xe Cavaliere sa capire chel Marcà canta ricchessa quando se pol spendare sensa tristessa. El Marcà che strossa, invesse, le’ come quel cretino chel sega el ramo de pino dove le’ sentà. Rifletta il Damato: ogni schèo chel gà risparmià lè na merce che ghe restà! Ogni schèo che ghe par d’aver regalà, in effetti, el ne la solo imprestà!


calamaioCara la me Drita, go visto un’anima ferita scender le scale de la me vita. A quela veduta saravo la porta ma, impotente, non l’aorta.

 

neodritaCara al me Infinito! Difendate da la compassion, se la te porta come bene, solo rovina dentro le vene.

 


calamaioCara Drita: la fritata de verdura che l’è quela creatura che me fa da omo, la me dise chel sa’ roto i coioni de laorar.

 

neodritaMa cossa gali sti omani, da brontolar! Cossa sali delle fadighe dele done?! La se pensa, cara siora, che col laor de prima, ora de sera, la gavevo come na balera! Vorria aver visto, al posto mio, che fine gavaria fato el culo de so marìo! Tasì, omani, tasì! Che avanti e in drio tutto el dì le và le vostre done! El lavoro da far. La casa da curar. I fioi dove eli? Gali fato la lession? La suocera l’ha sà perso, el suocero gà bevùo, e, come se la fosse sempre così bela, lo stipendio dele done l’è la solita mortadela! Credime, omani, anca le vostre done l’è ghe na piena la balera, ora de sera!


neodritaCaro sior: go’ visto sul so’ giornal la marea dei no – global. Mama mia, (me so’ dita), quanta vita. Visto chel presente gà mostrà el coragio de andare avanti, el cuore me salìo ai piani alti. Dove so rivà, na voce m’ha ricordà: i paroni sarà sempre quei, ma, vox popoli, vox dei.


calamaioCara Drita: cio ciiio, cio ciiio el me faseva avanti e dedrio. La chioccia de un pulcino me pensavo. Ghè bastà n’occasion diversa, e me la so’ ciapà dove bate el suol quando andemo co’ la testa.

 

neodritaCara la me contusa: i amanti che soga a fare i pulcini, quando i xe nei casini i morsega come chel can che i dise manaro, non appena i ga’ modo de lassare el pònaro. Impara l’arte, ma, non inacidire la to parte!


calamaioCara Drita: da quando ghe vita, se la dona la ga le so robe, la voia de l’omo la speta. Seto invesse quel chel m’ha dito chel fiol de un pito: ndaria da na moreta!

 

neodritaCara la me trascurada da na teneressa mancada. La to letera me fa proprio pensare che nonostante tuto, l’omo non distingue differenssa fra afeto e difeto quando ghe gira l’anda de metarlo in… banda.


calamaioCara Drita: so’ l’omo de quela che t’ha apena scrito. Lè anca possibile che no sapia distinguere la differenssa fra afeto e difeto, ma certo so distinguerli da un cassoneto! Prova ne sia el fato, che go’ preferio sassinarme un diel, piuttosto de tocarghe un pel, quando la me ga negà, na parte de la sso qualità.

neodritaCaro el me amante, che le’ drio far quaranta dì de gesso solamente parchè l’ha pensà de essar sta tratà da fesso. Anca a mi mè capità de negar de la qualità al me Toni. Nonostante ciò, stasera ndemo a cena e dopo a balar. Par el resto de la festa, vedaremo ben quanto fià ghe resta. Con questo voio dirte, che, amare, le anca un saver spetare quel che l’amante te da, pienamente, tanto quanto no te ghe meti condission ne la mente. Nel saludarve caramente ve ricordo la regola de Santa Tresca: quando l’amore lè in burasca, tegnì le man in tasca.


calamaioCara Drita: come go’ passà el Nadale?

 

 

neodritaCaro el me Gioele! Lo’ passà, come la cana che se china soto la piena! Quando sarò de la’, trovarò ben chi gà inventà ste feste. Te giuro sul me Toni, che tasarò, solo quando no gavarò più sugo nei limoni! No, seto, parché so contro la felicità de la gente, ma parché no le xonta gnente a chi ghe na’, mentre le tole core a quei fora dal marcà! Eco! Le’ la gioia a comando che no me piase de sto’ mondo! Pensa: par tuto l’anno scarpioni, ma ne le Feste tuti boni! Da sto’ periodo malcunà me salva le parole del povero Fulgensio: trova el Nadale nel to silensio.


calamaioCara Drita: go visto do’ vecioti intorno ad un quadrato de tera dura! I pareva sposadi da la speransa de far cressar la verdura: ancora!

 

neodritaCara la me ciapada da l’idea che le passion da morosi, la vale anca quando ghè l’artrosi. Me par proprio de vederli i to’ pensionati. Li vedo mentre i cava i sassetti; mentre i buta un rameto, seco, poareto come el fosse un dispeto. Li vedo, su chel tòco de tera, mentre cala, solamente la sera.


calamaioCara Drita: gheto sentìo de la Gabriela? La sa butà! I dixe par un malor da medissine. Fatto sta, che so rimasta sensa fià.

 

neodritaFar processi alle motivassion l’è sempre na follia, cara mia. Par i gesti che no gà solussion in genere me rispondo: el fato, el mondo. Dopo di che, taso e me soffio el naso. Pararia par rafredore, invesse, l’è l’influenza: al cuore.


calamaioCara Drita: me pensavo prigioniera de do’ goti de barbera, invesse (destino ridanciano) fora dal branco, uno, el m’ha reso el magon come na bala de saòn.

 

neodritaCara la me recuperada da na piega sbagliada. La pianta de la vita la ga’ infinite foje, parché le’ alimentada, da infinite voje.

 


calamaioCara Drita, secondo mi, Dio l’è nel creato; e questa è la vita.

 

 

neodritaCaro el me panteista. Dio l’è nel creato, come un so’ scrito no l’è Eugenio, ma quel che l’ha dito. E, Dio, l’ha dito: vita. Che la vita sia deventà na rosa, l’è tutta n’altra cosa da quel che l’è restà, soffio primo, là.


calamaioUn toseto el me domanda se conosso chi ga fato un tuto che ghe pare tanto privo de costruto.

 

neodritaAmore caro, la to domanda lè più granda dei pieroni che gò spostà par arivare fino a qua. Par questo, non savaria quali paroloni usare par sodisfare la to curiosità. Di fronte a domande più grande de lu’, un certo Piera ga dito: Gesù! Eco, par cercare chi ga fato sta grande vale, anca ti te podaressi partir da lì. Certamente ghe dei altri punti de partensa, ma siccome gò viaggià poco, porta pasiensa se te paro un oco.


calamaioCara Drita: vedemo se te si bona de darme na risposta. Come mai, fra i profeti, no ghe mai dotori?

 

neodritaCaro Don Panssòn, te rispondo nel tempo de na’ genoflession! Fra i profeti no ghe’ mai dotori parchè i sa xa’ tuto lori.

 


neodritaMa pensa ti, sti americani! Da poco più de sento ani i xe scampai su na garavela come i pori cani, ma xa i se sente così sovrani da dire ai iracheni: al posto de un bruto ditatore ve daremo un bel governatore. Intanto che pensavo sora a tuto sto disdoro, no me ssa brusà el pomodoro!


calamaioGo’ trovà un amante. Le come un saco pien de gnente, nonostante gabia dà de che far grande la so’ età.

 

neodritaCaro el me scrittore. Forse no te ghe ben vardà dove te meti la to vita. Se chel saco lè sbusà sul fondo, l’inutile fatica è chiara al mondo.

 


calamaioMe so’ innamorà! Me par de essare deventà na scimieta maestrà, ma no te digo la felicità!

