Tempi e ricordi

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Bar Aurora di Este (Non c’è più da decenni)

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Avrò avuto 18 anni, forse 17.  La titolare mi aveva in forte antipatia e me ne ha fatto passare di cotte e di crude. Antipatia che anni dopo avrei riconosciuto nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Pasta d’uomo il titolare, anche se non mi ha mai messo in regola. Ha insistito perché prendessi la patente, però. M’ha fatto fare pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata: 600 o 800 mila lire, non ricordo. La patente l’ho pagata 40mila lire. Percepivo otto mila lire alla settimana. Di fronte al Bar, ogni tanto, dalla pensione al Cavallino Rosso (anche Casino si mormorava)  giungeva qualche richiesta. Nelle serate d’inverno, il più delle volte, brulè che dovevano arrivare bollenti. Pesante, il vassoio e drammatico il passo fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e disagi. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di stantio di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande. Ricordo i pomeriggi domenicali con il bar strapieno di ragazzi e ragazze. Sino al martirio subii le lacrime sul viso di Bobby Solo: ininterrottamente e per mesi! Alternative? Zero!

 

Al Mazoom di Desenzano (Chiuso)

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Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta. Si dice che l’abito non fa il monaco, come una tuta non fa un karateka, ma è vero solo per quelli che hanno bisogno di riconoscersi, o come “monaco” e/o come “abito”.

 

Al Filarmonico di Verona

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Con uno spruzzino dovevo mantenere l’umidità nel palco, in modo che la polvere non si sollevasse dal piano. Tanto per cambiare non mi ricordo in che anno è stato. Negli anni 90 direi. I macchinisti ci mettono del vino nello spruzzatore. Me l’hanno detto in questi giorni. Non me n’ero accorto. Certamente me ne sarei accorto se ci avessero inzuppato il libro.

 

Ancora al Al Mazoom di Desenzano in un sabba con pochissime streghe.

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Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Come da copione, metto la mano sulle perle.

 

Ristorante Al Sangon – Moncalieri (TO)

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Non so se ci sia ancora. Portava il nome di un fiumiciattolo dal brutto carattere che scorreva lì vicino. Mina cantava Renato, Renato, e la Pavone, La partita di pallone. A Torino festeggiavano il centenario dell’Unità d’Italia. A Moncalieri, ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, il primo orologio: era un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, mia madre si è comperata un Allochio Bacchini.  Non ricordo d’averla mai vista sorridere, ma quella volta si. Non si sa le volte che ho pulito i vetri in cambio di fette di torta avanzate dai matrimoni: storia vecchia l’origine del mio diabete. Non ricordo se le foto dicono due periodi diversi, o se diversa l’apparenza nello stesso periodo. Dell’epoca ricordo quanto giravo, non, quanto vivevo.

 

Sono al matrimonio della figlia di amici.

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Amici è un dire, e un non far capire. Mancata la Cesira, erano, di fatto, la putativa famiglia di un senza arte e ne parte. Ora che mi riguardo a 73anni compiuti non posso non ammettere di sembrare un porta jella.

 

A S. Cristina di Ortisei: tempi da tralicci, all’epoca!

io con la napoleonica

Per una stagione invernale ci sono come cameriere. Dopo militare. Sui 24/25 anni, direi. La ragazza è presa di me. Sentivo chiaramente di essere zuppa, ma sapevo ben poco anche sul pan bagnato, così, faccio finta di non accorgermi della sua scelta. Non bella di viso ma con delle gambe stupende. Non ho potuto capire altro di lei perché parlava altoatesino e un italiano elementare. Correva il post 68 ma non nella mia mente e neanche da quelle parti. Dicevo “napoleonica” la giacca che indosso. Mi bastano solo un po’ di soldi in tasca per fare disastri. L’avevo comperata a Torino, dove ho lavorato presso un tennis club della Fiat, e da dove me ne sono andato perché non avevo proprio nulla da fare: aspettare le ore a parte.

 

Con un Rom amoroso

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Non mi ha mai chiesto una lira che sia una. L’avevo conosciuto nel giro della notte. Le “amiche” mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari. Che lingua, le culandre!

 

Fattorino in una ditta di pubblicità

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Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di uno della ditta. Della decisione non sembra particolarmente convinto. Neanch’io, ma reggiamo la parte. Come con i fiori, anche con i bambini non ho empatia. Non capisco i loro bisogni, e se li capisco, non so come attuarli o quanto devo o non devo. Sarà perché mi ricordo, si, di essere stato piccolo, ma mai bambino. Al più, minore.

 

In Prato della Valle a Padova

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Con la Guzzi e un amico di Dolo: la Dolo_rosa dall’ostilità verso la donna. Mi lasciò senza fanale (non l’amico) da Dolo sino a Verona! A causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa dell’auto del frenatore. Ironia della sorte, dietro di me quella di un prete. Aveva un suo carisma quella moto. Delle ragazze la preferirono al un Benelli 125 nuovo di bottega! Il suo proprietario ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare.

 

La Mary: “amata”, “detestata”, mai dimenticata.

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Correva il  1965, mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma (sia pure giudizio del di poi) un po’ mona certamente si!

 

Con una collega del ristorante. Non ci lasciammo tracce.

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A Borgo Nuovo di Verona: casa dolce (?) casa.

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Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune. Venivo da un seminterrato del Rione Filippini. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi un nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto fermamenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? Si. All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentoecinquanta sullo sgangher! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire: era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge, mi assolsi io.

 

Cameriere al Du Lac di Bardolino: ora scuola alberghiera mi hanno detto.

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Sono seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Ero preso dal barista. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di vederlo, e lui, alquanto nauseato dal vedermi sempre. Correva il 71/72 mi par di ricordare. Io, da nessuna parte. Non ancora. La Gilera doveva ancora venire.

 

Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti

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Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota vestita da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come vassoi.

 

Verona – Rione Filippini. In un seminterrato chiamato casa: la prima!

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Un seminterrato di 16 mq, con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona (casalingo odontotecnico) che a sua volta conosceva un attore mantovano, (dello Stabile di Genova) che avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove lavoravo come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba perché la riconoscevano dall’odore di muffa. In quella casa ho subito una decina di furti. Qui ho rischiato una fatale intossicazione da gas. Qui ho cominciato a vivermi. Non dalla sera alla mattina, ovviamente, tanto è vero che alla sola vista fui chiamato Silvio Pellico e le sue prigioni dalla Gaby: orefice in Valeggio, ucciso da ingiustificabili imbecilli! Erano tante, grosse, e, evidentemente per la Gaby (di rara intelligenza) tutte in superficie, le mie prigioni.

 

Abano Terme – Ingresso di servizio dell’albergo dove ho lavorato.

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Di quell’albergo non ricordo il nome. Ricordo, però, di essere stato licenziato a causa delle proteste del cuoco. Già all’epoca avevo il vizio di dire tesoro a tutti quanti, e gliel’ho detto. Non sono il tuo tesoro, ha obiettato. Non ci faccia caso, gli ho risposto, io dico tesoro anche alle merde che trovo per strada! Sul momento l’ha intascata, tuttavia, senza prenderla bene visto che più tardi lo stesso titolare si è messo a gridare “licensiè el poeta!” Ho dovuto andarmene nel giro di un’ora! Magro, lo stipendio dei liberi. Non è stato il primo. Neanche ricordo se mi hanno dato quanto mi spettava. All’epoca, i proprietari tergiversavano, ed io, non ero pratico in diritti da soldi e neanche di sindacati. Non era su quei piedi che reagivo quando mi calpestavano. Venivo da una stagione invernale nella Val di Non: non ricordo il posto, ma ricordo che l’albergo faceva da ponte alla strada. Ricordo che al Cenone di Capodanno tutti gli uomini, giusto per ridere, furono truccati da donne. Non fui ammesso al confronto: troppo vera mi dissero. In un bar del paese fui sedotto, usato, e velocemente riposto da un giovane barista. Succedeva così anche con il prete. Mesi dopo fui contattato anche dal fratello: probabilmente sposato. Troppo normale: gli andò buca. Ad Abano ci giunsi lavato e stirato. Presi un taxi: una Citroen DS bianca. Non la dimenticherò mai. Diedi l’indirizzo e il taxista mi ci portò. Fraintendendo cotanta bellezza, mi scaricò all’ingresso clienti. Entrai. Mi chiesero sulla prenotazione. Sono qui per il lavoro, risposi. Mi buttarono fuori!

 

Era l’epoca dei maxi cappotti. Troppo bella per durare.

inmaxi

In velluto nero. Una professionista che batteva in Stazione pensava che fossi un prete. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare per terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: l’è tanto un bravo ragassooo, pecato chel sia culaton! Storia vecchia!

 

Di Giancarlo Montato di Este, il mio ritratto.

daMontato

Aveva ragione la Gabì!

grurit

Verso lo Spirito

Prima stesura

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manofronte

2

Lo Spirito è la vita della Natura che ne recepisce la forza secondo la sua Cultura.

3

Come un muscolo è l’immagine della sua forza, l’immagine dello Spirito è la vita soprannaturale e naturale di cui è forza.

4

Secondo la conoscenza di ciò che è alla coscienza, come la forza del nostro spirito è tramite di alleanza fra gli stati della nostra vita, (come fra vita e vita), così, la forza dello Spirito, è tramite di alleanza fra la vita umana e quella del Principio della vita.

5

Lo Spirito è l’emozione della vita che dice sé stessa.

6

L’emozione dello Spirito è Parola.

7

Secondo stati di infiniti stati di coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, il recepimento della forza dello Spirito è corrispondente all’accoglienza della sua parola: la vita.

8

Secondo lo stato di spirito del percepente, al recepimento del senso della vita corrisponde il recepimento del senso dello Spirito.

9

La percezione dello Spirito, conforma e conferma la coscienza, (naturale e soprannaturale), che percependone la forza ne percepisce la vita.

10

Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito, (la forza della vita sino dal Principio ) conforma la vita naturale quanto soprannaturale ad un rapporto fondato sul recepimento del corrispondente spirito.

11

La percezione dello Spirito della Vita, comporta un sempre più amplificato e vivificato conoscere, così, nel sentire secondo Natura e nel sapere secondo la corrispondente Cultura, la coscienza riconosce quanto di naturale e di soprannaturale per lo Spirito vive.

12

Nel suo divenire esistenziale, (dal naturale al soprannaturale), lo spirito umano che prende coscienza dell’origine della sua forza, (lo Spirito), corrisponde con tutto ciò che, per stati di infinite corrispondenze fra stati, è vita della Sua vita.

13

Data la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la maggiore percezione dello Spirito della vita, maggiora la forza della spiritualità.

14

Secondo lo stato di spirito, e dato ad ognuno il proprio stato di spirito, la Cultura della vita di una Natura che corrisponde con la Natura della Cultura del Principio della vita, (la vita) è emozionalmente estatica.

15

Il carisma è il carattere della vita secondo forza: Natura della Cultura dello Spirito.

16

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è conoscenza la vita che si colloca in quella dello Spirito, ha carisma tanto quanto si colloca.

17

Poiché vi è vita spirituale e vita spiritica, allora, secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quei stati vi è carisma di orientamento spirituale e carisma di orientamento spiritico.

18

Più è rilevante lo stato della corrispondenza spirituale e/o spiritica e più è rilevante lo stato del carisma.

19

Il carismatico di indirizzo spiritico, più orienta la propria vita secondo i doni ricevuti, (i carismi), e più è posseduto dalle condizioni di vita dello spirito donante.

20 

Il possesso dei carismi di orientamento spiritico prova che lo stato della forza dello Spirito di una o più realtà soprannaturali sono nello spirito di una realtà naturale ma non prova lo stato di vita di quelle forze.

21

Uno spirito naturale quanto soprannaturale, è fonte di attendibile forza, tanto quanto non pone motivi di divisione: vuoi in una data vita, vuoi fra vita e vita, vuoi fra una vita ed il suo Principio.

22

Uno spirito naturale quanto soprannaturale non è fonte di attendibile forza tanto quanto pone motivi di divisione nella vita.

23

Lo Spirito, essendo forza, è condizione di vita, ma, non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita.

24

Fra lo Spirito e gli spiriti, (naturali quanto soprannaturali), vi è relazione di Immagine, (la vita al Principio), e di Somiglianza: la vita che è conseguita dalla sua volontà di vita del Principio. Ponendo dati cognitivi per uguaglianza e per differenza, il rapporto è magistrale.

25

Perché principio della vita, della forza della vita di ogni Somiglianza, lo Spirito è maestro.

26

Perché forza magistrale sino dal Principio, lo Spirito è maestro sovrano.

27

Perché il nostro spirito ci è forza magistrale sino dal principio del nostro stato, il nostro spirito ci è maestro sovrano.

28

Lo Spirito è l’immagine della forza cui gli spiriti somigliano, ed è l’identità della forza cui gli spiriti si riferiscono per identificarsi.

29

Gli spiriti, (naturali quanto i soprannaturali), sono a Somiglianza dell’Immagine secondo lo stato della corrispondenza dato dall’identificazione con l’Identità: lo Spirito.

30 

Lo stato dell’identità di uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), dato dallo stato dell’identificazione con lo Spirito è ciò distingue spirito da spirito.

31

Nello stato dello Spirito, l’identità degli spiriti è data dallo stato del loro spirito.

32

Più sono presso lo Spirito, (forza della Natura della Cultura della Vita ) e più, identificandosi, assomigliano all’Identità.

33

Uno spirito è vicino allo stato dello Spirito, tanto più è nello stato dello Spirito: il Principio della vita.

34

Tanto più uno spirito è lontano dallo stato dello Spirito e tanto meno è nello stato della Vita e tanto più è presso il proprio stato di vita.

35

Poiché solo lo Spirito del Principio è vicino a se stesso, ne consegue, che in ogni stato di vita soprannaturale permangono degli stati di vita naturali.

36

Lo Spirito, essendo Natura, (forza), della Cultura, (la vita), della Vita, è la forza che guida la Natura della Cultura della vita che origina.

37

Attraverso le indicazioni date dal raffronto fra l’immagine del Principio, (lo Spirito universale), e ciò che è a Sua somiglianza, (lo spirito particolare), lo Spirito è la guida che orienta la forza di spirito di ogni vita.

38

Lo Spirito guida la vita attraverso emozioni di bene.

39

Uno spirito naturale quanto soprannaturale che orienta una vita verso il suo Principio, (lo Spirito), non cura le manifestazioni della Natura della Cultura di quella vita allo scopo di condizionarla, possederla e/o comunque dominarla ma per educarla secondo le corrispondenze di spirito fra vita e vita e fra vita e la Vita.

40 

Nessun spirito che si orienti verso lo Spirito, interferisce la forza della vita data dallo Spirito, perché uno spirito altera la condizione della forza data dallo Spirito se la condiziona con lo spirito della propria.

41

Uno spirito che interferisce nell’umana vitalità, ombra la vita e la vitalità della vita sulla quale attua l’interferenza.

42

Uno spirito naturale o soprannaturale, (secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati della vita propria con l’altra e della propria con la Vita), è guida dello Spirito tanto quanto è vita secondo Spirito, cioè, secondo forza.

43

Quando uno spirito naturale quanto soprannaturale guida secondo la Natura della sua Cultura, allora è una guida che si sovrappone alla guida dello Spirito: principio della forza della Vita.

44

Uno spirito naturale o soprannaturale che tenda alla guida di un altro, lo guida secondo la forza di ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, ma, ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, quanto è conoscenza di ciò che è alla coscienza della Forza della Vita?

45

Lo Spirito della Vita, è il Principio che guida la vita che inizia. Essendo Principio della vita, lo Spirito è Signore della vita.

46

Dato il rapporto di comparazione fra Immagine e Somiglianza, uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), è signore della propria.

47

Lo spirito di una vita che si eleva a signore di vita altrui, per stati di infinite corrispondenze fra gli stati dello spirito sottoposto, sosta a sé stesso l’evoluzione della vita di cui si è fatto sovrano.

48

Uno spirito che sosta a se stesso lo spirito altrui, (così il proprio spirito se sosta la propria vita ad una idea di se stesso), non consente l’evoluzione della vita sostata (propria o altra), tanto quanto è sostata.

49

Uno spirito, che sostando l’evoluzione della vita propria quanto altrui non ne consente il libero perché corrispondente processo, condiziona di se stesso ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta.

50  

Uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), che sosti l’evoluzione, (sia presso sé che presso altro da sé), di ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta, nella vita naturale quanto soprannaturale usurpa allo Spirito la sovranità su quella vita.

51

Come una cellula del nostro corpo si staccherebbe dalla prossima sua se non l’amasse come se stessa, cioè, non fosse sia nella comunione di sé, (che altrimenti non avrebbe possibilità di vita), che presso la prossima sua, (che altrimenti non potrebbe comunicare vita), così lo Spirito sta: amore perché comunione.

53

Come un raggio tollera di essere fermato da un ostacolo, (tollera nel senso che non per questo è meno raggio), così lo Spirito ha la tolleranza come principale attributo.

54

Lo Spirito non può non tollerare ciò che essendo forza della Sua forza è prossimo proprio come se stesso, cioè, stato del suo stato.

55

Se lo Spirito non tollerasse ciò che è prossimo proprio come se stesso, non tollererebbe vita della Sua vita.

56

Se lo Spirito non tollerasse vita della Sua vita, contraddirebbe il principio di cui è forza: la vita.

57

Lo Spirito non diverge da una coscienza chiusa, ma sta, sino a che essa, elevandosi per la conoscenza di ciò che è alla coscienza, acconsentendo alla pervasione, acconsente al fine: la vita.

58

Nel discernere per quanto è giusto allo Spirito in quello che è o non è bene per la Natura, e vero o non vero della Cultura, si comprende, naturalmente, culturalmente e spiritualmente, quello che di bene e di male ci è prossimo o non prossimo alla nostra vita, a quella altrui e a quella del Principio.

59

Nella comprensione data dal discernimento concernente gli stati di bene, di vero e di giusto, prossimi al proprio se, al se altrui e a quello del Principio si elevano le capacità spirituali della vita che si riferisce al Principio: lo Spirito.

60 

Se ciò che è delegato a far emergere da uno spirito ciò che è bene, vero e giusto per il suo stato, sovrappone i sensi del proprio discernimento a quelli dello spirito presso cui opera, compie una autoritaristica coercizione, che, altro non è, se non una spiritistica invasione: naturale o soprannaturale secondo il caso.

61

La corrispondenza fra la vita dello Spirito e la vita della sua vita è sempre; sia quando è natura sensibile, sia quando è natura soprannaturale, sia comunque sia lo stato dello spirito di un dato spirito.

62

Non può non esserlo perché la vita non può avere stati di vuoto se non ammettendo dei vuoti nella forza della vita del Principio: lo Spirito.

63

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito nella nostra coscienza è Cultura spirituale.

64

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione di uno spirito naturale e/o soprannaturale nella nostra coscienza è cultura spiritica.

65

La spiritualità è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura dello Spirito: la vita.

66

Lo spiritismo è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura di uno spirito: una vita.

67

La Cultura spirituale nella coscienza conforma la vita secondo lo Spirito. La Cultura spiritica nella coscienza conforma la vita secondo uno spirito.

68

La percezione dello Spirito della vita è tramite naturale quanto soprannaturale di spiritualità. La percezione dello spirito di una vita è tramite di spiritismo: naturale quanto soprannaturale.

69

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione dello Spirito e maggiore è la forza della spiritualità. Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione di uno spirito e maggiore è la forza dello spiritismo.

70 

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito che corrisponde con un altro è tramite di vita fra la propria ed altra.

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito umano che corrisponde con uno spirito soprannaturale è tramite di vita spiritica.

Secondo il suo stato di spirito, l’umano che corrisponde con la vita del Principio, (lo Spirito), è tramite della Sua forza fra la propria e quella altrui.

71

La corrispondenza spiritica fra uno spirito umano ed uno soprannaturale prova che una vita è tornata alla Vita ma non prova quale sia la sua collocazione nello stato della Vita.

72

Nello spiritismo, (naturale quanto soprannaturale), il dubbio non può non essere una costante. Ciò, non per non credere allo spiritismo, (che così non crederemmo alla totalità della Vita), ma per evitare, (attraverso lo spiritismo), di diventare passivi strumenti, (quando non complici), o di essere comunque strumentalizzati da volontà soprannaturali, (o naturali), delle quali nulla sappiamo se non ciò che dichiarano alla nostra vita.

73

Nello spiritismo naturale quanto soprannaturale, il credere acriticamente comporta dei pericoli morali e psichici, anche inimmaginabili e/o anche irreparabili, dato il concatenamento di cause ed effetto che si innescano operando sotto palese influsso o addirittura su esplicita indicazione di un qualsiasi spirito ” guida “.

74

Nello spiritismo, sia naturale che soprannaturale, ciò che ne distingue la qualità è il fine.

75

Se il fine dello spiritismo naturale quanto soprannaturale è quello di indirizzare lo stato umano verso la sua meta, (il Principio), esso è provvido alla vita tanto quanto non condiziona di se l’arbitrio della vita che indirizza.

76

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, chi sa di non sapere ciò che per una vita è bene, (perché vero alla sua Cultura e giusto alla sua forza), secondo il suo stato di bene è nel bene della vita propria quanto altrui, se colloca il suo spirito, (la forza della sua vita), nello Spirito: la forza della Vita.

77

Il male, (dolore naturale e spirituale da errore culturale), è non vita tanto quanto è male.

78

Uno spirito naturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con i principi della vita: il bene nella Natura ed il vero nella Cultura per quanto è giusto al suo spirito.

79

 Uno spirito soprannaturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con il Principio dei principi: il Bene, il Vero, il Giusto della Vita.

80 

Una vita, (naturale quanto soprannaturale), in discordia con sé stessa e con la Vita, proietta influssi di forza altrettanto discordi.

81

Perché aperto allo Spirito per l’influsso di forza che non si può ritrarre se non nello stato naturale, lo stato umano può essere ossessionato e/o invaso sino alla possessione sia da forze naturali quanto soprannaturali.

82

Non vi è rito, che di per se impedisca l’ossessione e/o l’invasione sino alla possessione; solo la spiritualità lo può perché essendo rapporto con lo Spirito della Vita, esclude qualsiasi intermediario fra lo stato umano e quello divino.

83

Gli stati umani o sovrumani che tendono alla possessione di altra vita, non possono oltrepassare il principio: la vita.

84

Secondo il personale giudizio, ogni spirito è libero di essere o di non essere vita della Vita, ma, nessun spirito particolare è escluso dall’universale: la Vita. Se fosse, ciò significherebbe che la Vita può escludere una parte della sua vita, ma ciò contraddirebbe il principio di cui è Principio: la vita.

86

L’influsso della vita dello Spirito, (naturale nella naturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale) si manifesta per corrispondenza di stati.

87

Uno spirito naturale o soprannaturale che manifesta il suo sensibile influsso o per invasione e/o per possessione, secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, o è uno spirito del male, o, deviando lo spirito influito da ciò che è il proprio bene, è uno spirito che può fare del male.

88

Secondo stati di infinite corrispondenze fra stati, un tramite fra la vita naturale e quella soprannaturale è naturalmente e/o culturalmente e/o spiritualmente influito o invaso, tanto quanto il suo arbitrio è quello dello spirito influente o invasore.

89

Chi subordina il proprio arbitrio a quello dello spirito influente o invasore, (naturale o soprannaturale che sia), è influito o posseduto tanto quanto, a quello spirito, rimette il proprio.

90 

Lo spirito umano che sente la propria Natura occupata dallo spirito di un’altra Cultura, (naturale quanto soprannaturale), si libera dall’asservimento collocando il principio della propria vita, (la forza del proprio spirito), nella forza del Principio della Vita: lo Spirito.

91

Chi separa la vita dalla sua forza, favorisce i domini degli spiriti: soprannaturale quanto naturali.

92

La condizione dello stato spirituale dell’influito, distingue l’influsso dello stato di spirito della vita influente. Se la condizione dello stato di spirito di un influito è in pace, allora, dato ad ognuno il proprio stato e secondo il proprio stato, fra influito ed influente vi è vita nella verità.

93

Il tramite che constata il possesso di aspetti culturali di tipo spirituale, che non hanno mai fatto parte della cultura del suo stato prima dell’evento spiritistico, è influito dalla Vita se il suo spirito è rivolto a quello Spirito, mentre è influito da della vita se il suo spirito è rivolto a quella.

94

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito), è tramite di sapere, il rapporto medianico è spirituale anche se si è originato da esperienza spiritica.

95

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito) si fa tramite di qualsiasi genere di potere, il rapporto è spiritico anche se la conoscenza si è originata da una ricerca spirituale.

96

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è alla conoscenza, medium, è colui o colei che recepisce l’emozione della vita naturale se è orientato verso quello stato, o soprannaturale se eleva il suo orientamento di vita.

97

Lo stato della coscienza della vita del dato medium, distingue il tramite che recepisce la vita naturale da quello che recepisce la vita soprannaturale, ma, la percezione di uno stato non è distinguibile da un altro perché la vita è stato di infiniti stati di vita.

98

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale), che opera con la Persona è medium dello Spirito.

99

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale) che opera nella e/o sulla Persona, è medium di vita, (naturale quanto soprannaturale), estraneo alla Persona.

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Secondo il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato, ogni forza, (ogni spirito), è medianico ponte di vita naturale nella naturale, soprannaturale nella soprannaturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale.

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Del ” ponte “, è verificabile solo l’attributo di ” via “: la Natura umana o sovrumana della vita. Non è verificabile la verità, vuoi perché il male è uno spirito che può fingere il bene, molto bene tanto quanto è male, vuoi perché, anche l’errore è una forza che può dar del bene, dove non vi è coscienza che sia un male.

grurit

Verso lo Spirito – Introduzione

Per Spirito, intendo sia la forza della vita sino dal principio che la forza della vita dello stesso Principio. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità. Questo scritto è il cappello di decine di stesure sullo Spirito (nel tempo viste e riviste non so più quante) e su quanto correlato,. E’ la base (la stesura sullo Spirito) di tutti i discorsi che ne ho ricavato. Mi vedo ancora mentre sto scrivendo un’idea della quale non avevo alcuna idea. E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio, senza assolutamente sapere com’è fatto, ma punto dopo punto, alla fine l’ho visto. Non sempre quando stavo scrivendo a casa. Qualche volta in giro, e non poche volte sul lavoro. Giusto per dire un caso, il pensiero introduttivo ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, l’ho pensato mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere e che niente mi avrebbe fermato.

Il pensiero maggiormente esteso e’ qui

 

La Scuola di Atene

accademia

Della Scuola di Atene ho tratto due figure che ben raccontano quanto generalmente succede al nuovo che si affaccia alla vita. Il nuovo è detto dal giovane che entra in Accademia: figura sulla sinistra. Il vecchio e’ detto dall’anziano a destra. Raffaello mostra il giovane quasi senza abiti. Simbolicamente parlando, quasi spoglio, cioè, da precostituiti abbigliamenti culturali. Sotto il braccio porta il rotolo dei suoi studi. Sono ancora arrotolati. Sono ancora arrotolati, appunto perché non li ha ancora pubblicamente esposti alla conoscenza dei Saggi.
Presi da sé, dai loro discorsi, e dal bisogno di confronti, i Saggi non notano l’ingresso della giovinezza rappresentata dal giovane. Il nuovo che sfugge alla generalità dei Saggi, non sfugge però all’anziano in rosso che il Raffaello ha posto a destra, quasi al limite della scena; limite – margine che si può intendere come raggiunta marginalita’, sia di quel pensatore come dei tempi che il suo pensiero potrebbe aver formato.
In ragione dell’importanza che un pensatore da a sé stesso (o che gli viene data) ogni avvisaglia di superamento può anche essere intesa (o vissuta) come una sorta di “lesa maestà”: vuoi della persona o dell’importanza che si da, vuoi dei tempi e dei pensieri, vuoi dell’insieme delle ipotesi; ipotesi non tanto campate per aria, direi, visto quanto il Raffaello mostra di quel volto. Quella sorta di attentato, (voluto da un attentatore, o solo temuto dalla vittima che sia) in genere struttura l’aprioristico rifiuto di quanto, di nuovo, entra nella Scuola della vita.
Diversamente dal giovane, l’anziano è completamente vestito: direi anche, riccamente paludato. Simbolicamente parlando, vuoi di sé, vuoi del senso che ha dato a sé, vuoi di quello che gli ha dato la storia dei suoi tempi.
L’anziano vede il giovane  con  evidente chiusura. Raffaello lo mostra subito dopo che ha quasi totalmente chiuso il corpo dentro un mantello; mantello trattenuto con il pugno all’altezza del ventre: luogo delle viscere. Di quella difesa, allora, si può dire che ha stato viscerale. Ciò fa pensare, che in quell’anziano, oltre che una forte ragione, vi sia stata anche una forte passione (verso il giovane e/o verso la giovinezza?)  e che fra ragione e passione, ha ritenuto più debole quest’ultima: tanto da proteggerla. La protettiva chiusura con il pugno chiuso la fa pensare anche “armata” di violenta capacita’. Simbolicamente parlando, il mantello dell’anziano, nel quadro della Scuola simboleggia una comunque titolata protezione: e’ come se servisse a far capire al giovane un greco “noli me tangere”.
A lato dell’anziano, quattro figure. Fra queste, emerge un anziano che direi ebreo. Dietro di questo, un volto virile. Sovrastante il volto, un giovane esce/fugge dall”aula. L’anziano regge un bastone. La posizione del bastone suggerisce il modo in cui lo porta un cieco. Chi vede, infatti, lo porta piu’ o meno vicino alla gamba, non, prima del passo anche di parecchio.
Cosa sta controllando quel cieco (a livello simbolico, cieco perche’ non vede la luce che rappresenta la verita’) prima di fare il passo seguente che teme impedito? Data l’immagine e simbolicamente parlando, forse un’altra età? Forse, un altro pensiero? Quello di un giovane_giovinezza che quell’anziano e’ destinato a non vedere per “cecita’”
Stante l’ipotesi di età, pensiero, e cecità, si può anche pensare che Raffaello abbia dipinto in quel cieco un portatore di una verità orba alla vita, oppure  dalla vita orbata; vita  intesa dal Raffaello e/o dai suoi tempi, o vita intesa da quel cieco e/o dei suoi tempi. L’anziano che intralcia il passo al cieco pensiero di altra cultura sembra così presa dall’immagine del nuovo da non curarsene. Cio’ fa pensare che la figura e cultura di quel cieco gli era superata e/o comunque non piu’ significante?
Il volto subito dopo il cieco, potrebbe indicare una vita – vitalità di supporto all’anziano sia in eta’ che pensiero. Pare anche di analogo luogo, quindi, forse anche della stessa cultura. Vero è, che il Raffaello potrebbe aver dipinto quel volto (sia pure con i significati che suppongo) per dare ad ogni figura il suo piano.
Il giovane che fugge al consesso, potrebbe indicare la giovinezza che disprezza sia i suoi tempi che quelli più antichi. Si potrebbe anche dirlo, un giovane, non in relazione con la vita, vuoi quella intesa dal Raffaello, vuoi quella dei suoi tempi. Nella giovinezza succede anche oggi. Non solo nella giovinezza, a dirla tutta.

Intervista

Invitato da un sito ad auto intervistarmi, mollo gli ormeggi.  Mi accorgo oggi che l’hanno chiuso: era pubblicata qui.

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manofronte

Scrivere

Come hai iniziato a scrivere? Chi ti leggeva all’inizio?

Se il come si riferisce al modo, con una Olivetti Valentine. Se il come si riferisce al perché, invece, direi sotto la spinta di emozioni, che per anni mi hanno reso scriba più che scrittore.

Qual è il tuo genere preferito? Alcuni link dove possiamo vedere o leggere qualcosa di una tua opera recente?

Non ho un genere preferito, se non in tutto quello che riguarda il dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. In perdamasco.it (sito non interattivo) ho messo la mia visione della vita. Fra qualche tempo collocherò in rete la nuova versione.

Com’è il tuo processo creativo? Che cosa succede prima di sederti a scrivere?

Il mio motto è: vivere, guardar vivere, guardarmi vivere. E’ motto che muove e nel contempo incanala le mie emozioni. Ricevo le mie emozioni, come domande alle quali devo dare risposta. Non ho cultura per risposte precotte e/o convenzionali. Davanti al Pc mi siedo con la mente assolutamente vuota. Inizio il testo con la prima frase che mi viene. Sento che il testo è compiuto, quando non vi trovo alcuna forma di dissidio fra quello che sento di dover dire e quello che ho scritto.

Che tipo di lettura ti attiva la voglia di scrivere?

La lettura di un dato fatto.

A tuo parere, quali sono gli ingredienti basilari di una storia? 

Quelli della vita che sento di volta in volta.

In che panni ti senti meglio: prima persona o terza?

In quelli che indosso di volta in volta

Che scrittori famosi ammiri di più?

I non fumosi.

Cosa rende un personaggio credibile? Come crei i tuoi?

L’identificazione. Sono il creato – creatore di un solo personaggio: La Drita consigliera preferita. Sono “lettere” in dialetto veneto: un po’ maccheronico anche.

Sei altrettanto bravo raccontando storie oralmente?

Ammessa una bravura su cui dubito sempre, non racconto storie: non di fantasia, perlomeno.

Nel più profondo delle tue motivazioni, per chi scrivi?

Per il futuro.

Si può scrivere come terapia personale? I conflitti interni sono una forza creativa?

Direi, che si scrive, per terapia personale. Il superamento di un lutto per la morte di una vita, nel mio caso, e/o il superamento di un lutto per la morte della vita, nei casi di superiore capacità, vuoi umana, vuoi culturale. Si, i conflitti interni sono sempre una forza; non sempre creativa, ma “creativa” è concetto che si può osar di dire in arte ma non nel vivere: nel vivere la personale (che non può non riflettersi nel collettivo, quando non nell’universale) è forza che non ha fine neanche con la vita del dato creatore.

Ti serve il feed-back dei lettori?

Temo di non sapere cosa sia il feed- back, ma se serve, serve.

Ti presenti a concorsi? Hai ricevuto premi?

Devo aver vinto un pacchetto di sigarette una volta. No, il viaggio “per Damasco” che ho presentato nel sito è di per sé concorso e premio in ragione della raggiunta umanità del concorrente che decide di percorrerlo.

Mostri i tuoi bozzetti a qualcuno di fiducia per avere la sua opinione?

L’ho fatto. Ho smesso. Oltre che “bello” o “bravo” non ottenevo.

Credi ti aver già trovato la “tua voce” o è qualcosa che cercherai eternamente?

Nel mio ideale ho trovato “la voce”. Parla di principi universali. Avendoli detti, che altro dovrei dire? Nel reale, invece, non può non essere confronto con altre voci, quindi, continua ricerca di verità.

Ti imponi una disciplina per organizzare orari, mete, ecc? Quale?

Nessuna disciplina: amo il dis – ordine.

Di cosa ti circondi nel tuo studio di lavoro per favorire la tua concentrazione?

Di silenzio.

Scrivi allo schermo, stampi con frequenza, correggi nel foglio….? Com’è il tuo processo?

Tutto allo schermo.

Che pagine on-line frequenti per condividere esperienze o informazioni?

Per le informazioni di cronaca i giornali. Per gli altri generi, secondo necessità.

Com’è stata la tua esperienza con case editrici?

Per una firma non nota, una casa editrice è solo una tipografia con firma nota, quindi, un mercato che, a livello economico non sono in grado di affrontare.

In che progetto stai lavorando ora?

Sto continuando quello detto nel mio motto: vivo, guardo vivere, mi guardo vivere.

Personalità

Qual è il tuo punto di equilibrio tra lavorare per vivere e vivere per lavorare?

