Nelle Lettere

LE MENSILI: GIUGNO c.a.

Qual piuma al vento

Il Salvini è un Avatar

Caro Di Battista

A che gender è appartenuta la spiritualità di Cristo?

Caro Francesco: ti scrivo sulla Capra pedofila e sui tuoi cavoli.

Quo usque tandem, Francesco?

Dio non parla, è vero, ma la suo posto lo fa la vita

Debiti, zirconi, e cardini.

Per essere singolari

La ragione delle sponde

La pienezza sessuale è una poesia felice

In buoni o cattivi motivi, l’Essere.

La “norma” è quello che i tossici dicono della droga: una madre puttana.

A Israele rimane ancora un Esodo

Francia o Spagna purché se magna!

Succede quando il nostro in_finito non ha coscienza di sé

Caro Francesco, e nondimeno caro, Mauro Biglino.

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FRA LE ARCHIVIATE

1) Lettera di un amareggiato cristiano.

2) E’ “un genio o un pazzo” lo strano Finocchio che gira per Verona? …

3) Pedofilia e sacerdoti: esperienza.

4) La solitudine è una mancanza di identità, leggo in FaceBook

5) C’è famiglia di vita e famiglia di paglia.

6) Si, il mondo sta andando fuori di testa …

7) E’ capitato al Woitila quello che si dice capitato anche a Cristo. … 

8) Di che mamma vogliamo essere figli? … 

9) I bulli sono figli di genitori da rimandato magistero per rimandata società! 

10) Shemà Israel! 

11) Shemà Israel. Mi sei passata fra i pensieri.

12) Educazione Responsabile è far capire a Edipo chi è Laio.

13) Quando l’ucciso si chiama Edipo.

14) Quando la nave affonda, non tutti scelgono di fare i topi

15) Tossicodipendenze: per fare una vita ci vuole una vita.

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1) Lettera di un cristiano amareggiato

Di Cristo hanno detto di tutto e di più. A maggiorata conoscenza, però, di quell’identità è prevalentemente rimasta la fede di chi non sa camminare con le proprie gambe. Nonostante la personale delusione, comunque in quell’idea ci trovo il desiderio del fratello maggiore che non ho avuto. Fra fratelli non ci si separa. Al più ci allontana la vita: avrà le sue ragioni. Più facile viverle che gestirle, le vie della vita: non per chi ha bisogno di non vivere la propria. Gli occhi del bambino che sono stato e che nonostante tutto ancora spero di essere e restare, ora lo vedono meglio l’Avatar che hanno usato per mettere l’anima in servitù. Meglio avrebbero fatto i soggetti in discorso (e meglio farebbero) a mettersi al collo una macina da mulino. Quanto dolore mi sarei risparmiato, e quante teologiche ciance sul Figlio e sul Padre. Per quanto amareggiato, comunque confido nell’acqua che verifichiamo pulita, (cristiana o no che sia) e butto la sporca. E’ sporca l’acqua che rinverdisce le rive melmose: cristiane o no che sia. L’acqua simbolizza la vita. Sono riconoscibili, quelle rive, dalla gramigna che ci nasce. Non ne elenco i generi. Nessuno ha bisogno di me per nominarli, e ognuno ha bisogno di sé, per poterla vedere secondo sé: anche perché non sono un “pescatore d’uomini”! Al più, nella vita e della vita, pesco quello che scrivo: questa lettera, ad esempio.

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2) E’ “un genio o un pazzo” lo strano Finocchio che gira per Verona?

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa, e la mia, quando ho iniziato queste scritture, stava subendo un pesante lutto. Emozionalmente luttuoso, quindi, mi è stato anche il verbo (io sono) e la parola: vita. Durante il lutto (se sopito, lo direi da poco) non riuscivo a barrierare le emozioni di dolore che travasavo nelle lettere. Non potevo farne a meno anche quando me ne rendevo conto. Leggendole nell’immediato, a me pareva tutto chiaro e ovvio: persino banale. Rileggendole anche anni dopo, invece, rilevavo un disastroso frastornamento di pensieri. Lo stesso, direi, che colpisce chi ascolta più voci contemporaneamente. Fatto sta, che, sopite le emozioni (in ogni caso reggevano il vissuto dell’epoca) non capivo più quanto mi avevano dettato. Oltre che “sordo” perché non più capace di sentire, quindi, ho temuto di poter tornare ad essere “muto” perché non più capace di parola. Non vi dico il panico! Dico soltanto che un po’ alla volta l’ho superato, traendo discernimento da quel dolore: e la facoltà di verbo e di parola è tornata ad essere la mia. Comunque raggiunte le “placide acque”, ora vedo certe lettere come certe case: demolirle sarebbe più semplice che ristrutturarle; e se le vedo come campi che pure ho arato, mi vedo anche come il seminatore che non sa più distinguere il grano dal loglio, e che è solo per questo che non si arrende alla cenere.