 

neodritaCara la me Cita: da i oci de un butel miracolata! Chissà parché, la storia dei altri le’ sempre quela, mentre la nostra le’ sempre bela. Che sia parché el cuore, el dise sul nostro amore quel che ognuno vol sentire? El mio, che le’ vecio non da poco, el ma dito na roba che ma’ lassà de stuco: l’amore è amante che insegna, l’amante è amore che impara.


calamaioCara Drita: quando i ne ama, da cosa lo capimo?

 

 

neodritaTesoro santo, metemo che l’amore sia come un mare. Capimo che i ne ama quando quel mare ne permete de noàre.

 


calamaioMe stavo domandando, cara Drita, cossa significa “casa”. Me so’ da un careto de bla bla, ma, gnente me bastà!

 

neodritaCara la me sfratada da le normali convinssion! Casa, l’è el luogo de la nostalgia, de quel che eravamo prima de ciapar sta via.

 


calamaioTe dirìa aflita anca la me vita, cara zia, ma, non sarìa la prima volta che me conto na bugia.

 

neodritaCara la me aflita par recitassion! Fra i capaci de svacare i momenti poco boni, ghè quel ramengo da cojoni chel spacia par poesia, ogni cassada de la vita mia. So chel voleva darte un campion de la so parte, ma, dopo averlo leto l’ha butà via parché el ghè pensà, che na verità solamente colorà de rosa, lè ben poca cosa par quela che par na tosa, ma non se sa.


calamaioCara Drita: quando canto la Parola in gregoriano vedo la terra così da lontano.

 

neodritaNon ghe cito l’esempio par fare un paragone irrispettoso, ma, anca mi, vedevo la vita distante quando avevo la mente ciapada dal moroso. Le’ da un tòco che non canto più – Fiorin fiorello – e le’ da un tòco che non me ricordo più se l’era belo parché, adesso, tutto tace. Nol ghe credarà, caro padre, ma no ghe’ canto che valga sta pace.


calamaioCara Drita: so’ drio innamorarme de na dona! A tutto gavaria pensà, ma non a na’ mona!

 

neodritaNo capisso la question, rabaltado corasson! In ogni caso, cori dove te porta el cuore, ma non desmentegare la borsa che aiuta a ragionare! Che no te me fassi come i putini, che i se trova sempre nei casini parchè no i bada a quel che ghe dise el sarvel, da tanto i xe ciapadi da la metà del ciel.


calamaioCara la me Drita: me so’ innamorà de un ragasso, che, in tuto, no’ le’ che un fasso de povertà, però, non lo lasso, gnanca se dovesse finir nel cesso!

 

neodritaCaro el me imbriagà, da un amore così appassionà, da non far capire che la merda è il dolo dove finimo quando sbagliemo volo.

 


neodritaTesoro caro: diploma de to mama. Dopo averte guarda ti, gò vardà el me Toni. Me so dita: par fortuna gò i limoni! Te immagino fra le piere. Se no se cava sangue da le rape, figurate da quele ere! Me domando sel sogo vale la candela. Forse par na donna no, ma el mondo l’è rotondo e non l’ho miga gira tuto. Vorria tanto essare na bersagliera. Fra mi, ti, el Toni, gavarissimo sa finìo la guera! Ora, bando a la tristezza, cara la me belessa. Butemo via i dolori e metemo in alto i cuori! Te racomando, stammi sempre allineato e, sopratutto, coperto! Telo digo in italian, proprio perché gò el core in man! Dato chel me Toni l’è girà da n’altra parte, te mando un baso, forte – forte. Apena te lo senti, sarà i oci, pensa che gò i to ani, cala i affani e vardate intorno ma sensa sbassar la mira! Ghe anche dei Agfani che non la pensa come mi: par ti, Cesira.


calamaioCara Drita. go’ leto che na voce divina l’è sta becà co’ la marijuana. Anche a quela là, ghe tocarà andare in Comunità. 

 

neodritaCara la me preoccupada da na legera canada. Non so parchè, ma sta storia me ricorda che certi osei i canta ancor più bei quando i xe privadi de la vista. Me domando come la cantarà, che l’anima orbada da la so’ diversità, quando, in Comunità, i ghe darà quela de la normalità.


calamaioCara la me Drita: so’ l’Ingegner Fritata. Sarà anca par l’età, ma la politica che ga tocà sta epoca la me pare un tale sigamento de opinioni, che no’ se distingue più i torti dalle ragioni. Cossa polo fare un eletore, fra così tanto clamore?

neodritaCaro el me Ingegnere. Sarìa molto semplice dirghe: “el segua el cuore”, ma, anca lì ghè dele robe un po’ così. La vita, l’è vera, le’ fata da na moltitudine de voci. Come, no diventare mati? Dirìa, considerando che tute le cose, quando le xe massa, le deventa n’over dose, quindi, la verità, sta nella qualità che no ferisse nessuno, parché no la lede, la fede de ognuno.


calamaioLa Nuccia la me dise, che no la ga più fiducia, e che la se alssa la matina come un abat joùr sensa lampadina.

 

neodritaCara la me putina! Tuto el mondo sà che dovemo ritrovare de matina quelo chel nà ciavà el giorno prima. Il che vuol dire, che sel nostro abat joùr lè sensa lampadina, dovemo metarghene una nova o, inventarse na manfrina!


calamaioCara Drita, gheto sentìo de che la casa, che sensa un parché, ghe se brusa i còpi e anca i piè? I pensa pure chel sia el demonio. Ghè parfin un prete chel dixe: testimonio!

 

neodritaCara la me ciapada male da un sospetto de sopranaturale. Par mi, i xe solo i marsiani che i vol farne capire: testa dura, tieni da ti la to spassadura!

 


calamaioCara Dita: giunto a metà de la salita me domando come portare avanti el resto de la vita. No gò problemi ne le motivassion. Al più, su come affrontare i costi de le risparassion. Se par farle so’ sensa schei, quanto l’è giusto che le paga i foi, se questo piega el so’ destino sin dal mattino? Se pol domandarghe ai fioj de la carità, e non domandarse a che costi i te la da’? A fronte de na risposta che no l’è ancora rivà, come fasso a volerme ancora sano se quel che par mi l’è vita, par altri, l’è un dano? Certamente bisogna avere fiducia nel futuro, ma, intanto, a quanti ghe lo fasso duro? Me domando dove inizia la comunion sociale, e dove la finisse par rompare le bale, sel Diritto nol precisa quanto posso avere senza sentirme el parassita, de che la vita? Dal momento che par così, de fato, parché noi dixe chiaramente che posso avere sensa ledare el contrato, tanto quanto posso pagar l’affito? Stante, sto inevitabile marcà, i dovaria permetarme de passare ai fioj la vita mia, almanco sensa ipocrisia.

neodrita …


neodritaCaro el me Stocasso: felicità del sesso se gavesse i ani de na volta. Solo par sincerità te digo che ero bela più de quela che stava a Troia! Se l’è vera chel tempo m’ha lassà solamente el nome, della località, l’è anca vera, però, che no gò nessun rimpianto par quelo che l’ha tolto, tuttavia, gò sempre el core in man, così, no ghe geranio e gnanca rosa che i valga quanto mi, come morosa. Per tanto, me piasaria, sinceramente, corrispondere d’amor con ti, mente a mente. Mi te diria che te spèto sul balcon. Ti, te podarissi anca dirme, che sensa de mi, la to vita sarìa tuta un rabalton. L’è vera! Con le parole no se scalda batelon, ma, ghe xe sta anca chi, che con un paro de rime in fiore, i gà saltà così tanto la so’ storia, da deventar memoria.


calamaioCara la me Drita: del me paradiso la più bela porta. Quando go’ leto el to invito go’ pensà: ecco la me Giulieta, ma el cuore (chissà parchè nervoso) el ma’ sigà, cativo, tasi, mona! Cossa vòto dirghe ti, a stà gran dona! Lè vera! A la me pora Filomena (che la staga sempre in gloria, par carità!) no ghè che gabia mai cantà l’amor che ghe dovevo. La gavaria pensà: el sa’ imbriagà! Ti, però, co sta’ storia del balcon te me sveià l’età, così, stanote, me so sognà che da sòto te cantavo: “Son fili d’oro i tuoi capelli…”. Non me ricordo el resto parché me so’ sveià, a causa del… pargolo, bagnà!

neodritaCaro el me Romeo: felici i to’ ani, se el… pargolo, no sa’ bagnà par na’ question de reni!