Dare al sociale quello che è del sociale e a me quello che è mio.

Che tecniche funzionano per calmare la mente in momenti di tensione?

Calmo la mente rifiutandomi di seguire i dissidi che porge alla mia attenzione: con altro dire, la zittisco, così come si fa con i seccatori.

Qual è la maggior perdita che hai dovuto incassare nella tua vita?

La morte di chi ho amato.

Dopo aver vinto 9 volte di fila alla roulette, cosa fai? Continui approfittando del buon filone, o abbandoni perché statisticamente ora ti toccherebbe perdere?

Non saprei rispondere. Non mi affascina nessun gioco.

C’è qualche superstizione che ti fa cambiare il tuo modo di vivere?

No.

Conoscere il segno zodiacale di una persona ti aiuta a conoscerne il suo comportamento?

Alla stregua di una sottana. Mi aiuta a capire se è femmina chi la indossa.

Quali sono le tue passioni?

Amare, desiderare, leggere.

Che attore ti sarebbe piaciuto essere?

Salvo Randone.

Se ti mandassero in un’isola deserta, che libro, disco o film ti porteresti?

Decine di libri sono diventati me, quindi, porterei me.

Un piccolo piacere che per te è molto grande.

La cortesia.

Come reagisci di fronte alle chiamate di marketing?

Con curiosità e disincanto.

Sei un ex-fumatore? Come sei riuscito a smettere?

Sinora sono riuscito a smettere solo fra una sigaretta e l’altra.

Sono le 5 del pomeriggio di una domenica tipo. Che cosa stai facendo?

Al bar gelateria di un amico: caffè e gelato.

Qualcosa in cui sei completamente incompetente?

Politica

Di che cosa sei drogato?

Di ignoranza.

Qual è stato il giocattolo che ti fece passare i migliori momenti della tua infanzia?

Domanda giunta con un ritardo di 60anni.

Com’era il tuo profe preferito delle superiori?

Alle superiori solo per il raggiungimento del biennio. La profe di religione. Poveretta.

Come hai conosciuto il tuo patner attuale?

Non ho partner attuale.

Qual è stato il tuo primo veicolo?

Una 600. Poveretta. Consumava più acqua che benzina. Con il sedile toccavo quasi per terra da quanto era sfondata!

I tuoi propositi per l’anno nuovo?

Non permettere alla melma di raggiungere il labbro inferiore.

Qualcosa che ancora non hai fatto ma che farai sicuramente nel futuro?

Morire?

Qual è stata la miglior notizia che hai visto pubblicata durante la tua vita?

Se c’è stata, non la ricordo.

Dove vivresti nel mondo, senza alcun dubbio?

Non sceglierei mai un posto dove non c’è alcun dubbio, e non avendo raggiunto la verità, (assenza totale del dubbio) un posto vale l’altro.

Un’abitudine negativa che sei riuscito a superare?

Destarmi al suono della sveglia.

Una parola o espressione che ami.

Tesoro.

Una parola o espressione che detesti.

Sono sicuro!

Cosa immagini farai una volta pensionato?

Domanda che cade a fagiolo in quanto pensionato che ancora non riscuote la minima che gli compete. Cercar di sopravviver, temo.

Idee

Dio creò il mondo in 7 giorni, o credi nella teoria dell’evoluzione?

Evoluzione.  (Alla data di questa verifica preciso: creazione è il momento primo. Evoluzione, il conseguente.)

In che percentuale credi nelle statistiche?

50%

Credi che molte malattie possano essere create dalla mente?

Non dalla mente, ma da disfunzioni nella mente.

Credi sia vero che usiamo solo un 10% del nostro potenziale cerebrale?

Se usiamo il cervello come generalmente si usa il telefonino, si.

L’oroscopo in giornali e riviste? Che grado di credibilità gli dai?

Nessuna.

Difendi la sperimentazione sugli animali per sviluppare delle medicazioni che possono salvare vite umane?

No.

A cosa si deve la proliferazione della violenza di genere?

A questioni di mercato, e/o a paure.

Qual è la tua opinione sulla massificazione della chirurgia plastica e delle protesi?

Contento il plasticato, contento io. Quali protesi?

Si dovrebbero stabilire maggiori restrizioni sull’uso dell’automobile all’interno delle città?

Si, ma dividendo uso da abuso.

Gli extraterrestri esistono?

Come teorica possibilità della vita, può essere.

Entrare nel metro senza pagare, rubare nei negozi, c’é un’eccessiva tolleranza a favore di queste piccole infrazioni?

L’eccessiva tolleranza ipotizzata dalla domanda, altro non è che impossibilità di effettivo controllo.

Sei a favore o contro i tori?

A favore.

Qual è la tua opinione sul movimento di occupazione illegale di beni altrui?

Attenuanti a parte, contrario.

Ti interessa molto la marca quando fai compere?

E’ stato un difetto da giovinezza. Ora, neanche per idea.

Ti sembra giusto l’abitudine di dare la mancia?

Non do mance. Lo trovo umiliante.

Ci sono troppe feste e vacanze nel calendario lavorativo?

Non sono particolarmente colpito dalla questione.

Credi che sia esagerato il clima catastrofico che si è creato intorno al cambiamento climatico?

La domanda contiene un pregiudizio: esagerato. Questo a parte, visto che la ragione non la segue nessuno, ben venga il grido.

Boicotti una marca se ti rendi conto che fa lavorare bambini nel terzo mondo, o che inquina l’ambiente?

Visceralmente parlando si. Di fatto, però, non è che fanno lavorare i bambini per il solo gusto di farli lavorare. Se i genitori del terzo mondo avessero di che vivere, li farebbero giocare. Io ho iniziato a lavorare a 13 anni, prima all’apertura del mercato della frutta al paese, e poi battendo il baccalà. Non c’erano alterne opzioni: o così, o la fame.

Difendi la sperimentazione sugli animali per sviluppare delle medicazioni che possono salvare vite umane?

No.

A cosa si deve la proliferazione della violenza di genere?

A questioni di mercato, e/o a paure.

Qual è la tua opinione sulla massificazione della chirurgia plastica e delle protesi?

Contento il plasticato, contento io. Quali protesi?

Si dovrebbero stabilire maggiori restrizioni sull’uso dell’automobile all’interno delle città?

Si, dividendo uso da abuso.

Gli extraterrestri esistono?

Come teorica possibilità della vita, può essere.

Cultura

Cos’hai ora nel tuo MP3?

Non ho Mp3

Che libri stai leggendo in questo periodo?

Di evasione

Luoghi del mondo che hai conosciuto ultimamente?

L’IO.

Qual è il film che non ti stanchi mai di vedere?

Un Uomo per tutte le stagioni.

Mac o PC? Perché?

PC. Puro caso.

Cosa verrà dopo la società consumistica?

Una società che discernerà sugli eccessi.

Ti sembra eccessiva la saturazione pubblicitaria che c’è nei media?

Si, però, o così, o pagarli di più.

Credi che ci sia troppo sesso e troppa violenza nei media?

Si, ma si può sempre chiudere un giornale. Si, ma si può sempre cambiare canale.

Quali erano le tue materie preferite alle superiori?

Religione, ma in quanto studio. Letteratura. Storia se non noiosa.

Credi che cose come videogiochi, chats, ecc. nascondano dietro di sé un pericolo di assuefazione per gli adolescenti?

Da quello che leggo, pare sia così.

Qualche libro di crescita personale che ti ha trasformato la vita?

A decine, ma non ricordo i titoli, così come non ricordo le bistecche che ho mangiato, e che pure fanno parte della mia sostanza.

Hai mai comprato opere d’arte? Di che tipo? Cosa ti spinge a farlo?

Un lusso che non mi posso permettere, ma che non seguirei anche potendolo: dopo un po’, anche un Prassitele viene a noia.

Marketing, briefing, brainstorming ….. fai qualche sforzo per evitare gli anglicismi o li accetti senza problemi?

Per accettarli li accetto. Per curarmene, dipende dal caso.

Difendi i graffiti urbani?

Se non sono una grafo – patologia, si.

Che riviste leggi abitualmente?

Nessuna. per le mie tasche costano troppo.

La pirateria continua ad aumentare, cosa succederà con l’industria della musica, del cinema e della cultura in genere?

Troveranno modo di difendersi.

Che sport fai e con che frequenza?

Nessun sport.

Il cinema deve essere sovvenzionato quando vengono poi utilizzate stelle milionarie?

Se la sovvenzione non basta, perché no?

Come spieghi l’auge della cultura del voler essere famosi?

Non la condivido. Vedo il voler essere famosi come il tentativo di chi vuole uscire da un sé vissuto come “fossa”: illusione di chi non si rende conto che nessuno ci esce per sempre.

Consigliaci un ristorante e un luogo per bere qualcosa, di sera, che frequenti in città.

Io vado in un kebab. Chi mi ama mi segua.

Cos’hai ora nella tua borsa?

Un Pc.

La tua forma di ammazzare il tempo?

Leggere o dormire.

In che città vivi? Cosa ti piace di più e cosa meno d’essa?

Verona. Mi piace nel suo complesso. Nel suo complesso, non mi piace la psiche veronese: conservatrice e ipocrita. Ci sono le eccezioni, ovviamente.

Un video di Youtube con qualcosa che è stato significativo nella tua vita.

Vale per You tube quello che vale per i libri: a decine ma non ricordo i titoli.

Dove pensi di passare le tue prossime vacanze?

A casa. Ci sto benissimo. Mi basta chiudere la porta per sentirmi in ferie.

Filosofia

Cos’è per te la bella vita?

Assenza del dissidio.

Qual è il segreto della felicità?

Godere di quanto basta.

Cos’è un amico/a?

Un’asessuata voglia di amore che ha trovato chi amare.

La tua filosofia della buona salute

“Nulla in eccesso.”

Esiste l’anima?

Anima è ciò che anima. Ciò che si anima è vita. Essendovi l’animato, si.

Dove finisce la scienza e dove inizia l’ideologia?

La scienza finisce dove inizia il pensiero non provato.

Cos’è la bellezza?

Una voce della verità.

Chi è Dio?

Il Principio della vita.

Che c’è dopo la morte?

Un luogo della vita, quindi, nulla se si crede che la vita sia a termine.

Se l’entrata alla partita di calcio varrà il doppio fra 12 anni, e tuo figlio ha compiuto 12 anni ieri, che età dirai che ha al bigliettaio?

Vuol ripetere?!

Se fossi milionario che opera benefica faresti?

Emergency

I tuoi difetti e le tue virtù?

“I miei difetti li lascio dire agli amici. Le mie virtù ai nemici.”

Tre parole che oggi giorno sono molto importanti.

Bene, vero, giusto.

In letto di morte di cosa credi ti rammaricheresti di non aver fatto in vita?

Quando mai morirei, se prima dovessi ricordare tutto quello che non ho fatto!

Quale sarebbe il tuo epitaffio?

Ho detto. Ho fatto. Ho finito.

grurit

Un’idea di Comunità

Così é rimasta!

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manofronte

Ignoro se nel frattempo si sia capito perché il tossicodipendente vuole tutto e subito perché manco dalla piazza da parecchio. Nell’ipotesi non sia stato compreso, suggerisco questa interpretazione. Il tossicodipendente vuole tutto e subito, perché ragiona secondo forza e, la forza, non ha il senso del tempo, ma quello dei suoi stati, quindi, la forza è lo stato del subito, mentre la debolezza è lo stato del dopo. Se non si crede a me, si provi a sollevare un peso, il che vuol dire, a raggiungere una meta. Se lo si solleva subito, (meta raggiunta) si è forti. Se lo si solleva con difficoltà, (o per difficoltà), si è deboli. Nel caso lo si sollevi a tempo, subentra una crisi: ce la farò, o non ce la faro? Il che vuol dire: avrò, o non avrò? Sarò, o non sarò? Il Tossicodipendente non accetta crisi. Per farlo dovrebbe convertire, (per elaborazione da mediazione), il suo indirizzo psichico. Non lo può fare per due prevalenti idee di forza: quella dell’idea di sé come forza, e quella della droga: sostanza che afferma l’idea, coprendo chimicamente e consolando psichicamente i dubbi sulla soggettiva forza. Per questo la roba è “madre”. E’ donna, invece, perché accoglie il “tossico” in un assoluto abbraccio. “Puttana”, invece, lo diventa tanto quanto, (o quando), quell’abbraccio si rivela di scadente presa, oppure, tanto quanto, (o quando), i costi si rivelano sempre più onerosi, e, le conseguenze, sempre più pesanti. Il fatto che la droga distrugga un vivere, è un concetto culturale, quindi, in sottordine come la ragione rispetto alla passione: altro concetto che appartiene alla vitalità. Quale considerazioni trarre da tutto questo? Non lo si chieda a me. Non sono mica un professore americano! Da lavapiatti italiano, ho solamente notato che nei tossicodipendenti, la vitalità fisica è preponderante rispetto alla vita culturale a – specifica, quindi, non ho potuto non trarre che una considerazione: l’indirizzo esistenziale della loro Cultura, è determinato dalla loro Natura, pertanto, elaborando e fortificando la loro Natura, si dovrebbe metterli nella condizione di aver di che paritariamente relazionare, vuoi con altra Cultura, (personale e/o sociale), vuoi con altra Natura. In soldoni: fortificando l’amor proprio con forti dosaggi di coscienza sulla forza fisica si potrebbe dar di che contrastare i dubbi sulla forza dell’identità individuale – sociale, o, quanto meno, dar di che compensare la sofferenza psichica conseguente ad un disadattamento di non semplice o complessa individuazione. Se le parlo di forza ma non di spirito è perché fra i dottori non si usa. Come non la trattengo più sullo spirito, mi auguro che gli psicologi non la trattengano più con discorsi sulla mente: continuano a sbagliare muscolo! Tanto più, se extra Comunitario. Intanto che vai… meditando sull’antefatto, ti mando sta “roba”. Quando la smetterò di avere visioni che non so da che parte realizzare?! Comunque sia, se questa idea ti pare più di la che di qua, fammi il favore di dirmelo. Ho scelto “Vita” come nome dell’Accademia, perché la globale materia di studio sarà la vita. L’uccello che ti spaccio come Gru, potrebbe essere un Airone, o chissà quale altro volatile. Ai dettagli ci penserò quando mi dirai se ne vale la pena. Valendone la pena, fammi le tue domande ed avrai le mie risposte. Stammi bene.

Secondo me

Secondo me questo progetto è incompleto perché è come un appartamento semi arredato: se ti interessa abitarlo, è chiaro che dovrai arredarlo secondo te. Avendone l’intenzione, basterà porre in relazione la scienza, (tua), con la poetica: mia.

Ho saputo

Ho saputo che l’uso terapeutico della ginnastica è comune in molte comunità, ma non so quali significati danno a cotanto sudare. Per poter affermar Narciso? Prima, durante, o dopo averlo colto sul fatto, o meglio, sul fattaccio? L’idea de sto’ ambaradam potrebbe non essere nuova. Tutt’al più, potrebbe può esserlo il modo, se finalizzato a nuovo fine. Uso il dubitativo “potrebbe”, perché non è la prima volta che invento l’ombrello. A proposito di ombrello! C’è qualche altro insegnamento per il detenuto oltre a quello che da la stessa galera? Ebbene, pur con tutte le sue ignoranze, questo progetto ha di che diventare una scuola alternativa a quella. Se proprio inefficace come scuola, può essere pur sempre un più fruttuoso contenimento; se non altro, perché diversamente motivante.

n.d.a. Lettera rivista non so quanto tempo dopo aver spedito l’originale alla debita “meditazione” del referente in indirizzo.

Gli scopi dell’Accademia

L’Accademia Vita si propone lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa. Non tanto secondo coscienza, (buco nero e/o pozzo senza fondo) ma secondo il grado della sua forza. Con altre parole: nella forza naturale, è ciò che il suo Corpo può; nella forza emozionale è ciò che il suo Spirito sente; nella forza Culturale è ciò che sa perché può e sente.

L’immagine

Per  confermare di maggior segno il Corsista e il grado del Corso ho sentito il bisogno di avere un’immagine carismatica consona all’Accademia e alle sue intenzioni.

Ho scelto l’immagine della Gru

neogru

La Gru è il simbolo di chi reca i valori della vita perché é considerata la

“Cavalcatura degli Immortali”

Sono immortali principi:

il Bene per la Natura

atrinita

il Vero per la Cultura                                      il Giusto per lo Spirito

Il Contratto

Fra il signor T. C. Sempronio e l’Accademia Vita si stipula quanto segue…

Premesso che l’Accademia Vita si prefigge lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa;

Premessi i mezzi che si riveleranno più idonei;

Premesso l’accettazione del dolore come via della verifica di sé;

Premesso che la somministrazione della fatica fisica e del dolore culturale hanno il solo scopo di permettere una più ampia visione di sé;

Premesso che l’Accademia agisce per amore della Persona anche quando sembra disprezzare la sua vita,

Punto Primo

Il Corsista delega all’Accademia il compito di dirigere la sua Persona.

Punto Secondo

Il Corsista accetterà la direzione dell’Accademia e/o dei suoi Delegati anche quando il fine non gli risulta immediatamente chiaro.

Punto Terzo

Il Punto Secondo implica che il Corsista debba essere prono nei confronti di ogni arbitrio, bensì, implica che il Corsista debba accettare la Ragione dell’Accademia, con fiducia.

Punto Quarto

La fiducia che l’Accademia e/o i suoi Delegati chiedono al Corsista è la stessa che un Minore ha verso un Maggiore, che un Alunno ha verso un Maestro, che un Figlio ha verso il Padre.

Punto Quinto

Onde essere il Maggiore che è, il Maestro di sé, e il Padre della vita che sarà, il Corsista deve tornare bambino.

Punto Sesto

Il Corsista che non troverà in sé questa forza, vanificherà le intenzioni di questa Scuola. In tale accadimento, il Corsista deciderà con l’Accademia sulle misure da prendere.

Punto Settimo

Per quanto letto e accettato, il Corsista si atterrà a quanto d’altro gli verrà comunicato.

Sul tipo di istruzione

Per giungere al fine di porre una vita di fronte a sé stessa, l’Accademia si avvarrà di tre convergenti vie: La Naturale, la Culturale, la Spirituale. La via Naturale comprenderà un attività fisica non esente da considerazioni culturali, psicologiche, e quanto di necessario si rivelasse; la via Culturale comprenderà tutto ciò che favorirà il rapporto di collocamento della storia personale nella storia collettiva; la via spirituale comprenderà le tecniche e le filosofie che educano il soggetto all’ascolto del sé: corrispondente unione fra la forza della vitalità naturale e della vita culturale.

Linee guida in ordine sparso

Nella scuola dell’Accademia, l’essere deve essere dedotto dal fare. Allo scopo: analisi psicologica dei gesti, dei comportamenti, delle dinamiche singole e di gruppo, e quanto al fine. Per vedere se è fatto di mattoni o di pietra, il Corsista deve accettare di essere come un muro da scalcinare. Per quello scopo, i Corsisti devono sapere, da subito, che saranno provati fisicamente, e psicologicamente e culturalmente destrutturati. L’operazione della generale destrutturazione non deve recare dolore. Se motiverà della violenza, ciò vorrà dire che si starà destrutturando il Corsista oltre il suo limite di tolleranza. L’eventuale violenza non segnerà un errore del Corsista ma un errore del Consigliere che opera su quella vita. Qualora ci si trovi nella impossibilità di non recare dolore, sarà indispensabile premettere l’eventuale accadimento, onde dirigere le tensioni verso il fine che ci si prefigge: abbattere, ma, per ricostruire! Sarà necessario un Regolamento e un Manuale di Addestramento. L’Accademia si propone per bando. L’Ingresso andrà richiesto al “Consiglio di Auto – Recupero. Il Consiglio è la Commissione che valuta la richiesta come il Richiedente. Il suo giudizio è insindacabile. La Commissione sarà composta da i tre generi di Istruttore. Nelle Accademie militati ci si prefigge lo scopo di rendere corpo collettivo il corpo individuale. Nell’Accademia Vita, invece, dal corpo collettivo (il normale – convenzionale) si deve ricavare l’individuale. Il fondamentale compito dell’Istruttore, quindi, sarà quello di evidenziare la diversità, in quanto valore dell’unicità. Allo scopo: maieutica, maieutica, maieutica!

Il silenzio

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora; è  la stanza dove riposa;

è il luogo dove risiede.

Alla disciplina del corpo dovrà essere insegnata e applicata la disciplina del silenzio. La disciplina del silenzio, allenerà, il Corsista, a contenere le sue voci, le sue emozioni. Tanto più il Corsista imparerà a contenere le sue voci, e tanto più potrà contenere “la voce”: l’emozione che l’ha condotto alla “roba”: sia come sostanza che come stile di vita. In una vita comunitaria non è semplice trovare la stanza dove stare solamente con sé stessi. A questo scopo, il silenzio può diventare la stanza della personale privacy. Come sapere se il Corsista è in quella stanza, o non lo è? A mio avviso lo si può sapere se si da modo al Corsista di segnalarlo.

Ad esempio:

rossoDivieto di parola stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

giallo

Permesso di parola su necessità, stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

verde

Libertà di parola concessa dall’Accademia o scelta dal Corsista. Onde favorire la costituzione della personale “stanza del silenzio”, il Corsista dovrà essere addestrato, non alla meditazione (pur sempre voce) ma all’assenza della meditazione, cioè, al vuoto mentale che è dato dall’assenza di ogni voce. E’ meno difficile di quello che si crede.

Accademia e Società

Accademia – Corsista – Manifestazioni – e/o necessità Sociali. Da porre in visibile e multifunzionale relazione. Gli interventi coordinati con la Protezione Civile, la Croce Rossa, e/o quanto di paritari significati non solo sono altre scuole pedagogiche ma anche ap – paganti capitali che compensano e provano i valori in acquisizione.

Sull’Accademia

Hai presente l’Accademia militare? Togli il militare ma lascia disciplina e addestramento fisico. Con quelli, un piano di cultura specifica o generale secondo il caso.

Identità dell’Accademia e del Corsista

L’Accademia e il Corsista sono quello che sono: non senza definizione, non fuori da ogni definizione: vita per definizione.

Regolamento

1°)

2°)
3°)
4°) …

I gradi del corso e del corsista

1grado

secondo grado

terzo grado

quarto grado

quinto grado

Sul tipo di Istruttore

In primo: il Consigliere che sa essere padre, (spirito determinante), ma non sa essere madre (spirito accogliente) è operatore non adatto all’Accademia Vita.

Ai tre tipi di insegnamento devono corrispondere i tre tipi di istruttori:

addestratore fisico con esperienza militare o paramilitare, o comunque fortemente sportiva;

addestratore culturale: insegnante con preparazione umanistico – filosofica;

addestratore mentale: psicologo capace di interpretare i simboli e le dinamiche che sono negli atti della preparazione fisica, quanto i simboli e le dinamiche che sorgono e/o si attuano nelle manifestazioni del fare.

Nello svolgimento del compito consigliare, l’istruttore non deve mai dimenticare di essere “Accademia”, quindi, non artefice di educazione ma strumento. Ciò gli eviterà ogni personalizzazione e, quindi, il rifiuto della sua persona. L’Istruttore, inoltre, non deve dimenticare che è pagato e appagato per un compito, non, per un cottimo. Ciò per dire che deve produrre vita, non, merci.

L’opera di destrutturazione di una identità, (spoliazione naturale, per conversione culturale e spirituale), è un’azione comunque dolorosa. Contro quel necessario dolore vi è è un solo anestetico: la con – passione.

Per con – passione non si intende un atteggiamento pietistico più o meno cristiano e/o più o meno religioso, ma la sentimentale con – divisione, dell’esperienza che tutti abbiamo provato: la fatica di crescere.

Nel ricordo di quella fatica accomunati, nessuno può dirsi più capace di altri, tutt’al più, di averla superata, in senso cronologico, prima di altri. Il ricordo di quella fatica è il peso che bilancia il piatto che porta l’orgoglio di aver superato quella fatica. A questo punto, la com – passione che si chiede al Consigliere, altro non è che una disponibilità di spirito verso la giustizia.

Divisa: abito esteriore che coadiuva l’abito mentale.

Come divisa di ordinanza vedrei bene quella dell’aviazione. Sopratutto per il colore. Su quella base, se il colore fosse più intenso, tanto meglio. Nella divisa di ordinanza che in quella fuori ordinanza, il cappello dovrebbe essere a “bustina”. Per le manifestazioni ufficiali e/o di gala, non vedrei male un mantello del colore della divisa e un cappello di quelli da matricola universitaria. La forma di quel cappello, mi ricorda il capo della Gru.

La bandiera

bandiera

Il bianco simbolizza la verità. il giallo simbolizza l’amore.

Per i significati indicati dai colori, la bandiera dice che per giungere all’amore personale e sociale, non si può non partire dalla nostra verità; punto di avvio, per quell’ulteriore e volontario viaggio che è la ricerca della vita nella Verità, quindi, bianco, giallo, bianco.

grurit

“Sans toit ni loi”

manofronte

Orfanotrofio in via Belzoni a Padova Chiesa degli Ognisanti. Faceva parte degli Esposti.

gliesposti

Qui ho fatto la Cresima e la Prima Comunione. La Comunione al mattino e la Cresima nel primo pomeriggio. Vescovo di Padova era Monsignor Bortignon: fratone che se ci penso lo rivedo. Finita la funzione c’è stato un party con bacio dell’anello: ametista stupenda. Gli odorava di caffé l’anello, ma più probabilmente la mano. Era la prima volta che odoravo un caffé: non assomigliava per niente a quello che ci davano. Indistinta ingiustizia e differenza che mi sono sempre rimaste nella mente. Qui ho vissuto una delle più grandi tragedie della mia infanzia. La mattina della Comunione, la Norma (assistente sui trenta, manesca, di stopposi capelli, sempre urlante, agitata e agitante) m’ha fatto andare della saponata in bocca. Oddio!!! Lo dico o non lo dico? Ma se lo dico me la rimandano! E se me la rimandano addio festa, addio bell’abito bianco e scarpe nuove! E se la Norma si arrabbia?! E, se mi puniscono? Per farla breve, taccio e vado. Tuoni non ne ho sentito e fulmini non ne ho visti, ma non vi dico i sensi di colpa per quel peccato mortale! Per i peccati mortali mica si scherzava all’epoca! Dicevano che si andasse all’Inferno! Della vita nell’Orfanotrofio, ancora ricordo la suora (statuaria e bella) che ogni tanto, dal magazzino delle meraviglie (che apriva con la vecchia chiave che teneva appesa al fianco) ci rifilava una scatola di latte condensato della Pontificia Opera Assistenza. Ricordo gli orecchioni, i cataplasmi di ittiolo, l’isolamento, e la suora bella ma di animo cattivo che mi assisteva. Ricordo le prime emozioni sessuali, i primi desideri dell’altro, e che senza sapere come, al risveglio mi ritrovavo nel letto di qualcuno. Come ci finivo non lo so. Nel pomeriggio del giorno della comunione venne a trovarmi la Cesira con il Costante che aveva sposato dopo la morte di mio padre. Mi portò sei paste! Vedevo ben diverse sorprese, e ben diversi sorrisi attorno a me. Nel pomeriggio, con la Cesira uscii per un’ora d’aria: andammo verso il centro. Nella vetrina di un negozietto sotto un piccolo portico mi fermai di botto davanti la vetrina. Esponeva tre piccoli elefanti (in scala) di un qualche materiale verde. La Cesira vide la mia curiosità. Mi domandò se li volevo. No, gli dissi: non abbiamo soldi; pedagogiche, quelle paste. Tornarono a Este a piedi e di notte; 33 chilometri da Padova. Avevano perso il treno, aggiunse. Vedo ancora quella vetrina e quello stretto negozio. Come fosse ieri, vedo ancora anche gli elefanti.

Vellai di Feltre – Istituto Beato Bernardino Tomitano

L’Orfanotrofio vecchio.

ilvecchio

In una mattinata degli Esposti, con fare misterioso ci caricano in sei su una Fiat 1400 chiusa con un telone. Non le chiamavano pick-up allora. Dopo un viaggio che mi parve eterno, al buio, senza bere niente, vengo scaricato qui davanti. Nella parte più alta della “torre” c’erano le stanze dei preti e l’amministrazione. A sinistra della torre quelle delle suore. La porta a destra era quella della cucina: per tutti, suppongo. Alla destra di quella il nostro refettorio, e in ultima la calzoleria. Sul momento mi sono vergognato delle “galmare” (stivaletti con suola di legno) che mi hanno dato al posto delle scarpe, ma d’inverno mi sono ben ricreduto; da morire per il freddo ai piedi, con le scarpe. Sopra il refettorio i nostri dormitori, o meglio, dei grandi solai serviti  solamente da due stufe di coccio, accese sino a che durava il primo carico di legna. Proverbiale l’inverno a Feltre. L’affrontavano (noi orfani) con una coperta di scarsa sostanza, ricordo. Per il freddo. rigido come  un baccalà, prendevo sonno solo quando crollavo. Molto a destra di quanto si vede in questa foto, superata una scalinata si accedeva a un cortile, generalmente usato come campo di calcio: era in terra battuta e non mancavano i sassi. Mi dirigono verso il campo. Salgo le scale e ci arrivo. Da un muretto alla mia destra che non avevo visto colgo una voce. Dice: oh, è arrivata la signorina! Portavo la divisa dell’orfanotrofio di Padova. Un unico in due pezzi, composto da una sorta di calzone corto che mi stava piccolo e stretto (all’epoca generazionali, gli abbigliamenti) e una camicetta, anche quella altrettanto stretta e corta. Il tutto, in una vigogna colorata come leggero caffelatte, e punteggiata da quadrattini blu. Tempi di magra anche per lo stile, all’epoca!  Spaesato di tutto e da tanto, che potevo rispondere a quel chierico di indegna chierica? Da quell’indegno (come da tutti i generi di indegnità contro il debole che ero, e che tutti non finiamo mai di essere) mi sono difeso facendomi “autistico”. In quella bolla, non permettevo l’ingresso (come non lo permetto oggi) a niente e a nessuno! Certamente, c’èra l’indegno che la superava (come mi succede e ci succede anche oggi) tuttavia, con sempre maggior difficoltà e sempre più raramente. Ora, sono suoni distanti. Provengono da oltre il muro di quella mentale trappa.

Cortile@Campo di calcio del collegio

foto in collegio

Sono il più alto del gruppo. Come sempre, mi collocano dietro a tutti: in fondo. Dopo che sono uscito da quest’altro Esposti, il chierico spiritualmente indecente che già vi ho presentato, prese gli ordini e andò missionario in Africa. Si chiamava Cantù il diventato prete. Non ricordo come ma, ancora molti anni fa, mi dissero che era stato mangiato da un leone. Di recente sognai il fatto. Di recente si fa per dire. Vidi il leone: era vecchio e spelacchiato. Vidi che in bocca aveva la testa del Cantù. Gli vedevo l’urlo disperato, ma non udii alcun suono durante il brevissimo sogno: non si sente la voce di chi non si sente la vita. Il don Cantù era confratello dell’effeminatissimo don Clelio, poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca. Non che ricevesse tanta corda dal don Clelio, però. Almeno in nostra presenza. Il Clelio, a differenza del Cantù, era amatissimo dai suoi orfani. Del Cantù ricordo ancora la madre: rigida, amara, senza sorrisi, e senza grassi: da nessuna parte. Tornando al cortile: una sassaia!

Sono lo sciagurato che fa le corna all’amico.

elementari

Me ne dolgo ancora: si comincia presto ad essere imbecilli. L’adulto in prima fila era il nostro Maestro. Lo ricordo ancora, come ricordo la sua iniziale lezione. Partite da qualsiasi argomento e/o materia, proseguite verso ogni altro argomento e/o materia, e tornate dove avete cominciato! Ci insegnava a pensare per associazioni! Nell’analisi grammaticale e logica sono sempre stato un disastro, ma in quel metodo, molto meno. In quinta ebbi un rifiuto generale verso la scuola, così, decisi di non rispondere più alle interrogazioni. Avevo fatto i conti senza l’oste. L’oste mi pizzicava il braccio, e continuava sino a che rispondevo. All’esame di quinta fui tra i migliori! Se è l’autore delle foto il compagno che si vede appena, eravamo destinati già dai soppranomi che ci eravamo dati a stare sempre assieme: io lo chiamavo Tocio e lui mi chiamava Conicio; e lo siamo stati, almeno sino al giorno della foto, quando, un gesto inconsapevolmente imbecille (in occasioni del genere i più grandi lo facevano) qualcosa s’incrinò. Se mai fosse possibile tornare indietro per chiedergli di perdonarmi, per questo lo vorrei. Se non è lui, lo stesso.

Finite le elementari, finì la mia permanenza a Vellai.

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Non ho più alibi. Solo angoscia. Ero molto colto in orazioni e riti da messa, ma a zero assoluto con il resto. Venne a prendermi la Cesira. Sul treno a vapore che da Feltre mi portava a Padova ebbi lucida coscienza della mia totale impreparazione circa il vivere. “No so guadagnarme na’ ciopa de pan!”, pensai. Bestemmiai, ricordo! Non ne vado fiero: è andata così. Come volevasi dimostrare, anche qui sono dietro a tutti. Sono capitato alla porta, solo perché passeggiavo nel salone. Indossavo la giacca che mi avevano fatto le suore. Mi dicevano principino da quanto mi stava bene. Anche secondo me, devo dire. Quella giacca rischiò di finir male! Fui scelto dal Cantù per partecipare ad una gara su chi si sporcava meno di zabaione, e sporcava di più l’altro; l’altro la perse, e io persi il regale titolo di principino e la preferenza delle suore. La recuperarono, per fortuna! Ci tenevo alla giacca (blu e di panno) e non ero così sciocco da non prevederne la fine, visto il genere di tenzone. E neanche lo doveva essere il Cantù. Arguisco, allora, che fu maligno! Tipico dei sofferenti da repressa e/o negata identità sessuale. Il prete in prima fila sulla destra è il mio sedotto_seduttore: sedotto, a suo dire, da un bambino, che, direi evidentemente, non vedeva solo così. Della stessa opinione anche i castrati per i loro regni. Qui ci vorrebbe un e a capo. Tornare da capo ci sono riuscito centinaia di volte, ma metterci il punto, qui, non ancora.

In visita da ex allievo. Sono sul cortile davanti al collegio.

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Non ricordo come ho saputo della Festa degli ex Allievi ma ci sono andato. Fu di una tristezza unica. Dopo quell’esperienza non sono tornato verso nessun passato. Ora, già ieri mi è passato remoto. Messo in opera, il palo nella foto era nero con una sorta di cipolla rossa e con un qualcosa di giallo sopra: forse una croce. Non fui sorpreso quando, all’epoca, lo vidi ergersi, imperioso, sul cortile. In un chiarissimo, brevissimo e colorato sogno (praticamente una fotografia) l’avevo già visto mentre stavo in una colonia estiva. Non ricordo dove. Anche in questa foto sembro il patentato da Pirandello.

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Panoramica sui monti, sui collegi, su quella stramaledetta salita del viale, e sulla chiesa di Vellai, all’epoca, mille anime di paese impregnato da odor di stalla: eppure ci stava. Del collegio, qui si vede la parte nuova al centro e la parte vecchia alla destra. Davanti alla vecchia la chiesa antica, il cinematografo, la sartoria, e la tipografia per la stampa della Bella Opera: lettere con richieste di aiuto ai benefattori.

Il don Primo: Direttore della Bella Opera.