ps. Ho suscitato la domanda una ventina di anni fa. Non credo di essere migliorato, quindi, lascio “ai posteri l’ardua sentenza.” Mi si chiederà: perchè dirsi Finocchio quando la Cultura in Lgbt sta facendo così tanto per farci riconoscere come gay? Mi rispondo: perché, per quanto si dia da fare, solo i forbiti ci pensano così: gli altri, no; ed io, ho preso l’abitudine di prendere “il toro per le corna.”

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3) Pedofilia e sacerdoti

Cortese signore: frequentavo la terza elementare quando fui coinvolto oggetto – soggetto sessuale del piacere pedofilo di un sacerdote. Sostengo che ne fui coinvolto oggetto perché non consapevole dei significati di quel piacere. Sostengo che ne fui coinvolto soggetto, perché, sia pure nella mia relativa coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Per quanto ragazzini, tutti conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi, sapevamo chi era, sia l’amante in carica che quello non più in carica. Ricordo come fosse ieri un biondino del mio stesso paese. Ricordo come ieri di un chioggiotto dalla forte vitalità fisica e non di meno, erotica. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenavamo regali che altri non avevano speranza di avere. Mi pensi, però, non come il sessantacinquenne di ora; mi pensi, orfano anche di ogni concreto affetto, ma come le dicevo, non orfano di coscienza. Per quella sia pure elementare conoscenza, quindi, oggi non posso considerarmi vittima di quelle attenzioni, ed infatti, non è per questo che racconto la mia esperienza. Gliela racconto, invece, per confermare che anche nel mio caso dell’epoca, l’istituzione del collegio preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere. Una volta scoperto il fattaccio, infatti, il prete ricevette una lettera del Superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene sia quella lettera (scritta a penna in corsivo con inchiostro nero) come ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere. Ricordo bene, anche, che dal collegio fui cacciato, non trasferito. Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto, se tale volessi considerarmi. Sono passati più di cinquantanni, ma ricordo come fosse ieri, sia i miei pianti, sia la mia solitudine di bambino abbandonato. Non per questo è mai venuta meno la mia stima nella Chiesa dell’amore, vuoi nel suo sacro come nel suo profano. Nessuna stima, però, nella chiesa del potere.

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4) “La solitudine è una mancanza d’identità”, leggo in FaceBook.

Obietto: certo, ma è la mancata compagnia nell’essere che non permette l’affermazione di sé. Per mancata compagnia intendo stati di mancato riconoscimento di sé, vuoi negato se conscio, vuoi “negato” se inconscio. Mi si risponde: Non penso. La solitudine è una malattia dalla quale è difficile guarire Replico: Lei sta corrispondendo con un Esposto, adottato, con orfanotrofi e collegi alle spalle, e con problemi di identità per alterna sessualità, senza contare l’infanzia e la prima giovinezza in piena povertà. Ora ho 75 anni, il diabete, la minima, sono la mia unica famiglia e l’unico parente, eppure, ora non so cosa sia la solitudine. Lo ero, invece, quando mi conoscevo poco e a ragion veduta, male. Lo ero, quando sottostavo continuamente a un giudizio che mi davo senza clemenza e tautomeno misericordia. Lo ero quanto l’opinione altrui imperava sulla mia. Lo ero, quando, sia socialmente che sessualmente, non ero nè carne e ne pesce, ecc, ecc. No, non sono della sua idea: la solitudine non è una malattia: al più, la febbre che denuncia che non ci siamo ancora trovati, e che il mondo se n’è accorto.

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5) C’è famiglia di vita e famiglia di paglia.

Anni fa, un ragazzo pavese, militare a Verona, ebbe a dirmi: che problemi ti fai con la donna! Quando è necessario, puoi sempre pensare ad un uomo! Da allora non credo più all’eterosessualità sincera, appunto perché non è possibile accertare se tale è, o se invece è una maschera per schifate e represse debolezze. Comunque stiano le cose, i favorevoli della Famiglia hanno in mente una costruzione ideale. Una costruzione di quel genere è come Dio: c’è, ma nessuno l’ha mai visto, così, l’eterosessualità politica non può far altro che mostrarci un Fantoccio e sperare con non perda la paglia. Per quanto mi riguarda non credo nella Famiglia di marchetta sociale. Credo, invece, nella vita che sa farsi famiglia perché sa farsi carne sociale, indipendentemente dal tipo. I politici che sbandierano madri e figli naturali come conferma del loro essere per la vita, a me fanno solo una grande tristezza.