 


neodritaGavevo la caldaia onta. Go’ ciamà l’idraulico. El me la netà. Adorati fioi de strope! Sio sempre drio pensà a le ciape? Comunque sia, par diese minuti de pulissia, centomila, signora mia. I tempi no i sé più queli de na volta. Centomila ogni bòta, (e non se sa quante volte al dì) non le ciapavo gnanca pelando osèi ai tempi bèi de la Torricelli da Forlì. Ecco! Se non savì cossa far dela vostra vita, fasì gli idraulici. Mal che la vaga, peso de così, so andà solamente mi.


calamaioCara Drita: domenega se sposa la Mena. Non la sa se le’ incinta ma la dise che lè piena.

 

neodritaA fronte a tanta oca, me’ scapà el fià de boca! Da dove ero sentà, so parfin cascà! Tesoro santo, tesoro belo. Cossa mai ghe direto al to putelo? Che t’ha riempio la so grassia, non, l’oselo?!


calamaioCara Drita: nò lè che son scontento del moroso fiorentino, ma lé, che dopo l’amor, sto qua, el se lava el cul sul lavandino!

 

neodritaTasi, che la te’ nda ben! Pensa chel marìo de n’amica mia, ghe scalda, la… panara col fon da parucchiera! Immagina la scena! El marìo col fon in temperatura, e la moier, tutta in meso a un vapor, che la siga – amooorr? amorrr!!!!  Caro el me tesoro: l’amore, l vede coi oci de la mente! Da ciò se ne ricava, che le’ orbo se no la val na’ fava!


calamaioCara Drita, el problema che ghe espongo, lè nel fato, che quando fasso l’amore, la me dona siga dal dolore!

 

neodritaCaro el me fiol, quando na machina lè granda, ma el garag l’è streto, la se mete dentro, secondo la regola de n’amico mio: un po’ avanti e un po’ indrio, un po’ avanti e un po’ indrio. Certo l’è, che la to dona sigarà de manco, se te la smetarè de darghe dosso, come se la fosse un pozzo!


calamaioCara la me Drita: t’ho visto passare ieri sera. Co la camisa in fora. Te sembravi na bandiera. Mi jero sul balcon. Gavevo del magon. 

 

neodritaCara la me tosa, pensierosa. El magon l’è come un’ombra sensa palo. Che senso galo?! Invesse de ruminar su quelo che no ghè, alssate in piè!

 


calamaioCara mia, devo proprio confessarte che ne la me vita te si l’unica roba che no va’ storta, ma xa che jero par la via, so andà a farme benedire da na dona pia.

 

neodritaCara la me sconsolata. Non so chi la sia sta dona pia. Ne che acqua la spanda par benedire gli infelici, ma, verxi ben i oci! L’acqua benedeta da qualsiasi pia dona, la fa miracoli solo par i mona.


calamaioCara Drita: amo, e pensaria anche amato ma la me dona la dise che sono poco dotato.

 

neodritaCaro fiol, se a la to dona no ghe basta la to onda, che la vaga a stracassarse da n’altra sponda, ma, ti, se la to passion l’è un frutto amaro, cossa spetito a butarlo sul loamaro? Certo l’è, che sel me Toni me disesse che gò le labbra poco spesse, o le tete fin par tera, l’avaria mandà a cagar da mane a sera, invesse, con un po’ de fantasia, (e usando i me limoni), come a ventani, femo ancora i coioni.


calamaioVolevo dirte del me amore cara Drita, ma un’amica, reverita, al me omo la gà offerto un pomo, così, come argomento de sta conversassion, posso dirte solamente la me desolassion.

 

neodritaCara la me dona, tradìa de Nadale da na’ question, che la me fa’ vegner le bale da tanto l’è stantìa. Sèto parché i dixe chel primo amore no’ se scorda mai? Parché semo la prima vita che gavemo amà. Dal momento che ti si ti’, la prima vita, allora, te devi essare ti, anca il primo amore! Così, se la to’ amica la ta’ liberà el cuore da na frasca parassita, di che soffri, mia diletta?


calamaioCara Dita, anima mia, so’ na profe de filosofia: te si poco femminista.

 

neodritaCossa voto dir co sta parola vaga? Che se na dona la dà nei denti, i deve ciaparsela nel cul e star contenti? Cara siora, la me filosofia, la se basa su l’eterna lota fra chi gà bega, e chi gà la pota. Par questo, mi so dona perché la ciapo dal me Toni, e so omo, quando ghe digo: se non te fili drito, stasera, te vè a dormire sotto el Ponte Piera! Allora, cara la me dona, soi contro l’omo, o soi contro la mona? Intanto che te ghe pensi sù fate un paro de limoni. Chissà che non te la finissi de far problemi così coioni.


calamaioCara Drita: la Natura de na volta la gaveva l’età de l’omo. Adesso, invesse, la sembra chel pomo che i dixe “invernale” parché el par maturà con quel che xe restà.

 

neodritaCara la me vestìa de na stagion finìa. La to opinion l’è anca vera, tuttavia, la me par massa nera se solo te pensi che par fare chel fruto, anca Lù el ga impiegà non meno del tempo che ghé bastà.


calamaioQuando la storia l’è finìa, che silenssi, cara mia!

 

 

neodritaCara la me impressionanda da na parola mancada. Le parole in amore no’ le se alsa o le se sbassa secondo el cuore, ma secondo la luna, proprio come el mare, quindi, o noàre, o negare.


calamaioGo’ siga’ drìo come na mata: fate pure quela de manco ani, tanto, mi a disnove, so da anssiani, ma, go pianto come na disperata! Cossa me dito, cara Drita.

 

neodritaCara la me aluvionada da tanta desolassion! Evidentemente, no gavemo ancora capìo la lession! Quando un omo ne porta del dolore, no le’ un amante: l’e’ un tumore! Le’ anca vera, cara mia, (dato che non sono partigiana), che le’ un tumore anche la dona, se la ga’ la mente da putana. In quanto a ti, sorridi, i disnove i xe sempre un bel dì. Con questo, ricorda che par un fiore piegà nel so’ vaseto, acqua che lo indrissa l’è anca un gran pianto!


calamaioCara Drita: Go’ leto quel che te ghe scrito a la me innamorata, ma chel poeta che come un’ombra stava e i nostri afani testimoniava, come mai no’ la dito anca del me pianto?

 

neodritaCaro el me trascurà da na rima mancà. Poll’essare che de ti no l’ha dito gnente parché la to dona sigàva più forte.

 


calamaioCara la me Drita, forse parché ecità, in quela parte la, ma un putelo el me sa sentà vissin in piassa Bra. No l’era male, ansi, l’era belo, ma, gò pensà: ancora no lo sa, che na bela idea divisa a metà, lè come un lesso sensa pearà.

 

neodritaCara la me sfiduciada. I colori de la vita no i xe de manco dei dolori. Il che vuol dire, che vissin ai to soliti mal de testa, se ga sentà un po’ de festa. Cogli l’attimo: deservelada! L’è meio far matina so na banchina ben occupà, piuttosto de farlo vardando el passà!


calamaioCara Drita, l’omo che me pensava, dominada dal so’ sesso, lo mandà dove i va’ i partorii nel cesso!