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La Bella Opera era il nostro lavoro. Si trattava di imbucare delle lettere con finale richesta di soldi. Ne ho imbustate a migliaia di quelle storielle, scritte con una calligrafia che doveva essere, si, infantile, ma non gallinacea. La mia lo era, così, la bozza che scrissi non fu usata. Forse perché preso dai compiti tipografia (funzionava tutti i giorni) con noi non aveva incarichi e/o ruoli. Non era particolarmente espansivo, il Don Primo, ma lo stesso non malvisto. Una volta mi confessò. Non so come il mio gomito sia capitato nei pressi del suo inguine, ma lo trovai strano: altro non seguì.

La chiesa dell’Orfanotrofio nuovo

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In stile da capannone. Ho visto quella vecchia solo una volta. Era quasi sempre chiusa perché la truppa non ci stava. Di quella non ho foto. La ricordo piccola, bassa, scura, monasteriale. Ricordo ancora il confessionale che stava alla destra dell’ingresso. Faveva chiesa a sé. Mi sono sempre sentito a disagio in questo scatolone. Pare disegnato da un geometra senza vena. L’altare e quel crocifisso lo vedo adesso. Dall’ultima fila dove stavo regolarmente non è che si vedesse questo granché! Era sempre buia. Come la chiesa d’altra parte, ma allora non sapevo niente.

La famiglia

manofronte

L’adottante Cesira: mia madre.

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Era sul balcone di casa: camera da letto sopra, cucina sotto. Diviso dalla cucina con una parete di faesite. Il cesso era un bidone di latta. Mi sa che ho ancora i segni sul sedere! La casa dava su un sottostante canale. Nessun pesce si è mai lamentato. Ha un gattino in braccio: bianco e nero. Chissà se è lo stesso gattino che disegnava, quando, per mezzo di un medium, comunicava con me per scrittura automatica. Anche in vita lo faceva solo per il necessario. Sotto questo aspetto gli assomiglio. Indossa la vestaglia di quando “l’andava a mastèi” (si diceva una volta) cioè, a lavare la biancheria a casa d’altri. Aveva i cappelli nerissimi e abbondanti. Sorrideva raramente. Non ho mai saputo perché mi abbia adottato. E’ anche vero che non gliel’ho mai chiesto. Vero è che non mi è mai stato un problema.

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Questa, è ancora mia madre con un bambino. Non ho mai saputo chi sia, e neanche se lo ero io. Risposte zero. Dietro questa foto c’é scritto un mistero. La calligrafia è della Cesira. La trascrivo com’è: spaventiti di questa. La hanno fata a casa nostra. la fata Bepi Cavalaro e Bruti… Nell’angolo a sinistra, ha scritto: come la tua… ma qui la foto è tagliata. Dal tenore della scritta, arguisco una qualche tragedia. Almeno per quei tempi. Sembra la scritta di una donna che dice all’uomo che l’ha messa incinta e poi abbandonata: spaventiti… di quello che ha fatto: a me pare evidente. Per tale supposizione, non credo di essere io quel bambino, anche se le orecchie me lo fanno pensare: sono le mie. Non ho mai avuto fratelli, e né sono stato il fratellastro di un figlio naturale. Arguisco, quindi, che gli sia mancato un figlio proprio, e che abbia adottato me. Si può arguire anche dell’altro, ma non sento il caso di piantar degli ulteriori badili su antiche fosse. Ripensandoci: è vero che sono stato adottato a sei mesi, quindi, quel bambino potrei essere io, ma, allora, quale, il senso della frase dietro la foto? Osservando bene la foto che segue vedo ben vestita sia la Cesira che il bambino. Strano! Da che ricordo, l’ho sempre vista povera, non, con possibilità come sembrerebbe. La Cesira era originaria di S. Urbano, in provincia di Padova. Stavamo sotto una vigna. Forse della casa di famiglia, o forse della zia Maria: sorella che abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto. Mah!

cesiradalfotografo

La Cesira sta, in questa foto, come se mi avesse adottato solo lei. E l’adottante Luigi? Bellissime le mani della Cesira. Non sono ancora quelle rovinate dalla soda usata per lavare a domicilio i panni altrui. Con quel bambino, certamente condivido la misura delle orecchie.

illuigi

Il Luigi: padre adottivo? Mah! Non lo ricordo così vecchio: a me sembrava sulla trentina. Lavorava all’Utita. Una fonderia di Este: smantellata da decenni. Quando l’hanno chiusa ha fatto il muratore. E’ fotografato con la divisa coloniale. In Eritrea, o in Somalia? Di mio padre ricordo come fosse ieri una sua premura. Con un suo amico mi aveva portato al cinema Cristallo (di Este) a vedere un film con il tenore Mario Lanza. Cantava “Corri, corri cavallin!” Non ricordo quanti anni avevo. Tra i 5 e i 6, penso, ma sembra non sia passato un giorno da quanto ho viva memoria dell’aria di quella canzone: corri corri, cavallin! All’uscita del cinema mi chiese se avevo freddo. Devo avergli risposto di si perché m’ha messo la sua giacca sulle spalle. Niente m’ha fatto sentire così grande. La Cesira mi disse che era morto per appendicite. Del fatto ho un solo ricordo: c’era e poi non c’è più stato. Ho provato a fare dei conti con le date storiche e con la pressappoco del ricordo che cito, ma non ne vengo a capo. Morale della favola: se non era il Luigi, chi era di così importante per la Cesira, visto che del Luigi non aveva conservato altra foto? Un fratello? Un caro parente? Un deludente amante/amore che l’ha fatta soffrire? Una storia da conservare ma non da dire? Mah! Se di mistero si tratta, se l’è portato nella tomba. Con quello, anche una parte del mio passato. Un altra parte l’ho ritovata quando mi è mancato la Cesira. Stava a Stresa. Gestiva una trattoria. Il marito un distributore. Stando alla foto che mi ha fatto avere (non l’ho più) non mi sarebbe dispiaciuto come padre. Toh: avevo una sorella. L’aveva avuta come ha avuto me. Non so da chi. Non ho concesso alla madre naturale di sovrapporsi alla madre adottiva. ps. 2017 –  Da anni guardo questa foto. Continuo a non ritrovarmi con i conti. In questi giorni (12/2019) m’è venuto in mente che voleva farmi suonare il violino! Chiara alla mia mente, sia la mia faccia che quella della Cesira quando me l’ha detto!

Qui si narra la sventura

di un milite alla ventura

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manofronte

s.Giorgio a Cremano – Scuola delle Trasmissioni

sgacremano

Venivo dalla caserma di Falconara Marittima. Sedici ore e mezza di tradotta per arrivare a Napoli per il corso marconisti alle Trasmissioni. A S. Giorgio ci stetti quattro mesi. All’esame finale fui bocciato: sapevo trasmettere bene ma non ricevere con la dovuta immediatezza. I messaggi che ricevevo, così, erano pieni di buchi. Dopo la s. Giorgio a Cremano (ero fra i rari con la quinta elementare) andai alla Piave di Mestre. Quell’orrore non esiste più da decenni! Se a Napoli ho rischiato due denunce al tribunale militare, e una al campo nei pressi di Pordenone, a Mestre solo una, e non per indisciplina, ma perché non sapevo tacere. Tutti e quattro i casi sono finiti in niente perché sapevo anche parlare. A Napoli, anche scrivere, tutto considerato. Mi dissero, infatti, che la denuncia al tribunale militare (per me, assieme ad altri tre)  era stata fermata grazie al rapporto sui fatti che avevo scritto al Colonnello. I firmaioli avevano presentato il caso alle gerarchie come insubordinazione. Eravamo un po’ allegrotti per la cena di fine corso, è vero, ma mica stavamo andando in giro con le bombe: stavamo solo marciando dal ristorante alla piazza del paese. A quei tempi, però, con puttanate del genere i sottufficiali si facevano gli avanzamenti di carriera! Un giorno decisero di mettermi di sentinella alla porta principale. Nella garritta di sinistra, ricordo. La guardia non doveva portare occhiali. Mi tolsero quando dissi al sergente che senza occhiali non avrei saputo distinguere un generale da un caporale: fine del guerriero!

Sul tetto della Compagnia della Settima, mi par di ricordare.

incaserma

Non si poteva andarci, ma neanche potevo dire di no  al coinvolgimento amicale (penso) attuato dai cinque gattoni della foto successiva. Al confronto, io ero così perbenino, così ancora colleggiale. Certamente un pan bagnato, ma per tutti, industriata zuppa.  Per via di maschere, non ho mai avuto bisogno dei consigli del Pirandello, e per via di teatro, nella buca nessuno!

Con compagni di corso

incaserma3

In questa foto, il braccio posato dice una mia dipendenza. Non so se anche gli altri l’avevano capita. Anche all’epoca mi sentivo sessualmente, ma non avevo proprio parole per dirlo. Veneziano, lo sciagurato Tex Willer pronto per la sfida. Simpaticamente paraculo quello che par strafatto. Poca sintonia con gli altri due: qualcosa non me lo permetteva o qualcosa glielo impediva. Non ricordo come ci sono finito in quella banda. Ricordo, però, che hanno fatto in modo di includermi, o quanto meno di non escludermi. Mah!

Commedia di vesuviana najata

alcampo

Percorrendo uno sterrato non so quanto vicino al Vesuvio arrivammo al campo. Doveva essere una esercitazione con le radio trasmittenti ma non la facemmo: le batterie erano scariche. Tutte le volte così, mi dissero in seguito. L’amico era ufficiale per prestato cappello, ed io, lo stavo mandando alla malora: non seriamente. Non era male male quel ragazzo. Lo ricordo ancora. Iniziò a scoprirsi e a tentare di scoprirmi. Lo sentii preparato. Non lo ero io. Durante la naja ne feci un paio, di campi. Niente di che. Se è vero che sono timoroso verso il contatto fisico, non lo sono per niente verso la realtà. Nella concretezza delle cose da attuare non sono più quello “difettato”, e neanche piu’ lo sembro.

Foto di fine corso di senza più Caserma

incaserma2

Per la Trasmissioni, solo un altro giro e un altro regalo. Per il me di allora, in qualche modo un altro lutto. Sono il primo, in basso a destra. Ho avuto la mia prima licenza dopo sei mesi. Il biglietto Napoli – Verona me l’hanno pagato loro. A casa ho trovato solo povertà, e di che far ricoverare la Cesira: d’urgenza. In quattro mesi, un linfogranuloma se l’è portata via. Se mai ebbi spensierata giovinezza, dopo quello, sparì.

grurit

Nan – In e il Professore

Nan – In riceve la visita di un professore universitario che vuole interrogarlo sullo Zen. Per prima cosa serve il te. Colma la tazza del suo ospite e poi continua a versare fino a che il professore vedendo traboccare il te non riesce più a trattenersi ed esclama: basta! Non c’entra più! Nan – in, risponde. Come questa tazza sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen se prima non vuoti la tua tazza? manofronte

A distanza decenni dalla scelta della precedente storiella Zen (letta non da bambino in un sussidiario per bambini) mi rendo conto che la sua morale può risultare eccessiva sia per chi apprende che per chi insegna. Sottintende, infatti, che il pedaggio che permette di giungere ad un rinnovamento sia il sacrificio di conoscenze, acquisite con fatica quando non con dolore. Succede quando non ragioniamo secondo vita. La vita, essendo corrispondenza di stati, implica, invece, che non vi sia chi si sente gravato oltre misura, e neanche vi sia chi grava oltre misura.

Il lettore, pertanto, consideri indirizzati a sé, solo gli scritti che non gli sono di peso

grurit

Gayenna: la vissuta.

manofronteEro di chiara ignoranza ma di altrettanto chiaro istinto, così, non subii alcun genere di trauma quando, in Collegio, fui desiderato da un prete. I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io, fui isolato: visto con astio. Avevo l’età della terza elementare. Se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete amante denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato, quando era ancora vergine del senso dell’amore. Ho iniziato a spogliarmi nel 71. Non ricordo più bene, se mi sia stato più semplice togliermi gli abiti, o togliermi i precedenti pensieri. Certamente sono stato aiutato dall’abitudine di abbassare la luce delle lampade nella stanza, e la luce della verità nella mente. Sai bene, che troppa luce offende gli occhi, e troppa verità allontana la capacità di accoglierla senza traumi. Ma, spogliati oggi e spogliati domani, un po’ alla volta ho iniziato ad accettare la mia verità fisica, e la mia verità mentale. Oggi, posso girare per la stanza come mamma mi ha fatto, e girar per la mente, proprio come la verità mi ha voluto. Per la mia stanza, però, non sempre giro da solo come non sempre trovo, (per non dire quasi mai) chi, come me, ha attraversato le mie stesse stazioni (e stagioni) di conoscenza. Torno allora, ad abbassare ambedue le luci, onde permettere all’occasionale fortunato di vedermi e di vedersi, così come è in grado di fare, e/o di accettare. Ai miei tempi ero conosciuto come giraffa. Un prete mi ha fatto conoscere come signorina. Il mio rendimento scolastico era da 6 – -. Avevo reso carsico un non meno dell’80% di me. Non avevo padre e neanche madre. Non sapevo stare in porta. Parlavo poco. Leggevo sempre. Non avevo cugine da spacciare come ragazze. In pratica, non avevo niente, rispetto al ragazzo che si è suicidato perché lo chiamavano “jonathan”. Decidere di vivere lo stesso, o di morire lo stesso, molte volte è fuor di coscienza.

Sono in pista. Una ragazza mi offre del popper. Gli dico: mi basta alzare le ancore per avere lo stesso effetto. Mi guarda. Sorride. Si ritira. M’avrà preso per un eccentrico.

Come i gerani finite le stagioni della fioritura si seccano, così, la mia sessualità di ora. Come non togliamo i gerani dal suo invaso per non farli morire, così, la mia sessualità di ora. Come ai gerani basta una primavera per farli rifiorire, così, la mia sessualità di ora.

Sogno l’Amato, qualche notte fa. Siamo abbracciati. Sento il suo desiderio. Non sento il mio. Da qualche parte di me, una voce mi dice: lasciati andare, Vitaliano, lasciati andare. Dietro di lui e davanti di me, una borsa aperta. Qualcosa di grigio si muove in quella borsa. Vedo uscire, uno, due, tre, quattro topi. Sento sorpresa, nessun senso di schifo, curiosità, il bisogno di capire. In genere, la figura del topo mette in disagio chi ha problemi con il sesso o con la sessualità. Il topo, però, è anche un roditore: è chi erode. Potevo dirmi, quindi, che l’invito a lasciarmi andare detto dall’Amato, in una “borsa” a parte, conteneva degli elementi erosivi. Il giorno dopo mi contatta un quarantenne romeno. Bella figura. Ottimo operaio. Nessuna evidente traccia di violenza interiore. Ragazzo a suo modo, eppure, maturo. Desidera ed ama le età come la mia. Molto riservato. Equilibrato. Non di primo pelo, anche se tende a pettinarlo (culturalmente parlando) mettendo la riga in mezzo. Aveva mal di schiena. Gli faccio un po’ di abracadabra. Gli passa. Le motivazioni della visita restano, però, fra i fatti capire ma non detti. Conosco quei generi di antifona. Gli dico ma non muovo la mia disponibilità. L’accoglie, ma non muove la sua. Così, stiamo come quelli che aspettano che ci sia più luce, o che si spenga del tutto. Spegnerla del tutto, non è da me, e nel che ci sia più luce, c’è anche di che chiudere gli occhi. Mi dice se conosco qualcuno che gli può andar bene. Con la richiesta, può avermi fatto capire che, per me, la sua porta era socchiusa, oppure, socchiusa per altre possibilità. Non mi lascio andare. Ci sono dei topi. Venerdì prossimo lo porterò a ballare nello scannatoio dove vado di solito. Chi vivrà vedrà.

Suonano. E’ quasi l’una. E’ l’Indianino. E’ la quinta volta che viene a reclamare il suo piacere. Nel reclamare il mio presso di lui, ho meno pretese. Non per questo non le desidererei. Capisco, però, le infinite differenze che ci sono in una differenza, quindi, accantono. Ciò che è quasi pacifico per la mia ragione, non lo è, però, per la mia emozione. Sicché, mi ritrovo a dirgli di non rompere le palle. Non per questo, riesco a zittirla completamente. Nel primo incontro, ho esclamato 13! Nel secondo, sia pure sorridendo, 11. Nel terzo, a sorriso quasi piatto, ha detto: 9. Nell’ultimo incontro è arrivata a contare non oltre il 6 +. Ricordo ben altre storie. Infrastrutturate, però, da ben altra storia. Dal che si può dire, che è la storia, che regge per sempre le storie che ci racconta la passione. Amiamo per sempre, allora, tanto quanto sappiamo costruirci una storia per sempre. In assenza di questa costruzione, però, non per questo dobbiamo disdegnare i racconti brevi. Li rintracceremo, nel romanzo che verrà.

Sentimentalmente, e sessualmente parlando, bene o male, tanto o poco, sono sempre stato un gravitante. La notte dello scorso Capodanno, però, uno scontro con un asteroide m’ha divelto da l’orbita; e non riesco più a tornarci. O, meglio, lo potrei per ragione, ma, anche a botto passato, non lo posso per emozione. In attesa di sentire, e quindi capire in quale orbita ritrovar parcheggio (se nella passato, o in una futura, o in un diverso modo d’agire della passata) sto girando attorno a me stesso.

Fatti recenti hanno messo dell’ulteriore disincanto nella mia voglia d’amare. Questo ha coinvolto un po’ tutto. Ora, devo verificare. Porre, nuove priorità, o, forse, solo decantare. Mi ci vorrà un po’ di tempo.

Quando vengo impoverito anche della mia voglia d’amare divento distruttivo, ma, si può far crollare un tempio solo per schiacciare qualche filisteo? No. Non si può. Mi difendo, (e difendo il tempio, allora) ritirandomi nella mia realtà. In quella, aspetto che passi la piena. Solo per questo non ho ancora risposto al vostro pensiero. Lo faccio, solo adesso, perché mi pare stia calando il livello del fango; mi par di rivedere, ancora, possibilità d’acqua pulita. O, quanto meno, una rinnovata voglia di bere alla fonte, nonostante gli inevitabili inquinamenti da terra. Pur tornato sui miei passi, però, ancora non mi sono inginocchiato; ancora non ho avvicinato le labbra all’acqua. La bocca non ha ancora dimenticato il sapore di fango, che la mente, non da oggi conosce, ma che la mia vita, non da oggi rifiuta, se non quando si ritrova arida in gola.

Secondo studiosi americani, la bisessualità non esiste come sessualità, se non come il girovagar sessuale di una identità non conformata. E, veniamo a me. Sessualmente parlando desidero l’uomo, ma, culturalmente parlando, non ho lo stesso suo principio culturale: la determinazione. Cultualmente parlando, il mio principio di vita è l’accoglienza. L’Accoglienza, è il principio culturale della Donna. Cosa t’ho sempre combinato, sessualmente e culturalmente! Ho sempre accolto l’uomo, come donna, per poterlo determinare, come uomo. Nei confronti della vita, invece, sono suo uomo tanto quanto la determino, e sua donna, tanto quanto l’accolgo. Me la fai tu, la mia insiemistica transitiva?

Verona. Rione Filippini. Abitavo in un seminterrato. In lavanderia non mi applicavano il numero: tanto, la mia roba sapeva sempre di muffa! Giusto per dirvi, che non sempre sono stato baciato dal sole! Pomeriggio: ho una visita. Non se ne vuole andare. Non era cattivo. In quel caso, solo un po’ stronzo. Pensava di imporre la sua volontà su di me. Non ho mai posseduto muscoli. E, forse neanche tanta testa, ma, quanto mi è sempre bastato. Almeno della testa. Visto che non si decideva ad andarsene, mi sono girate le palle. Lo pianto nella poltrona dove si era sistemato. Vado nella vicina canonica. Mi dicono che il Parroco è su! Odio le scale. In particolare modo, quelle che hanno i gradini più bassi della misura usuale. Non mi sono reso conto d’averle fatte. Vedo il Parroco. Gli dico: ho un problema! Era la festa di S. Filippo Neri. Il Don Ottorino, (Prete al Cloro, nel senso di persona pulita) pianta tutto e tutti. El se alssa le cotole, (si tira su la sottana) e in un fiat siamo da me. Entro. Guardo il lui e guardo il Don Ottorino. Dico al Don: ho amato questo uomo, come un uomo ama una donna! Non fa una piega. Mi risolve il problema. Circolavano gli anni 80. Non ero nato da molto.

Sono andato al bar. Fra gli amici, una Trans. Abbiamo parlato di ricordi. Raccontava delle botte che aveva preso dalle suore perché, giocando con le bambine, assumeva ruoli da bambina. “Non capivo perché!” Raccontava di quella volta che l’avevano chiusa, per ore, fra gli scuri ed i vetri della finestra: al terzo piano! Perdonare non è per niente facile. Neanche a quelli “che non sanno quello che fanno”.

Si parla di amanti. Devono essere uomini, e passi! Devono essere maschi, e passi! Devono essere diversi dal gay, ma nella pratica sessuale eguale al gay. Questo non passa da nessuna ragione! L’amante etero generalmente sognato dal gay, è puro delirio. Certamente vi è l’etero che usa o si fa usare dal gay, ma non lo possiamo dire amante del gay (o amante gay ) bensì del piacere che ne ricava, o al caso concede. C’è a chi bastano i fantasmi.

Già da troppo ho le palle in no! Sarà il tempo? Sono così anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta, ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom.

Dopo il piacere, il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo, per un progetto di piacere, che, in comune, può durare una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe, ma, in primo, non rinunciare a vivere le Scarpe, anche se qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli, perché fanno rumore.

Ho rivisto una vecchia passione non consumata. E’ più semplice saltarlo piuttosto che da girarci attorno. Intanto, i miei occhi hanno sempre ventanni. Mi domando: se avessimo vissuto assieme, avrebbero vissuto assieme anche i nostri occhi?

Cattiva alimentazione, alcool, fumo e canne stanno sfaldando il corpo di fanciulla del sri lanka che guardo dormire visto che il suo russare non mi lascia scelta. Quella dell’amarlo me l’aveva già concessa ma pare non basti. In quella del volersi desiderato sento che ci si croggiola ancora. Testa di moro la pelle, e nera l’unica concessione che mi permette di usare con prodigalità. Nel durante, sta. Passo. Come non farlo al ventisettenne che in terrazza sotto le stelle delle tre di mattino mi chiede cosa ci sarà dopo, e se si rinasce, e come si rinasce? Comunque stiano le cose, non dovevamo essere in altre faccende affaccendati? Giungono. Preparo il letto. Aspira ed espira Crusoe, mentre gli rimando il domani.

Andavo a trovare la sorella della Cesira in un paesetto in mezzo ai campi vicino a Este. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino. Del minore lo ricordo bondino, monnello, intrigante. Non colsi. Del marito, ricordo che aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare 

‘e a luna rossa me parla ‘e te

Guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Durante il canto sembrava vedermi. Per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri distrattamento  abbandonato, alla stessa luna domandavo

si aspiett’a me.

Nebuloso, il chi.

Vado a prendere le sigarette. Dalla fine di via Roma arrivo in piazza Bra. Sul punto, la mia attenzione, prima distratta, si posa su due giovani. Li direi indiani. Uno è a cavallo della bici, e l’altro accanto. Quello accanto sta guardando il vicino con il sorriso che solo Eros sa dare a Cupido. Registro la frecciata e passo. Uscito dal tabacchino rifaccio la strada e li ritrovo. Il sorriso non c’è più.

Già da come ha suonato sento che c’è qualcosa che non va. Entra affannato. Si siede velocemente sulla poltroncina vicino alla mia: come se temesse non bastante la forza nelle gambe. Dice che non sta bene. Scotta. Si spoglia. Si mette a letto. E’ arrivato. Gli misuro la febbre. Gli faccio un brodo. Lo beve ubbidiente. Non ha alternative.

Spaghetti alla carbonara, oggi per il piccolo. Poscia, insalata di pomodoro, aromatizzata con un leggero pesto di prezzemolo, aglio, origano. Capisco sempre di più quelle che si danno al gin.

Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

Ho ballato tutta le sera. Il piccolo no. Mentre io facevo Salomè se ne stava indeciso fra il due o il tre. Nessun senso d’abbandono! Sapevo, cosa facevo. Come sapevo, che deve crescere, e che, crescere, significa anche sacrificare chi ti fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no, se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. La notte non si cura se vado come i lampioni (seguendo le curve) perché in fondo c’è il Giardino. Non mi dispiace se non ci trovo amante: conosco il contante. Lungo la strada un ragazzo mi chiede una sigaretta. Non chiedetemi perché, in fine, ci siamo baciati: è questione di nettare.

Aspettavo il tecnico del PC al cancello di casa. Un torsolotto dalla simpatica aria romeno zingaresca si avvicina. Mi chiede qualcosa che non capisco In quel mentre, arriva anche il tecnico. Il torsolotto che aveva ben capito me, nel guardarci ambedue (aveva fatto quattro) si tocca l’inguine. Quando un torsolotto si tocca l’inguine perché preso da quello che immagina, i casi sono prevalentemente due: o escludiamo le piattole, o manda un invito di partecipazione. La faccenda non mi scandalizza. Mi scandalizza non aver alcuna convinzione da farmi togliere.

Assieme ad amici siamo ospiti, l’Amato ed io, di un amico di Merano. L’amico aveva prenotato il Cenone in un ristorante quasi in montagna. Saliti per non si sa quanta strada siamo giunti a un incrocio posto in cima a un non so dove. Sui clivi della sottostante vallata, una marea di luci: così in cielo, di un indaco così consistente da parer materia, e così basso (pareva) da farci piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma non potevamo tardare oltre. Come serata volle giungemmo al ristorante. Nella sala, clientela numerosa e chiaramente alticcia. Siamo stati dirottati in una sala a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Molto birrato e non poco cannato ho doverosamente recitato un divertimento che proprio non sentivo, ma che all’Amato dovevo far sentire. L’ho fatto anche ridere quando m’ha visto ballare. Siamo tornati a casa venati di malinconia, ricordo. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali, ricordo.

Temporalone, stasera. Sono nei pressi della Camera di Commercio. Trovo rifugio nel suo porticato. In un angolo del pavimento, due, dormono. Sono vicini. Molto vicini. Sembrano amanti dopo l’amore, ma lo sono perché hanno una sola coperta. Su di uno, gli si è arrotolata attorno. L’altro, è pressoché scoperto. Anche Morfeo ha le sue preferenze.

Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso, quando, all’Arabo dalla guancia con un taglio che gli donava non poco ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, ma subito dopo ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao. Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino.

grurit

 

Una maestra di vita

Gavìo problemi co’ la tosa o col toso? Col marìo o co’ la mojer o coi fiori? Co’ la suocera o col suocero? Col vecio o cola vecia? Col can o col paron? Par farvela corta e par dirvela tuta,

l’è qua

ladrita

manofronte

Cara Drita: me sa’ ligà n’omo disgrassià par tradimento. Lo cancela anche col sofio più lofio!

la_dritaCara la me vecia par na parola sola. Ogni amante usa la so magia, ma tuti, tuti, no i fà in tempo a dirte funiculì – funiculà che in un attimo i na’ ciavà. Sarà parché in amore, el notaro, l’è solo un cuore.

Cara Drita: el sono l’era poco, così, sensa freta, go fato un giro in bicicleta. Go trovaì tante luci, poche voci, e i soliti pastroci.

la_dritaCara la me esploratrice de un giorno sensa luce. A furia de girar la note in bicicleta te ghe finìo par vardarla scèta. Forse l’è ora che te meti da parte quel che te ghe salvà sogando le to carte.

 

Cara Drita! Chel disgrassià lo fasso a fette! Nol m’ha piantà par l’ultima chel ga trovà!

la_dritaCara la me sorpresa nele bale, da n’omo che no te cale. Prima, l’è sempre caviale. Dopo, invesse, l’è el solito pesse. Morale dela fola: par mantegnere a lungo el passo, no bisogna stufare el casso.

 

Cara Drita: el m’ha dito che so la so’ passion, ma el vardava na donina nuda a la television.

la_dritaAnimo, cara! Non vedo la competission! El sesso a la television nol mostra sentimenti veri, ma solo fantasmi de desideri. Alora, che passion voto che ghe sia verso na nuda fantasia! Al massimo, ghe quela del casso, ma, a sto punto permettame na domanda de tutto cuore: come te spojto, par el tuo… spettatore?

Cara Drita, parché in amore sbagliemo così tanto?

la_dritaMia cara: sbagliemo tanto in amore parché lo metemo nel cuore. Ben diversamente, lo dovaressimo metare ne la mente.

Cara Drita: m’ha ciapà el cuore, ma non la passione, un marocchino morbidone.

la_dritaMia cara: dovarissimo badar a la strada drita, no a quela de na passion, che la ne farà anca spasimare, ma non di meno affannare, sudare, incasinare, e, dicono, vivere. Giunta nel mexo del camin de la me vita, penso a la passion come penso la droga: per un attimo de su’, niente che valga laggiù.

Cara Drita: ieri sera ero la più bela vita de la coà! Parché nessuno m’ha tocà?!

la_dritaCara la me vanificà da n’eccesso de vanità. Podarìa esser vero, che nessuno s’è avvicinà parché la to sufficienssa meteva distansa.

Cara Drita: go’ trovà un amante. El gà recità ben la so parte. El me costà solo trenta schei quela polpa, ma la m’ha lassà, un fondo de colpa.

la_dritaTesoro: se l’è sta na cosa bela parché vòto rovinarla tuta quanta co’ la novela de la virtù rimpianta. La puressa, l’è un’acqua, sensa le scorie de le nostre storie, ma, dirìa, che dovemo preoccuparse, del nostro tango, solo quando balemo, solamente, in mexo al fango.

Cara Drita: dati i me ani me l’ero messa via, invesse, na matura follia…

la_dritaLa t’ha colpìo la vita, proprio a drita. Mia cara, non parché detto da l’oracolo, ma proprio parché te vivi el miracolo se pol dire che a qualsiasi età vi è natività.

Cara Drita: la mama no l’è un bigiù, el papà l’è assente, la Tv l’è deficente, e mi uso la manina parché no gò na’ me bambina!

la_dritaSiccome no te voio esser greve, sarò breve! Primo: la to’ età l’è ancora da matina, quindi, la rivarà anche la bambina. Secondo: la manina no l’è mai sta na festa ma solo un tranquillante par la testa!  Par quel che riguarda i tui, gnanca mi posso de più parché el telecomando l’è par la Tv.

Na studentessa de non so ben de cosa, la me dise: cara Drita, no te pol miga farghe capire al Digo chel pol sostituire la so’ manina co’ na dona!

la_dritaCaro el me libreto dele spiegassio xa fate. E’ chiaro che na manina e na dona no le xe miga la stessa mona. Gnanca el Digo el pensa na’ roba così coiona. El ga inteso dire che ora el vive n’affettiva indifferenziazione, quindi, ciapate sta lezione!

Cara Drita: anima piena sono stata di una voce filtrata dal rosone di una chiesa.

la_dritaCara la me ciapada, da un’estasi vocale, cossì granda, da parer astrale. Quando gavemo bisogno de Luce, sparisse ogni ciesa: anca come casa. Solo resta, l’Attesa.

Cara Drita: nel me orto l’è puntà un arbusto. No l’è de le nostre tere. El gà segni de altre ere.

la_dritaCara la me coltivatrice de le piante che non se dice. Tutti, semo stati in una sola tera piantati. Ghe chi se lo ricorda batendo col sedere, e ghe chi se lo ricorda come te fè ti: curando l’orto dì par dì.

Cara Drita: finalmente me so’ libera da tutte le pene. Finalmente me so’ libera’ da tute le cadene! El papa’ l’aveva capìo, ma el restante mondo, Gesù, Gesù, quanto l’hè ancora indrìo! El parla tanto de la vita, el mondo, fissa’ nel solito andar de tondo! Qua, ognuno sta, in quel chel sa! Abraciame el papa’.

Cara Drita: go trovà Alì Babà. El ma portà dove saria mejo che no fosse andà.

la_dritaSignur! Non me dire che tè capità uno dei ladroni, vera! Dime: come galo fato a scardinarte el cuore? Disendote tesoro? Amore? Lo so che no te ghe credi miga. Lo so: le na fadiga.

Cara la me Drita. L’è senza oggi, e ormai anche senza ieri, ma quando el sorride, el par senza pensieri.

la_dritaTesoro, me so innamorada anca mi de un sorriso. Tuto el resto l’era da butare, ma el gaveva un viso dove recitava tuta la so’ follia. Non sensa la mia.

Cara Drita: non go’ fato in tempo a uscir da la disco col me Omo, che i me l’ha sventrà come gnanca un pomo!

la_dritaAnima mia, ferita mia: tuti semo pomi. Ghe nè de sani, de macà, e de bacà dai vermi, e i vermi, i se driò destinarne al Grande Letamaio: ed è un guaio! Comunque sia, sappi che i vermi se magnarà anca fra de lori, ma intanto stemo attenti ai dolori!

Cara la me Drita: gavaria anca el cor contento sel me ultimo amante nol se fosse ciamà folada de vento.

la_dritaCara la me colpìa da un brivido in meso a la via. Soto i piaseri dai scarni parché, faccende risapute, le cadute. Fa conto che i sia n’aspirina par un mal de testa da tor de torno, parché, domani, l’è sempre un altro giorno.

Cara la me Drita: gheto presente i bisi in tecia?! Mai na’ volta che i me vegna a recia!

la_dritaCara la me benedeta ciapà co’ la riceta. I va’ convinti a lenta cotura perché i bisi i xe duri de fora, ma dentro, no i ga strutura.

Cara Drita: so ciapà in maniera strana da na’ faccia non puttana, ma gnanca sana! Te allego la foto del puteloto! Dime ti, se nol merita un gòto! Il tuto nonostante, no me scalda quanto basta, la mente.

la_dritaCara la me sospettosa co’ na’ foto golosa! L’è vera. El meritaria ben n’alsa  bandiera! Comunque sia, a la to’ età molto se perdona, purchè no la sia na storia mona!

Cara Drita: sentada, a lato de na strada, quieta, da sembrare indormessada, vardavo la caminada dei uscidi da l’Arena. Quanta varietà nela quantità! Go’ pensà, che solo una mente infinita pol disegnare così tanto la vita.

la_dritaMia poetessa: in tanta delicatessa, cara! Le’ vera! Chissà come l’ha fato a farne così tanti ma distinti, senza par questo perdare par via, l’originale fantasia!

Cara Drita: so’ stufa de fare l’arte cò la lengua e co la… sòla. Me par de essere deventà l’oficina de manutenssion de tutti i sporcaccioni da recitassion che ghè in giro: vuoi de queli veramente dotà, vuoi de queli scalcagnà. Cossì, go’ deciso de recitare coi butei de l’oratorio! I me conosse solo come Beata, ma non par questo i me trata come se fosse un pisciatoio.

la_dritaGrande dona. Grande mona. Grande attrice, la Beatrice!

Cara Drita, stavo pensando all’eternità. Te go’ immaginà, molto al de la’ de sta parola qua.

la_dritaCaro el me Romeo! El senso de l’eternità, l’è di chi cerca, vanamente, l’Infinito, nel so’ gnente.

No capisso me moroso. El ga quasi quarantani ma col sesso el par un toso.

la_dritaCara la me sorpresa da un omo che non sa far la spesa! Quando infante l’è la bega, o no te ghè amante, o te ghe na sega. Tutavia, pol essare chel sia solo da sveiare. L’importante è, che non el te diga: no vale la fadiga!

E’ Pasqua, cara Drita! Me so sveià, co la voia de felicità.

la_dritaSe la sorpresa del to’ ovo, lè sto’ senso novo, cara Lela, felicità a la scarsela!