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6) Il mondo sta andando fuori di testa proprio perché non è gestito da “poveri di spirito”.

Non so cosa significasse “povero di spirito” per il Cristo evangelico. So quello che modernamente sottostà al pensiero cristianamente ipocrita, e cioè, complessivamente sfigato. Da diverso cristiano, penso, invece, che il Cristo identificasse (in quella “povertà”) la persona che vive solo del proprio spirito, quindi, non parassitato e neanche parassitante. Dalla morale di questa favola traggo l’immagine che allego in FaceBook oltre che qui..
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In un commento su altro scritto, una Signora mi ha diplomato con “Grande”. Ovviamente m’ha fatto piacere ma, mi è stato stimolo di vanità solo un attimo. Vividi ricordi non ci hanno mai messo più di un secondo a buttarmi giù dagli scranni fabbricati dai miei excursus scolastici: una quinta ottenuta con grande sorpresa del maestro oltre che mia; una licenza media (sindacale) ricevuta con vergogna perché obiettivamente non guadagnata; un’abilitazione alla terza magistrale: complice dell’esproprio una scuola privata. Come non bastasse, a tarda età mi sono iscritto anche a una scuola pubblica. Non non ricordo se prima o dopo la serale. E’ vero: comincio a perdere qualche memoria ma, mai di me! Più che altro pensando a me, scrivo la morale della favola che si legge nell’immagine. Su FaceBook, uno dei pochi che stimo per quello che è oltre perché risponde ai miei pensieri, commenta: una cosa è il discorso ben acconcio altro é l’agire. Gli chiedo di spiegarsi. Mi scrive: declamare non può ridursi ad artificio. Gli rispondo: direi che hai colto una sfumatura ma non la sfumatura che volevo far capire. Intendevo “semplicemente” dire che nel trovare l’effettiva valutazione di noi stessi è necessario mediare fra il grande che qualche volta ci capita di essere, e il comune che generalmente ci capita di vivere. Il vanesio, ad esempio, questa media non la fa, come non la fa neanche chi loda una realtà non verificata. Una bella e utile riflessione la tua. Filosofia aristotelica, mi dice. Aristotile? E’ un pezzo che non lo vedo ma dovrei avere il suo numero…. Avrà sorriso della vecchia battuta, penso e spero. Non faccio in tempo a immaginare quel sorriso, che mi scrive un “mediare”, che per qualche verso avverto come un cielo che non sa se far ridere o piangere, o come un giro d’aria che un poco preoccupa la casalinga con poche molle per il bucato da esporre. In genere sono un bravo ragazzo, ma ogni tanto, volente&nolente in pari grado, mi spuntano delle provocatorie corna: mediare? Chi, cosa, come, perché, quando, dove? Alle mie fucilate non fa un plissè! Solo ribatte citandomi un poco: tra il grande e il comune, senza cedere al vanesio, “sapendo che il vanesio fa la, “storia”. Trovo stimolante questa farina del suo sacco. Tanto che mi suscita la riflessione di chiusura: ci sarebbero infinite cose da dire su storia fra virgolette. Di fatto, pure la storia senza ci ha dimostrato che è stata fatta da soggetti malati. Non tanto in una patologica misura anche se non è escluso, quanto nel senso di un così, in cui imperavano anche dei pesanti cosà. D’altra parte, senza quello scompenso, mica avrebbero fatto la storia quei vanesi; e di quei difettati, quanto possiamo escludere che una tensione verso il voler fare la storia, altro non sia stata che una tensione verso il far la propria? Si, il mondo sta andando fuori di testa proprio perché non è gestito da “poveri di spirito”.

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7) “Non sento più la voce di Dio”