 

neodritaCara mia, le porte fra gli amanti le xe quele dei sentimenti. Le se verse per farli entrar se i ne da dei rapimenti, o le se verse per farli andar de volta, quando chel Romeo ne dimostra de non valere un schéo! Ma, seto qual’è la roba strana? No sona par nessuno la campana de vittoria parché ghe sempre un po’ de luto quando finisse na storia.


calamaioCara Drita: so’ la Lorento! Me lamento parché al ritratto del Cristo messo prima de un ponte i ga’ fato i bafi!!

 

neodritaCara siora, cossa vola che al Cristo ghe ne frega se i gà sassinà la foto. El Cristo lè più in là, de le monade da puteloto!

 


calamaioCara Drita: dove l’era Dio, mentre la tera del Molise l’era come l’onda de un mare chel ga inquarcià de tuto fuorché el dolore?

 

neodritaCaro el me sior: na roba l’è certa! Dio no le’ ne la testa di chi fa le “case de carta”! Comunque sia el caso, cerchemo sempre fora del vaso quel che gavemo davanti al naso. Par quel che me riguarda, Lo trovo dentro la vita, anca dove le’ maggiormente aflita. El me dirà: se Dio lè amore, lè ben strano paradosso, trovarlo nel dolore. Occio, co’ le parole! Nel dolore ghe xe sempre l’Io! Le’ nel resto, che trovo Dio.


calamaioUn teleutente me domanda, parché la Rai, pur veneranda, le’ drio andare a cassoneti come el gato che ga’ finio i sorxeti.

 

neodritaCaro el me deluso. Par quanto la diga hoibò, la Rai la va xo’ parché noaltri invidiemo i paroni e svalutemo i mesani. Le “idee alternative” che la cerca par rimpolpare l’odiens che ghe manca, le’ fumo che no vale la cica, se quelo che adesso ghe cale, le’ na debole spina dorsale.


calamaioCara la me Drita: monte dei me sogni. Alba infinita sora el me goder. No te ghè più sorele! Come no bastasse sta carenssa, el piaser cominsia a farse raro come un matrimonio poco caro. Tò scrito par dirte che su le vie, gnanca coi schei se trova chi te dise – bona note e sogni bei – come te fasevi ti. Te devi pensare, (stavo par ndare in leto da tanto ero scorajà), che na sera me so fermà soto l’ultima luce che gò trovà. Certo, no l’era quela de i to oci, ma cossa se pol pretendare, in sti tempi de peoci. Comunque sia, no la pareva mal, ma, al dunque che sen rivadi, quela che pareva na passera, l’era invesse n’altro osel! Dala paura, me sà streto el cor, (no te digo el cul, ancora come mama lo gà fato), ma l’era cossì dolce nel so far, (quela figura strana), che no la mostrava diffarensa nell’amar, cossì, sia pur con molta tolleransa, gò lassà che la manovra sotto la pansa.

neodritaNino caro, Nino belo: inconfondibile bordelo de la me gioventù. La ragion sociale la na taia le ale, ma, par fortuna, il sesso lè na passion chel mostra anca ai orbi, non solo che la normalità le’ na scola che insegna solamente na’ parola, ma che lè anca na’ bottega sensa porte, sel corajo de na’ voja, l’è più forte.


neodritaStamattina mè cascà l’ocio sul giornale. Quel che lè restà al so’ posto el gà leto, porco can, che manderemo dei fioi in Agfanistan. Non sarà colpa gnanca de lori, ma semo prorio sfigadi coi Cavalieri! Non solo el na portà in guera quel de ieri, ma anca con quel de oncò, i xe dolori. Che sia el caso de ciaparse in man le bale già da ora prima che i ne le maca ancora? Intanto che sora ghe pensemo, ve ricordo le parole del me poro Nicodemo che l’era Colonelo sul Pordoi: occhio fino e mano lesta, sensa par questo desmentegar, che la più gran difesa, l’è la testa!


calamaioCara Drita: ndarò sposa sabato che vien. Dovarìa essere lieve come un Nadale cò la neve, o come na Pasqua a le Maldive, invesse, so’ allegra come na strassa butà su na terassa. Se da el caso che senta el cor diviso fra nà passion par un certo Nane, (affascinante ma disgrassià non poco), e un certo Gioanin, bravo omo ma solo par l’affetto.

neodritaBimba cara: anca i più gran salami prima o poi i fa la mufa, e, par quanto grande sia un pinguino, el dura manco del so’ stéco! La scelta, dunque, la se pone, fra ti e un lungo bene, o, fra ti, e un lungo pene.

 


calamaioCara Drita, l’era fredo la vigilia de Nadale, ma lo stesso gò ciamà la polissia e all’imbriago che gavevo in casa go’ mostrà la via. El cuore me reclamarìa ancora de la carità, ma, no go’ più fià!

 

neodritaCara la me dissanguada da na scelta intossicada. Da un alcol che se beve un omo non se ricava gnanca el scataron de un pomo de la Val Venosta, quindi, dirìa basta! In quanto al cuore, ol bate secondo la mente ol fa dani! Onde evitarghe l’occasion de parlar par gnente, l’è meio che te lassi chell’ omo nei so’ afani. In certe situassion, infatti, trovo verità nel detto: rua – rua, a ognuno la vita sua.


neodrita

Clarabella amò un cavallo ma non fu questo il fallo!

Confondendo ottone e oro, sbagliò, perché lo vide toro.

 

achiavi

 

 

Aforismi

amessocol“Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”

quando la ragione ha dei silenzi che il cuore non conosce.

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Lo scibile è nato dalla prima parola detta dalla vita: ahia!

Per non lasciare tracce il Commercio porta i guanti.

Diventa saggio chi vive la sua conoscenza. Diventa colto chi la marmorizza.

La Donna emerge nella sua piena forma man mano che la Femmina si deforma.

La vita è l’armadio dove la sessualità nasconde i suoi scheletri.

Le figure che si reputano belle si aspettano di essere gratificate. Le non belle non perdono tempo.

Se ne faccia una ragione il normalizzato. La vita non è orto per broccoli.

Chi si aspetta reverenza dalla riconoscenza pone freno alla gratitudine.

Non è detto che debba essere così per sempre, ma chi delega ad altri il principio del suo piacere è destinato ad essere servo.

La vita è come la pioggia. Non chiede al campo se necessita d’acqua.

L’amore è ciò che resta dopo aver pulito l’amare.

L’illusione è prodotta dalla mente che vede falò anche i fatui.

La bellezza è l’arte dell’amore della giustizia per la verità.

Coscienza, è il sacrario delle parole che attendono la carne.

L’amore è l’estratto conto dell’opinione.

La durata del per sempre è vera solo in chi dice di non fumare fra una sigaretta e l’altra.

Nel nostro senso di potere siamo come l’asino che tira il carro perché vuole addentare la carota che gli hanno messo davanti il muso.

La crisi nei giovani è cominciata quando abbiamo mummificato l’età

La verità è come un’arancia davanti gli occhi. Per vederla tutta, la vista deve far il giro dell’arancia.

Vi è corrispondente incontro fra bellezza e verità tanto quanto si congiungono nello stupore che non sa darsi.

Le mani vuote di ogni potere non temono alcun potere.

Se non si mette in discussione, la voce della coscienza è solo l’eco della soggettiva conoscenza.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia.

Si inizia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

La stranezza è il fiore dei giardini incolti.

Se non sperimentata, ogni verità è parzialmente vera.

I “diversi” fanno da antidepressivo per quelli che non si sanno “eguali”.

La bellezza è un tocco di verità. Non è eguale per tutti.

I Leader sono specchi per ombre in cerca di sostanza.

Molto, ma molto raramente una parola è nuova. Il silenzio, sempre.

Pensare che un’idea sia vera perché l’amiamo riduce ogni confronto a una sfida all’ultima voce.

Per favorire la biofobia l’hanno chiamata eterosessualità.

Nessuna definizione contiene tutto ciò che definisce. Non per questo non sono intelligenti, ma per questo sono cretine.