Cara Drita: so’ andà dall’edicolante. El ma dìto: feste tante! So’ andà al supermercà: bon Nadale, anca la’! So’ andà dala farmacista! No go’ fato in tempo a dirghe: voria na’ confession… che anca quela la ma dìto: Bon Nadale, e, consolassion! Signore dei tempi duri, arieco la tirada dei auguri!

la_dritaCaro el me stufà de discorsi un tanto a fià! In vero no’ capisso, tuto sto’ sfoggio de nadalità. Con questo, non me fa dispeto sta’ liquidassion de beate intension. Quelo che me turba la passion, l’è el magon di chi subisse sta’ tiritera anca quando la ghe va’ nera. Se fossi el Creatore, a Nadale torìa de meso le parole! Nel silenssio che subentrarìa, ascoltaressi, finalmente, la voce mia.

Cara Drita: un toso sa’ vantà chel so’ amore le’ tuta na’ sinfonia del cuore.

la_dritaNoialtre, più avanti de età, savemo chel toso sa’ vantà de una roba chel conosse solo a metà. D’altra parte, par farghe capire che l’amore no lè tuta na dolce menata, ghe vole quelo che forse nol gà: un’amata!

Caro sior: de sta letera so solo ambasciator. Su chi pol averghela mandà el ghe pensa lù. Mi, cossì la gò ciapà e cossì ghe la gò girà!

la_drita“Le parole chel gà scrito le xe cossì bele, che le gò leto anche a le stele, ma, anche quele le sa meraviglià del fato che nol gà capìo che da quela posission no podevo miga fare na lession! Vedemo se con questa spiegassion, riesso a cavare i dubi ne la so ragion. Se, Padre, è la vita che origina la vita, ciò vol dire che anca la vita l’è genitore, quindi, gavevo inteso dire: vita, parché te me ste par abbandonare? Di fronte a la paura de morire, l’è vera che la me umanità la sa’ piegà, ma, sull’amore del Padre, no go’ mai dubità!”

Cara Drita: i maghi, le fatucchiere e le varie consigliere le dovaria essare sepolte da passate ere!

la_dritaGhe dago ragion su tuto l’andasso che la dise sora, ma (casso) parché in via Massini, tutt’ora, ghè dei omani, (o, meio, dei putini), che, (ancora!!!), par cambiar la sorte i se fa tentar dal sogo de le carte? Ora, o la me dise tute le risposte a le domande de sto mondo, o par darse na calmada la se fa na gran velada! La me creda, par capire i significati de la vita, anca quelo, aiuta.

Cara Drita: no go’ miga capìo sta storia del relativismo che tanto preoccupa el sapientismo.

la_dritaCaro sior: del relativismo se pol dire che l’è la virtù di chi cerca de capir de più, vardando in proprio verso l’Unico, lassù. El guaio l’è, che se sta autonomia ciapa piè, ognuno me deventa pastore del so’ sé. Nulla di male, se non per el fato che la gà el difeto de essare fatale per ogni dominio di tipo papale.

Cara Drita: go’ trova n’amante, ieri sera. Scarso come l’era go’ rinuncià al piaxere e go’ da’ da magnare.

la_dritaCaro el me pelandròn, co’ la mission de solleticare certi posti ai più sbandati. Cossa vòto che te diga! Tanto te fe quelo che te pare, cioè, amare.

Biondo e bello in viso come un oxel del Paradiso, ma un fià, un fià, cara Drita, da stoffegar la vita!

la_dritaCara la me sopravvissuta par passion, ai gas de la digestion. Ogni tanto, anca el me Toni el gà el fià un po’ acidin. Alora ghe fasso na cura de axeo e rosmarin! In quella fase, se non altro el tase!

Cara Drita: quando go poca piva ascolto sempre la Diva. Casta la me rimasta, per quanto el mondo diga.

la_dritaCara la me amara: quanto l’è vera! Anca el più piccolo filo de la so voce bastava a cavarme dal cuor la pece. Me piase pensare che nel coro divino, la Ghe sia al cuore, un pulsare più vicino.

Cara la me Drita: te ricordeto de che la vecia pita che un putel ga’ reso rimbambita? Pensa, nol ga’ fato, a chela mata, na scenata, de gelosia! Cara mia: el mondo sa’ proprio rabaltà! Adesso i xe i toseti, gelosi dei veceti.

la_dritaCara la me spetegolessa desmentegona! I toseti, i xe sempre sta’ ciapà, dai veceti. Non tanto perché boni, non tanto perché noni, ma parché muri edificati non sensa pecati. Per i buteli, i sè solo dei “c’era na’ volta” dei tempi duri! I tempi i sè sempre duri, ma i lo capisse solo i veri.

Cara Drita: me so’ licensiada de bruto da quel cornuto del paron. Go’ dito che la so’ canson no l’incanta più gnanca i semi chel ne crede lu!

la_dritaConosso chel poro deficente! El spergiura anca su l’Infinito pur de ricavare un po’ de struto! Cossa vòto che te diga! A la to lengua felicità, mia cara! Par quela dei paroni, lassemoghe dire che la ricchessa pò tapare la boca anca a la vita. Beli o bruti, che nò le vera se n’accorxeremo tuti.

Cara Drita: Adone el m’ha dito che su na panchina di fronte a lu’, sa sentà na vecia birichina de Cefalù.

la_dritaCaro el me Adone: subita sedussione da parte de un vecio platone. Non volergane a chi ghe prova. Essare desiderati, sia pur da un… oma, le’ pur sempre el diploma che atesta che dei tanti fuochi de l’amore, anche ti te sì el cerin che ocore, ma, anima bela, non par questo te ghè da tacar ogni candela!

Cara Drita: so’ sta Pasqua de ciocolata ghe xe solo ovi de lata. No se pretendaria de le grandi rose: solo vere cose.

la_dritaCara mia: pessimista de mattina, grigeta giornatina. Pol essare che i ovi de lata che te rimproveri a sta giornata, i sia come le spine ne le rose: le ne ricorda che anca quel che l’è più bèo, el ga de che sponciare un dèo.

la_dritaCossa pola dir sta pora dona, che de politica no la val un mona, sul conflito de interessi del Berlusconi: i so coioni! Tuttavia, la ghe sarìa la maniera de salvar chell’omo, dal legittimo sospeto de smissiar i cassi sui con queli dell’elettorato. Bastaria, che tuti i guadagni li dasesse via, almanco, fin che resta el capo de sta partìa.

Cara la me Drita: voio farte na domanda enorme, infinita. El tentatore del Paradiso fu un serpente o un sorriso?

la_dritaCarmela del mio cuore! Del Giardino de lassù, i na contà quel che i ga volù, ma, quaggiù, l’omo l’è serpente quando un sorriso del so’ paradiso porta la dona a sprecare la mona.

la_dritaMe gà scrito un ballerino russo! El me dise chel girava così in tondo, che no ghe stava drio gnanca el mondo. Giunto al massimo de la so cariera, cossa podeva darghe, ancora, la Tera? Cossì, el ga molà tuto, e le’ andà a balàr par l’Infinito! Le stele le se mete sempre da na parte, quando ghe toca a lu, de fare la so arte.

la_dritaCaro sior: da le letare che gà mandà i cristiani se ne ricavaria che le gente l’è spaurìa dal fato che la vita no la va solamente drita. Capisso che sta guida possa anca far timore, ma, se l’è salda la fede nel Signore, perché mai i pensa chel Guidatore nol sappia vedare el buron! No capisso sta cristiana contradission. O, meio, la capisso solamente se i cristiani usa el Cristo par rinforsarse el caregòn, ma cossa centra Cristo, (che l’è amore) co na scristiana voia de potere? L’è certo che sta opinion la podaria essare sbaglià, ma, dov’è la verità? Quando i ghe l’ha domandà, Cristo l’ha tasù, eppure, l’era Lù! Questo vol dire che no lo saveva? No. Questo vol dire che la verità no l’é nele parole. Alora, anime bele, pensemoghe sù, prima de dire ai altri viaggiatori che no l’é giusto che i vaga, dove i vole lori.

Cara la me Drita: un torello che se la tirava più che de bruto, è ricaduto, nel sorriso dell’amato.

la_dritaCara la me spiona dai sassinadi da la mona. No’ ghe toro che resista al decoro dell’amato. Tanto più, se la passion le’ tuto un giro de motivassion, smissiade nel bicère che lè antico come le ere: el cuore.

la_dritaEl me Toni, stamatina sa sveià co na voia de limoni. Cossì, ancora mezza addormentata, gò dovùo farghe nà grossa… limonata. Toseti cari: che vergogna! A la me età ancor sta rogna! Ma, voialtri giovanetti, come sio messi coi… pessetti? In attesa che me disè la vostra situassion, ve ricordo el ritornelo de na’ vecia canson: se l’oio non lè in temperatura, frisare el pesse l’è molto dura, ma, se l’oio scota el dèo, metighe de tuto fuorché l’òseo.

Cara Drita: el stipendio de me marìo le’ come un gambaro: el va avanti andando in drìo. Altro che diese piani de morbidessa! De sto passo, usaremo ancora el giornal quando andremo al cesso!

la_dritaMi go’ fato la prima elementare. Delle economie da stratosfera no capisso na’ balera, ma, anca chi non xe Cavaliere sa capire chel Marcà canta ricchessa quando se pol spendare sensa tristessa. El Marcà che strossa, invesse, le’ come quel cretino chel sega el ramo de pino dove le’ sentà. Rifletta il Damato: ogni schèo chel gà risparmià lè na merce che ghe restà! Ogni schèo che ghe par d’aver regalà, in effetti, el ne la solo imprestà!

Cara la me Drita, go visto un’anima ferita scender le scale de la me vita. A quela veduta saravo la porta ma, impotente, non l’aorta.

la_dritaCara al me Infinito! Difendate da la compassion, se la te porta come bene, solo rovina dentro le vene.

Cara Drita: la fritata de verdura che l’è quela creatura che me fa da omo, la me dise chel sa’ roto i coioni de laorar.

la_dritaMa cossa gali sti omani, da brontolar! Cossa sali delle fadighe dele done?! La se pensa, cara siora, che col laor de prima, ora de sera, la gavevo come na balera! Vorria aver visto, al posto mio, che fine gavaria fato el culo de so marìo! Tasì, omani, tasì! Che avanti e in drio tutto el dì le và le vostre done! El lavoro da far. La casa da curar. I fioi dove eli? Gali fato la lession? La suocera l’ha sà perso, el suocero gà bevùo, e, come se la fosse sempre così bela, lo stipendio dele done l’è la solita mortadela! Credime, omani, anca le vostre done l’è ghe na piena la balera, ora de sera!

la_dritaCaro sior: go’ visto sul so’ giornal la marea dei no – global. Mama mia, (me so’ dita), quanta vita. Visto chel presente gà mostrà el coragio de andare avanti, el cuore me salìo ai piani alti. Dove so rivà, na voce m’ha ricordà: i paroni sarà sempre quei, ma, vox popoli, vox dei.

Cara Drita: cio ciiio, cio ciiio el me faseva avanti e dedrio. La chioccia de un pulcino me pensavo. Ghè bastà n’occasion diversa, e me la so’ ciapà dove bate el suol quando andemo co’ la testa.

la_dritaCara la me contusa: i amanti che soga a fare i pulcini, quando i xe nei casini i morsega come chel can che i dise manaro, non appena i ga’ modo de lassare el pònaro. Impara l’arte, ma non inacidire la to parte!

Cara Drita: da quando ghe vita, se la dona la ga le so robe, la voia de l’omo la speta. Seto invesse quel chel m’ha dito chel fiol de un pito: ndaria da na moreta!

la_dritaCara la me trascurada da na teneressa mancada. La to letera me fa proprio pensare che nonostante tuto, l’omo non distingue differenssa fra afeto e difeto quando ghe gira l’anda de metarlo in… banda.

Cara Drita: so’ l’omo de quela che t’ha apena scrito. Lè anca possibile che no sapia distinguere la differenssa fra afeto e difeto, ma certo so distinguerli da un cassoneto! Prova ne sia el fato, che go’ preferio sassinarme un diel, piuttosto de tocarghe un pel, quando la me ga negà, na parte de la so qualità.

la_dritaCaro el me amante, che le’ drio far quaranta dì de gesso solamente parchè l’ha pensà de essar sta tratà da fesso. Anca a mi mè capità de negar de la qualità al me Toni. Nonostante ciò, stasera ndemo a cena e dopo a balar. Par el resto de la festa, vedaremo ben quanto fià ghe resta. Con questo voio dirte, che, amare, le anca un saver spetare quel che l’amante te da, pienamente, tanto quanto no te ghe meti condission ne la mente. Nel saludarve caramente ve ricordo la regola de Santa Tresca: quando l’amore lè in burasca, tegnì le man in tasca.

Cara Drita: com’eto passà el Nadale?

la_dritaCaro el me Gioele! Lo’ passà, come la cana che se china soto la piena! Quando sarò de la’, trovarò ben chi gà inventà ste feste! Te giuro sul me Toni, che tasarò, solo quando no gavarò più sugo nei limoni! No, seto, parché so contro la felicità de la gente, ma parché no le xonta gnente a chi ghe na’, mentre le tole core a quei fora dal marcà! Eco! Le’ la gioia a comando che no me piase de sto’ mondo! Pensa: par tuto l’anno scarpioni, ma ne le Feste tuti boni! Da sto’ periodo malcunà me salva le parole del povero Fulgensio: trova la festa nel to silensio.

Cara Drita: go visto do’ vecioti intorno ad un quadrato de tera dura! I pareva sposadi da la speransa de far cressar la verdura: ancora!

la_dritaCara la me ciapada da l’idea che le passion da morosi, la vale anca quando ghè l’artrosi. Me par proprio de vederli i to’ pensionati. Li vedo mentre i cava i sassetti; mentre i buta un rameto, seco, poareto come el fosse un dispeto. Li vedo, su chel tòco de tera, mentre cala, solamente la sera.

Cara Drita: gheto sentìo de la Gabriela? La sa butà! I dixe par un malor da medissine. Fatto sta, che so rimasta sensa fià.

la_dritaFar processi alle motivassion l’è sempre na follia, cara mia. Par i gesti che no gà solussion in genere me rispondo: el fato, el mondo. Dopo di che, taso e me soffio el naso. Pararia par rafredore, invesse, l’è l’influenza: al cuore.

Cara Drita: me pensavo prigioniera de do’ goti de barbera, invesse (destino ridanciano) fora dal branco, uno, el m’ha reso el magon come na bala de saòn.

la_dritaCara la me recuperada da na piega sbagliada. La pianta de la vita la ga’ infinite foje, parché le’ alimentada, da infinite voje.

Cara Drita, secondo mi, Dio l’è nel creato; e questa è la vita.

la_dritaCaro el me panteista. Dio l’è nel creato, come un so’ scrito no l’è Eugenio, ma quel che l’ha dito. E, Dio, l’ha dito: vita. Che la vita sia deventà na rosa, l’è tutta n’altra cosa da quel che l’è restà, soffio primo, là.

Un toseto el me domanda se conosso chi ga fato un tuto che ghe pare tanto privo de costruto.

la_dritaAmore caro, la to domanda lè più granda dei pieroni che gò spostà par arivare fino a qua. Par questo, non savaria quali paroloni usare par sodisfare la to curiosità. Di fronte a domande più grande de lu’, un certo Piera ga dito: Gesù! Eco, par cercare chi ga fato sta grande vale, anca ti te podaressi partir da lì. Certamente ghe dei altri punti de partensa, ma siccome gò viaggià poco, porta pasiensa se te paro un oco.

Cara Drita: vedemo se te si bona de darme na risposta. Come mai, fra i profeti, no ghe mai dotori?

la_dritaCaro Don Panssòn, te rispondo nel tempo de na’ genoflession! Fra i profeti no ghe’ mai dotori parchè i sa xa’ tuto lori.

la_dritaMa pensa ti, sti americani! Da poco più de sento ani i xe scampai su na garavela come i pori cani, ma xa i se sente così sovrani da dire ai iracheni: al posto de un bruto ditatore ve daremo un bel governatore. Intanto che pensavo sora a tuto sto disdoro, no me ssa brusà el pomodoro!

Go’ trovà un amante. Le come un saco pien de gnente, nonostante gabia dà de che far grande la so’ età.

la_dritaCaro el me scrittore. Forse no te ghe ben vardà dove te meti la to vita. Se chel saco lè sbusà sul fondo, l’inutile fatica, è chiara al mondo.

Me so’ innamorà! Me par de essare deventà na scimieta maestrà, ma no te digo la felicità!

la_dritaCara la me Cita: da i oci de un butel miracolata! Chissà parché, la storia dei altri le’ sempre quela, mentre la nostra le’ sempre bela. Che sia parché el cuore, el dise sul nostro amore quel che ognuno vol sentire? El mio, che le’ vecio non da poco, el ma dito na roba che ma’ lassà de stuco: l’amore è l’amante che insegna. L’amante è l’amore che impara.

Cara Drita: quando i ne ama, da cosa lo capimo?

la_dritaTesoro santo, metemo che l’amore sia come un mare. Capimo che i ne ama quando quel mare ne permete de noàre.

Me stavo domandando, cara Drita, cossa significa “casa”. Me so’ da un careto de bla bla, ma, gnente me bastà!

la_dritaCara la me sfratada da le normali convinssion! Casa, l’è el luogo de la nostalgia, de quel che eravamo prima de ciapar sta via.

Te dirìa aflita anca la me vita, cara zia, ma, non sarìa la prima volta che me conto na bugia.

la_dritaCara la me aflita par recitassion! Fra i capaci de svacare i momenti poco boni, ghè quel ramengo da cojoni chel spacia par poesia, ogni cassada de la vita mia. So chel voleva darte un campion de la so parte, ma, dopo averlo leto l’ha butà via parché el ghè pensà, che na verità solamente colorà de rosa, lè ben poca cosa par quela che par na tosa, ma non se sa.

Cara Drita: quando canto la Parola in gregoriano vedo la terra così da lontano.

la_dritaNon ghe cito l’esempio par fare un paragone irrispettoso, ma, anca mi, vedevo la vita distante quando avevo la mente ciapada dal moroso. Le’ da un tòco che non canto più – Fiorin fiorello – e le’ da un tòco che non me ricordo più se l’era belo parché, adesso, tutto tace. Nol ghe credarà, caro padre, ma no ghe’ canto che valga sta pace.

Cara Drita: so’ drio innamorarme de na dona! A tutto gavaria pensà, ma non a na’ mona!

la_dritaNo capisso la question, rabaltado corasson! In ogni caso, cori dove te porta el cuore, ma non desmentegare la borsa che aiuta a ragionare! Che no te me fassi come i putini, che i se trova sempre nei casini parchè no i bada a quel che ghe dise el sarvel, da tanto i xe ciapadi da la metà del ciel.

Cara la me Drita: me so’ innamorà de un ragasso, che, in tuto, no’ le’ che un fasso de povertà, però, non lo lasso, gnanca se dovesse finir nel cesso!

la_dritaCaro el me imbriagà, da un amore così appassionà, da non capire che la merda è il dolo dove finimo quando sbagliemo volo.

Me ga scrito un soldà in partensa per l’Agfanistà

la_dritaTesoro caro: diploma de to mama. Dopo averte guarda ti, gò vardà el me Toni. Me so dita: par fortuna gò i limoni! Te immagino fra le piere. Se no se cava sangue da le rape, figurate da quele ere! Me domando sel sogo vale la candela. Forse par na donna no, ma el mondo l’è rotondo e non l’ho miga gira tuto. Vorria tanto essare na bersagliera. Fra mi, ti, el Toni, gavarissimo sa finìo la guera! Ora, bando a la tristezza, cara la me belessa. Butemo via i dolori e metemo in alto i cuori! Te racomando, stammi sempre allineato e, sopratutto, coperto! Telo digo in italian, proprio perché gò el core in man! Dato chel me Toni l’è girà da n’altra parte, te mando un baso, forte – forte. Apena te lo senti, sarà i oci, pensa che gò i to ani, cala i affani e vardate intorno ma sensa sbassar la mira! Ghe anche dei Agfani che non la pensa come mi: par ti, Cesira.

Cara Drita. go’ leto che na voce divina l’è sta becà co’ la marijuana. Anche a quela là, ghe tocarà andare in Comunità.

la_dritaCara la me preoccupada da na legera canada. Non so parchè, ma sta storia me ricorda che certi osei i canta ancor più bei quando i xe privadi de la vista. Me domando come la cantarà, che l’anima orbada da la so’ diversità, quando, in Comunità, i ghe darà quela de la normalità.

Cara la me Drita: so’ l’Ingegner Fritata. Sarà anca par l’età, ma la politica che ga tocà sta epoca la me pare un tale sigamento de opinioni, che no’ se distingue più i torti dalle ragioni. Cossa polo fare un eletore, fra così tanto clamore?

la_dritaCaro el me Ingegnere. Sarìa molto semplice dirghe: “el segua el cuore”, ma, anca lì ghè dele robe un po’ così. La vita, l’è vera, le’ fata da na moltitudine de voci. Come, no diventare mati? Dirìa, considerando che tute le cose, quando le xe massa, le deventa n’over dose, quindi, la verità, sta nella qualità che no ferisse nessuno, parché no la lede, la fede de ognuno.

La Nuccia la me dise, che no la ga più fiducia ne la vita, e che la se alssa la matina come un abat joùr sensa lampadina.

la_dritaCara la me putina! Tuto el mondo sà che dovemo ritrovare de matina quelo chel nà ciavà el giorno prima. Il che vuol dire, che sel nostro abat joùr lè sensa lampadina, dovemo metarghene una nova o, inventarse na manfrina.

Cara Drita, gheto sentìo de che la casa, che sensa un parché, ghe se brusa i còpi e anca i piè? I pensa pure chel sia el demonio. Ghè parfin un prete chel dixe: testimonio!

la_dritaCara la me ciapada male da un sospetto de sopranaturale. Par mi, i xe solo i marsiani che i vol farne capire: testa dura, tieni da ti la to spassadura!

Cara Dita: giunto a metà de la salita me domando come portare avanti el resto de la vita. No gò problemi ne le motivassion. Al più, su come affrontare i costi de le risparassion. Se par farle so’ sensa schei, quanto l’è giusto che le paga i foi, se questo piega el so’ destino sin dal mattino? Se pol domandarghe ai fioj de la carità, e non domandarse a che costi i te la da’? A fronte de na risposta che no l’è ancora rivà, come fasso a volerme ancora sano se quel che par mi l’è vita, par altri, l’è un dano? Certamente bisogna avere fiducia nel futuro, ma, intanto, a quanti ghe lo fasso duro? Me domando dove inizia la comunion sociale, e dove la finisse par rompare le bale, sel Diritto nol precisa quanto posso avere senza sentirme el parassita, de che la vita? Dal momento che par così, de fato, parché noi dixe chiaramente che posso avere sensa ledare el contrato, tanto quanto posso pagar l’affito? Stante, sto inevitabile marcà, i dovaria permetarme de passare ai fioj la vita mia, almanco sensa ipocrisia.

la_drita . . .

la_dritaCaro el me Stocasso: felicità del sesso se gavesse i ani de na volta. Solo par sincerità te digo che ero bela più de quela che stava a Troia! Se l’è vera chel tempo m’ha lassà solamente el nome della località, l’è anca vera, però, che no gò nessun rimpianto par quelo che l’ha tolto, tuttavia, gò sempre el core in man, così, no ghe geranio e gnanca rosa che i valga quanto mi come morosa. Per tanto, me piasaria, sinceramente, corrispondere d’amor con ti, mente a mente. Mi te diria che te spèto sul balcon. Ti, te podarissi anca dirme, che sensa de mi, la to vita sarìa tuta un rabalton. L’è vera! Con le parole no se scalda batelon, ma, ghe xe sta anca chi, che con un paro de rime in fiore, i gà saltà così tanto la so’ storia, da deventar memoria.

Cara la me Drita:

del me paradiso la più bela porta. Quando go’ leto el to invito go’ pensà: ecco la me Giulieta, ma el cuore (chissà parchè nervoso) el ma’ sigà, cativo, tasi, mona! Cossa vòto dirghe ti, a stà gran dona! Lè vera! A la me pora Filomena (che la staga sempre in gloria, par carità!) no ghè che gabia mai cantà l’amor che ghe dovevo. La gavaria pensà: el sa’ imbriagà! Ti, però, co sta’ storia del balcon te me sveià l’età, così, stanote, me so sognà che da sòto te cantavo: “Son fili d’oro i tuoi capelli…”. Non me ricordo el resto parché me so’ sveià, a causa del… pargolo, bagnà!

la_dritaCaro el me Romeo: felici i to’ ani, se el… pargolo, no sa’ bagnà par na’ question de reni.

 

la_dritaGavevo la caldaia onta. Go’ ciamà l’idraulico. El me la netà. Adorati fioi de strope! Sio sempre drio pensà a le ciape? Comunque sia, par diese minuti de pulissia, centomila, signora mia. I tempi no i sé più queli de na volta. Centomila ogni bòta, (e non se sa quante volte al dì) non le ciapavo gnanca pelando osèi ai tempi bèi de la Torricelli da Forlì. Ecco! Se non savì cossa far dela vostra vita, fasì gli idraulici. Mal che la vaga, peso de così, so andà solamente mi.

Cara Drita: domenega se sposa la Mena. Non la sa se le’ incinta ma la dise che lè piena.

la_dritaA fronte a tanta oca, me’ scapà el fià de boca! Da dove ero sentà, so parfin cascà! Tesoro santo, tesoro belo. Cossa mai ghe direto al to putelo? Che t’ha riempio la so grassia, non, l’oselo?!

Cara Drita: nò lè che son scontento del moroso fiorentino, ma lé, che dopo l’amor, sto qua, el se lava el cul sul lavandino!

la_dritaTasi, che la te’ nda ben! Pensa chel marìo de n’amica mia, ghe scalda, la… panara col fon da parucchiera! Immagina la scena! El marìo col fon in temperatura, e la moier, tutta in meso a un vapor, che la siga – amooorr? amorrr!!!!  Caro el me tesoro: l’amore, el vede coi oci de la mente! Da ciò se ne ricava, che le’ orbo se no la val na’ fava!

Cara Drita, el problema che ghe espongo, lè nel fato, che quando fasso l’amore, la me dona siga dal dolore!

la_dritaCaro el me fiol, quando na machina lè granda, ma el garag l’è streto, la se mete dentro, secondo la regola de n’amico mio: un po’ avanti e un po’ indrio, un po’ avanti e un po’ indrio. Certo l’è, che la to dona sigarà de manco, se te la smetarè de darghe dosso, come se la fosse un posso!

Cara la me Drita: t’ho visto passare ieri sera. Co la camisa in fora. Te sembravi na bandiera. Mi jero sul balcon. Gavevo del magon.

la_dritaCara la me tosa, pensierosa. El magon l’è come un’ombra sensa palo. Che senso galo?! Invesse de ruminar su quelo che no ghè, alssate in piè.

Cara mia, devo proprio confessarte che ne la me vita te si l’unica roba che no va’ storta, ma xa che jero par la via, so andà a farme benedire da na dona pia.

la_dritaCara la me sconsolata. Non so chi la sia sta dona pia. Ne che acqua la spanda par benedire gli infelici, ma, verxi ben i oci! L’acqua benedeta da qualsiasi pia dona, la fa miracoli solo par i mona.

Cara Drita: amo, e pensaria anche amato ma la me dona la dise che sono poco dotato.

la_dritaCaro fiol, se a la to dona no ghe basta la to onda, che la vaga a stracassarse da n’altra sponda, ma, ti, se la to passion l’è un frutto amaro, cossa spetito a butarlo sul loamaro? Certo l’è, che sel me Toni me disesse che gò le labbra poco spesse, o le tete fin par tera, l’avaria mandà a cagar da mane a sera, invesse, con un po’ de fantasia, (e usando i me limoni), come a ventani, femo ancora i coioni.

Volevo dirte del me amore cara Drita, ma un’amica, reverita, al me omo la gà offerto un pomo, così, come argomento de sta conversassion, posso dirte solamente la me desolassion.

la_dritaCara la me dona, tradìa de Nadale da na’ question che la me fa’ vegner le bale da tanto l’è stantìa. Sèto parché i dixe chel primo amore no’ se scorda mai? Parché semo la prima vita che gavemo amà. Dal momento che ti si ti’, la prima vita, allora, te devi essare ti, anca il primo amore! Così, se la to’ amica la ta’ liberà el cuore da na frasca parassita, di che soffri, mia diletta?

Cara Dita, anima mia, so’ na profe de filosofia: te si poco femminista.

la_dritaCossa voto dir co sta parola vaga? Che se na dona la dà nei denti, i deve ciaparsela nel cul e star contenti? Cara siora, la me filosofia, la se basa su l’eterna lota fra chi gà bega, e chi gà la pota. Par questo, mi so dona perché la ciapo dal me Toni, e so omo, quando ghe digo: se non te fili drito, stasera, te vè a dormire sotto el Ponte Piera! Allora, cara la me dona, soi contro l’omo, o soi contro la mona? Intanto che te ghe pensi sù fate un paro de limoni. Chissà che non te la finissi de farte problemi così coioni.

Cara Drita: la Natura de na volta la gaveva l’età de l’omo. Adesso, invesse, la sembra chel pomo che i dixe “invernale” parché el par maturà con quel che xe restà.

la_dritaCara la me vestìa de na stagion finìa. La to opinion l’è anca vera, tuttavia, la me par massa nera se solo te pensi che par fare chel fruto, anca Lù el ga impiegà non meno del tempo che ghé bastà.

Quando la storia l’è finìa, che silensi, cara mia!

la_dritaCara la me impressionanda da na parola mancada. Le parole in amore no’ le se alsa o le se sbassa secondo el cuore, ma secondo la luna, proprio come el mare, quindi, o noàre, o negare.

Go’ siga’ drìo come na mata: fate pure quela de manco ani, tanto, mi a disnove, so da anssiani, ma, go pianto come na disperata! Cossa me dito, cara Drita.

la_dritaCara la me aluvionada da tanta desolassion! Evidentemente, no gavemo ancora capìo la lession! Quando un omo ne porta del dolore, no le’ un amante: l’e’ un tumore! Le’ anca vera, cara mia, (dato che non sono partigiana), che le’ un tumore anche la dona, se la ga’ la mente da putana. In quanto a ti, sorridi, i disnove i xe sempre un bel dì. Con questo, ricorda che par un fiore piegà nel so’ vaseto, acqua che lo indrissa l’è anca un gran pianto!

Cara Drita: Go’ leto quel che te ghe scrito a la me innamorata, ma chel poeta che come un’ombra stava e i nostri afani testimoniava, come mai no’ la dito anca del me pianto?

la_dritaCaro el me trascurà da na rima mancà. Poll’essare che de ti no l’ha dito gnente parché la to dona sigàva più forte.

Cara la me Drita, forse parché ecità, in quela parte la, ma un putelo el me sasentà vissin in piassa Bra. No l’era male, ansi, l’era belo, ma, gò pensà: ancora no lo sa, che na bela idea divisa a metà, lè come un lesso sensa pearà.

la_dritaCara la me sfiduciada. I colori de la vita no i xe de manco dei dolori. Il che vuol dire, che vissin ai to soliti mal de testa, se ga sentà un po’ de festa. Cogli l’attimo: deservelada! L’è meio far matina so na banchina ben occupà, piuttosto de farlo vardando el passà!

Cara Drita, l’omo che me pensava, dominada dal so’ sesso, lo mandà dove i va’ i partorii nel cesso!

la_dritaCara mia, le porte fra gli amanti le xe quele dei sentimenti. Le se verse per farli entrar se i ne da dei rapimenti, o le se verse per farli andar de volta, quando chel Romeo ne dimostra de non valere un schéo! Ma, seto qual’è la roba strana? No sona par nessuno la campana de vittoria parché ghe sempre un po’ de luto quando finisse na storia.

Cara Drita: so’ la Lorento! Me lamento parché al ritratto del Cristo messo prima de un ponte i ga’ fato i bafi!

la_dritaCara siora, cossa vola che al Cristo ghe ne frega se i gà sassinà la foto. El Cristo lè più in là, de le monade da puteloto!

Cara Drita: dove l’era Dio, mentre la tera del Molise l’era come l’onda de un mare chel ga inquarcià de tuto fuorché el dolore?

la_dritaCaro el me sior: na roba l’è certa! Dio no le’ ne la testa di chi fa le “case de carta”! Comunque sia el caso, cerchemo sempre fora del vaso quel che gavemo davanti al naso. Par quel che me riguarda, Lo trovo dentro la vita, anca dove le’ maggiormente aflita. El me dirà: se Dio lè amore, lè ben strano paradosso, trovarlo nel dolore. Occio, co’ le parole! Nel dolore ghe xe sempre l’Io! Le’ nel resto, che trovo Dio.

Un teleutente me domanda, parché la Rai, pur veneranda, le’ drio andare a cassoneti come el gato che ga’ finio i sorxeti.

la_dritaCaro el me deluso. Par quanto la diga hoibò, la Rai la va xo’ parché noaltri invidiemo i paroni e svalutemo i mesani. Le “idee alternative” che la cerca par rimpolpare l’odiens che ghe manca, le’ fumo che no vale la cica, se quelo che adesso ghe cale, le’ na debole spina dorsale.

Cara la me Drita: monte dei me sogni. Alba infinita sora el me goder. No te ghè più sorele! Come no bastasse sta carenssa, el piaser cominsia a farse raro come un matrimonio poco caro. Tò scrito par dirte che su le vie, gnanca coi schei se trova chi te dise – bona note e sogni bei – come te fasevi ti. Te devi pensare, (stavo par ndare in leto da tanto ero scorajà), che na sera me so fermà soto l’ultima luce che gò trovà. Certo, no l’era quela de i to oci, ma cossa se pol pretendare, in sti tempi de peoci. Comunque sia, no la pareva mal, ma, al dunque che sen rivadi, quela che pareva na passera, l’era invesse n’altro osel! Dala paura, me sà streto el cor, (no te digo el cul, ancora come mama lo gà fato), ma l’era cossì dolce nel so far, (quela figura strana), che no la mostrava diffarensa nell’amar, cossì, sia pur con molta tolleransa, gò lassà che la manovra sotto la pansa.

la_dritaNino caro, Nino belo: inconfondibile bordelo de la me gioventù. La ragion sociale la na taia le ale, ma, par fortuna, il sesso lè na passion chel mostra anca ai orbi, non solo che la normalità le’ na scola che insegna solamente na’ parola, ma che lè anca na’ bottega sensa porte, sel corajo de na’ voja l’è più forte.

la_dritaStamattina mè cascà l’ocio sul giornale. Quel che lè restà al so’ posto el gà leto, porco can, che manderemo dei fioi in Agfanistan. Non sarà colpa gnanca de lori, ma semo prorio sfigadi coi Cavalieri! Non solo el na portà in guera quel de ieri, ma anca con quel de oncò, i xe dolori. Che sia el caso de ciaparse in man le bale già da ora prima che i ne le maca ancora? Intanto che sora ghe pensemo, ve ricordo le parole del me poro Nicodemo che l’era Colonelo sul Pordoi: occhio fino e mano lesta, sensa par questo desmentegar, che la più gran difesa, l’è la testa!

Cara Drita: ndarò sposa sabato che vien. Dovarìa essere lieve come un Nadale cò la neve, o come na Pasqua a le Maldive, invesse, so’ allegra come na strassa butà su na terassa. Se da el caso che senta el cor diviso fra nà passion par un certo Nane (affascinante ma disgrassià non poco) e un certo Gioanin, bravo omo ma solo par l’affetto.

la_dritaBimba cara: anca i più gran salami prima o poi i fa la mufa, e, par quanto grande sia un pinguino, el dura manco del so’ stéco! La scelta, dunque, la se pone, fra ti e un lungo bene, o, fra ti, e un lungo pene.

Cara Drita, l’era fredo la vigilia de Nadale, ma lo stesso gò ciamà la polissia e all’imbriago che gavevo in casa go’ mostrà la via. El cuore me reclamarìa ancora de la carità, ma, no go’ più fià!

la_dritaCara la me dissanguada da na scelta intossicada. Da un alcol che se beve un omo non se ricava gnanca el scataron de un pomo de la Val Venosta, quindi, dirìa basta! In quanto al cuore, ol bate secondo la mente ol fa dani! Onde evitarghe l’occasion de parlar par gnente, l’è meio che te lassi chell’ omo nei so’ afani. In certe situassion, infatti, trovo verità nel detto: rua – rua, a ognuno la vita sua.

 

la_dritaAh, segnor! Sta sigareta! Sto ipnotico magheto che ne speta ad ogni tòco de ora, par darme na misura, de tranquillità. La vardo, sta pira strana, mentre la cala sino ai dèi. Pare che la te diga, t’amo, invesse, la scota solamente i pèi. Farne senza costaria solo un poco de pasiensa, ma, de piantarla lì no ghe coragio. Gnanca la fosse un fiol da metare in colegio.

 

la_dritaClarabella amò un cavallo ma non fu questo il fallo!

Confondendo ottone e oro, sbagliò, perché lo vide toro.

cropped-fotointondo-2.pngLa Drita (personaggio in età) l’è na piassarota. Si dicevano  “piassarote” le venditrici di frutta e verdura nella Piazza delle Erbe di Verona. Da buone popolane, tenutarie di saggezza oltre che di banco. Se è vero che per “tenutarie” si intendevano le maitresse delle Case chiuse, detti anche casini, non di meno si può anche dire “tenutaria” chi è “maitresse” di disordini e/o confusioni mentali, domiciliari e di vita, che in veneto si conglobano nel termine di casino/i. E’ una donna colta, se per incolta intendiamo chi, dalle sue esperienze, non trae vita e neanche magistero. Comunque stiano e/o si intendano le cose, anche la Drita (consigliera preferita) è della stessa idea dell’autore: convivere è necessario. Condividere, non necessariamente.

grurit

Aforismi

Diventa saggio chi vive la sua conoscenza.

Diventa colto chi la memorizza.

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manofronte

La Donna emerge nella sua piena forma man mano che la Femmina si deforma.

La vita è l’armadio dove la sessualità nasconde i suoi scheletri.

Le figure che si reputano belle si aspettano di essere gratificate. Le non belle non perdono tempo.

Se ne faccia una ragione il normalizzato. La vita non è orto per broccoli.

Chi si aspetta reverenza dalla riconoscenza pone freno alla gratitudine.

Non è detto che debba essere così per sempre, ma chi delega ad altri il principio del suo piacere è destinato ad essere servo.

La vita è come la pioggia. Non chiede al campo se necessita d’acqua.

L’amore è ciò che resta dopo aver pulito l’amare.

L’illusione è prodotta dalla mente che vede falò anche i fatui.

La bellezza è l’arte dell’amore della giustizia per la verità.

Coscienza, è il sacrario delle parole che attendono la carne.

L’amore è l’estratto conto dell’opinione.

La durata del per sempre è vera solo in chi dice di non fumare fra una sigaretta e l’altra.

Nel nostro senso di potere siamo come l’asino che tira il carro perché vuole addentare la carota che gli hanno messo davanti il muso.

La crisi nei giovani è cominciata quando abbiamo mummificato l’età

La verità è come un’arancia davanti gli occhi. Per vederla tutta, la vista deve far il giro dell’arancia.

Vi è corrispondente incontro fra bellezza e verità tanto quanto si congiungono nello stupore che non sa darsi.

Le mani vuote di ogni potere non temono alcun potere.

Se non si mette in discussione, la voce della coscienza è solo l’eco della soggettiva conoscenza.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia.

Si inizia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

La stranezza è il fiore dei giardini incolti.

Se non sperimentata, ogni verità è parzialmente vera.

I “diversi” fanno da antidepressivo per quelli che non si sanno “eguali”.

La bellezza è un tocco di verità. Non è eguale per tutti.

I Leader sono specchi per ombre in cerca di sostanza.

Molto, ma molto raramente una parola è nuova. Il silenzio, sempre.

Pensare che un’idea sia vera perché l’amiamo riduce ogni confronto a una sfida all’ultima voce.

Per favorire la biofobia l’hanno chiamata eterosessualità.

Nessuna definizione contiene tutto ciò che definisce. Non per questo non sono intelligenti, ma per questo sono cretine.

Vedo il voler essere famosi come il tentativo di chi vuole uscire da un sé vissuto come “fossa”: illusione di chi non si rende conto che nessuno ci esce per sempre.

Abbiamo perso il senso di onore, mano a mano abbiamo sostituito la ricerca di verità con la ricerca di opportunità.

La sigaretta è l’ancora che ancora un’emozione, e come tutte le ancore, ferma.

L’amicizia è come un motore in folle. Si attiva, quando si innesta la marcia necessaria.

Nella gelosia , vi è l’identificazione di chi non sa quale amante temere, e vi è il possesso di chi non sa quale proprietà temere.

La letizia, è quello stato di vita, che nell’acqua ti tiene a galla, non perché sai nuotare, ma perché confidi nella legge di Archimede.

Chi ama due persone nello stesso tempo, ama, in due, ciò che totalmente non ha in uno.

Gli ideali fuori dal calice sono pani senza lievito.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che mangiamo secondo fame, gusto, e non sempre alla stessa tavola.

In democrazia la vera voce del popolo è l’aritmetica.

La saggezza cessa ogni qualvolta la mente va in pensione.

E’ cattivo insegnante quello che bacchetta gli alunni? Se a farlo è la vita, no.

L’amore è corrispondenza fra simili. Il sesso, non necessariamente.

L’amore ha il volto di chi si specchia.

La vita è come una macedonia. Inevitabile per la mela, sapere anche di banana.

La passione bolle l’acqua. L’amore la tiene calda.

La sessualità è come la scarlattina. Immunizza solo chi la vive.

Quando il sesso tira la mente non fa lira.

Le citazioni dei famosi sono fosse dove la saggezza altrui riprende fiato.

Nulla imbambola l’intelletto come una speranza oltre ragione.

Sbagliamo in amore quando la speranza ci seduce più della ragione

Il sorriso è il teatro dove gli occhi recitano più facilmente dell’anima.

Religione, è ciò che resta della vita dopo averla schedata.

Filosofia è quello che resta della ragione dopo la biopsia.

Cavallo che tira mica si vende.

Anche in amore non resta a piedi chi viaggia con ruota di scorta.

L’intelligenza è furbizia che conosce. La furbizia è intelligenza che truffa.

Mio, in amore, è il virus di un prossimo dolore.

La maturità che nega la sua giovinezza dimentica come si è cibata sino a prima.

La passione non porta mutande.

L’odio è frustrata fame di potere.

Canta che ti passa. Non raccogliere se pesa.

La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

L’amore è via. Il discernimento è guida.

Per sentire la ghianda è necessario farsi quercia.

Non c’è amante che diventi talmente arte da rendere infedele un artista.

Chi dice agli altri che bisogna ridere anche di sé stessi, sotto – sotto si aspetta che nessuno lo dica a lui.

La forza dell’imbecillità è nel silenzio dei conoscenti.

Invidia è parente povera della capacità.

Quando in amore vi è espressa sofferenza, amputare è meglio che mendicare.

Sulle ferite in amore ogni balsamo diventa un sale.

In amore non ci sono vincitori. Ci sono amanti.

Per toglierci di torno le piattole, nulla funziona meglio della sincerità.

Demofascismo, è carattere psichico della voce di un popolo. Può diventare il carattere politico della voce di uno Stato.

Si chiama Arte, l’opera dell’ostrica che produce la perla per difendersi dal dolore procurato da una scoria.

Nella conoscenza scindiamo l’amore dalla passione mano a mano ci rendiamo conto di non poter avere ideale e reale nello stesso soggetto.

A vent’anni, l’arroganza si chiama ignoranza. Più avanti, paura.

Il prevalere della conservazione sulla produzione, è segno di declino nella persona, nello stato, nella vita.

Una esasperata ricerca della salute può rendere ancora più facile il vivere ma anche più difficile il finire.

Fa piacere l’amore delle chiese, ma se è un amore imposto cosa lo distingue da uno stupro?

Ufo, è anche il disco dove carichiamo tutto quello che, deresponsabilizzando, rendiamo oggetti non identificati.

Solo gli spiacevoli rivendicano il diritto di non essere ipocriti. Gli altri sanno tacere o sanno parlare.

E’ razzista chi difende la propria miseria. Non è razzista chi si difende dalla propria miseria.

Il tempo che usiamo per invidiare i valori altrui, sarebbe meglio occuparlo per mettere in invidia i nostri.

La ragione è sempre la forza della forza, purché non sia debole la ragione, ovviamente, perché allora la ragione si serve della forza.

Di quello che si sono tolto, i Castrati per il Regno dei Cieli possono amare solo quello che è loro rimasto: la ferita.

Le vie della vita sono infinite. Se ci passa vita, nessuna è sbagliata.

L’Uomo può elevarsi al divino, ma bisogna crederLo molto basso per poter immaginare di averLo raggiunto.

Dire per libertà civile é poter sputare sul piatto altrui. Dire per civile libertà é rifiutarsi di farlo.

Ricorda a grani sciolti la storia che non evoca il dolore di ciò che ha in memoria

Ogni foglia vibra a sé stessa

L’umanità’ che determina ciò che gli è relativo ma non ha più bisogno di chiesa.

La libertà è di chi ama le sue manette.

Ciò che è neutro verso la vita non gli è ostile ma neanche amorevole; è come una bagna cauda servita fredda.

Penso alla mente del “saggio” come penso ad un letamaio; formata da errori, è vero, eppure, messa sul campo, concima i tempi.

Si comincia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia. Follia: tutto quello che esce dall’intelligenza ma non entra nel giudizio.

Vita si nasce. Nel tutto si diventa.

Bisognerebbe abituarsi a non avere per non doversi abituar a rinunciare.

La speranza è ultima a morire quando la ragione è ultima a capire.

Un commento è d’arte quando brilla di luce propria.

La ragione del silenzio: nessun potere durerà più di me.

La forza dell’Io è proporzionale all’indipendenza verso l’altro/a, e/o verso cosa propria come no.

La vita è tutto un tagliar cordoni. Si comincia con quello della nascita, e si continua per ogni rinascita.

Se la vita è ha spicchi come un’arancia, ciò vuol dire che il nostro destino è anche nello spicchio vicino.

Si solleva dalla terra delle bestie chi si rende conto di essere addomesticabile.

Il dolore è necessario maestro di vita, purché non ne diventi il boia.

La Ragione è carsica.

Il senso della colpa è croce da temere ma anche maestro da seguire.

Si può parlare di tossicodipendenza, quando una domanda di suprema emozione ha solamente il si come risposta.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che bisogna cambiare l’acqua ai fiori.

 Il sorriso è by pass per la vita ferma al cuore.

Siamo unici tanto quanto diversi e diversi tanto quanto unici.

Nella ricerca della verità il dubbio è croce ma cireneo il discernimento.

E’ meglio vivere con paura che non vivere per paura.

La felicità esiste ed è come un bagno in acqua sempre calda. Infelicità, è bagnarci il cuore prima del dito.

Se la saggezza vedesse oltre la speranza sarebbe questa l’ultima a morire.

Il dolore è tesi della violenza e antitesi della giustizia.

Non è difficile essere felici. Basta che qualcuno voglia la tua felicità.

Quando ferma la speranza la presunzione ferma la vita.

Diventiamo possessivi quando siamo insicuri del bene dell’altro, o non sicuri di essere il bene dell’altro. Diventiamo gelosi, quando non siamo sicuri della verità dell’altro, o non sicuri di essere il vero dell’altro.

Dove non si fa in modo che bambini innocenti crescano come uomini innocenti, come distinguere chi sarà il carnefice di altri, da chi è la vittima di altri, o il carnefice di sé?

Il monaco mi ricorda il guerriero che lascia il campo di battaglia per fare l’attendente del capitano.

Quando il futuro è scuro, rinascere è futuro. 

Aspira a te stesso o aspira del fumo.

Sotto la spinta di piccoli strappi alla deroga crollano anche le dighe.

Il dubbio in amore invalida l’orgasmo del corpo, della mente, del cuore.

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora, è la stanza dove riposa, è il luogo dove risiede.

La fantasia è frizione indispensabile ai diversi.

Quando la notte è piccolina abbiamo troppo sonno o troppe attese.

L’ammissione dell’errore è uscita di sicurezza da ogni incendio.

La paranoia è malattia della mente nei derubati dalla fiducia.

Il silenzio è il porto delle parole in burrasca.

Le storie sono il cibo che l’anima giovane digerisce quando non lo è più.

Si può dire che è amore quando non usa manette.

Chi ama ciò che sa più di ciò che è, scende alla penultima stazione.

Come per i girasoli, la vita si alimenta dove si volge.

Un ideale è lume o paralume.

Il sesso è una foglia che cela una voglia di soglia.

La mente che precede i passi vede il futuro ma non i sassi. Il piacere in amare sta al piacere in amore come una corrente prima dell’interruttore. La violenza scalda i muscoli quando fonde la ragione. Quando il sesso è insufficiente la ragione è deficiente.

La notte è coperta che copre dei forse.

Una comunione di vita che compensi un non – amore di sé, non è un amore; è il mutuo soccorso fra un medico ed una medicina.

Il mondo andrà meglio quando a morire ultima sarà la ragione.

Siamo diversi perché noi stessi o perché no.

Il sesso è la colla che attacca l’amante all’amore.

In arte il dolore crea bellezza come il ladro favorisce il mercato.

L’amore è come il Dorato paese. Lo raggiunge chi non bada a spese.

L’identità del represso sessuale è come una valigia. Più negazioni ci mette dentro e più fatica a chiuderla.

Discernere sulla forza violenta, discenda da Destra come da Sinistra, è come farlo con la merda. Impossibile non puzzare per la mente che ci prova.

Chi o cosa fissa l’arbitrio determina come maschio chi l’accoglie come femmina.

Ama in modo indipendente chi non delega ad altro e/o ad altri l’amore di sé.

Giorno dopo giorno aspettando un giorno.

Non è difficile perdere l’amante. Basta volerlo formare a nostra immagine e somiglianza.

Quando la ragione è orba alla vita, il sesso è cataratta che orba la ragione.

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa.

Non so come togliere delle possibili ripetizioni.

La memoria non mi aiuta.

grurit

A che gender è appartenuta la spiritualità di Cristo?

Etero o Omo spirituale? Voglio dire, spiritualmente parlando, amò i diversi, o amò i simili? E chi l’uccise? La cultura divisiva perché condizionante (quella spiritualmente Etero) o la spiritualità Omo, che nel suo principio pone l’eguaglianza di spirito come alleante condizione?

Per quanto è fondato sostenerlo, certamente amò la vita: crapulona o no che sia stata e/o che abbia trovato. Nella vita che amò, certamente ci sono stati quelli prevalentemente etero spirituali come anche quelli prevalentemente omo spirituali.

Al proposito, sento il bisogno di vedere da vicino, se il suo amore per i simili abbia cambiato in simili anche i diversi. Basta un breve giro di Storia per vedere che in genere gli è andata buca. Dopo di lui, altri hanno colto il testimone, (il Principato e la Religione, indipendentemente dai tempi e dalle forme) ma come nel caso del Testimone del Padre, più di tanto non hanno potuto, o saputo. Bisogna ammettere, però, che più di tanto non hanno neanche voluto. Si sono immediatamente resi conto, infatti, che nella separazione impera la vita del Separante, (indipendentemente dalla forma e/o dall’identità) mentre nella spirituale conciliazione fra le parti, impera la vita, e nella vita (il tutto dal Principio) la soggettività spiritualità si abnega.

Ammesso che di quella Figura sappiamo ciò che ci hanno detto di sapere, non prendo in ipotesi né la versione eventualmente sessuale immaginata dal credente, né quella omosessuale immaginata da un alterno pensiero. A tutto sono interessato, fuorché sapere il prevalente carattere sessuale della vitalità e della vita di Cristo!  Mi interessa, invece, capire il carattere spirituale di quello Spirito. Fu prevalentemente determinante? Con altre parole, fu il classico maschiaccio arabo che tutt’ora ritroviamo nei suoi conterranei nel nostro tempo? O fu prevalentemente accogliente come in genere non è l’arabo di oggi, e Bibbia testimone, neanche l’arabo di ieri?

Non sono uno studioso e neanche uno che ha studiato. La mia Cultura, quindi, è come un Emmental: piena di buchi! Fra buco è buco del mio formaggio, però, ricordo bene un pieno: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Il Cristo evangelico l’avrebbe detto se non fosse stato un accogliente Omo spirituale? Direi proprio di no. Un carattere spiritualmente Etero (determinante) avrebbe lapidato quella donna, e poi sarebbe andato a lavorare, o in Sinagoga, o a sgridare i bambini, o nei casi peggiori a picchiare e/o usare la moglie! Ben vengano altre ipotesi.

Confermato il tenore del carattere Omo spirituale del Cristo,  fu simile a quelli del suo tempo o fu un diverso? E se diverso, come si visse e visse, se fra i suoi rischiava di venir prevalentemente giudicato come un estraneo (non dalle Donne, ci dicono) quando non, nel proseguo del suo pensiero, come un eretico bestemmiatore?

Non serenamente, pare, se giunse a porre agli apostoli delle domande su di sé. Cosa mai potevano dirgli quegli affascinati dalla sua diversità, se non che gli volevano bene. Anche molto bene come, dicono, gli confermò il Cefa. Sono convinto che il Cristo conobbe molto bene la solitudine degli unici; unici, non tanto perché diversi, ma perché sconosciuti a sé stessi sia per un vago passato, sia perché di un vago futuro. A quella solitudine, il Cristo sfuggì perché trovò, identità e nome nello stessa identità del Padre: io sono quello che sono.

Lo poté (sto fantasticando, ovviamente) nel momento stesso che si riconobbe pieno della stessa sostanza (spirito) dello Spirito apparso sul Sinai. Ecco perché si disse figlio del Padre: perché riconobbe di essere mosso dalla stessa forza che muove Iavè. Per Spirito intendo la forza della vita sia al principio che dello stesso Principio. Non me ne vogliano i non credenti del mio discorso. Non li sto convincendo a cambiare sponda: sto solo seguendo il mio pensiero. Per lo stesso motivo, non me ne vogliano neanche i credenti in disaccordo con le mie fantasie.

Nella Cultura spirituale di rinascita, il Cristo evangelico scoprì un altro nome del Padre: lo disse Amore. Si può amare in toto una tale identità senza farsi totalmente accoglienti come bambini? Direi di no. Se da un lato il Cristo della nascita mi è pressoché ignoto (quello che raccontano si sta rivelando attendibile solo per una fede che esclude la ragionata conoscenza) quello della rinascita, invece, comincia ad “apparirmi” delineato.

Dalla sua totale accoglienza del Padre – Amore, immagino anche l’accoglienza di quanto attuato dal Padre. Ammessa l’ipotesi, quella condizione del suo Spirito mi mostra l’aspetto materno del suo carattere spirituale. Non rivela l’aspetto umanamente paterno perché non ebbe genitore se non in una figura sostitutiva. Volenti o nolenti, le figure sostitutive non imprimono il loro carattere sul figlio adottivo. Si può pensare, allora, che fu quello della madre: a sua volta accogliente per il noto episodio: vero o non vero che sia, il punto non è questo. Altre ipotetiche forme di accoglienza della madre non sono in discorso e non m’interessano.

Quello che immagino di un Cristo secondo il principio dell’Accoglienza anche spiritualmente materna nei confronti della vita, non lo penso del Mosè, ad esempio. In quanto guida e giudice di un popolo non poteva non essere che prevalentemente determinante, e quindi, gli sia piaciuto o meno, spiritualmente Etero. Certo, anche lo spirito etero sa farsi accogliente ma a delle condizioni che possono diventare anche inderogabili. Certo, anche Cristo dovette porre delle condizioni alla a sua accoglienza: mica viveva sul “Monte del sapone” a dirla con il Guzzanti. Ne ha poste, però, solamente di basilari. Non so se ne avesse avute anche di non basilari, visto che gli hanno tolto la parola molto in fretta.

Quando tentarono di coinvolgerlo in una grossa questione (cos’è la Verità) ha risposto con il Silenzio. Vaglielo dire alla spiritualità dei suoi eredi che la Verità risponde solo nel Silenzio, e che è stato l’unico a sentirla! Vaglielo a dire alla spiritualità dei suoi eredi, così occupati a cercare la Verità che non si rendono conto che non è il luogo della Verità detto dal Cristo quello che stanno ascoltando, bensì, il luogo delle loro verità.  Va bèh! Errare è umano, ma, diabolico secondo proverbio lo diventa quando (incuranti dei vespai che direttamente e/o indirettamente hanno provocato per secoli e che ancora provocano) affermano che la loro verità è più vera e più grande di un’altra.

Abbiamo sempre pensato che prima maestra di vita sia la Cultura, sì, ma quale Cultura? Quella etero spirituale che ha riempito e riempie il mondo di Dolore?  Sostengo invece, che sia la Natura. Per Natura intendo il Corpo della vita comunque formato. Dove la ricerca del Bene che porta al Giusto perché Vero è attuata dalla corrente Cultura, inevitabilmente si mostra incapace di trovarla, anche  perché presa e condizionata da secolari vincoli. Così, finisce con il perdersi  per infinite strade. La Natura, invece, non si perde mai! La Natura capisce subito se in essa vi è menzogna. Lo capisce perché immediatamente ed inequivocabilmente lo sente per mezzo del dolore.

Il Dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. Tanto è maggiore il dolore, e tanto è maggiore l’errore che porta al maggior Male. Se il Bene naturale ci dice la presenza della Verità tanto quanto cassiamo il Dolore che porta all’Errore, ci dice anche che per giungere al Vero di ciò che è Giusto allo Spirito, dobbiamo cassare il Dissidio.

Si cassa il Dissidio, tanto quanto, fra vita e vita si diventa Omo spirituali. Con altro dire, di forza (vitalità e vita) simile. La spiritualità etero non può essere tramite di quel carattere dello Spirito. E’ vero: a suo modo anche la Cultura etero spirituale rincorre la Verità, ma sino a che resta strumento di Potere, è destinata a dividere le parti soggette sia in loro che fra di loro. Non può non farlo, vuoi perché le verità umane sono innumerevoli, e quindi, ingestibili da qualsiasi forma di centralizzante potere; vuoi perché tutti pretendiamo di agirle secondo verità pur non sapendo l’Assoluta; vuoi evitando che gli spiriti sottomessi, (gli incarnati, e /o cittadini che dir si voglia) si rendano spiritualmente conto che lo stesso Spirito, tanto è nel loro particolare, e tanto è nell’Universale. Fra Particolare e Universale, differenza vi è, non perché altro spirito, ma perché diverso lo stato dello stesso Spirito. Nel principio, infatti, è Assoluto, mentre il nostro corrisponde al nostro stato di vita: l’opinione è provata dal rapporto fra Immagine e Somiglianza.

Ogni accentrante potere chiama unione fra soggetti, quello che di fatto è un contenimento_appiattimento di pensieri resi artificialmente ipocriti, cioè, omo spirituali nella forma. L’educazione spiritualmente etero, se da un lato contiene il Dissidio sociale (per il morale e lo spirituale non ci riesce neanche la sussidiaria Religione, se non continuando a dividere i suoi dagli altri) dall’altro non lo annulla. Al più, gli impedisce di esplodere ma, l’impedimento non disinnesca l’implosione interiore che si origina dai dissidi fra inverificabili  verità. Per i motivi detti, la possibile implosione interiore ci dice la continuità del Dissidio.

Ora, Caro Francesco,  alla fine di questa pizza ti chiedo: ti preoccupa di più l’idea di amare la vita per cristiana Omo spiritualità in quanto ti ricorda l’omosessuale spauracchio, o ti preoccupa constatare che la farina macinata dalla Religione finisce sempre in crusca? Se ti può consolare, non solo la tua. Stammi sempre meglio, Vitaliano.

Impatti in veneta verità

La parola l’è come el vin. La fa sangue se genuina. L’imbriaga se l’è massa. L’è senza grado se l’è vecia.

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manofronte

El mondo perde la capa quando metà core e metà scapa

Quando proprio no la vol andare, smetila de frenare.

L’amor l’è la nostra caramela. I tempi ghe cambia la carta, ma la roba l’è sempre quela.

No ghe tocio che no tenta, la so feta de polenta.

La furbissia sta all’inteligensa, come la gianduia a la ciocolata.

Quando se ama, se pol de più de quelo che se sa.

El mistero nel piacere nasconde el cacio alle pere.

La vita le’ na fame, che aumenta magnando.

Solo i coioni, cresse comunque. 

In amore vinsse, chi par amore perde.

Quando piansemo, quel che no’ savemo lo sa la vita.

La paura trema quando no’ se trema.

La parola se distingue da le bale parché no l’è convensionale.

La libertà dei sensa principi se ciama solitudine.

La vita devente na gabia, solo quando te sari la porta.

Na serata e un bon contorno, scalda qualsiasi inverno.

La vita l’è come n’armaro. Te trovi quel che te ghe meti. Sperar che sia diverso, l’è solo tempo perso.

Chi tien sempre piena la testa, galo sarvel, o galo na sesta?

Quando te senti che la vita sta diventando dura, controla la misura.

La confidensa no la gà da scavalcare i recinti messi da l’intelligensa.

In giro el belo no manca, ma el vale, sel belo no ne manca. 

La giustissia le’ un piato che se gusta, quando nol scota la lengua.

Non savemo noare, quando sbagliemo mare.

El sesso l’è na braxa, che scalda el pajon ma no la casa.

La politica, l’è come che la dona che da distante la pare bona. Anca la pare come chel pomo, che tutte le volte tradisse l’omo.

Na verza no la pol dirse mejo de na rosa perché no la sponcia!

All’epoca, con “el toni” si intendeva la tuta da operaio.

grurit

 

Nell’arte della parte

Dove mi sono andate a finire le mille e una notte?! Tutte, tutte, giacciono usate.

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manofronte
Questa l’ho scritta anni fa pensando alla Patty Pravo e a Renato Zero. A Zero l’ho mandata. Risposte? Zero.

Non contare il tempo. Non dirmi: è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lasciami lunare, astro solare, cometa passare,
stella brillare, senza tracce, senza facce.

Lasciami cielo, lasciami mare, lasciami decantare,
ma, non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia sulle maree, sulle foglie, sulle azalee,
come neve non banale, come luce boreale, come amore che vale,
come età che non pesa sulle ali, come acqua nei canali,
ma
non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia le tue sere. Nell’alba non mancare.
Lasciami sussurrare, scivolare, sollevare, anelare,
palpitare, e, forse, invocare,
ma
non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

L’occasionale incontro con il motociclista è mito nel mondo gayoso. Qui interpreto speranze di “piazza”, e forse anche quello che mi sarebbe piacuto vivere.

Dopo un saluto te ne vai con la moto: e me?

Fante, cavallo, re, o soltanto una sveltina con te?

Tutto è in sospeso. Nulla è di peso.
Anche la sera mi resta il caso,
del povero coso che hai lasciato
non più di tanto meravigliato,
se ho già dimenticato il tuo viso.

Tu sei stato il mio cavalletto,
ed io ho sbagliato petto:
questa è la verità!

E va beh! Che sarà!

Ma tutto vuoi sospeso.
Che nulla ti sia di peso.
Lasciare vuoi alla sera,
giudizio e caso.

L’ho scritta pensando a una madre sotto giudizio.

Volevo dormire. Volevo sognare. Vedetemi così.  Tutte le sere.
Il lettino era nuovo. Tutto pulito. La camomilla bevuta. Ogni cosa zittita.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Non era bagnato, Non raffreddato, Il ruttino già fatto.
Per il dopo il latte già pronto.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Mi sforzo.  Sto dritta. Crollo dal sonno.
Il beato si sporge dal letto.
Non vuole dormire. Non vuole sognare.
Quando vorrei dormire, quando vorrei sognare, lo vedo così.
Tutte le sere.

Non ho mai spacciato per mio delle robe d’altri ma questa lo pare anche a me da tanto è  simil Zero.

Col dito puntato. Allo scudo avvinghiato. Siamo al solito.
Ma cosa vuoi puntare. Cosa vuoi coprire?
La paura di mancare? Di godere? Di sapere?
Cosa vuoi sapere? Se sono principessa o palafreniere?
I caci vanno con le pere
e ancora ti domandi
quale mercato offro al tuo piacere?
E’ chiaro che ti offro l’amare che non conosci.
E’ chiaro che ti offro risposte che non hai.
Io ti offro confusioni.
Forse emozioni.
Forse nulla di tutto questo.
Forse il resto.
Guardami!
Potrei essere i tuoi bisogni.
Forse i tuoi sogni.

Ascoltando Albinoni

.Adagio mi troverai.
Adagio mi conoscerai.
Adagio mi amerai.
Adagio ti perderai così
spinta da un refolo di divinità.
E non ti sembrerà più anima tua,
la melodia che adagio ascolta la mia.
Adagio, ti culleranno i miei respiri.
Adagio sarai mossa da risata
appena sussurrata dalla mia emozione.
Nella mia Creazione tu,
mia ventura e creatura
che adagio mi troverà
adagio mi conoscerà
adagio mi amerà.

A suo tempo, più della donna ho sentito la mancanza del figlio. Con il tempo ho capito che, almeno per me, quel desiderio non era altro che “una fuga in avanti”. Così, al posto del figlio ho adottato la vita. Ora, con la mia e altra, di figli ne ho due e un’infinità di parenti. Fra così tanti, non pochi i serpenti.

Amo un uomo ma c’è un però.
Sa appena dir: boobo!
Nel sorriso c’è il papà.
Negli occhi la mammà,
ma quando fa: boobo!
pare me, ma, con i suoi però.
Non pretendo di essergli il papà.
Figuratevi la mammà.
Intendo solo camminargli accanto.
Solo intendo dargli il mondo.
Si farà grande. Si farà domande.
A suo tempo gli risponderò,
ma, con dei però.
Si, lo so!
E’ un amore prematuro.
E’ un amore da futuro, però,
fra le mie braccia non c’é alcun ma.
Fra le vostre si vedrà.

Questa è folle! Chissà da che manicomio è saltata fuori.

Embè? Intanto fammi un caffè!
Paura d’amarmi perché son lesto di mano e di piè?
Embè? Intanto fammi un caffè!
La mamma ti dice: va là! Nessuno è meglio di te.
Embè? Intanto fammi un caffè!
Mentre mamma grida per tre, papa’ osa dire va bè!
La famiglia compita
se ne sta con aria smarrita
da tanta ragione colpita.
Basiti parenti dalla chiesa se ne vanno scocciati
perché (di già alle tre!) non han visto né te e né me.
Ce lo beviamo sto’ caffè?

Neanche all’epoca ero così cretino da condividere un’emozione del genere con i ragazzacci che seguivo come Associazione. M’avrebbero mandato a fanculo! Se l’ho scritta, però, vuol dire che da quella parte mi spingeva, e ancora mi spinge, riluttante ad accettarla sia allora che ora: cosa fatta capo avrà, penso risolutore! L’opinione di questa vale anche per quella che segue: Non più balene e ne fatine, ecc, ecc.

Getta la maschera. Curati, viso.
Rinnova i diritti al tuo sorriso.
La felicità da farmacia fissa l’età
alla nullità, alla fatuità, all’uccisa vitalità.
E’ vero che la vita è una dose quanto mai tagliata.
Ed è vero che molte volte è bruta ma guardati allo specchio.
Cosa t’è restato della scelta che hai rincorso?
Se mi giungi al fondo offeso di nullità,
di complicità, di sordità, di fatuità, d’uccisa vitalità,
chiamerai ancora coltre quanto hai vissuto oltre?
Getta la maschera. Curati, viso.
Rinnova i diritti al tuo sorriso.
Non è molto ma è una luce.
Non è molto ma ricuce.

Nella muta

Non più balene e né fatine.
Non più favole bambine.
Il pinocchio non è più legno
Della vita ora è degno.
Non più atto della fantasia.
Non più atto di malia.
Colomba su ogni via
della vita ora è degno.
Della vita ora è degno
perché la carne non è legno.
Perché la somma dei valori
ha curato i suoi dolori.
Dolori dei bambini prima della muta.
Ora ricordi, e nell’età venuta,
rimembranze, speranze.
risate ed altre fate.
Non più balene e né fatine.
Non più favole bambine.
Il pinocchio non è legno
Della vita ora è degno.

Conosco il giorno e la notte.

Conosco il giorno e la notte.
Il mare ed i monti.
La giovinezza, e gli amanti.
Conosco il dolce e l’amaro.
La bellezza e la vanità.
Conosco l’alba dei miei pensieri.
Il tramonto nel mio oggi, e dei miei ieri.
Conosco la vita quando nasce
e quando finisce.
Coglierà l’ultimo frutto.

Ho un buco nella mente

Ho un buco nella mente.
Vi ho buttato le domande irrisolte.
Non si e’ chiuso.
Vi ho messo i rifiuti che ho ricevuto
le occasione mancate
e quelle premiate.
Non si e’ chiuso.
Ho aggiunto chi ho rifiutato
Chi mi ha amato
Chi mi ha mentito
Non si e’ chiuso.
Ho buttato quanto coltivato
quello che ho amato
i cuori che ho lodato
e quelli che ho ferito
Non si e’ chiuso.
Vi ho buttato l’infinito.
C’era posto.

Intrigato da aggrovigliate emozioni

Intrigato da aggrovigliate emozioni
dal trovare il bandolo
impossibilitato.
Ho tagliato il grumo.
Al centro
fili d’essenza.

Marimba

Infranti
Amorosi
Sentimenti
Leciti
Mancamenti

Memorie
Maglioni
Stagioni
Postini

Stipi
Cassetti
Segreti
Treni
Stazioni

Momenti
Toccamenti
Calori
Documenti

Abbracci
Passioni
Diluvi
Sospetti

Meraviglie
Paccottiglie
Ciprie
Ciniglie

Lutti
Presenti
Passanti
Futuribili
Istanti

Cime
Venti
Silenzi
Infranti
Amorosi
Mancamenti

Sentimenti
Lontani orli

Vado a letto a mezzanotte. Mi sveglio alle sette. Non so cosa fare. Mi siedo in veranda. Accendo una sigaretta. Nel parcheggio, ancora attaccate all’albero insistono delle foglie. Le ascolto. Escludo bla blà sino a che arrivo al silenzio.

Contestano le foglie
verdi rimaste
per età che rifiuta
già dette stagioni.

Il giorno mi dice

Il giorno mi dice: t’ho spento la notte.
Non hai piu’ nulla da illuminare, e’ vero,
ma il conto e’ a zero.

Aspettative del tempo che fu

Non mi interessano gli Adoni.

Non i fustaccioni.
Degli orsi non voglio pelle.
Non desidero sorelle.
Voglio qualcosa d’’ignoto.
Niente di già vissuto.
Di superato.

Io voglio una storia,
non una memoria.
Non mi interessa che duri un’’era
ma che nel durar sia vera.

Voglio un libro da leggere piano.
Con nessun arcano.

Lo voglio nel mio letto.
Tranquillo nel suo sonno.

Lo voglio un po’ arlecchino.
Lo voglio un po’ signore.

Bianca, rossa, gialla o nera,
che sia la copertina,
la mattina,
lo voglio al mio risveglio.
Lo voglio nome per il giorno.
Lo voglio attorno.

Lo voglio mio presente.
Tocco nella mano.
Sollievo alla fatica.
Lo voglio vita.