Vedo il voler essere famosi come il tentativo di chi vuole uscire da un sé vissuto come “fossa”: illusione di chi non si rende conto che nessuno ci esce per sempre.

Abbiamo perso il senso di onore, mano a mano abbiamo sostituito la ricerca di verità con la ricerca di opportunità.

La sigaretta è l’ancora che ancora un’emozione, e come tutte le ancore, ferma.

L’amicizia è come un motore in folle. Si attiva, quando si innesta la marcia necessaria.

Nella gelosia , vi è l’identificazione di chi non sa quale amante temere, e vi è il possesso di chi non sa quale proprietà temere.

La letizia, è quello stato di vita, che nell’acqua ti tiene a galla, non perché sai nuotare, ma perché confidi nella legge di Archimede.

Chi ama due persone nello stesso tempo, ama, in due, ciò che totalmente non ha in uno.

Gli ideali fuori dal calice sono pani senza lievito.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che mangiamo secondo fame, gusto, e non sempre alla stessa tavola.

In democrazia la vera voce del popolo è l’aritmetica.

La saggezza cessa ogni qualvolta la mente va in pensione.

E’ cattivo insegnante quello che bacchetta gli alunni? Se a farlo è la vita, no.

L’amore è corrispondenza fra simili. Il sesso, non necessariamente.

L’amore ha il volto di chi si specchia.

La vita è come una macedonia. Inevitabile per la mela, sapere anche di banana.

La passione bolle l’acqua. L’amore la tiene calda.

La sessualità è come la scarlattina. Immunizza solo chi la vive.

Quando il sesso tira la mente non fa una lira.

Le citazioni dei famosi sono fosse dove riposa la saggezza altrui.

Nulla imbambola l’intelletto come una speranza oltre ragione.

Sbagliamo in amore quando la speranza ci seduce più della ragione

Il sorriso è il teatro dove gli occhi recitano più facilmente dell’anima.

Religione, è ciò che resta della vita dopo averla schedata.

Filosofia è quello che resta della ragione dopo la biopsia.

Cavallo che tira mica si vende.

Anche in amore non resta a piedi chi viaggia con ruota di scorta.

L’intelligenza è furbizia che conosce. La furbizia è intelligenza che truffa.

Mio, in amore, è il virus di un prossimo dolore.

La maturità che nega la sua giovinezza dimentica come si è cibata sino a prima.

La passione non porta mutande.

L’odio è frustrata fame di potere.

Canta che ti passa. Non raccogliere se pesa.

La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

L’amore è via. Il discernimento è guida.

Per sentire la ghianda è necessario farsi quercia.

Non c’è amante che diventi talmente arte da rendere infedele un artista.

Chi dice agli altri che bisogna ridere anche di sé stessi, sotto – sotto si aspetta che nessuno lo dica a lui.

La forza dell’imbecillità è nel silenzio dei conoscenti.

Invidia è parente povera della capacità.

Quando in amore vi è espressa sofferenza, amputare è meglio che mendicare.

Sulle ferite in amore ogni balsamo diventa un sale.

In amore non ci sono vincitori. Ci sono amanti.

Per toglierci di torno le piattole, nulla funziona meglio della sincerità.

Demofascismo, è carattere psichico della voce di un popolo. Può diventare il carattere politico della voce di uno Stato.

Si chiama Arte, l’opera dell’ostrica che produce la perla per difendersi dal dolore procurato da una scoria.

Nella conoscenza scindiamo l’amore dalla passione mano a mano ci rendiamo conto di non poter avere ideale e reale nello stesso soggetto.

A vent’anni, l’arroganza si chiama ignoranza. Più avanti, paura.

Il prevalere della conservazione sulla produzione, è segno di declino nella persona, nello stato, nella vita.

Una esasperata ricerca della salute può rendere ancora più facile il vivere ma anche più difficile il finire.

Fa piacere l’amore delle chiese, ma se è un amore imposto cosa lo distingue da uno stupro?

Ufo, è anche il disco dove carichiamo tutto quello che, deresponsabilizzando, rendiamo oggetti non identificati.

Solo gli spiacevoli rivendicano il diritto di non essere ipocriti. Gli altri sanno tacere o sanno parlare.

E’ razzista chi difende la propria miseria. Non è razzista chi si difende dalla propria miseria.

Il tempo che usiamo per invidiare i valori altrui, sarebbe meglio occuparlo per mettere in invidia i nostri.

La ragione è sempre la forza della forza, purché non sia debole la ragione, ovviamente, perché allora la ragione si serve della forza.

Di quello che si sono tolto, i Castrati per il Regno dei Cieli possono amare solo quello che è loro rimasto: la ferita.

Le vie della vita sono infinite. Se ci passa vita, nessuna è sbagliata.

L’Uomo può elevarsi al divino, ma bisogna crederLo molto basso per poter immaginare di averLo raggiunto.

Dire per libertà civile é poter sputare sul piatto altrui. Dire per civile libertà é rifiutarsi di farlo.

Ricorda a grani sciolti la storia che non evoca il dolore di ciò che ha in memoria

Ogni foglia vibra a sé stessa

L’umanità’ che determina ciò che gli è relativo ma non ha più bisogno di chiesa.

La libertà è di chi ama le sue manette

Ciò che è neutro verso la vita non gli è ostile ma neanche amorevole; è come una bagna cauda servita fredda.

Penso alla mente del “saggio” come penso ad un letamaio; formata da errori, è vero, eppure, messa sul campo, concima i tempi.

Si comincia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia. Follia: tutto quello che esce dall’intelligenza ma non entra nel giudizio.

Vita si nasce. Nel tutto si diventa.

Bisognerebbe abituarsi a non avere per non doversi abituar a rinunciare.

La speranza è ultima a morire quando la ragione è ultima a capire.

Un commento è d’arte quando brilla di luce propria.

La ragione del silenzio: nessun potere durerà più di me.

La forza dell’Io è proporzionale all’indipendenza verso l’altro/a, e/o verso cosa propria come no.

La vita è tutto un tagliar cordoni. Si comincia con quello della nascita, e si continua per ogni rinascita.

Se la vita è ha spicchi come un’arancia, ciò vuol dire che il nostro destino è anche nello spicchio vicino.

Si solleva dalla terra delle bestie chi si rende conto di essere addomesticabile.

Il dolore è necessario maestro di vita, purché non ne diventi il boia.

La Ragione è carsica.

Il senso della colpa è croce da temere ma anche maestro da seguire.

Si può parlare di tossicodipendenza, quando una domanda di suprema emozione ha solamente il si come risposta.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che bisogna cambiare l’acqua ai fiori.

Il sorriso è by pass per la vita ferma al cuore.

Siamo unici tanto quanto diversi e diversi tanto quanto unici.

Nella ricerca della verità il dubbio è croce ma cireneo il discernimento.

E’ meglio vivere con paura che non vivere per paura.

La felicità esiste ed è come un bagno in acqua sempre calda. Infelicità, è bagnarci il cuore prima del dito.

Se la saggezza vedesse oltre la speranza sarebbe questa l’ultima a morire.

Il dolore è tesi della violenza e antitesi della giustizia.

Non è difficile essere felici. Basta che qualcuno voglia la tua felicità.

Quando ferma la speranza la presunzione ferma la vita.

Diventiamo possessivi quando siamo insicuri del bene dell’altro, o non sicuri di essere il bene dell’altro. Diventiamo gelosi, quando non siamo sicuri della verità dell’altro, o non sicuri di essere il vero dell’altro.

Dove non si fa in modo che bambini innocenti crescano come uomini innocenti, come distinguere chi sarà il carnefice di altri, da chi è la vittima di altri, o il carnefice di sé?

Il monaco mi ricorda il guerriero che lascia il campo di battaglia per fare l’attendente del capitano.

Quando il futuro è scuro, rinascere è futuro.

Aspira a te stesso o aspira del fumo.