Intendo viverlo a piene mani.
Farò in modo che non pensi mai:
“e se domani”.

grurit

 

Nella Pedagogia

Nella Pedagogia dell’Amore e della Comunione sono figure l’Immagine del Principio della vita e quella a sua Somiglianza.

 

 

 

manofronte

La Natura

atrinita

la Cultura                            e                           lo Spirito

sono stati di principio in ambo le figure.

Per Natura intendo il corpo della vita comunque formato; per Cultura, il pensiero della vita comunque concepito; per Spirito, la forza della vita comunque agita.

Vita è corrispondenza di stati fra tutti e in tutti i suoi stati.

La figura della vita umana è trinitaria

Uno per la Natura

atrinita

Uno per la Cultura                                           Uno per lo Spirito

In ragione dello stato della corrispondenza fra gli stati è unitaria.

Anche nel Principio vi è corrispondenza di stati ma giunge all’Unità.

Essendo primo, infatti, è assoluto.

statomini

La differenza fra lo stato del Principio e il nostro, non sta in una diversa quantità di stati, bensì, nella condizione del rispettivo stato: immagine della vita il Principio, e immagini a quella somiglianti i nostri principi.

Le corrispondenze

atrinita

sono relazioni di interdipendenza fra gli stati delle Figure.

Vi è comunione di vita per la transizione di uno stato verso l’altro.

La transizione è principiata dalla Simpatia.

Vi è Simpatia verso una Natura, e/o verso la Natura.

atrinita

verso una Cultura                            verso lo Spirito.

e/o verso la Cultura            e/o             verso uno spirito

 La simpatia è moto della forza della vitalità naturale e della vita culturale.

Il principio della vita del suo spirito, è nello stato che l’ha originata.

Nella Simpatia si desidera ciò che l’altro è

atrinita

ciò che l’atro sa                     ciò che l’altro sente

Indicati dalla simpatia verifica della corrispondenza

Naturale

atrinita

Culturale                                       Spirituale

della destinazione dei moti di una vita verso l’altra.

Nella relazione fra stati

atrinita

reciproca accoglienza della vita corrispondente per Simpatia

grurit

Gayenna: la circumnavigata.

Fammi ascoltare il cuore. Non taccia a chi lo percorre senza guida.

.

.

.

.

manofronte

La mano del diavoletto passa su l’erba bagnata mentre m’invita sotto una luna spietata.

La ragione sa stare da sola. La casa no.

Tracce di sorriso sulla mappa lasciano franati castelli.

Solo il gatto si è svegliato al mio bussare Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Sei arrivato tu, a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Ti so affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi: svogliato.

Complice un vino della malora stasera ti ho detto – amato – come mai ti avrei detto allora.

Situazione vuole che l’occhio dell’amante sia la lente che dell’età che passa vede ciò che era e non ha vissuto. Tanto che sogna un contenuto che altro non è ciò che bramava fra sé e sé. 

Non si sente un filo di sera. E’ giunta prima la notte.

Che palle, il Natale! Così, in quanto parte lesa, non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. Maree di stelle, a volta sulla scalinata. Ai lati, gli alberi stavano, dalla notte compresi.

Il fato ghignava mentre lo seguivo con passo felpato. Non m’aveva visto. Forse fingeva. L’ho seguito nella mossa sospeso sino a che la notte ha chiuso.

Sono a letto con una giovinezza vaga di tetto e di legge. Io sono veglio: ho bisogno di verità. Lui ci dorme.

Ancora carcerato carceriere. Lo rileggo nel mio canzoniere.

Venti sigarette dopo. Sono cinque di mattina. Lo mando a fanculo o rovisto il baule? Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.

Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti: non è immagine un po’ vecchia? Allora, com’è che non muore?

Hai conosciuto da poco i miei gravi sospiri e di già come fantastici hai definito i miei pensieri. Chi potrebbe darti più di vent’anni?

Ho visto in un canto un cavallo di balsa. L’ho visto privo di biada.

L’idea della giovinezza (riuscire a cambiare il mondo con la forza del suo spirito) fa persino tenerezza se solo penso alla fatica che fa per alzarsi dal letto.

Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.

Ci hai provato, provato e riprovato. Tremi, vero? Ti basti la lezione: i polli non sono rapaci.

I tuoi occhi di topo irrequieto dentro la gabbia che ti sei costruito e nella quale hai scoperto non esservi esca.

Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

Al tuo sorriso, tremolante gelatina, io, (che pure jena sono), in un baleno muto, vizioso di fusa come un gatto. Questa storia non ha morale. Non importa. Non è reale.

Prima mi hai elevato, e dopo avermi illuso mi hai buttato giù. Come credere agli angeli quando hanno vent’anni?

Portata dalla sera è arrivata la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.

E, così, tu mi ami! Ed io, vecchio come sono dovrei credere ai miracoli? Vita, vita: perché mi perseguiti?

Mi hai detto no, senza curarti se morirò per sere e sere.

Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me. Ho vinto i tuoi voleri. Sensazione di vittoria a suo tempo condivisa anche da Pirro.

Come Ulisse avrei dovuto tarpare la parola ai sogni ma dolce mi è stato naufragare nel tuo mare salato.

Non dirò nulla di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.

Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece, vieni, vai, giri ma non mi vedi.

Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto hai potuto tanto. So solo che quando ti penso sei lì nel farmi male.

Corteo di ricordi si accavallano nella mente. Distolgono il sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.

Che meraviglia la scoperta d’una mano che passando dice – t’amo! – anche se mente.

Dalle tue labbra di ieri se ne sono andati i miei pensieri.

Quale impiccio il sesso, l’età, gli schemi. Vorrei averti, invece, angelo secondo Concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.

Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.

La tua forma si crogiola nel tempo che hai fermato anche lui senza fiato.

Ti sento come un feto che picchia sui miei sentimenti quando alla vita e all’amante consenti solo ansia senza sorte al respiro.

Sono stato come una biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.

Per fortuna l’età mi consente di fermare ciò che prova, ma comunque amaro mi è stato il tacere la via dei campi e nel contempo salvar virtuosa un’ idea di castità che forse posa.

Tacciono foglie d’autunno.

Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne, ovvio il buon viso. Ora sono qui, su di una nuvoletta. Alcolica direte, ma giudicando di fretta. Certo, è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma, con la serietà che si deve a dei passi sulla neve.

Nudi i rami dei propri discorsi parole d’inverno lasciano ai prati.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, sono giunto subito al cuore.

Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.

Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto, e tu vai ad amare.

E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola, è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento, ma, tu rifiuti il suo canto. Zittendo la voce che ti chiama, stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio tornerai il bambino che marinava la scuola.

Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.

Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, delle risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.

Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza, una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro. Più volte del mio.

Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.

Questa sera girano come le pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti per caso.

Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Ti ho sentito delicato come un forse rimandato. Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.

La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.

Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.

Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.

Sorride come mignotta il bimbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.

E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso, lieve come può stare la neve dentro un calore.

Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!

Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia, indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza. Ha le pulci.

s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance di speranza.

Te ne stavi sdraiato. Bello, come altre verità che ho amato, te ne stavi sdraiato. Attorno a te, l’aria si muoveva, piena di grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capeli.

Nessun divino, nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.

Tenero, il giovane pakistano. Mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Rispondo, hai trovato il tuo signore. Spengo la luce. Potrei arrossire.

Fra le frasche di quasi ottobre, incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente. A parte la notte.

Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Pur sentendomi un po’ cretino, passo la notte facendo l’indovino.

Non, perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.

Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

Di te non scriverò. Sei stato felicità.

Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!

Un bandito m’ha strizzato l’occhio, (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto. Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia, ma, stupito, ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore, quando intruglia sesso con idee d’amore!

Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?

Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate, e sulle fosse, marmi e fiori secchi

Cercavo te. Ho trovato me.

Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!

Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso, che non so più se faccio l’amore la carità.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo, pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.

Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.

Che bello il giardino stasera, illuminato da una piccola piccola bugia nera.

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Sei uscito con qualcosa di mio. Il senso. L’incompiuto.

Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano appena il silenzio.

Piove. La goccia scivola sul vetro.

Cade, diresti, invece si diverte.

Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!

Le guance hai fiorito alla brina. Sciolto l’inverno come grano di sale.

Le tue labbra. Farfalle delicate. Sulle mie si sono posate, giusto per riprendere il volo.

Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono, non, di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: siamo ciò che amiamo.

Il cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri, si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno, nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta: uscendo.

Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il tuo discorso? Terra è il corso, e noi, anni e risposte ad affanni e nodi che non sciogli, o forza che non cogli fra radici e verità.

Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.

Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da credere tuo.

Oppongo resistenza alla luce che mi tira per il braccio con voglia d’uscire perché aspetto una voce.

Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.

Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.

Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto. L’acqua è caduta. La terra non l’ha colta.

Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?

Dove mi sono andate a finire le mille e una notte? Tutte, tutte, giacciono usate.

Puttana la vita se ti dice che la carne è gratis ma il sangue no.

E’ bello come un dio. Cancellalo, notte. Devo pur vivere.

Passa un piccolino pigiando sui pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena, la catena.

L’amante russa un pelo. Io guardo il cielo. Si sveglierà convinto d’aver dato chissà che. Gli spegnerò l’idea preparandogli il caffé.

Dell’amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pena.

E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la madonna pellegrina. Cerca eroina.

A Mao Miccin che m’ha lasciato. “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me, il fare in modo che non sia un senso che sterile si sfoglia fra voglia e voglia.

Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele non ignoro.

Non essere stanco della blanda pena. A cena servirà la tentazione che hai di me.

I lampioni sembrano godere la fine delle foglie, ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere si chiama spazzatura.

Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

Il gattino che m’è passato vicino a pelo alzato, ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto, è andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?

Mi è costato una caffettiera usata, e una qualche posata. Le amiche direbbero, il Vitaliano, è ridotto alla chincaglieria! Chi non osa un attimo di follia, ha larga la foglia ma stretta la via.

Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati, ma ho riso all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te, se solo non avessero diviso la vita in tre.

Pensieri stracciati, come sacchi usati, girano in tondo, sul fiume.

Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

Eri convinto ti rubasse i soldi, invece, t’ha preso i giorni.

Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.

Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la tua carne! Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi, ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

Zavorrato da fessi pensieri percorro altri sentieri.

Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto, che ho sbagliato sogno.

La biro spinta nel giro, s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta. Non la regge il cuore.

Il sole attendo ma non viene. Le nuvole mi ha mandato (ambasciatrici di malinconie) con un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.

Il bianco ti avvolgeva come un amante innamorato. Geloso t’ho spogliato e vestito a mio sonetto.

Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace, il tuo russare finalmente tace!

Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato: come una nutrice. Mi hai lasciato ai ferri e ai ricordi.

Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa, che ad un qualsiasi condannato, prima si da, un pensiero d’amore.

Non vi deve essere stupore se roccia pare, eppure frana! La natura può dolere per infinite vie, e come crepa stare al cuore, del più bianco fra i Carrara.

Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.

Nella stanza priva di presenze scopro la sera mentre si aggirara senza senso fra i mobili.

Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità), hai detto: beh! Che differenza c’è!

Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere, non potresti dirmi cosa cercavi?

L’Aids è il giusto castigo con il quale, Dio separando i buoni dai cattivi, rende i primi tutti eguali.

Sei arrivato a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Fra l’erba del parco, come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Gira e rigira non riesco ad averti. Ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non ti avessi visto baciare un amico dietro la tenda.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto subito al cuore.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo! Ora, il cuore si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.

Temo ci siano delle doppie ma lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei cancellare anche quelle che non lo sono.

grurit

L’universalità dei principi dello Spirito

L’immagine culturale

sculturale

.L’Immagine è composta da tre simboli: un cerchio, tre orbite, una croce. Il cerchio è formato da infiniti punti. Poiché si principia da ogni suo punto, è simbolo di principio infinito. Poiché in un cerchio tutto sta e  il cerchio tutto contiene, è simbolo di universalità. Le orbite rappresentano il trinitario stato della vita: Natura, Cultura, Spirito. Le orbite sono intersecate. L’intersecazione segna l’unitaria corrispondenza fra gli stati. La Croce simbolizza il peso della Natura sulla Cultura, e sulla forza della vita: lo Spirito.

Ammessa e e non necessariamente concessa l’inesistenza degli spiriti, e ammesso ma non necessariamente concesso che la medianità sia solamente il frutto di un’altra parte della mente, ci sarà da capire come il medium sia riuscito (nel giro di un minuto, forse neanche) a comporre quest’immagine senza mai staccare la penna dal foglio e senza fermarsi un attimo. Se accettiamo invece che l’autore sia uno spirito, con quell’immagine si è manifestato durante un incontro. Dopo la composizione dell’immagine scrisse che era un segno universale. Raccomandò di non fotocopiarla. (?) Non aggiunse altro. Sull’immagine (in b/n) non osai chiedere spiegazioni ma sentivo di doverle dare. A quale altro pro, infatti, quel messaggio? Ci impiegai non poco tempo. Non pochi pensieri, ripetizioni, e correzioni prima alla stesura definitiva.

L’immagine spirituale

coldor

.Nell’immagine spirituale, la corona è simbolo di sovranità.  La colomba è simbolo dello Spirito.  Lo Spirito, è la forza della vita che corrisponde dalla relazione fra una Natura e la sua Cultura. Poiché forza che principia la vita, lo Spirito è principio sovrano. Perché sovrano principio della vita a cui da la sua forza, non può essere spodestato da nessun altro spirito. La sottomissione dello Spirito, quindi, indipendentemente da chi o cosa la procura, è errore contro la vita, contro il Principio, contro il suo principio, lo Spirito. Tanto quanto la sottomissione dello spirito è perseguita, (vuoi in se che in altra vita da sé) è tanto quanto è male se diventa errore coscientemente perseguito.

Ho trovato l’immagine originale in un mercatino di oggettistica: a Bolzano. Aveva uno sfondo a goccia: di plastica nera. Sordo a chi mi diceva che era un gabbiano (o un uccello simile) per decenni l’ho sempre intesa come l’interpretazione di una colomba da parte dell’autore; da quell’intendere, le conclusioni che ne ho tratto. Va beh! Vuol dire che è un O.S.M. = Oggetto Spiritualmente Modificato; che è quello che da allora ho iniziato a diventare. Sopra la corona ho fatto aggiungere un brillantino. In quanto bianco, puro, e brillante, di quel diamantino si può dire che simbolizza la luce. La luce, simbolizza la verità. Elevando il pensiero, si può dire, allora, che sulla cima della corona che segna la sovranità dello Spirito c’è la luce della brillante verità.

Maschere

E necessario essere personali o per meglio chiarirsi: individualisti?”

Mah! Anche ammesso che la persona sia una maschera, sono talmente infinite le maschere, da essere tutte “personali”. Intendi individuali e singolari in ragione della personale recita e del personale teatro. Si può anche dire, pertanto, che se la persona è maschera, la maschera è persona. Certamente è schermata. E’ schermata dai suoi “abiti”. E’ schermata quando è falsa. E’ schermata quando non può essere vera. E’ schermata quando non è cosciente del suo schermo, e quando cosciente viene schermata da chi non vuol (e/o non può e/o non sa) vedere la maschera sulla persona, e/o la persona senza maschera. Si, di vero c’è la voce. Ma, quanti, hanno orecchio libero, e quanti schermato? Personali significa fare di necessità virtù? Non direi. E’, invece, come dici subito dopo: “scegliere di esserlo, volerlo essere, farne una vocazione e viverla” (ho tolto “anche”. Avrebbe intristito il senso della vocazione ad essere.) ma subito dopo aggiungi: “In questo senso, profeti di una bellezza originale”. A me stesso dico, (più che a te, perché sono io che ho inserito le tue immagini nel tessuto delle mie riflessioni) che qui ci sono dei salti non necessari: verso la profezia, cioè una dimensione religiosa; e verso l’originalità, che non è il frutto maledetto e necesssario (secondo me) della singolarità. Si, ci sono dei salti. Quelli che tendiamo a fare quando ci possiede l’ansia di giungere alla meta del discorso. La profezia che dice la Bellezza, non necessariamente è fortificata da un aspetto religioso. Tanto più, che i Profeti non sanno di esserlo, come ebbe a dire un Nonmiricordopiù quale eminenza. A mio avviso, invece, è fortificata da un anelito di verità. Quale? Non è facile vedere sotto le maschere degli artefici minori, figurati dei maggiori! Per il pinzimonio.

 

Mio caro: esorcista è la ragione!

Il legame con il contingente è la corda di sicurezza di chi scala il pensiero in verticale.

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manofronte

Mio caro, non sono in grado di sapere cosa e/o quanto conosci sugli argomenti che avendo tempo e comodo ti invito a leggere, così, per non trascurare qualcosa mi vedo costretto ad agire come se ti conducessi per mano. In tutti i miei scritti non offro risposte: offro domande. Le risposte, ognuno deve trovarle da sé. Tieni presente che mi esprimo in modo metaforico, carsico, e che sto andando a ruota libera. Nell’immediato ti risulterà disorientante. Ciao, Vitaliano.

Ogni culturale superamento della forza naturalmente raggiunta implica delle necessità di lotta, sia quando la si impone su di sé, sia quando la si impone su altro/i da sé. Da quanto mi risulta l’hai attuata (in ragione di motivazioni consce o no, e/o con te stesso, e/o, al caso, contro te stesso) 

servendoti di ciò che favorisce lo sviluppo del corpo;

servendoti del pensiero che ti ha portato a farti fotografare con l’animale feroce; 

servendoti del non poco sfidante genere di lavoro.

Il bisogno di maggioranti sfide che permettono il raggiungimento di una maggiorata meta, implica che alla base vi sia una considerazione di sé, in dissidio fra reale (ciò che prevalentemente è una persona) e ideale: ciò che in prevalenza aspira ad essere. Nasce il bisogno di farsi attivi guerrieri quando vi sono e/o si avvertono delle forze ostili. Ve ne sono di consce, e/o di inconsce; di soggettive e/o di oggettive; reali e/o immaginate e/o solo temute, ecc, ecc. Così per i fronti: vuoi interni, vuoi esterni il guerriero. I fronti che dipendono da realtà esterne (società micro e/o macro) sono “facili” da appurare. Non così per i fronti interni. Nell’interno del guerriero, è fronte prevalente il timore di riconoscersi come un qualsiasi (dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità) e, sotto l’aspetto della virilità, un non potente dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità. “Qualsiasi” e “Non potente” sono definizioni assolute. In questo, se da un lato possono essere giuste, dall’altro possono essere anche non giuste, perché vita, è stato di infiniti stati, e quindi, definibile solo per convenzione.

Ci sono lotte casuali (e casuali lottatori) e lotte, che i tatuaggi fanno intendere orlate e/o ornate (in presenza di orgoglio e/o vanità propria e/o tribale) come pure tramate e/o con trame in presenza di volontà di potere proprio e/o tribale. Diventa guerriero con trame e/o tramato, chi è parte di una lotta pianificata da fini di conquista: vuoi per il raggiungimento e/o superamento di sé, vuoi per il raggiungimento e/o il superamento di fini collettivi. Il timore alla vista dei guerrieri trova origine nella paura del più forte. Può anche essere, però, che sia perché ogni spirito guerriero, ha, nonostante la forza del suo spirito, un destino segnato. Ora, è stata la loro immagine di spiriti guerrieri, ciò che ha mosso la tua paura, o è stata l’immagine di un destino segnato da lotte? Di chi? Tue e/o di altri a te prossimi o no? Dalla vista dei “morti”, o dalla vista della “morte”? Nel guerriero, il sacrificio della vita (totale e/o parziale) è intrinseco destino di chi si offre come capro sull’ara di più elevati intenti. Nei tuoi più reconditi pensieri ci può essere e/o c’è stata anche in te un’analoga disposizione verso l’animo capro? Ipotesi sia, su quale ara avresti pensato di far salire a maggior cieli la tua vitalità, e per chi, il sacrificio del capro? Per l’insieme delle supposizioni si può pensare che quelle presenze potrebbero essere lo specchio di quello che (coscientemente o no) è il tuo spirito: un pianificato guerriero tribale (secondo i fini detti) provato, su vari fronti (interni come esterni, famigliari e/o sociali) da destini di lotta.

E’ lutto, il senso dell’abbandono che proviamo quando sentiamo calare la forza del nostro spirito. A quella prova non sfugge nessuno. Non sfuggì neanche chi ebbe a dire: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?” Il senso dell’abbandono provoca stati di prostrazione: “atto di chi si prostra per manifestare sottomissione.” Sottomissione nei confronti di chi e/o cosa? Dell’umano destino, o di spiritica volontà? Quando non è violentemente imposta, la sottomissione è possibile se vi è accettazione. L’accettazione è permessa se vi è volontà accogliente. Ora, nei casi di spiritismo passivo (nei sensi di non voluto e/o cercato) quanto la nostra identità può dirsi sovrana? Direi, tanto quanto il nostro spirito non è condizionato da altro spirito. Cosa conferma che il nostro spirito non è suddito di altro spirito? Lo conferma l’assenza di ogni manifestazione spiritica e/o medianica, o, se vi sono state, la cessazione. Dove vi è continuità medianica, non può non esservi che il proseguo della sottomissione nella Natura, per accettazione di altra Cultura, data l’accoglienza (nel nostro spirito) della maggior forza di un altro spirito. Dove, fra spirito sottomettente e forza sottomessa (cosciente o no, volente o no che sia) vi è conflitto fra volontà, vi è un guadagno di forza dello spirito che l’impone, (spirito umano o no che sia) è un’usura di forza di chi (spirito umano o no che sia) la subisce. Può essere, un’usura così motivata, l’origine della debolezza che senti? L’inspiegabile aumento della tua muscolatura può essere un “dono” ausiliare della forza spiritica che usa la tua come tramite della sua volontà di vita? L’ipotesi non è da escludere. Guaio è, purtroppo, che se da un lato quel dono ti regge lo spirito, dall’altro regge il proseguo della sottomissione e della conseguente usura. Ipotesi sia, lo possiamo dire dono gratuito, l’aumento della muscolatura? Direi proprio di no se ti è concesso da uno spirito parassita. Può considerarsi gratuito, invece, se ti viene donato da uno spirito che, pur influendo con il tuo spirito, non condiziona la tua vita perché in alcun modo manifesta la sua

Siamo in grado di verificare chi sia il soggetto e/o i soggetti donanti per scopi di dominio, o chi sia chi non pratica quell’intento? Il male (così come l’errore) sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Ne consegue che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Ad affermazione data, ne consegue che non siamo in grado di capirlo, quindi, per quale fiducia accettiamo caramelle da sconosciuti? E per quale fiducia le “perline”; notorio tramite d’induzione a sottomissione? E’ un grossissimo errore credere che le possibilità medianiche siano doni dello Spirito. Lo Spirito, essendo un assoluto, non può dare che un dono assoluto, ed essendo assolta forza della vita, quella da in assoluto. Ogni altra “mela” è dono degli spiriti che diciamo “bassi” e/o “alti” secondo le idee che in molti modi ci comunicano tramite le molte forme della medianità: “bassa” e/o alta”, tanto quanto reputiamo basse e/o elevate le manifestazioni della medianità. Come lo Spirito concede un solo dono (la vita) così concede un solo carisma: la coscienza delle sua esistenza. La corrispondenza fra spiriti ulteriori e il nostro, avviene in ragione dell’affinità di spirito. Per quanto ben intenzionato e diretto verso il bene, il vero, e il giusto, nel nostro spirito, comunque ci sono delle zone dove alberga l’errore quando non il male. Ne consegue impossibile, quindi, che noi si sia in corrispondenza di forza con spiriti senza le stesse zone. Lo spirito umano che ignora questo è quanto meno incauto quando non sciocco; e se per gli incauti e/o sciocchi, comunque vale la candela, con quella, prima o poi si scotteranno. La medianità, infatti, è una prova (della vita) che prova la vita che ci prova, in ambo gli stati in corrispondenza. Vero è, che tutti siamo vie che portano a capire la vita. Per quanto mi riguarda, quindi, ad ognuno la sua strada. Tanto più, perchè nessuno usufruirà dei guadagni spirituali di altri, come nessuno pagherà le perdite spirituali di altri.

Ammessa la premessa, la materia che si anima per la forza dello spirito animante, assume il corpo dato dalla forza della sua vitalità. Per l’insieme di qualità e quantità, la forza immessa nel corpo (i contenuti) forma l’immagine del corpo ottenuto. Poiché non vi è qualità e quantità di forza come un’altra, nessun corpo contenitore risulta come un altro. Alla fine della nostra esistenza fisica, la nostra forza (il nostro spirito) torna allo Spirito. Con altro dire, la vita particolare torna all’universale. Al ritorno, si pone prossimo o non prossimo allo Spirito, in ragione dello stato del suo spirito. Se 5, ad esempio, nello Spirito si collocherà fra gli stati di analogo valore: così per infiniti stati ed esempi. Sia in questo stato della vita che nell’ulteriore, l’immagine di quello che uno spirito sente della sua forza, forma e conforma l’identità spiritica maggiormente raggiunta. Poiché vita, è stato di infiniti stati che si originano dalla corrispondenza fra tutti i suoi stati, la trinitaria unione in un unico stato non è possibile a nessun spirito. Solo il Principio di ogni principio della vita è l’assoluta unità della sua trinità. Fra lo spirito 4 che in questa vita tua nonna poteva essere, e il 5 che si ritrova ad essere (magari il tre) comunque vi sono stati di infiniti stati di spirito. Così, ciò che di tua nonna appare è una commistione di forza fra ciò che prevalentemente era e ciò che di prevalenza è. Se tu la vedi eguale, ciò significa che anche il suo spirito è rimasto eguale. Gli spiriti che ci appaiono eguali a ciò che erano, provengono dal limbo spirituale di chi (nolente e/o volente, cosciente o meno) sosta lo sviluppo del suo stato. Non per questo gli spiriti in quel limbo sono contrari ai principi della vita: il bene, il vero, il giusto. Lo diventano, però, tanto quanto si fanno tramiti, nel nostro stato di vita, di proprie necessità, comunque motivate.

Se le conferme delle necessità giungono a fissare un arbitrio, i soggetti in corrispondenza lo fissano (nondimeno si fissano) in mediun fra questa e quella realtà. Da questo loro e nostro stare fra mondi si originano le nostre possibilità medianiche. Ci liberiamo dalla dipendenza da spiritismo, tornando a corrispondere con la vita, solo per mezzo del nostro spirito. Per quanto offerto dalla medianità, il nostro spirito può essere portato a sentire una sorta di immiserimento della sua forza. Quanto sia erroneo crederlo, lo seppe bene chi ha detto e/o scritto “Beati i poveri di spirito”. Solamente chi si ritrova gravato da forze non proprie, (come futilmente fortificato in diversi casi) può giungere a quella constatazione. Se ti riconosci (in molti modi, stati, e/o casi) dipendente da quei doni, è per tua volontà o per volontà indotta? L’amore, è comunione. Una comunione fra spiriti di limitata coscienza da limitata conoscenza, quanto può dirsi amore? E in quell’amore, quanto può essere escluso l’errore? Se un amore fissa e fa fissare in medium una vita (vuoi umana come non umana) quanto e perché è doveroso accettarlo? O è amore il porre necessaria separazione perché è necessario che il cammino di ogni spirito possa proseguire per propria coscienza, data la propria conoscenza? Le intrusione degli spiriti sono possibili, quando l’unità dell’identità è scissa dal suo bene, dal suo vero, dal suo giusto. Tanto quanto le preghiere e/o i riti (anche i non religiosi) riescono a ricomporre un sé schizofrenico (non necessariamente in senso psichiatrico) e tanto quanto fermano le forze estranee alla data identità. Dove un’identita’ non è conformata e confermata, è possibile che nella forza di spirito nello spirito influito avvenga della regressione, tanto quanto uno spirito interferente non contribuisce a stabilizzare nel nostro spirito, i principi che permettono ad un dato sé di ritrovare sé stesso.

grurit

La medianità è “come” il diabete

C’è chi sostiene che non esiste lo stato soprannaturale della vita come neanche i suoi inquilini. Chi è di questa opinione afferma che gli “spiriti”, non sono altro che presenze mentali originate dalla schizofrenia. Se per schizofrenico si intende lo scisso fra Bene e Male, fra Conoscenza e Ignoranza, o fra Giusto e Ingiusto, allora tutto il mondo è da ricoverare. Vi sono scissioni che in più modi e stati invalidano l’identità, e scissioni che la diversificano. Il mondo dell’arte è pieno dei diversificati da schizofrenia. In quella categoria pongo anche i medium. Si dice e/o viene detto medium, l’individuo che sta (o dice di stare) fra i due stati della vita: il naturale e il soprannaturale. Dei due stati, è accertabile il naturale. Il soprannaturale, invece, è questione di fede. La mente razionale non crede nell’esistenza di quel mondo, e quindi, neanche su quanto si dice. Per la mente razionale, la fede (ragione della speranza, non della conoscenza) è un inverificabile delirio. Anche la facoltà medianica viene intesa così. Per quanto mi riguarda la considero una delle infinite possibilità della vita: non la escludo ma neanche la seguo. Vero è che per qualche anno l’ho fatto, e che se non l’avessi fatto avrei continuato a conoscerla per libro, non, per vita come è successo. Anche ammettendo che non sia vera l’opinione razionale sulla medianità, comunque, di quella realtà non si può provare nulla. Mi fermo su un solo fondamentale perché: non possiamo provare nulla perché il male (come l’errore) può fingere il bene molto bene tanto quanto è male. Dal che ne consegue, che il male può essere maggiore dove è maggiore una rivelazione. L’impossibilità di accertare l’identità dell’essere (soprannaturale e/o proveniente da un delirio che sia) rende, inattendibili (spiritualmente come religiosamente parlando) anche le origini delle Religioni del Libro: non solo. Come è di inattendibile provenienza la medianità, inattendibile diventa il medium che tanto o poco se la rende atto pubblico; inattendibile, non tanto perché asservito servitore del Male (per esserlo è necessario conoscerlo e perseguirlo in piena coscienza) ma perché asservito servitore dell’errore, quando non maestro. Ammesso quanto sostengo, chiedersi se esistono o non esistono gli spiriti è una mera perdita di tempo. Sull’argomento, infatti, ogni “toccato” crede a quello che più ama credere: e non c’è ragione che tenga. Dove la verifica di un dato essere (vuoi spirito e/o vuoi medium) è impossibile, è possibile invece, verificare l’azione concreta; ed è da quella verifica che si può capire l’effettiva sostanza spirituale, sia dell’identità influita che dell’identità influente. Anche in questo caso, però, restano inesplicabili i motivi e i fini. A maggior ragione, quindi, cautela! Accettare caramelle dagli sconosciuti è potenzialmente erroneo non solo per i bambini. Presso di noi, un medium diventa portatore di fede, tanto quanto manifesta i cosiddetti “doni dello Spirito: i carismi. Il portatore di fede spirituale sa che lo Spirito fa un unico dono: la vita come potenza derivata dalla sua. Ogni altro dono è carisma di origine spiritica. I carismi, oltre che maggiorare la personalità del medium aureolandolo di varia santità,  hanno l’implicita funzione di annulla diffidenza e/o di raccatta semplici o anime perse, vuoi per un dolore, vuoi per esistenziali confusioni, vuoi per misticheggianti ricerche: un’ipotesi non esclude le altre. I carismi non rientrano nella categoria dei volontariamente e liberamente dati. Bensì, in quella degli inevitabilmente concessi. Noi sappiamo che, fissata una data operazione e/o app, due cellulari, palmari e computer possono entrare in reciproco contatto: lo sappia o meno uno dei contattati, lo sappiano o meno chi contattano una volta avviata quella possibilità: mi venga un accidenti se mi ricordo come si chiama. Analoga comunione succede fra la forza (spirito) di uno spirito, e la forza (spirito) del nostro. L’influsso fra spiriti (vuoi fra disincarnati che incarnati) è perennemente continuativo, perché la vita, essendo corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati, ammette la divisione fra stati solo nei casi di dolore e/o di incoscienza da ignoranza. Vista da vicino, però, quello che ci appare come una divisione per quei motivi, in realtà è solo un’attenuazione del filo (forza o spirito) che collega vita a vita.  Per quanto sostengo, quindi, uno spirito soprannaturale, una volta in collegamento con uno naturale non può non passare il dono (la vita) ricevuto dallo Spirito. E’ prossimo allo Spirito, lo spirito che passa la sua forza al nostro. Non e’ prossimo allo Spirito che nel nostro passa la sua conoscenza: cio’ che sente della sua forza. Non vi può essere percepibile passaggio, però, dove, al proposito, non vi è coscienza di quella possibilità. Ho affermato prima che il passaggio avviene per affinità di spirito. Già sappiamo poco sul nostro spirito, figuriamoci sulle possibili affinità fra spirito e spirito. Con il che intendo dire che neanche nulla sappiamo su quanto donato  dagli spiriti, come nulla sanno di certo (se di incerta conoscenza di quanto hanno in coscienza) sul dono passato; le certezze che al caso diciamo di avere, altro non sono che delle soggettive convinzioni! Quando anche non chiaramente espresso, il medium diventa, volente e/o nolente, un risvegliatore di coscienza.  Di per sé non è un’opera negativa. A mio modo lo sto facendo anch’io. Quello che in genere non fanno i medium, però, è avvisare le persone influite, dei rischi insiti nel luogo del risveglio. In genere non lo fanno perché diventerebbero meno fascinosi agli occhi di un bisognoso di Oltre. Tanto più, se della loro medianità (vero o spacciata come vera che sia) ne hanno fatto un mestiere. Altrettanto vero, se ne hanno fatto una “mistica” missione. Quale il filo Arianna può portarci fuori da questo intrico fra intenti e/o convinzioni? Come accennato sopra, lo studio del Fare di un Essere. Dove il Fare dell’Essere disincarnato (ma vale anche per l’incarnato) genera (direttamente come indirettamente) il Dissidio nella sue infinite forme (funzioni, scopi palesi o impliciti, ecc, ecc) là vi è l’errore, e/o quanto può portare all’errore. Perseguendo l’errore e/o quanto può portare all’errore, può formarsi, in primo il male (dolore naturale e spirituale da errore culturale) e nel proseguo dell’asservimento all’errore, al Male dato dal maggior errore. E’ certamente vero: l’errore può essere perseguito in buonafede sia dal medium che dallo spirito che lo comunica. A maggior ragione, quindi, è meglio non superare la soglia fra stato e stato della vita: una volta superata, infatti, non si torna più alla coscienza di prima,, e nel dopo, non sarà più possibile capire (ammesso e non concesso che prima lo sia stato) se siamo gestori di quell’esperienza, o se  ancora ci ritroviamo ad esserne i gestiti. Se gestiti, da chi? E qui casca l’asino! Comunque ricevuto dagli spiriti, il carisma non si può restituire, perché una volta aperta la coscienza (è il luogo di ogni conoscenza) non si può più rinchiudere. Al più si può tacitare, o allontanare di memoria. In ciò, allontanare e/o sopire sia gli influssi che gli effetti deleteri della medianità. Alla fine di quanto detto mi resta un’ultima domanda: per quanto di pesantemente negativo può  portare,  la medianità val bene una messa? Rispondere con un sì dopo tutto questo lo direi da imbecilli. Rispondere con un no, comunque è influire la vita altra, e ciò può diventare altrettanto negativo. Penso infatti, che ognuno sia la via delle proprie verità, e che la ricerca delle proprie verità non vada intralciata: lo possono fare anche le buone intenzioni. Della morale della favola giunti al punto, non mi resta che questa: l’importante è ricordare che la medianità è come il diabete: non si guarisce. Al più, si può contenere.

In buoni o cattivi motivi: l’Essere.

Da quando mi sono detto che tutto è via per capire la vita anche l’errore ha motivo di essere. Anche il Male, Vitaliano? Il Male, è dolore naturale e spirituale da errore culturale, quindi, si, volere o volare, anche il Male, ma è un principio della vita? No, è il conseguente atto di chi in molti modi capovolge i principi. Chi pensa al Male come l’implicito destino della nostra genesi, altro non fa che deresponsabilizzarsi e/o deresponsabilizzare.

Colpa e senso della colpa

La colpa e il senso della colpa si provano nel dissidio fra conoscenza e coscienza: stato emozionale di ogni conoscenza.

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manofronte

Ogni qualvolta il bene (Principio della vita della Natura) si separa dal vero (Principio della vita della Cultura) la forza dello Spirito (vitalità della Natura e vita della Cultura) entra in sofferenza. Secondo lo stato della separazione dal bene, la forza della vita (lo Spirito) somatizza il male dato dalla sofferenza derivata dalla separazione. Lo Spirito somatizza il male con la depressione o con l’esaltazione. La depressione indica falsità nella vitalità della Cultura della Natura: il corpo. L’esaltazione indica falsità nella vita della Natura della Cultura: la mente. Il male, dolore naturale e spirituale da errore culturale è mancanza di vita tanto quanto è sofferenza naturale, culturale e spirituale. Mancanza di vita è recessione della sua forza. La recessione della forza dello Spirito segna di vuoto i valori della vitalità della Natura e, corrispondentemente, quella della vita della sua Cultura. Nello stare male per carenza di vita data dal vuoto dei valori nel corpo e nella mente, la Natura (sistema del sapere secondo sentire) comunica alla Cultura (sistema del sentire secondo sapere) il senso della colpa data dal vuoto dei valori conseguenti alla mancanza verso lo Spirito: sistema della vita secondo la sua forza. Nella colpa, il giudizio che la Natura da alla sua Cultura come quello che la Cultura da alla sua Natura consiste nelle emozioni di dolore che essa prova. Sia nella vita propria che fra la propria ed altra, gli stati della colpa da dissidio verso la vita sono corrispondenti agli stati di separazione dal suo Principio: Il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto nello Spirito. Si somatizza la colpa per la mancata corrispondenza fra gli stati del bene nella Natura, del vero della Cultura e del giusto per lo Spirito, o come depressione o come esaltazione. La si avverte nel corpo se ad essere depressa e/o eccitata è la Natura del bene. Nella mente, se ad essere depressa e/o eccitata è la Cultura del vero. Nella vita, se ad essere depressa e/o eccitata è la Cultura del Giusto: lo Spirito. Si distingua il calo della vitalità di origine naturale (variamente motivata) dal calo della vitalità per il dolo (comunque mosso) da errore morale e/o spirituale. La con_fusione fra le due emozioni ha permesso ai tentati da ogni genere di potere di strumentalizzarne l’uso.

grurit

Sul Bene e sul Male

manofronteL’esaltazione naturale, culturale e spirituale è un errore che non sempre riesco a dominare. In quell’errore, ci cado ogni volta reagisco, con dolore, ad un dolore. L’esaltazione che mi è difetto (in questa lettera spero di evitarla anche se l’ho detto troppe volte per crederci) quasi mai è conseguente ad una sofferenza verso la mia vita, ma, dolore (male tanto quanto errore) verso la vita o la Vita. Leggendo il suo intervento ” Quel volto protervo …” ad un certo punto mi è parso di sentire il calore dello stesso fuoco (la vita in eccitazione) che sento in certi spropositate condizioni naturali, o culturali, o spirituali.

Dell’esaltazione si può dire che è l’immediatezza dello Spirito (della forza della vita) che aspira al Principio: l’umano se è quello che ricerca la persona in esaltazione, oppure, il soprannaturale, se quella è la fonte della ricerca della persona in quello stato. Quando quella prontezza è in overdose (lo è quando non tiene conto che di se stessa) può far andare l’intelletto fuori dai binari imposti dal giudizio. Nei miei scritti, creda, non sono poche le volte che ci sono andato. In genere, me ne accorgo quando ho la mente più fredda, ma, tanto più essa è presa da una passione come da un dolore e, tanto più tempo ci vuole per raffreddarsi, cioè, abbassarsi al discernimento che attuo nello stato di quiete. La mente si può abbassare da se o può essere abbassata dallo stesso soggetto. Per quanto mi riguarda agisco in due contemporanei modi: aspetto che si abbassi e/o, discernendo sul dato caso, faccio in modo che lo possa prima. Per certi argomenti (in genere i culturali di tipo spirituale) dopo anni dall’emozione, la mente non mi si è ancora raffreddata, ed io, dopo anni di ripetuto lavoro non ho ancora finito di farlo.Per quanto conosco, lo stato che ha principiato la vita, essendo il suo Principio, non può non essere che assoluto. Poiché la vita è bene, il suo Principio non può non essere che il Bene. Essendo il Bene lo stato del Principio, ed essendo il Principio assoluto, va da se che quello stato di principio non può contenere nessun stato diverso da se stesso: men che meno il Male.Il Principio della Vita non può contenere il Male se non diventando principio di Bene e di Male. Allora però, avremmo due principi di vita divina e, dunque, non un solo Dio ma due. La vita divina si origina dal suo Spirito: forza che corrisponde dalla Natura della sua Cultura. La Natura della vita è Bene per quanto è Vero alla sua Cultura e, corrispondentemente, Giusto al Suo spirito.

Se lo Spirito della vita è la forza del Bene per quanto è vero e giusto al Suo stato, va da se che il Male ( ingiustizia da incoscienza o da opposizione sino all’attuazione per quanto non è bene alla Natura, falso alla Cultura e dunque erroneo alla Vita divina quanto umana ) se può permanere presso gli uomini, certamente lo può per la forza della sua e della loro vita ma non certo per quella divina.Lo Spirito è la forza della Natura del Bene per quanto è vero alla Sua Cultura e giusto alla Sua vita. Siccome ciò che è della Natura è anche della Cultura ( diversamente non vi è vita tanto quanto i due stati sono separati ) allora, lo Spirito, per mezzo della sua forza, oltreché direzione del bene naturale è anche direzione del bene culturale.Siccome la forza della vita è il prodotto della corrispondenza fra Natura e Cultura, allora, lo Spirito della vita, dando vita secondo la forza che si promana dalla corrispondenza fra i due stati, anima sia i due stati che la loro vita.Lo Spirito che è il principio della vita del Bene secondo la Natura della sua Cultura (cioè, secondo forza) può dirigere verso una meta che non sia il bene sino dal Principio di ogni bene? Direi proprio di no. Allora, il Male da quale spirito è diretto?Se il Male è distanza dal Vero tanto quanto è colpa verso il Bene, allora direi che il primo Spirito (la forza della prima vita) che in piena coscienza attuò l’opposizione al suo Principio di vita (il Bene) fu la vita che in principio si originò come Male ed è la vita che origina la Natura della sua Cultura: il male presso di noi. Se il Male sorse da opposizione verso il Bene, allora, l’opposizione, indipendentemente da cosa sia sorta o come sia avvenuta è il peccato d’origine.

Da ciò ne consegue, che ogni stato di opposizione verso ogni stato di vita ha in se degli stati del peccato d’origine, cioè, degli stati di male del Male. Lo stato di Male, all’origine fu primo in assoluto ma non è stato assoluto, perché, stato assoluto, è quello del creatore della vita, appunto, il Bene dal Suo principio: Dio.Se fosse il Male lo stato assoluto della vita, va da se, che essendo male il suo principio, in nessun stato della sua vita neanche il Male avrebbe vita. E’ per questo che il Male potrà anche vincere tutte le battaglie contro la Cultura della vita ma non vincerà mai quella contro la sua Natura: il bene che è anche nel Male. Non la vincerà, perché neanche il Male, è male sino alla distruzione della Natura della vita (il bene di se stesso) che non da lui si origina ma dal Bene. Potrebbe farlo solo distruggendo Dio ma se lo potesse ciò significherebbe che potrebbe distruggere il Principio della stessa vita e, dunque, anche della sua. Non lo potrebbe neanche distruggendo il suo spirito personale, in quanto non è da quello che si origina la sua forza di spirito ma, pur essendogli principio della vita della sua Natura e certamente non della vita della sua Cultura, è lo Spirito del Principio che gliela origina.Va da se che non può distruggere neanche lo Spirito della Vita se non distruggendo ciò che pur principiando la sua forza, certamente non è principio della sua vita.

Certamente può distruggere la sua Cultura (quella di sé, male) ma, questo è un bene e, dunque, contraddittorio con il suo stato. Ma se anche il Male giungesse a distruggersi, al discernimento sulla nostra vita mancherebbe un termine di paragone e, questo, sarebbe si, un bene, ma quanto giusto? Se mancandoci alla vita un termine di paragone non può essere giusto, allora, non può neanche essere vero e, dunque, neanche bene.Questo significa che il Male ha una sua legittimità? Direi: nel far capire si, ma nel fare del male no. Come capire il Male? Il Male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Direi allora, che il Male legittima la sua vita facendo sentire (e, dunque, capire) l’errore culturale attraverso il dolore naturale e spirituale che comunica.Come non fare il male che si è capito perché sentito ed in ciò delegittimare la pedagogica legittimità della vita del Male? Se il Male attraverso il suo principio naturale (il dolore che da l’errore) legittima la sua vita ed il suo scopo pedagogico presso la nostra, nel non permettergli il suo principio culturale (l’errore che da il dolore) si annulla la sua legittimità magistrale e, dunque, la sua esistenza. Il Male, dunque, di per se è una vita che non ha vita, ameno che, non gli si conceda la forza (lo Spirito) della nostra.Per quanto sostengo, affermare che il Male abbia forza divina quando in alcun modo può essere parte del Bene divino, alpiù, parte dell’umano, significa confondere sia ciò che è anche sovrumano (il Male) da ciò che è esclusivamente divino (il Bene) sia ciò che è spiritualità di origine religiosa da ciò che può anche essere una fuorviante letteratura religiosa.

grurit

Del Dolore e Del Lutto

manofronteLa Cultura della Natura (il corpo) sente dolore tanto quanto la Natura della Cultura (la vita) è ferita. In ragione della corrispondenza fra gli stati, ogni ferita nel corpo (luogo della Natura della vita) diventa ferita nella mente (luogo della Cultura della vita) ed ogni ferita nella mente diventa ferita nel corpo. Ogni ferita nel Corpo della Mente ferisce la forza della vita: lo Spirito.

Sentire è il principio della Natura. Sapere è il principio della Cultura. Secondo lo stato della corrispondenza fra il sentire della Natura ed il sapere della Cultura, lo Spirito è il principio della vita che ne corrisponde. Il Bene è il principio della vita della Natura. Il Vero è il principio della vita della Cultura. Lo Spirito, è il principio della vita del Giusto che nel Bene corrisponde al Vero. Nella corrispondenza fra gli stati della vita, ciò che la Natura sente è ciò che essa sa; ciò che la Cultura sa è ciò che essa sente. Ciò che la Natura sente e la sua Cultura sa è vita (forza dello Spirito) per quanto sente e sa. Il dolore, (male naturale e spirituale per l’errore culturale) è, quindi, una mancanza di vitalità e di vita causata da corrispondenze erronee, vuoi del dolente, vuoi subìte dal dolente.

Lo Spirito è ferito quando la sua forza è depressa o eccitata. Dal dolore nella Natura si origina l’urlo. Dal dolore nella Cultura si origina il pianto. Dal dolore nella forza della vita si origina il lutto. Come la vita è stato di infiniti stati di forza, così, il lutto, è lo stato di infiniti stati di sofferenza. Il lutto è afflizione naturale, culturale e spirituale della Natura della Cultura della vita, mortificata nel corpo, nella mente e nello Spirito: forza della vitalità della Natura e vita della Cultura. Vi è dolore nella vitalità della Natura quando per propria e/o derivata causa, ad essere mortificato è il suo sentire il bene. Vi è dolore nella vita della Cultura quando per propria e/o derivata causa, ad essere mortificato è il suo sapere il vero. Vi è lutto nella vita quando per propria e/o derivata causa, ad essere mortificata è la forza dello Spirito: vita che riconosce ciò che è giusto perché, nella giustizia, il vero non può corrispondere che con il bene. Da ciò ne consegue che la Natura è via della verità della Cultura della sua vita. La verità è nella tacitazione dei dissidi. Tanto quanto sono conflitti, i dissidi nella vita della verità sono la Cultura dell’errore. Tanto più è considerevole la perdita del bene nella Natura, del vero nella Cultura, e nella forza della vita e tanto più è rilevante lo stato del lutto. Tanto più, ciò che ha provocato il lutto è rilevante e tanto più la ferita allontana dalla vita. Tanto più una vita è lontana dal suo principio (il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto nello Spirito) e tanto più è vicina al male: principio del dolore nella Natura, dell’errore nella Cultura e dell’ingiustizia nella forza della vita. Nel Dolente, la sofferenza separa ciò che è bene dalla sua Natura, ciò che è vero dalla sua Cultura e ciò che è giusto dal suo Spirito. Secondo lo stato del lutto, una sofferenza può allontanare la forza di una vita anche sino al punto da fermarla.

Quanto una sofferenza è tale da prevaricare una vitalità, a decidere di allontanarsi dalla vita, può essere lo stesso Sofferente. In ragione dello stato del patimento, il Sofferente può fermare la corrispondenza di vita o con parti quanto il tutto di se e/o con parti quanto il tutto che gli è prossimo. Tanto il sofferente è separato da se stesso e dalla vita e tanto il suo lutto è febbre. Come la febbre non è malattia ma indicatore di patologia, così, lo stato del lutto, dice lo stato di separazione dalla vita. Ogni stato di separazione dalla vita ha in se uno stato di morte. Tanto quanto una vita è in lutto e tanto quanto questo stato è soglia di mortalità. La mortalità data dagli stati in lutto, può motivare delle affezioni nel corpo, (luogo della Natura), nella mente, (luogo della Cultura) nella forza della propria vita: luogo dello Spirito. Il lutto nello Spirito (sofferenza nella forza della propria vita) è causa della debolezza dell’essere e dell’esistere. Ciò che discerne sugli stati da porre in vita (comunione d’amore fra i suoi stati) è il giudizio, ma, nel lutto l’arbitrio delira, così, il bisogno di vita leso nel giudizio dal lutto, non può porre in atto che la vita che c’è: comunione con il dolore la dove non trova quella con l’amore. Quando ciò succede, la Persona si allontana dal suo bene anche al punto da avere nel solo dolore il suo punto di riferimento. Il dolore, anche quando fa essere perché comunque fa sentire, comunque non può non essere che uno stato di morte. Non può non esserlo, perché ogni separazione fra bene e bene (fra vita e vita) è dolore; ogni dolore è lutto; ogni lutto è separazione dalla vita ed ogni separazione dalla vita è morte nella vita. La comunione con il dolore, corrispondenza che secondo lo stato di unione può anche diventare amore, è un sentimento verso la morte e/o le cose morte.

grurit

Un giovane down

Sul piazzale davanti la chiesa di s. Zeno ci sono delle panchine a paletti di ferro. Sono orrende e scomode. Mi ci siedo per fumare una mezza una sigaretta ogni tanto. Lo so che fumare è cretino ma mi è diventato una protesi: suicidaria ma nondimeno protesi. Oltre che guardarmi attorno non ho altro da fare. Da diverso tempo noto un giovane down. Non mi è chiara l’età ma non lo direi il ragazzino che appare. Vuoi anche perché fisicamente è ben strutturato. Gira continuamente in tondo. Gliel’ho visto fare in bici, ma ora lo fa a piedi. Mi sono chiesto perché lo fa. Simbolicamente parlando, si potrebbe dire che lo fa perché sta andando verso sé stesso. Si, ma perché continuamente? Mi sono risposto, forse perché non si trova e/o non si raggiunge. Perché non si trova e/o non si raggiunge? Mi sono detto: forse perché gli manca il fondamentale punto di arrivo: la stazione di se’. Girano così anche non pochi normali. L’ho fatto anch’io: per anni.

C.f.s.

Cronic fatigue syndrome

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manofronte

Vita, è lo stato di infiniti stati della trinitario – unitaria corrispondenza fra

Natura

atrinita

Cultura                                                                                Spirito

Lo Spirito è forza tanto quanto alimenta il Corpo ed è vita tanto quanto alimenta la Mente. La forza dello Spirito non può essere maggiore della conoscenza (o l’opposto) se non ponendo dissidio fra gli stati della vita:

Natura per quello che siamo

atrinita

Cultura                                                                     Spirito

per quello che sappiamo                                            per quello che sentiamo.

La Natura è il luogo del Bene

atrinita

La Cultura è il luogo del Vero.                             Lo Spirito è il luogo del Giusto

che si origina dalla corrispondenza fra il Bene ed il Vero.

Nel corpo del nostro principio, (la Natura), vi sono tre fondamentali emozioni:

DEPRESSIONE

atrinita

ESALTAZIONE                                                         PACE

Depressione: quando vi è difetto di forza nella vitalità.

Esaltazione: quando vi è eccesso di forza nella vitalità.

Pace: quando vi è corrispondente incontro fra vitalità e conoscenza.

Come la vita, anche questi stati di forza sono infiniti stati, così nessuno è depresso in assoluto, esaltato in assoluto, pacifico in assoluto. La Persona è, quello che di prevalenza è, perché la corrispondenza di vita fra gli stati non fissa nessuno al dato stato.

Del nostro stato di pace si può dire che è l’omeostasi spirituale della vita.

Raggiungiamo quella condizione di forza, tanto quanto sappiamo estirpare i dissidi

dal nostro Corpo

atrinita

dalla nostra Mente                              e                                   dal nostro Spirito

Per raggiungere la pace, (segno di verità perché assenza del dissidio), lo Spirito mediatore da’ al Corpo e alla Mente la stessa misura di vita:

1 per la Natura

atrinita

1 per la Cultura                       e                       1 per lo Spirito

Uno per la Natura, Uno per la Cultura,  ed Uno per lo Spirito sono Uno della vita, perché, vita, (bene per la Natura e vero per la Cultura per poter essere giusta allo Spirito), è unità fra gli stati, non, somma dei suoi stati. Una vita è somma tanto quanto è trinitario – unitaria. Con altre parole: sé stessa.

Vi è dell’errore nella verità, e/o del male nel bene, e/o della carenza di forza nella vita, tanto quanto la trinitaria misura degli stati non permette l’unità.

Ciò è dovuto a tre fondamentali errori:

Sbagliamo, quando ciò che siamo, (Natura) non tiene conto di ciò che sappiamo:

Cultura.

Sbagliamo, quando ciò che sappiamo, (Cultura), non tiene conto di ciò che siamo:

Natura.

Sbagliamo, quando ciò che siamo e sappiamo non tiene conto di quanto sentiamo:

Spirito.

Il raggiungimento dell’unità fra gli stati implica il ricorso alla mediazione.

Uno Spirito non mediatore rischia di dare agli stati della vita della diversa forza, ad esempio:

3 alla Natura

atrinita

1 alla Cultura                                e                          8 per lo Spirito

Nel caso in ipotesi, è vero che lo Spirito esalta il corpo, ma è anche vero che lo fa a scapito della mente.

Vi è chi cura questa dissociazione compensando la Natura, o la Cultura, o lo Spirito, (e, quindi, la vita), di maggior forza. Ad esempio:

+ 5 per la Natura

atrinita

+ 7 per la Cultura                                       + 8 per lo Spirito

Nella misure di stato in esempio, si può riconoscere la vita di un atleta per quanto riguarda la maggiorata forza data al corpo; di uno studioso per la maggiorata forza data alla conoscenza; di un artista, o di un politico, o di un religioso per la maggiorata forza data allo Spirito. Tale ricchezza di spirito, però, è a termine per l’inevitabile declino dello stato che la motiva, (la Cultura o lo Spirito), e/o lo supporta: la Natura. Affrontare quel declino è affrontare un lutto. Nel contesto del discorso, per lutto intendo la remissione della vanità e/o della forza aggiunta per ambizioni di potenza.

Di per sé, lo Spirito non è tanto e né poco: lo Spirito è forza. Ciò che la rende tanta o poca, (con altro dire, esaltata o depressa), è l’erronea corrispondenza con gli altri due stati. In ragione dell’equa corrispondenza

la Natura conforma e conferma la vita della Cultura

La Cultura conforma e conferma la vita della Natura.

Lo Spirito conforma e conferma la vita della Natura e della Cultura.

L’equa interdipendenza fra gli stati, conforma e conferma la reciproca mediazione. Nella reciproca mediazione, ogni stato è il mediato mediatore della vita del corrispondente stato. Con altro dire, Paracleto del Paracleto.

Cosa ci dice che lo Spirito manca di mediazione? Ce lo dice l’errore. Chi ci dice quando vi è errore? Dove ancora non lo sa la Mente o lo Spirito è incerto, con sicurezza lo dice il dolore.

Il dolore, è il male naturale e spirituale da errore culturale.

Il dolore afferma questa verità in ogni lingua, ma, la voce della Natura media il peso della forza di quella universale “cultura”, dicendo:

lo Spirito è leggero, tanto quanto,

atrinita

la temperatura della mente          ha gli stessi gradi del corpo.

grurit

La Transcultura

manofronteSono anni che si sta dicendo in giro che se ha lasciato il precedente incarico lo si è dovuto al fatto di non avere altri mezzi per sfuggire alle mie spire (pardon, lettere) ma dal momento che comunque la raggiungo, o ci deve essere chi semina maldicenze, o Marzana e troppo vicina a Verona! Comunque sia, Cultura, (in quello che si è di ciò che si sa per quanto si sente) è il prodotto esistenziale del viaggio di transizione dagli infiniti stati della conoscenza che è (la presente) a quella che segue: la futura. Se per fare una vita ci vuole una vita, direi che la Cultura è un viaggio che non finisce mai. Cultura, pertanto, in effetti è Transcultura.

Attraverso i passaggi transculturali fra il dato acquisito e quello che segue, si raggiunge la conoscenza della soggettiva identità. Direi, allora, che per questo, la Transcultura è il binario della Cultura. In ragione degli stati della vita (Natura, Cultura e Spirito) la conoscenza Transculturale (anche sessuale) è stato che ha tre stati di viaggio : il naturale, il culturale e lo spirituale. In ragione della forza della vita (lo Spirito) che si origina dalla corrispondenza fra gli stati, i tre stati di viaggio convergono in un unico centro: l’Identità. L’Identità personale è data dalla rapporto di corrispondenza fra i suoi stati: secondo la forza del suo Spirito, Natura che corrisponde con la sua Cultura. L’Identità sociale è data dalla corrispondenza fra l’Io soggettivo e quello collettivo di prevalenza. Fissati i principi, non per questo i principi possono fissare la vita: corrispondenza di infiniti stati naturali, culturali e spirituali storici non di meno che personali e sociali. La corrispondenza di vita che Persona ha con se stessa e con l’ambito umano, sociale e storico in cui vive (e che la forma quanto a sua volta forma) la porta a ricevere vita naturale (emozioni nel corpo), culturale, (emozioni nella mente), e spirituale (emozioni di forza), anche oltre ciò che è del suo segno genitale. Per gli infiniti influssi che la compongono, la Personalità umana, dunque, è il mosaico dei dati emozionali che riceve e, comunicando, disegna. Nei casi della comunione di vita conseguente alle corrispondenze fra valenze emozionali reciproche ma di segno naturale opposto vi è il gruppo sessuale detto “Etero”. Nel Gruppo Etero vi sono Figure che corrispondono con la Natura, la Cultura e lo Spirito (e, dunque, con la vita) con la parte prescelta per il proprio completamento. Ve ne sono altre che vi corrispondono con la Natura ma variamente con la Cultura e, dunque, nella reciproca vita separate tanto quanto variamente corrispondenti. Altre ancora che vi corrispondono con la Cultura ma variamente con la Natura e, dunque, nella reciproca vita separate tanto quanto variamente corrispondenti.

L’area di separazione per non corrispondenza di vita, può essere una zona di vissuti (variamente espressi, contenuti o repressi) non ortodossi alla Regola che, o la Persona ha scelto di praticare o che il Sociale l’ha indotto a praticare. Nel Gruppo “etero”, non sono ortodosse pulsioni sessuali: verso età e/o stati di vita non equamente corrispondenti a quella di chi la prova. Fra le prevalenti: la pulsione pedofila, la gerontofila, la necrofila, la feticista; verso variegate e/o complesse fantasie e/o gusti in amare. Nei casi delle personalità variamente e/o diversamente corrispondenti al segno opposto quanto al simile, vi sono i casi di omosessualità: prevalente comunione di vita con il simile al proprio segno genitale; bisessualità: comunione di vita con diversi del proprio segno genitale ma anche con simili; transessualità: estremo ricongiungimento psichico e financo somatico con il segno di ideale corrispondenza culturale e sessuale; travestimento: sul proprio sesso, sovrapposizione dell’abito (anche culturale ma non necessariamente di quello sessuale) dell’altro sesso. Come l’Eterosessualità, l’Omosessualità è uno stato sessuale che ha moltissimi stati di vita. Fra i prevalenti: vi è quella che corrisponde sia con la Natura che con la Cultura di segno simile al proprio; vi è quella che corrisponde con la Natura simile (maschile e/o femminile che sia) ma non con la sua Cultura. Con altre parole, corrisponde con la figura maschile o femminile ma non con il pensare al maschile o al femminile simile al proprio segno. Ancora come l’Eterosessualità, anche l’Omosessualità ha comportamenti non ortodossi con la sua Regola, infatti, fra i prevalenti vi sono i casi di pedofilia, gerontofilia, feticismo, gusti e complesse fantasie in amare.

Non so a lei ma nell’amare omosessuale non mi risultano i casi di necrofilia se non come un amare (o in se o in altri da se) delle “morte” vitalità culturali e spirituali. Questo genere di necrofilia, però, è presente in tutti i Gruppi sessuali tanto fa parte dei dolori e/o del male nel vivere e/o dal viversi male. Indipendentemente dalla personalità sessuale di prevalente identità, coloro che corrispondono con la Cultura simile ma non con la simile Natura, formano un Gruppo che dico Omoculturale. Lo cito in ultimo ma non perche sia ultimo. In effetti è primo. A mio avviso, infatti, questo Gruppo è come se fosse l’insieme dei vasi capillari che, pur non defluendo in vene di altre valenze sessuali oltre la propria e ne in arterie di altre identità sessuali altre la propria, tuttavia, permettono la transizione transculturale, oltreché della vita propria anche di quella altra. Ammesso il concetto di Transcultura e, dunque, dell’indefinibilità della vita (anche sessuale) se non come il prevalente stato di infiniti stati di vita, ciò, ovviamente, implica che vi sino stati non prevalentemente conformati e, come tali, crescenti. I Crescenti, individualità che non hanno ancora definito il corrispondente carattere sessuale culturale e, dunque, neanche di vita, sono delle personalità sessuali che dico “esposte”. Gli ” esposti ” (che pur sentendo vari ruoli non hanno sufficienti conferme culturali e, dunque, identità) sono come degli adottandi in attesa della famiglia (la Norma sessuale) in cui collocarsi. Non hanno sufficiente identità perché non sanno trovare la propria e ne la corrispondente? Non la trovano perché la loro è ancora transculturale, cioè, di passaggio? Non la trovano perché la Transcultura ( anche sessuale ) e la loro specifica condizione? Non la trovano perché i concetti ” normali ” sulla sessualità gli impediscono di trovarla se non truffando vita, cioè, mentendo a se stessi e alla controparte: persona, famiglia o società che sia? Non la trovano perché non se ne comprende la Cultura e/o pur non comprendendola la si riconosce se non come “devianza”? Ebbene, è una zona sessuale che può anche essere impercettibile (questa che vivono le identità esposte) che non può non preoccupare, invece, l’ignoranza nelle quali le lasciamo è la terra che copre, oltre che la loro vita, anche gli errori dei medici: i deputati a far conoscere.

Chiarire la zona di impercettibilità sessuale che dico, implica l’accettazione (presa in carico che se non necessariamente significa condivisione non per questo significa esclusione) di ogni sessualità. La sessualità, è moto di vita. Come la vita, ha tre stati: il naturale, il culturale e lo spirituale. Dal momento che la vita si attua in ragione dello stato della sua forza, nel dire sulla vita (anche sessuale) non si può non prendere atto che lo Spirito (essendo la forza della vita) è origine di sessualità quanto e non di meno della Natura e/o della Cultura. Le corrispondenze fra Natura, Cultura e Spirito sono stati di infiniti stati di vita. Per l’influsso di vita sia fra i segni naturali, culturali e spirituali simili al proprio segno genitale o diversi, come da quelli variamente corrispondenti o non, ne deriva che tutti stati della vita sessuale contribuiscono alla ricerca e alla conformazione della personalità che dal periodo della transizione transculturale sfocerà in quella di prevalente scelta. Ciò significa che la vita sessuale è sessualmente promiscua? No. Essendo la vita (anche sessuale) corrispondenza di stati, direi che (in ragione dello stato delle corrispondenze fra i suoi stati) ad ordinare se stessa, ed in ciò a costituire la Norma, è la stessa sua vita. E’ la stessa sua vita, perché dove non vi è corrispondenza fra gli stati, la vita ha dolore: secondo infiniti stati di questo stato, male naturale e spirituale da errore culturale. Dall’affermazione ne consegue che, in ogni stato di vita il bene naturale e spirituale è la Norma (il giusto) che permette di raggiungere quella culturale del vero.

Evidentemente esclusa da sotto i cavoli, la radice della Transcultura non può non essere che quella dei Generanti: famiglia, società e storia. Dato il rapporto di dipendenza dei Crescenti, quando i Generanti sono figure in molti modi e stati predominanti (nel senso che dominano ciò che influiscono secondo schemi di non corrispondenza) non possono non influire del loro carattere (soverchiandola) la personalità di chi fanno crescere. Fra le prevaricate per l’eccesso di influsso dato dal soverchiamento di un carattere su l’altro, oltreché quelle che l’hanno subito e/o elaborato nelle ” devianze ” e/o nelle ignoranze, vi sono quelle che l’hanno rigettato. Se il rigetto del prevaricante influsso ha impedito l’acquisizione della forza del carattere dell’influente (ed in ciò ha “tutelato” il proprio) non per questo quella “salvezza” è stata indolore. Non è indolore quando, per rigettare l’influsso, si giunge, in parte e/o in toto, a rifiutare parte e/o toto dei Generanti: famiglia o componenti, società o ceti, storia o momenti storici. Nel bene e nel male, il Generante rifiutato perché se ne rifiuta l’influsso è pur sempre amato. Lo è, perchè, nel bene e nel male e indipendentemente dallo stato parentale (famigliare, sociale e/o storico) presso la vita del Crescente, è pur sempre Figura di principio. Come lei sa bene, la Tossicodipendenza è piena delle testimonianti vittime delle lotte fra l’amore e l’odio verso le Figure di Principio.

Il rigetto dell’influsso della Figura prevalentemente determinante, quasi sempre costituisce una identità in dissidio con se stessa perché in dissidio con la Generante influente in eccesso. E’ un dissidio (la guerra fra l’amore e l’odio verso chi si ama ma che si rifiuta per eccesso d’influsso) che (coscientemente o incoscientemente che sia) tarla di dubbi la condizione sessuale che comunque non può non essersi costituita. Non solo. Il dubbio da cui consegue l’incertezza di se, può rendere la persona, ostile (anche sino alla violenza più estrema o contro se o contro altra da se) verso chi (volontariamente quanto involontariamente) porta verso la superficie di quell’identità le tensioni sessuali che, presso le persone in questione, sono motivo di dolore culturale e spirituale. Alla stregua dei naturali, quando i dolori culturali e spirituali non hanno chiare risposte, come risposta possono ricorrere anche ad elementi compensanti: non esclusi le droghe. La Transcultura anche sessuale, è viaggio verso il personale principio? E’ ritorno verso il personale principio? E’ rivendicazione di se? E’ rivoluzione contro le convenzioni? In attesa ci si dica come sinora non è bastato (se fosse bastato non vi sarebbero dolori, e dunque, neanche sessualità diversa nel senso di anormalmente intesa) nelle domande che faccio credo vi siano anche le risposte. Dal momento che vi è vita, il Principio della vita ( Stato originante comunque lo si chiami o se lo si dica naturale o soprannaturale ) è attuare vita. Ne consegue che attuare vita è il principio di vita di chi segue quella del Principio della vita. Dal momento che il Principio della vita non può essere stato il Male (essendo non vita, il Male, se fosse avrebbe attuato non vita tanto quanto è male) ne consegue che il Principio della vita non può essere che il Bene.

Il Bene è la Natura del Vero di ciò che è Giusto alla Cultura della forza della vita: lo Spirito. Lo Spirito è sempre stato considerato a parole, ma, almeno nella nostra Cultura, mai sufficientemente praticato se non a parole, eppure, nella linea viaria che è la nostra vita, è Capo stazione! Lo è, perché è la forza che indica al nostro convoglio (la somma delle informazioni) se nel binario (la Norma) deve arretrate, fermarsi, procedere, o cambiarlo perché di erroneo tratto. Attraverso il dolore, infatti, lo Spirito indica alla forza della Persona che sta sbagliando percorso; attraverso il bene (vero per quanto è giusto) che può procedere nella sua volontà; attraverso le esaltazioni o le depressioni, che deve rivalutare le sue decisioni e/o gli stati della sua forza prima di procedere nella sua volontà; attraverso la sua pace (cessazione dei dissidi ) che, di volta in volta, è giunto alla verità di se. Direi, allora, che se la Persona ( necessariamente Transculturale sino a che non ha costituito l’identità di prevalente scelta ) segue le indicazioni del suo Capo Stazione, in ogni stato di vita è normale a se ed al Sociale anche se sessualmente non corrisponde al tipo ed al genere della prevalente Norma che il sociale ha adottato per la sua costituzione. Tornando al bene, se il Bene è l’Immagine del Principio della vita: essendolo è Norma di principio. Dato il principio, sia a livello personale che sociale se ciò che ci si prefigge è dare bene in ogni aspetto della vita, allora, tutto è normale in ragione del bene che si origina o del male che non si origina. Se tutto è normale in ragione del bene che si origina o del male che non si origina, allora, non la Personalità sessuale è meta del giudizio, tutt’al più, il suo vivere. Ogni adeguamento culturale (normalizzazione) che non tiene conto di ciò che è normale al viaggio della persona (cioè, alla sua personale esistenza) è un deviante e pericoloso arbitrio. La normalizzazione (una naturale normalizzazione) dovrebbe essere l’opera di potatura per la quale e con la quale una identità stacca da se stessa ciò che si è seccato dopo aver compiuto il suo ciclo vitale. Succede, invece, che la rinuncia alle proprie particolarità sia degenerata nella culturale pretesa di doverlo fare in modi e tempi quasi mai corrispondenti allo stato personale ma quasi sempre corrispondenti allo stato sociale.