Sotto la spinta di piccoli strappi alla deroga crollano anche le dighe.

Il dubbio in amore invalida l’orgasmo del corpo, della mente, del cuore.

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora, è la stanza dove riposa, è il luogo dove risiede.

La fantasia è frizione indispensabile ai diversi.

Quando la notte è piccolina abbiamo troppo sonno o troppe attese.

L’ammissione dell’errore è uscita di sicurezza da ogni incendio.

La paranoia è malattia della mente nei derubati dalla fiducia.

Il silenzio è il porto delle parole in burrasca.

Le storie sono il cibo che l’anima giovane digerisce quando non lo è più.

Si può dire che è amore quando non usa manette.

Chi ama ciò che sa più di ciò che è, scende alla penultima stazione.

Come per i girasoli, la vita si alimenta dove si volge.

Un ideale è lume o paralume.

Il sesso è una foglia che cela una voglia di soglia.

La mente che precede i passi vede il futuro ma non i sassi.

Il piacere in amare sta al piacere in amore come una corrente prima dell’interruttore.

La violenza scalda i muscoli quando fonde la ragione.

Quando il sesso è insufficiente la ragione è deficiente.

La notte è coperta che copre dei forse.

Una comunione di vita che compensi un non – amore di sé, non è un amore; è il mutuo soccorso fra un medico ed una medicina.

Il mondo andrà meglio quando a morire ultima sarà la ragione.

Siamo diversi perché noi stessi o perché no.

Il sesso è la colla che attacca l’amante all’amore.

In arte il dolore crea bellezza come il ladro favorisce il mercato.

L’amore è come il Dorato paese. Lo raggiunge chi non bada a spese.

L’identità del represso sessuale è come una valigia. Più negazioni ci mette dentro e più fatica a chiuderla.

Discernere sulla forza violenta, discenda da Destra come da Sinistra, è come farlo con la merda. Impossibile non puzzare per la mente che ci prova.

Chi o cosa fissa l’arbitrio determina come maschio chi l’accoglie come femmina.

Ama in modo indipendente chi non delega ad altro e/o ad altri l’amore di sé.

Giorno dopo giorno aspettando un giorno.

Non è difficile perdere l’amante. Basta volerlo formare a nostra immagine e somiglianza.

Quando la ragione è orba alla vita, il sesso è cataratta che orba la ragione.

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa.

achiavi

Memorie di un tardo adolescente

amessocolGayenna è isola e isolamento, fortino e carcere dei confinati da giudizio. In Gayenna vengono reclusi o si recludono. Da Gayenna evadono o si rifugiano. Qualche volta raccontano: siamo diversi perché noi stessi o perché no.

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Per rappresentare l’animo di “Gayenna: memorie di un tardo adolescente” avevo bisogno dell’immagine di un’isola. Fra quelle viste neanche una. Ispirato non so da che (conosco il chi ma non so se desidera essere citato) apro un video di Lampedusa. Mi appare l’Isola Mi fa sentire in me e da me. Dall’Isola che completamente sono, vedo quella che sono stato nel Continente. Tornarci non è fra i miei pensieri. Sull’acqua che li circonda, adesso, stanno sotto il loro cielo. Un po’ incantato dal mio essere Isola, (sempre stronza la vanità) avevo collocato questa immagine come frontespizio.

 

aventotene

Riflettendo, però, mi sono accorto di un grosso errore: l’immagine dell’isola scelta simbolizza il viaggio della mia vita, mentre “per Damasco” è il mio viaggio nella vita. A considerazione fatta, non ho potuto non non cambiare immagine. 

E’ certamente vero: nel mio viaggio nella vita ho reso noto anche quello della mia: non da oggi le salse rendono più saporite le carni! E’ vero! In certi casi le rovinano: cucinare è umano.

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Gayenna: l’abitata.          Gayenna: la circunavigata.

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A che gender è appartenuta la spiritualità di Cristo?

Etero o Omo spirituale? Voglio dire, spiritualmente parlando, amò i diversi, o amò i simili? E chi l’uccise? La cultura divisiva perché condizionante (quella spiritualmente Etero) o la spiritualità Omo, che nel suo principio pone l’eguaglianza di spirito come alleante condizione?

Per quanto è fondato sostenerlo, certamente amò la vita: crapulona o no che sia stata e/o che abbia trovato. Nella vita che amò, certamente ci sono stati quelli prevalentemente etero spirituali come anche quelli prevalentemente omo spirituali.

Al proposito, sento il bisogno di vedere da vicino, se il suo amore per i simili abbia cambiato in simili anche i diversi. Basta un breve giro di Storia per vedere che in genere gli è andata buca. Dopo di lui, altri hanno colto il testimone, (il Principato e la Religione, indipendentemente dai tempi e dalle forme) ma come nel caso del Testimone del Padre, più di tanto non hanno potuto, o saputo. Bisogna ammettere, però, che più di tanto non hanno neanche voluto. Si sono immediatamente resi conto, infatti, che nella separazione impera la vita del Separante, (indipendentemente dalla forma e/o dall’identità) mentre nella spirituale conciliazione fra le parti, impera la vita, e nella vita (il tutto dal Principio) la soggettività spiritualità si abnega.

Ammesso che di quella Figura sappiamo ciò che ci hanno detto di sapere, non prendo in ipotesi né la versione eventualmente sessuale immaginata dal credente, né quella omosessuale immaginata da un alterno pensiero. A tutto sono interessato, fuorché sapere il prevalente carattere sessuale della vitalità e della vita di Cristo!  Mi interessa, invece, capire il carattere spirituale di quello Spirito. Fu prevalentemente determinante? Con altre parole, fu il classico maschiaccio arabo che tutt’ora ritroviamo nei suoi conterranei nel nostro tempo? O fu prevalentemente accogliente come in genere non è l’arabo di oggi, e Bibbia testimone, neanche l’arabo di ieri?

Non sono uno studioso e neanche uno che ha studiato. La mia Cultura, quindi, è come un Emmental: piena di buchi! Fra buco è buco del mio formaggio, però, ricordo bene un pieno: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Il Cristo evangelico l’avrebbe detto se non fosse stato un accogliente Omo spirituale? Direi proprio di no. Un carattere spiritualmente Etero (determinante) avrebbe lapidato quella donna, e poi sarebbe andato a lavorare, o in Sinagoga, o a sgridare i bambini, o nei casi peggiori a picchiare e/o usare la moglie! Ben vengano altre ipotesi.

Confermato il tenore del carattere Omo spirituale del Cristo,  fu simile a quelli del suo tempo o fu un diverso? E se diverso, come si visse e visse, se fra i suoi rischiava di venir prevalentemente giudicato come un estraneo (non dalle Donne, ci dicono) quando non, nel proseguo del suo pensiero, come un eretico bestemmiatore?

Non serenamente, pare, se giunse a porre agli apostoli delle domande su di sé. Cosa mai potevano dirgli quegli affascinati dalla sua diversità, se non che gli volevano bene. Anche molto bene come, dicono, gli confermò il Cefa. Sono convinto che il Cristo conobbe molto bene la solitudine degli unici; unici, non tanto perché diversi, ma perché sconosciuti a sé stessi sia per un vago passato, sia perché di un vago futuro. A quella solitudine, il Cristo sfuggì perché trovò, identità e nome nello stessa identità del Padre: io sono quello che sono.

Lo poté (sto fantasticando, ovviamente) nel momento stesso che si riconobbe pieno della stessa sostanza (spirito) dello Spirito apparso sul Sinai. Ecco perché si disse figlio del Padre: perché riconobbe di essere mosso dalla stessa forza che muove Iavè. Per Spirito intendo la forza della vita sia al principio che dello stesso Principio. Non me ne vogliano i non credenti del mio discorso. Non li sto convincendo a cambiare sponda: sto solo seguendo il mio pensiero. Per lo stesso motivo, non me ne vogliano neanche i credenti in disaccordo con le mie fantasie.

Nella Cultura spirituale di rinascita, il Cristo evangelico scoprì un altro nome del Padre: lo disse Amore. Si può amare in toto una tale identità senza farsi totalmente accoglienti come bambini? Direi di no. Se da un lato il Cristo della nascita mi è pressoché ignoto (quello che raccontano si sta rivelando attendibile solo per una fede che esclude la ragionata conoscenza) quello della rinascita, invece, comincia ad “apparirmi” delineato.

Dalla sua totale accoglienza del Padre – Amore, immagino anche l’accoglienza di quanto attuato dal Padre. Ammessa l’ipotesi, quella condizione del suo Spirito mi mostra l’aspetto materno del suo carattere spirituale. Non rivela l’aspetto umanamente paterno perché non ebbe genitore se non in una figura sostitutiva. Volenti o nolenti, le figure sostitutive non imprimono il loro carattere sul figlio adottivo. Si può pensare, allora, che fu quello della madre: a sua volta accogliente per il noto episodio: vero o non vero che sia, il punto non è questo. Altre ipotetiche forme di accoglienza della madre non sono in discorso e non m’interessano.

Quello che immagino di un Cristo secondo il principio dell’Accoglienza anche spiritualmente materna nei confronti della vita, non lo penso del Mosè, ad esempio. In quanto guida e giudice di un popolo non poteva non essere che prevalentemente determinante, e quindi, gli sia piaciuto o meno, spiritualmente Etero. Certo, anche lo spirito etero sa farsi accogliente ma a delle condizioni che possono diventare anche inderogabili. Certo, anche Cristo dovette porre delle condizioni alla a sua accoglienza: mica viveva sul “Monte del sapone” a dirla con il Guzzanti. Ne ha poste, però, solamente di basilari. Non so se ne avesse avute anche di non basilari, visto che gli hanno tolto la parola molto in fretta.

Quando tentarono di coinvolgerlo in una grossa questione (cos’è la Verità) ha risposto con il Silenzio. Vaglielo dire alla spiritualità dei suoi eredi che la Verità risponde solo nel Silenzio, e che è stato l’unico a sentirla! Vaglielo a dire alla spiritualità dei suoi eredi, così occupati a cercare la Verità che non si rendono conto che non è il luogo della Verità detto dal Cristo quello che stanno ascoltando, bensì, il luogo delle loro verità.  Va bèh! Errare è umano, ma, diabolico secondo proverbio lo diventa quando (incuranti dei vespai che direttamente e/o indirettamente hanno provocato per secoli e che ancora provocano) affermano che la loro verità è più vera e più grande di un’altra.

Abbiamo sempre pensato che prima maestra di vita sia la Cultura, sì, ma quale Cultura? Quella etero spirituale che ha riempito e riempie il mondo di Dolore?  Sostengo invece, che sia la Natura. Per Natura intendo il Corpo della vita comunque formato. Dove la ricerca del Bene che porta al Giusto perché Vero è attuata dalla corrente Cultura, inevitabilmente si mostra incapace di trovarla, anche  perché presa e condizionata da secolari vincoli. Così, finisce con il perdersi  per infinite strade. La Natura, invece, non si perde mai! La Natura capisce subito se in essa vi è menzogna. Lo capisce perché immediatamente ed inequivocabilmente lo sente per mezzo del dolore.

Il Dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. Tanto è maggiore il dolore, e tanto è maggiore l’errore che porta al maggior Male. Se il Bene naturale ci dice la presenza della Verità tanto quanto cassiamo il Dolore che porta all’Errore, ci dice anche che per giungere al Vero di ciò che è Giusto allo Spirito, dobbiamo cassare il Dissidio.

Si cassa il Dissidio, tanto quanto, fra vita e vita si diventa Omo spirituali. Con altro dire, di forza (vitalità e vita) simile. La spiritualità etero non può essere tramite di quel carattere dello Spirito. E’ vero: a suo modo anche la Cultura etero spirituale rincorre la Verità, ma sino a che resta strumento di Potere, è destinata a dividere le parti soggette sia in loro che fra di loro. Non può non farlo, vuoi perché le verità umane sono innumerevoli, e quindi, ingestibili da qualsiasi forma di centralizzante potere; vuoi perché tutti pretendiamo di agirle secondo verità pur non sapendo l’Assoluta; vuoi evitando che gli spiriti sottomessi, (gli incarnati, e /o cittadini che dir si voglia) si rendano spiritualmente conto che lo stesso Spirito, tanto è nel loro particolare, e tanto è nell’Universale. Fra Particolare e Universale, differenza vi è, non perché altro spirito, ma perché diverso lo stato dello stesso Spirito. Nel principio, infatti, è Assoluto, mentre il nostro corrisponde al nostro stato di vita: l’opinione è provata dal rapporto fra Immagine e Somiglianza.

Ogni accentrante potere chiama unione fra soggetti, quello che di fatto è un contenimento_appiattimento di pensieri resi artificialmente ipocriti, cioè, omo spirituali nella forma. L’educazione spiritualmente etero, se da un lato contiene il Dissidio sociale (per il morale e lo spirituale non ci riesce neanche la sussidiaria Religione, se non continuando a dividere i suoi dagli altri) dall’altro non lo annulla. Al più, gli impedisce di esplodere ma, l’impedimento non disinnesca l’implosione interiore che si origina dai dissidi fra inverificabili  verità. Per i motivi detti, la possibile implosione interiore ci dice la continuità del Dissidio.

Ora, Caro Francesco,  alla fine di questa pizza ti chiedo: ti preoccupa di più l’idea di amare la vita per cristiana Omo spiritualità in quanto ti ricorda l’omosessuale spauracchio, o ti preoccupa constatare che la farina macinata dalla Religione finisce sempre in crusca? Se ti può consolare, non solo la tua.

Stammi sempre meglio, Vitaliano.

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Caro Francesco: ti scrivo sulla Capra pedofila e sui tuoi Cavoli.

Da più parti ti segnalano che la Capra pedofila ti sta mangiando i Cavoli che non riesci a tener chiaramente protetti. Mi sto domandando perché oggi ci riesce di più, e cosa una volta riusciva a trattenere meglio il suo appetito.

Tanto o poco, tutti agiamo (e siamo agiti) da due tensioni: l’ideale e la reale. La prevalenza dell’ideale sul reale può originare un santo come un fanatico. La prevalenza del reale sull’ideale, un razionale quanto un cinico. E’ equilibrata la personalità che agisce i piatti mantenendoli allo stesso livello. Ciò vale anche nella sessualità. Tornando a quanto più ti interessa, constato che nel sacerdozio odierno pesano di più i piatti della sua umanità.

Perché succede nei preti che vivono la sbilanciatura dei piatti?

Mi sono risposto: succede ogni volta una missione si fa professione. Nella missione, l’ideale è il carisma che ancora fa da sfondo alla ritualità sacerdotale. Nella mestierata, invece, il carisma agito non ha più alcuna fondamentale emozione. Giusto per farti sorridere, è come se gli avessero spento l’aureola! Ecco, così, che nel prete mestierante emerge una compensante fame di vita (anche sessuale) tanto maggiore quanto l’ideale (invano castrato per il Regno dei Cieli) l’aveva contenuta.

Se vere le ipotesi (e le credo vere) ti ritrovi, allora, a dover operare per la ricomposizione (ideologica e di fede nella verità che rappresenti) dei momenti di un sacerdozio che non contiene più l’uomo. Per fermare la sessualità dell’uomo che tracima nel prete, è necessario che tu non faccia la parte del medico contraddittorio che ti vediamo fare. Dove c’è affermata cancrena, infatti, inutili i cerotti. Sopratutto quelli che la chiesa (ogni chiesa come ogni società) crede di poterci mettere sugli occhi, senza accorgersi, che di fatto, li sta mettendo sui propri.