I motivi per cui lo stato etico – sociale, pretende l’attuazione della rinuncia di se (anche se prematura) non sono pochi. Vi sono motivi riconducibili ai vari poteri del ” Principato e della Religione ” (Padre Aldo Bergamaschi) ed altri riconducibili all’odierno sistema economico, nel quale anche la Persona è diventata uno dei tanti prodotti. Per quanto la pretesa della normalizzazione al Sociale possa anche essere legittima, certamente non lo è dove procura dolore: male da errore nella vita della Natura, che in quella della Cultura e dello Spirito e contrasto di vita con il Principio: il Bene che da lo stare bene. Certamente vi sono identità che sanno adeguarsi alle pretese sociali perché le sentono anche proprie ma vi sono personalità che: o non hanno lo stesso sentire, o non ne hanno lo stesso stato, o gli stessi tempi. Una identità forzosamente inserita o che forzosamente si inserisce in una Norma che se non di fatto almeno in potenza pretende comportamenti di ortodosso rigore quando è ancora alla ricerca di se, o si adegua più o meno forzosamente ( e si ” normalizza ” castrandosi ) o non potendo vivere il proprio se, o si ammala della vita che non gli appartiene o, estraniandosi dal sociale contingente e storico che non l’accetta, si difende normalizzandosi in proprio. I Carcerati dalla Norma (i resi malati dall’impossibilità di raggiungere se stessi e/o quelli che si sono normalizzati castrandosi) o gli Evasi (i cosiddetti devianti, sani che siano riusciti ad essere nonostante tutto, o ammalati perché succubi del tutto) non potranno non sentirsi soli. Ben diversamente, sono unici perché non trovano corrispondenti con i quali completarsi.

E’ anche vero che li si può dire impropri al Sociale perché diversi, ma è anche vero che possono essere impropri al Sociale perché il Sociale accetta gli unici (i se stessi) solamente quando, o gli sono adatti o vi si adattano. Si può essere propri (perché se stessi in quanto unici) e nel contempo corrispondere con il Principato, la Religione ed il vigente sistema? Se non in toto certamente per parti quanto per stati. Tutto sta a vedere se il Sociale accetta (di fatto oltreché per l’impotenza nell’impedirlo) il concetto di ” Transnormalità “: derivante dalla Transcultura, lo stato di passaggio fra stati e stati della Norma che sostengo: il Bene. La diversità (sia quando è segno della proprietà di se che quando è la via per giungervi) certamente è uno stato che “spaura” non solo ogni Ordine costituito sulla Persona ma anche la stessa Persona quando teme sia la propria realtà che quella del contesto in cui vive. Come, dunque, normalizzare la vita propria e normalizzarsi nella vita sociale senza ferire se stessi con una precoce rinuncia di se, o senza ferire il sociale o con la diversità o con la paura del diverso? Come non ferire la vita propria quanto la sociale con gli stati suicidari che non possono non sortire dalle sofferenze che derivano da passivi e/o pessimistici confronti fra la norma detta dall’Io individuale e quella detta dall’Io sociale? Come non essere feriti dal sociale e come non ferire il sociale per reciproca emarginazione? Direi, tornando ai principi che hanno costituito l’odierno Contratto: il bene nella Natura propria ed altra, detto dal vero nella Cultura, propria ed altra, per quanto è giusto allo Spirito, cioè, alla forza della vita propria ed altra. Mi rendo ben conto che ciò che esprimo in questo scritto non è particolarmente scientifico ma come ho avuto occasione di dire per la chimica, la mia scienza è il cuore.

grurit

Per trovare la vita prima della “roba”

Il destinatario di cotanta sapienza l’aveva fatta leggere anche ai famigliari. Gli dissero di non averci capito niente! Strano, pensai, detto da persone colte. E’ tutto cosi’ chiaro! Sia pure non in toto, chiaro un accidenti! Sono riuscito a rileggerla (e forse a chiarirla) solo oggi: dopo una trentina di anni, con fatica, e a bocce ferme.

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manofronte

Il tempo per leggere non ti manca, Filippo, pertanto, se vuoi proseguire nel capire e nel capirti ti fai questa po’ – pò di “pera”, diversamente, vedi un po’ tu.  Non preoccuparti se vi sono punti nei quali la tua Cultura non capisce. Dal momento che si capisce secondo Cultura ma si capisce anche secondo Natura, allora, cerca di farlo anche attraverso ciò che senti, cioè, attraverso le emozioni che ti suscitano gli argomenti che sottopongo alla tua riflessione.

Le emozioni sono la voce del tuo Spirito: la forza della tua vita. Se la tua forza è esaltata da ciò che leggi, allora c’è qualcosa che manda in over la tua Cultura. Se la tua forza è depressa da ciò che leggi, allora c’è qualcosa che manda in sofferenza la tua Natura. Dove ciò che leggi lascia in pace il tuo spirito, allora significa che com_prendi anche se non sai quello che hai compreso.  Lo puoi perché la pace è cessazione di ogni dissidio. Dove vi è la pace perché sono cessati i dissidi non può non esservi coscienza di verità. Il fatto d’averti fatto notare che puoi essere “tossico” di uno spirito giano (bifronte perché una sua faccia è borghese e l’altra anarchico – panelliana ti ha irritato più di quanto volevi ammettere. D’altra parte, può far tacere il malessere che comunichi a chi ti vede rischiare il personale e sociale barbonaggio, perche’ non ti decidi a diventare chi mangia il fieno borghese, oppure chi mangia l’anarchico – panelliana paglia, oppure chi di volta in volta delibera equamente come soddisfare la sua fame di vita? La tua irritazione può essere stata motivata da due fattori: o sono fuori di testa oppure sono dentro la tua. Ammesso che ci sia entrato, se l’ho potuto è perché ho trovato una breccia – un aspetto di te che l’inconscio non aveva sufficientemente chiuso quando si è trincerato dentro la cultura dei dissidi con i quali ferirti della sua confusione.

La coscienza è il luogo sia della conoscenza conscia che di quella inconscia. A mio sentire, i doppi aspetti della tua personalità (la borghese e l’anti) sono in dissidio fra di loro perche’ non riescono ad essere (o uno o l’altro) il determinante che ti guida. Quello che ai tuoi narcisistici occhi appare come un segno di forza, in effetti è anche segno di debolezza. Infatti, se fossi anche remissivo nei tuoi confronti, verso la famiglia, e verso il Sociale, le parti in causa, avrebbero trovato di che corrispondere con te e te con loro, invece, diviso fra velleitari tentativi di rientro in famiglia (sede dello spirito borghese ma anche utero ) e restare anarchico – panelliano ( libero perché “senza legge” ma in strada perché “senza tetto”, rischi di configurarti come un cazzone (grosso “veicolo” della vitalità naturale) ammosciato su delle inutilizzate palle: sede della vitalità naturale della vita culturale che sessualmente si proietta quando si è potenti non solo a livello genitale. Essere anche “remissivi”, significa non essere esclusivamente proiettati verso la soddisfazione del proprio piacere. Non essere esclusivamente proiettati verso il piacere personale (ne hai fatto un potere) significa poter consentire alla Natura della Cultura della vita (piacere personale, ma, che non può non corrispondere anche con quello della vita sociale e spirituale ) di diventare la parte prevalente di te.

Nella remissività si delega la volontà della nostra vita (la nostra determinazione nel gestirla) a chi in quel dato momento è attivo presso di noi: nucleo famigliare, persone, conoscenze, regole e leggi sociali, ecc. La remissività (acquiescenza naturale, culturale quanto spirituale) è l’indispensabile stato emozionale che permette di accogliere la vita altra. La vita altra che si accoglie è individuale se Persona, sociale se Stato, spirituale se l’accoglienza è verso il Principio della vita: Dio, comunque lo si chiami e/o indipendentemente dalle culture religiose. La remissività naturale, culturale e spirituale non implica nessun tipo di passiva sottomissione. Nella ricerca di una comune ragione, invece, va concordata fra le parti. Una non compresa necessità della remissività in certi momenti e/o stati di età, può rendere costrittiva la corrispondenza di intenti di una parte su l’altra.  Da questo, ad avere in astio ogni imperio quanto ogni imperiosa autorità, il passo può anche essere solo conseguente. La sottomissione agli imperi non è della Cultura umana, bensì, quella dei Principati (padronati personali, politici o religiosi che siano) e quella dei Babbuini. Presso quelle scimmie, infatti, il capo branco non si cura più di tanto se viene liberamente accolto ma determina la sua volontà attraverso la forza, anche sessuale, oltreché sulle femmine del gruppo, anche sui maschi.

L’omosessualità che riscontriamo su molte specie di animali, più che un’altra sessualità, potrebbe anche essere dettata da imperi di questo tipo. Quando si sostiene che l’uomo discende dalle scimmie, speriamo proprio che non sia per ancestrali ricordi di sopraffazione fisica a livello anale e, che non sia per quelle ataviche rimembranze che si rifiuta la pur necessaria remissività culturale. Potrebbe esserlo, sai! Non per niente, quando ammettiamo a noi stessi e/o con altri che la nostra volontà è stata forzata, comunemente diciamo che “l’abbiamo preso nel ….” Può essere semplice ironia? Parallelo di immagine fra la realtà culturale dei babbuini e quella nostra? O, immagine crassa di una sopraffazione culturale che, emozionalmente, si riflette nel nostro corpo (nella nostra Natura) anche come violenza sessuale? Gli influssi delle emozioni culturali nel nostro ano, non sono una novità. Il timore fa stringere i suoi muscoli ed il piacere li allarga. I muscoli preposti all’ano possono stringersi anche nei confronti del piacere, se è quello che “spaura”, come stringersi anche per protrarlo, quando anche il dolore è parte del piacere. Seriose ironie a parte e, indipendentemente dalle scimmie, vuoi vedere che la remissività culturale viene vissuta come segno di deviazione dalla virilità in quanto potrebbe non essere solamente intesa come accoglienza culturale e spirituale ma anche come accoglienza naturale ed in ciò comunicare paure da sopraffazione di tipo sodomitico? La remissività (oltreché principio dell’accoglienza culturale e spirituale) certamente è anche principio dell’accoglienza sessuale, ma, un conto è il piacere della sessualità (Natura della Cultura della vita finalizzata alla sua perpetuazione) e un conto è il piacere della genitalità: Cultura della Natura della vita finalizzata al piacere di se’.

La genitalità è strumento di perpetuazione ma anche della conoscenza che permette di raggiungere, attraverso i toni dati dalla soddisfazione – insoddisfazione (un bene e un male naturali) la propria identità sessuale. Se il principio di vita di una data Personalità non si fonda sul piacere della Natura della Cultura personale, sociale e spirituale ma sulla Cultura della Natura della vita propria (piacere che è indipendentemente da altra) va da se, che non accoglierà nulla di ciò che è contrario a questo principio. Possiamo dire, allora, che, nella Natura della Cultura della vita l’Io proprio corrisponde a quello collettivo umano e sovrumano, mentre, nella Cultura della Natura della vita che corrisponde solo con se stessa, vi è l’Io esclusivamente individualistico e/o egoistico. Ho introdotto il discorso sulla sessualità (annessi e connessi compresi) perché il dissidio fra le due norme culturali che secondo me ti sono lacerante identità, potrebbe essere venato anche dalla causa sessuale, ma solo tu puoi sapere se questo aspetto fa parte o no dei tuoi dissidi. Per quanto mi riguarda, te la sottopongo come ipotesi al solo scopo di farti riflettere anche su questo possibile fatto. Metti, dunque, che, assieme alle cause morali ed etiche, la tua prevalenza sessuale sia in attrito con degli aspetti diversi da quelli socialmente convenzionali. Quando si è contesi fra tensioni non sufficientemente conosciute o in caso di conoscenza poco o nulla accettate, va da se’ che trovarsi in dissidio è assolutamente normale, ma, un conto è essere in dissidio è un conto è restarci. Attenzione! Prendi nota: quando un dissidio si fissa, o ci fissa, o ci si fissa in un dissidio, allora, vi è anomalia da tossicodipendenza per fissato arbitrio!

Sino a che l’istinto sessuale non ha preso coscienza di se, l’identità sessuale non può non dirsi transculturale, cioè, di passaggio fra uno stato e l’altro della conoscenza. Come transculturale non significa che non si manifesta la corrispondente potenza, bensì significa, che pur manifestandola (al caso, ora a destra ora a manca) comunque la vita del transculturale non si afferma (se non naturalmente) ne a destra ne a manca. Allo scopo di raggiungere la conoscenza della propria sessualità, il transculturale non può non cercare lo stato che più gli corrisponde, ma, quanto può farlo se si sente censurato da una convenzione sessuale che potrebbe non essergli globalmente propria? Ammesso ma concesso con riserva che possa essere vero che la “deviazione” sessuale è un errore che può recare dolore (a mio avviso l’errore che reca il dolore sta, soprattutto, nell’aprioristico giudizio sulla personalità sessuale) non è forse altrettanto vero che vi è errore perché vi è dolore in ogni regola che normalizza la personalità forzandola in calzari non adatti al proprio viaggio esistenziale. Allora, quanto può dirsi “normale” una Norma strutturata sul dolore? A questa domanda non ci può essere che una sola risposta: una Norma è legittima tanto quanto non reca dolore. Potrei anche convenire che nella personale rinuncia di parti dell’io sessuale, lo stato sociale ne avrebbe giovamento (nel senso che è più ordinabile anche se più opinabile) se non fosse che le rinunce di se stessi che il Sociale chiede e/o impone, alla fin fine rivelano il cattivo odore che emana il fiato dei Poteri, non sui doveri (che non metto in discussione) ma sulla Persona.

Considerazioni a parte, può essere anche vero che la tua sessualità sia di quelle valenti a destra o a manca come anche verso controparti più mature e/o più giovani. Comunque sia, non nelle scelte vi è anomalia, tutt’al più, diventano anormali quando le si impone con violenza, o quando, a causa di una qualsiasi censura (vera o anche solamente temuta che sia) le si vive in modo infelice, e per scelta e/o per obbligo, ci si costruisce una vita che può essere anche infelice pur di poterle vivere o, al caso, non vivere. La sessualità (indipendentemente dal genere purché diretta verso la vita) è una potenza sempre e comunque costruttiva anche quando non è necessariamente finalizzata alla procreazione. Dove non si genera figli, comunque si possono generare sentimenti di vita e/o opere a suo favore. La sessualità, anche quando è goduta per un piacere sia pure finalizzato allo scopo di se stesso, comunque è al servizio della vita: infatti, essa fruttifica la gioia naturale. La gioia naturale diventa anche letizia culturale e, la letizia naturale – culturale, permette di attraversare gli anni della vita, quanto basta per non inaridire il sorriso. Per “normal” i Potentati intendono i cittadini sessualmente etero. Fra i “normali”, non pochi relegano l’individuale umanita’ nel limbo dei desideri da accarezzare da soli. “Normali” sono anche quelli che, convogliando la propria sessualità verso una qualsiasi un’idea, purché suprema, sono riusciti a sublimarla sufficientemente. Sono persone queste, che magari in assoluta buona fede non si rendono conto delle tragedie che provocano quando diventano in grado di imporre la loro volontà. Certamente se ne rendono conto quelli che censurano la vita “diversa” per motivi di potere: politico e/o religioso che sia. Non siamo in grado di saper quanto sia vera o recitata l’eterosessualita’ dei normali. Si puo’ dire, pertanto, che lo sono perche’ lo affermano.

La sessualita’ e’ mossa (o non mossa, o tiepidamente mossa) da infinite misure di forza. Cio’ vale per ogni genere di sessualita’. Chi non la manifesta per quello che e’, recita la parte che piu’ gli conviene, vuoi per mostrarla come anche per nasconderla sia a se’ che alla societa’. Questo gruppo dall’ipocrita sessualita’ alberga per la gran parte fra i censori della vita altrui. Passo oltre su questi perché ogni commento rischia di essere un mio nolente giudizio; su di essi, sia giustizia quello del loro Spirito. Infine ma non per ultimo: vi sono di quelli che “sanno cosa dicono ma non sanno di cosa parlano”. Questi in particolare, non sanno (o lo sanno solo culturalmente) quanto possa essere implosiva quanto esplosiva una sessualità che non trova la possibilità di avere sia il suo sbocco che la possibilità di regolarlo entro norme che siano corrispondenti sia al se personale che a quello altro. Per questi frigidi verso qualsiasi voglia passione, recitare la parte sessualmente sociale e religiosamente convenuta e’ ben facile parte’, come anche una millantata aureola. Se fosse vero il fatto che a copertura di una comunque ” diversa ” sessualità personale ti sei costituito una vita infelice anche a livello sociale pur di viverla (o, negandola, pur di non viverla) allora ciò potrebbe anche significare che hai preferito costituirti una identità sociale diversa (quella dell’anarchico – panelliana) che ha spinto la recita sino a drogarsi piuttosto di sentirti (nell’ambito borghese di provenienza) una identità sessualmente estranea?

Il vizio di censurare come anomalo ciò che non è compreso dalle sue norme è tipico dello spirito borghese, mentre, è tipico dello spirito libertario, quello di censurare il vizio di giudicare del borghese. Siccome la tua famiglia è borghese e siccome il tuo comportamento è libertario ciò potrebbe significare che una sessualità libertaria (la tua) attraverso un comportamento drogato (da equivoci prima ancora che dalle droghe) sta censurando quella borghese, cioè, quella della cultura d’origine? Come, se il libertario si è ridotto ad essere così poco a livello sociale da non poter essere significativa critica? Il libertario che non è niente a livello sociale, può mettere in crisi il borghese facendolo sentire in colpa. Come? Facendolo sentire fallito (ad esempio) dimostrandogli, che nonostante la sua ” perfezione culturale ” (e relativa importanza sociale) può produrre dei “tossici” ( degli errori ) e, dunque, essere sbagliata perché intossicante. Quali errori? Mah! Un figlio come te, ad esempio! Direi che il figlio in esempio, c’è riuscito molto bene a metterli in colpa. Tanto è vero che una madre ha ritenuto con me di “non aver nulla di cui rimproverarsi!”, ancora prima che gli dicessi: buongiorno! Al figlio contestatore, pero, la situazione, potrebbe essergli sfuggita di mano! Potrebbe essere vero, infatti, che per poter continuare a far sentire in colpa lo spirito borghese della famiglia che potrebbe accusare di deviazione sessuale il suo spirito libertario, è costretto a continuare a fare il “tossico”, che puo’ smettere solamente rinunciando al giudizio contro il tuo principiante ambito culturale, ma come smettere quel giudizio se ciò potrebbe comportare la cessazione delle difese con le quali hai coperto una tua possibile alternanza sessuale e, dunque, permettere la censura che temevi e per la quale hai costituito le tossico – difese? Come vedi è il classico caso dei più noti giri viziosi: quello del cane che si morde la coda.

Sentivo la mia sessualità in età precocissima. Nonostante siano passati quaranta e passa anni fa, ricordo ancora in modo vivissimo i miei istinti sessuali di bambino. Dovevo fare la prima elementare ma mi rifiutavo di andare a scuola. Solo timidezza, o paura che gli altri capissero la diversa realtà che già agiva dentro di me? Non ricordo se da bambino ero timido, però, ricordo con lucidità, che avevo paura non di cosa sentivo ma che si capisse ( e, vedesse ) cosa sentivo! Se così è stato anche per te, certamente all’età scolare non ti facevi le “pere” e, dunque non poteva provenire da quello l’eventuale censura che temevi dalla famiglia, però, all’età scolare già potevi aver iniziato a capire che la tua identita’ sessuale si ti stava diversificando da quella del gruppo di origine. Naturalmente, le mie sono ipotesi che introducono riflessioni, non, affermazioni. Se già in età scolare tu fossi stato in grado di essere naturalmente cosciente della tua diversità e, se per primo l’avessi temuta, si puo’ pensare, allora, che l’eventuale censura nei tuoi confronti, non avrebbe potuto provenire che da te, in quanto, certamente la tua famiglia non avrebbe ancora potuto capirlo! Se la temuta censura poteva provenire da te, allora può anche sorgere il sospetto che per difenderti da quello che temevi di te (se si fosse visto) hai preferito far vedere dell’altra vitalità: cioè, quella del diverso che tutto può fare perché, appunto, fuori? Se fosse, si potrebbe dire allora, che con la tossicodipendenza ti sei costituito un alibi e lo hai usato come scudo? Per anni potrebbe essere stato “semplice” e (s)comodo portarlo ma, ed ora? Se il vero soggetto del conflitto contro lo spirito borghese della famiglia non fosse quella Cultura in quanto tale, bensi’, contro i legali rappresentanti dell’autoritaria “grandezza” borghese che per autodifesa vuoi svilire, cioè, i tuoi genitori?  Se fosse, allora il conflitto è fra due diverse culture o fra te e loro? Perché? Perché hai rifiutato la loro determinazione? Perché hai rifiutato la tua remissività, o la Remissività? Perché non sono stati sufficientemente remissivi loro, cioè accoglienti? Perché, nei loro confronti, non sei stato sufficientemente accogliente tu? Filippo, è la Cultura borghese che vuoi far sentire fallita o sono i tuoi che vuoi far sentire falliti?!

La droga è una polvere che copre una vita ed è terra (polvere) ciò che in ultima la copre. Può essere che la polvere della droga sia la terra con la quale, per amore della morte in mancanza di amore per la vita, copri di suicidario sentimento una vita (quella di tuo fratello) che sta tornando alla sua origine, cioè, polvere, sia nel senso del naturale nulla che nel senso di nulla sia nella memoria personale che in quella storica della tua famiglia? Caro, il mio Filippo, da quale spirito è influita la tua vitalità nel dolore: dal tuo, da quello borghese in astio con l’anti, o da quello di un fratello che violentemente è entrato dentro di te attraverso le immagini di morte che hai vissuto a causa della sua? Credo sia il momento che ti chieda con sufficiente obiettività, di quale guerra ideologica ti stai facendo portabandiera! Delle culture in causa? Direi di no, perché, se fosse, magari avresti fatto il politico! Della tua? Dal momento che dal tuo caso, sembra tu stia facendo una personale politica potrebbe anche essere. Della bandiera di tuo fratello, se, per affetto ed influsso, hai raccolto il guanto della sfida che aveva iniziato (e finito finendo se stesso) contro il sistema borghese che evidentemente non gli corrispondeva o verso il quale non sapeva come corrispondere?

Situazione vuole, che la maschera della diversità sociale con la quale hai coperto la facciata della diversità sessuale possa essere diventata così “perfetta” da esserti diventato il “vero” volto culturale. In questa situazione, di maschere da strappare ne avresti due. Capisci adesso quando ti dico che, a questo punto, è più semplice gettare il saio borghese (nel senso di rinunciare alle tue radici di origine) per poter più liberamente essere (senza censure e ne pere) la persona di te stesso? Amenochè tu non abbia l’eroico coraggio di affrontare te stesso, la tua famiglia e quella sociale! Ma, per fare questo, non puoi non accogliere, con remissività, ciò che sinora hai rifiutato con determinazione. Anche più che giustamente, potresti obiettarmi: ma perché devo essere io il remissivo e non loro! La risposta è molto semplice! Ne la Società e ne i tuoi possono essere remissivi nei tuoi confronti perché la bestia che ti occupa (la tua odierna tossico_cultura) se li può divorare! Dici di no? Mah! Nonostante le volte che è già successo, ci credi proprio a quel no o ti fa comodo crederlo? Si diventa grandi accogliendo ciò che ci fa crescere e, la vera forza dell’Uomo sta nella capacità di essere anche remissivi per poter apprendere come essere anche attivi. Tutte le restanti concezioni della forza virile non sono che le scimmiesche convenzioni culturali che ti dicevo innanzi. Siccome sei uomo e forte (anche se compiuto di più come forte) sono certo che lo puoi fare, ma, sarai creduto? Qui, verrà il difficile. Non, sai, perché di per se; i tuoi famigliari ( o il Sociale ) siano dei negativi a priori, ma perché, purtroppo, la forza con la quale hai vissuto la diversità che volente e/o nolente ti avevi scelto, ha lasciato in piedi, dentro loro, ben poche possibilità di credere sulla parola.

Se tu non fossi l’intelligente testone cocciuto che sei, avresti già capito che, aldilà della famiglia e dello stesso Sociale, potresti ricomporre i dissidi, e mediando fra le parti, riavvicinarle. Applicando la mediazione, comunque non potresti fare quello che vuoi ma, senza dubbio e diversamente da ora, quello che effettivamente puoi. Dulcis in fundo: ti allego un riflessivo” Memento vita “. L’ho scritto riflettendo su di noi e, sui molti come noi. E’ ben vero che chi si loda si sbroda ma non mi pare niente male. Fammi sapere la tua impressione. Ci tengo. L’idea dell’Associazione “per Damasco” – Comunità di Fatto in Internet – è anche un po’ tua; se non altro perché volendomi Operatore di Comunità e, dicendoti che nessuna mi avrebbe accolto in quanto riesco di difficile digestione per qualsiasi sistema, mi hai costretto a pensare ed a inventare una via terza. Vedi, mio caro sciagurato, a che soluzioni può far giungere la mediazione?

Si viene a nuova vita mano a mano si ultima la precedente. Se la decisione di finire la precedente non è ancora risoluta, allora contate su di noi. * Se non osate fidarvi, con la vostra vita fermate anche la nostra. In questo caso, se constaterete che non vi abbiamo dato niente, sarà anche perché non ci avrete concesso altro. Se siete indecisi, ritroverete l’incertezza in ciò che rifarete. Se in ciò che rifarete toccherete il fondo, sarete giunti al bivio estremo: farsi con la vita, o farsi la vita? Le risposte in mezzo alle due sono croci apparentemente scaltre se sono paglia che si mette sulla spalla per non sentire il peso della stanga ma, quell’espediente non libera dalla catena che trascina dentro la feccia, al più, aggiunge degli anelli.

* Di noi come gruppo associativo “per Damasco”. Guattro gatti: letteralmente.

grurit

 

Le Favole “per Damasco”

A un certo Vi – talia – no della dinastia cinese Non – lo – so, chiesero: perché la bellezza non è clemente? Rispose il filosofo: per non ultimare.

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manofronte

Narciso

Si specchiò la vanità nello stagno Che-si-sa! Come sono, si diceva. Sembro proprio una malìa. Passò Verità. Seccata dai bla – bla la spogliò di proprietà e la rivestì, via – via, a righe di psicologia.

Dialoghi nel celeste

Un falco chiese alla luna: cos’è la norma? La luna gli rispose: norma, è lo stato della corrispondenza fra ciò che vuoi secondo te, e ciò che puoi secondo la vita.

Le amiche

Sopravvissuta all’invernata, la Cicala, rivide la Formica ancora affaticata.

Formichetta, Formichetta! Guarda o cielo, guarda o mare! Smettila di faticare! Rispose Formica, seccatina per la solita manfrina: chi no laora no magna, e chi no magna sparagna! Lo so, lo so! (rispose Cicala alla solita lagna) però, non t’ho detto di non lavorare! T’ho detto: di riposare! Già, come fai tu! Tutto il dì davanti la Tv! E’ vero, tutto il giorno me ne vado poco attorno, ma nel caldo della sera, accompagno chi ci spera.

I consiglieri del Re

Il re Siloso, aveva due consiglieri: il Ma ed il Però. Se qualcuno gli diceva – Guardi che il punto è questo! – subito convocava il Ma. Se altri gli dicevano – Forse è meglio l’altro, oibò! – lo stesso faceva con il Però. Nella morale della storia si racconta, che i Ma ed i Però, sono l’onta di chi tergiversa l’opinione per non accogliere ragione.

Farfalla innamorata

Farfalla innamorata di Tulipano, gli domandò: perché non c’è lo stesso sentimento fra di noi? Gli rispose Tulipano: perché non mi è ala la tua ragione, e la mia, non ti è radice.

Volendo essere Merlo

Volendo essere Merlo, Passero tinse il becco di giallo. Credendo l’accorgimento sufficiente, assieme ai merli andò alla fonte. Come quelli mise il becco a mollo, è vero, ma lo ritrasse ancora nero. Morale della storia: una parte che non sia vera, dura un sorso e, buona sera!

Fiordaliso&Figlio

Decise Fiordaliso di adottare Giaggiolo e l’accolse nel vaso! Che strano fatto, miagolò Gatto, a Ortensia pensosa. Qui, cova qualcosa, disse, bianca, la Rosa. Lasciali dire, raccomandò Fiordaliso, al suo piccolo Fiore. Curati di quelli che sanno amare.

La sorpresa di Pero

Ebbe Pero una brutta sorpresa! Per la vergogna, coprì di foglie quella rogna, ma, Mela, rubiconda, sbucava lo stesso dalla fronda. Scosse Pero tutto il suo tronco, e i rami pregò di scrollare, ma, non ci fu niente da fare! Cosa dirà il mio vicino?! E che figura ci faccio, con quell’impiccio! Venne Contadino. Prese Mela con mano lesta e la mise nella cesta. Dice la morale di quell’arte: ogni vita può la sua parte.

Parenti&Serpenti

Filippo, aveva due parenti, velenosi come serpenti.

Io – Sono, uno si affermava. Io – Faccio, l’altro gli diceva.

Me ne impipo, Sono diceva a Faccio, quando discordava.
Me ne impipo, Faccio diceva a Sono, quando si fermava.

E, la storia durava, durava!

Ma un bel giorno Filippo si scocciò!
Prese Sono e prese Faccio, e senza alcun però,
in – dis – so – lubil – mente, li legò!

La morale nulla dice, perché, ora, Filippo, tace.

Gallina curiosa

Una gallina domandò
(o era un pollo, non lo so)
sono nata prima io,
o l’uovo mio?

Il Gallo rispose:
prima di te c’ero io!
Cala il rostro
che te lo dimostro!

Per chi non l’avesse capita, il gallo, è la vita.

 Libera docenza

A chi voleva ascoltarlo, un antico filosofo cinese, (un certo, Vi – talia – no), così raccontava: la vita è una scuola dove insegnano due saggi: il Maestro Stare – bene, ed il Maestro Stare – male. Gli alunni sono liberi di frequentare le lezioni dei docenti che preferiscono, ma, se nonostante il dolore che hanno appreso frequentando le lezioni del Maestro Stare – male, non seguono quelle del Maestro Stare – bene, vi pare che possa convincerli questa storiella?

La vita è come un pollaio

Si narra, che ad un antico filosofo cinese, un certo, Vi – talia – no, fu chiesto come distinguere le personalità volpi, dalle personalità non volpi. Il filosofo rispose: una vita è come un pollaio pieno di galline. La porta di quella vita è sempre aperta. Tutti i generi di personalità vi possono entrare. La conta delle galline rimaste, dopo che tutte le personalità sono uscite dal pollaio, distingue le personalità volpe da quelle non volpe. Gli obiettarono: senza immediato controllo, come sapere chi delle personalità ha rubato le galline? Rispose il filosofo: le personalità non volpe, non entrano nei pollai.

Le inquietudini di Alberello

Non tanto tempo fa, Alberello di Bosco, in sé turbato, chiede udienza al re dei Boschi. Addentratosi nella sala degli ” Alberi che ora possono”, e giunto alla presenza del re, s’inchinò, scuotendo con deferenza le sue foglie. Dagli antichi rami intrecciati a trono, il Sovrano, l’invitò a parlare.

Mio signore: sento che la linfa stenta a percorrere le mie vene e tanto sono sovrastato da edere che la luce mi raggiunge poco. Guarda! Il verde delle mie foglie è opaco, ed i bordi ingialliti. Sono a conca, non come quelle che raccolgono per dare, ma come mani che si protendono ad elemosinare altra luce, che quella che hanno, le lascia come vedi.

Se generalmente occorre un grammo di clorofilla per guadagnare il giorno, con la stessa quantità, ne ho solo per qualche ora. Il poco guadagno messo a fronte della fatica, piega la mia vita al punto, che non so più come trovare la forza e/o le motivazioni, per raddrizzarmi.

Il riconoscerlo, è l’ulteriore veleno che ancora di più mi piega, così, l’ora di guadagno che mi si riduce sempre di più, è una costante usura della mia vitalità! Certamente non posso dire che sto morendo a me stesso, ma posso dire che sto vivendo, o quanto meno, nella giusta misura, e nel giusto luogo? Ecco! Il mio turbamento, sta nelle risposte che non so darmi.

Il Re fermò i commenti di Alberi dei quali era Signore e, nel silenzio che seguì, si raccolse in meditazione. La voce che giunse ad Alberello lo meravigliò, tanto pareva venire da dentro di lui, e, sul momento, ne fu quasi spaventato, ma poi l’udì, come comunemente udiamo.

Mio Alberello, (disse il Re), neanche noi, possiamo intervenire nelle leggi che regolano il luogo nel quale siamo. Per questo, tanto meno possiamo ordinare che ti sia maggiore lo spazio che occupi. Nel farlo, turberemmo le ragioni che di Bosco non tutte conosciamo. Se ti può consolare, sappi che il tuo turbamento fu anche di Alberi che ora possono.

Noi Re, tuoi principi, possiamo solamente confermarti che il posto che occupi nel tuo bosco, è, nel bene e nel male, ciò che sino ad ora hai saputo, e/o voluto, e/o potuto raggiungere. Se ciò non ti soddisfa, in primo ti invitiamo a riflettere se il tuo nome, (ti sei presentato al nostro cospetto dicendoti della famiglia dei Castano), sia effettivamente quello che sostieni di essere. Se ti senti indebolire anzitempo, può essere perché il tuo nome (e, dunque, tutta la tua funzione di Albero nella tua famiglia) è diversa da ciò che pensi di conoscere.

Come sapere se anziché Castano, sei Salice, o Robinia, o altro nome? E’ molto semplice! Confronta le tue foglie con le altre! Guardane il disegno! Se ha spine! Controlla il colore della tua scorza!

Insomma, oltreché dirigere lo sguardo su te stesso, volgiti anche a Bosco, non solo per vedere, ciò che per te è più verde o forte, e, dunque, apprendere il modo per diventarlo, ma per vedere anche il Tutto.

Nel farlo, non trascurare di riflettere sulle radici di ciò che vedi, se vuoi imparare le cose, sino al loro principio. Noi sappiamo bene che gli Alberi che ora possono hanno in spregio quelli che ancora non possono, perché di non paritaria condizione di vita.

Sappiamo anche, che gli Alberi che ancora non possono vengono reputati diversi e/o inferiori, ecc, ecc. Abbiamo sempre condannato, questa arbitraria condizione, del giudizio di chi può, ma, neanche noi, possiamo estirpare i nodi, che ammalano di brutture la scorza dei nostri sudditi.

Altresì sappiamo che per gli Alberi che ancora non possono, questo giudizio è un ulteriore peso, ma, sappiamo anche bene, che molti Alberi che ancora non possono, si reputano diversi, non perché giudicati tali, ma perché così si giudicano!

In genere, ma in prevalenza, si giudicano così, perché amerebbero essere l’idea che sognano, al di là di ciò che effettivamente sono! Da questa impossibilità, in loro nasce scontentezza, e senso di pochezza.

Per quanto conosciamo, supponiamo che il genere di lamentela che forma il tuo turbamento, possa anche essersi originata da una scontentezza di te stesso in molti modi motivata, più che dal luogo e/o dalla condizione, in cui ti trovi a vivere la tua funzione di vita.

Fra altre cose, la scontentezza di se stessi può essere la fuga da Bosco, che tanto più dimostra, che si vuole essere ciò che si vede con gli occhi del desiderio verso altro da sé, più che con quelli della ragione del proprio stato. Questo, in genere ma in prevalenza, è ciò che maggiormente forma la matrice culturale del senso della diversità, non solo sessuale.

Se fosse ciò che supponiamo, non la condizione di Bosco, e/o le Edere, potrebbero essere la causa che ha motivato la tua presenza al nostro cospetto, ma lo sradicamento dalle tue radici, che fai ogni volta aspiri a non essere il tuo nome: vuoi perché non sai esserlo, o perché non sai come esserlo, o perché ti si impedisce di esserlo, o perché non accetti di esserlo, o per un insieme dei fattori che testé ti stiamo dicendo.

Il re, poi, tacque.
Alberello uscì dalla sala del trono.
Tornò da dove era partito.
A nuovo vento oscillarono le sue foglie.

La luce di Luna

Fra delle nuvole a corona
una stella girava attorno alla Luna.
Affascinata,
si seppe colpita da tanta massa,
ma,
c’era un pareva
che non la convinceva
in quella matassa!
Gira che ti rigira,
infine
capì la lezione:
la differenza fra brillante e zircone.