Caro Francesco: dove in una sessualità idealizzata c’è cancrena perché l’anticorpo che è l’ideale ha perso la facoltà di opporsi alle immuno deficienze che colpiscono anche lo spirito che non può non vivere anche il suo reale, devi (perdonami l’imperativo) avere il coraggio di separare l’arto dal restante corpo. I se, i ma, i distinguo, i perdoni che lasciano il tempo che trovano, altro non fanno che favorire il  pascolo della Capra.

Vediamo, invece, che la sposti di ovile: aperti o chiusi secondo i casi. Se in quelli chiusi la disattivi forzosamente, se in quelli aperti, altro non fai che allarmarla, e quindi, renderla più  vigile. Non è detto che questo basti a fermarla.

Secondo me, devi accettare l’idea che tutto è via per capire la vita: anche quella di Capra pedofila. Nessuna Capra pedofila, però, deve essere giudicata a priori. Ci sono anche di quelle che rifiutano di cibarsi dell’erba consona al loro stato sessuale. Tutto si deve fare fuorché di ogni erba un fascio! Nessun genere di umanità lo merita!

Non so se tu abbia idea delle sofferenze psichiche ed esistenziali che subisce la Capra pedofila (sia del tuo gregge o no) che castra la sua sessualità per il rifiuto di godere del regno del’IO. Sofferenze psichiche, certamente più facilmente contenibili in una Capra dalla sessualità (pedofila come no) vitalmente tiepida. Per via di analoghe sofferenze, ne sappiamo ben qualcosa noi Omosessuali, castrati dal tuo regno e dai regni della terra, almeno sino a quando non diciamo BASTA! ad ambedue.

I religiosi che ti dicono “io riesco a contenermi sessualmente” che ne sanno della loro vitalità al momento di una scelta sacerdotale, magari avvenuta in giovinezza, quando ancora non si è certi sul genere di Capra che si diventerà in età maggiormente consapevole? “Beati” i sessualmente tiepidi, allora, che più facilmente potranno spacciarsi per virtuosi. Tieni in debito conto, però, che non sono attendibili.

Io sono Via, Verità, e Vita, ebbe a dire il tuo Maestro. E’ anche il mio ma qualche volta ci litigo. Anche se figli dello stesso Padre, fra fratelli succede. Non preoccuparti più di tanto, Francesco, lo faccio con tutti quelli che amo.

Da buon Arabo (egocentrico e tendenzialmente fondamentalista) quello che pensava di sé, resta comunque un’immagine suprema. Non di meno, vale anche per noi poveri cristi. Anche noi, infatti, siamo vie della verità della nostra vita nella Vita, e per capirle, dobbiamo percorrerle, faccia comodo o no al Principato e/o alla Religione.

Amo pensare, che prima o poi avrebbe precisato il punto che ti sto dicendo, ma come sai bene gliel’hanno impedito.

Per fortuna la vita è come l’acqua: oltre che carsica, la fermiamo solo in apparenza.

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Ho collocato la lettera in fine. Intanto si goda la bellezza. Nell’ultimo Fiore troverà anche la grandezza.

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Inquisitore Torquemada: le scrivo sui fiori che trovo. Sono tutti sovrani. Sarà caduto dal paraidisiaco scranno, penso, quando ha visto che li ho postati senza vaso. Spero non si sia fatto male. Almeno, non di più di quello che si è fatto durante la sua santa ignoranza. Dice che l’ignorante sono io? Può essere! Prima o poi capiremo. Lei ha solo cominciato prima. Ora, quello che lei ha capito e ha fatto capire a suon di sangue e di falò è generalmente noto. Senza sangue e ne falò, ora le dico quello che ho capito io.

Il creatore della vita che lei chiama Dio e che io chiamo Principio (non vedo perché lo devo nominare invano e in modo vano) ha iniziato l’opera (stando alla Genesi) dando soffio alla Natura: il Corpo della vita comunque formato. All’epoca, terra, fango, o qualunque cosa ci sia stata al principio. Animata dal soffio generante, la Natura diede forma alla sua Cultura, (la Mente) così come un contenitore forma i contenuti che formano il contenitore. Per Cultura intendo il pensiero della vita comunque concepito. L’alito che ha originato la vita è la forza del Principio sino al suo stesso principio, lo dico Spirito. Lei lo conosce anche come Soffio e/o Pneuma.

Se si vuole raggiungere il bene (e quindi, il Bene) la corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito (Corpo, Mente e Forza) è indispensabile. Dove vi è mancante corrispondenza vi è dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. L’inscindibile corrispondenza fra i tre stati rende la vita unitaria. Con altro dire, da trinità a unità. Naturalmente, l’assoluta è del solo Principio. Nel nostro siamo trinitario_unitari.

Ogni condizione che non permetta la soggettiva ricerca della personale unità è lacerante. Cosa l’impedisce? Nella persona, ignoranza e/o incoscienza. Nel “Principato e nella Religione”, invece, l’impediscono i presi da visioni di verità. Le dicono basate sulla Parola. Magari! Ben diversamente, sono basate sulle parole che hanno detto di essere della Parola. Cosa non si fa e/o non si dice per trenta denari di potere!

Dicendo “vita” la Parola ha detto il suo assoluto. Che altro doveva dire: che oggi dobbiamo andar fare la spesa e domani a pagare le bollette, e alla sera il rosario? Augurarci la buonanotte raccomandandoci di mettete la maglietta pesante perché se ci becchiamo la bronchitina non gliela mandiamo mica liscia?

Dice giusto! Anch’io baso la Parola nelle mie parole ma diversamente da lei (e dei simili a lei) io non trovo la verità dove c’è la conoscenza circa cosa è vero, ma dove non c’è dolore.

Diversamente dalla Cultura, la Natura sente anche quando quando la Cultura, non sempre sa.  Con la Natura, anche lo Spirito sente sempre (e quindi sa) prima della Cultura. Certo è, che se l’ascolto dello Spirito Paracleto non l’ha saputo fare lei, figuriamoci se lo può fare chi non è mai stato educato a farlo.

Il dolore, che è male naturale e spirituale  da errore culturale, diventa il Male, tanto quanto lo si persegue con lucida coscienza. Mi sta dicendo che lei non hai mai perseguito il Male! Non sono in grado di confermarlo come neanche di smentirlo. Sono in grado, però, di leggere la Storia, e la Storia mi sta dicendo che lei ha perseguito i suoi ecclesiastici scopi anche se recavano dolore; e che dolore! Il dolore che ha procurato in nome della sua verità non ha mai arrestato il suo passo! Si può pensare, allora, che sulle spalle lei porti una ben pesante bagaglio di Male. Se per colpa o solo per il danno causato dall’errore, non sta a me dirlo.

Mi sta chiedendo come mai ho censurato le foto dell’Album? L’ho fatto perché il suo spirito (tanto o poco, in modo palese e/o latente) influisce ancora su quelli con l’animo simile al suo; ed è con quelli come lei, che abbiamo ancora a che fare! A quelli come me, ho dato una rosa. L’ho data anche all’ultimo Fiore.

Sul luogo della vita che tanto orripila gli inquisitori, sull’ultimo ho messo due mani. Le ha dipinte il Michelangelo. Quelle mani  fissano il momento del passaggio fra la potenza divina e ciò che prima, secondo il pittore, era in sonno. L’unitario tocco fra quelle mani, dovrebbero ricordare a lei e a quelli come lei, che ciò che il Principio unisce non può essere separato. Chi lo fa, sta solo pasticciando il Suo disegno.

Ho messo in ultima il Fiore che ha frequentato in vita (direi poco e male viste le sue azioni) non di certo per scarsa considerazione, ma perche si racconta che fra gli ultimi si sentisse a suo agio. Aveva ragione: non l’hanno ucciso loro.

afinetre

Ultima a parte, tutte le opere sono di