E’ capitato al Woitila, quindi, quello che si dice capitato anche a Cristo: sentirsi abbandonati dal Padre perché non ne sentivano più la voce. E’ padre chi procrea una vita. Elevando il pensiero, si può dire che è Padre anche chi ha originato la vita. Il chi, (se vi è un chi) il come e l’identità non sono in discorso. E’ voce, il suono dell’emozione. Si può dire, allora, che non sentivano più la voce perché non sentivano più l’emozione che li faceva sentire vita della e nella Vita, o con altro dire, figli del e nel Padre. A un credente può capitare di sentirsi in relazione con il Padre, tanto quanto, fra i principi che reputa di Dio e i suoi vi è stato di eletta comunione. Dove (almeno secondo fede) la morte non scinde (culturalmente e spiritualmente parlando) una vita dalla Vita, lo può la Natura: contenitore comunque effigiato, di contenuti comunque raggiunti. La scissione del contenitore della vita (la Natura) dal suo pensiero (Cultura) e dalla sua vitalità (forza dello spirito dato lo Spirito) può capitare all’improvviso come per gradi. Nei soggetti in esempio è successo per gradi, e per gradi, hanno potuto rendersi conto dell’abbandono che emotivamente vivevano, ma, è stato vero abbandono, e chi ha abbandonato chi? L’idea della vita che diciamo Dio e/o Padre è prima. Come prima, è sovrana e assoluta. In quanto tale, dipendente solo da sé stessa. In questo e per questo, esente da qualsiasi altro stato emotivo. Se questa è l’immagine prima della vita, questa non è l’immagine di qualsiasi somiglianza da quella derivata. Nella somigliante, infatti, la sua vita vive infinite emozioni, e fra queste (voluto o subito) l’abbandono. Ciò che non può essere del Padre e nel Padre, quindi, lo è nella sua “figliolanza”. Ed è solo della e nella “figliolanza”, pertanto, la capacità di abbandonare come quella di abbandonarsi. Da ciò ne consegue, che l’abbandono vissuto era di loro da loro, e che del Padre da loro non poteva assolutamente essere, avendo il Principio della vita, un solo principio di vita: quello di sé. Figlio, Santi o Profeti che si possa dire, all’umanità non sfugge nessuno, ma il Principio della vita (la vita del Padre) è Clemente e Misericordioso.

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8) Di che mamma vogliamo essere figli?

Lettera aperta ai Credenti turbati da imbecilli intenzioni circa il Corano.

Non appena mi hai detto, Credente, della ferita nel tuo spirito, come prima necessità ci ho messo un cerotto: di che ti meravigli se c’è gente che vuole bruciare il Corano? Non lo sai che la mamma degli imbecilli è sempre incinta!Generalmente, per imbecille si intende chi è culturalmente e/o psicologicamente mancante. C’è, tuttavia, un ulteriore significato: debole. Chi è debole, si può non aiutare? Certo che possiamo non aiutare il debole, ma contravenendo sia allo spirito islamico che a quello cristiano. Limito il discorso a queste due religioni per il solo fatto che a te, islamico, si sta rivolgendo un cristiano.Alla cura contro una imbecillità religiosa intesa come debolezza nella rispettiva fede, al principio delle cose conosciute ci sono stati due medici: Cristo, ed il Profeta. Secondo razza, carattere personale e tempi storici, e secondo esperienza di vita e sapienza (comunque raggiunta) anche questi due medici hanno curato l’imbecillità che hanno trovato attorno a loro, (e forse, anche in loro) con dei cerotti.Il Cristo cerottò la sofferenza e l’ignoranza altrui con l’idea del dio Padre, mentre chi è “dedito a Dio” secondo il Profeta. Chi è dedito a Dio, non può non esser dedito al Padre, essendo Dio, il Sommo Genitore del creato che purtroppo stiamo rovinando anche nelle creature, ma questo è un altro discorso. Da questi due Nomi, (Dio e Padre) che non esito a dire primi da tanto sono universali, a valanga ne è disceso una infinità di imbecilli interpretazioni, e una moltitudine di monopoli; per monopolio intendendo, esclusivo possesso e settaria gestione della Parola da parte di innumerevoli imbecilli, che per curare la loro debolezza culturale, spirituale e religiosa quando non psichica, si sono impossessati di Dio affermando di parlare a Suo nome. Se è ben vero che nulla può provare quell’affermazione, è anche vero, purtroppo, che nulla la può smentire. Al più, possimo non crederci. Lo potrebbe smentire Dio, ma Dio, tace. Tace veramente, o siamo noi che ancora non sentiamo la Sua parola, in quanto presi ad ascoltare la nostra? Temo quest’ipotesi. Dico sentiamo e non ascoltiamo, perché la Parola non si ode con l’orecchio; si ode, attraverso le emozioni. Le emozioni sono il verbo della vita che ascolta sé stessa, e/o, che ascolta la vita. Quale vita sentiamo veramente? Quella dell’amore, o quella del potere, o quella della confusione fra amore e potere? Sia nella fede cristiana che in quella islamica si può dire forte, e quindi non imbecille, il Credente che ha riscritto il suo Libro nella sua mente, nel suo spirito, e di conseguenza (se conseguente è) nella sua vita. I libri si possono ristampare, e la data spiritualità, elevare, indipendentemente, dalla quantità di carta che un imbecille può bruciare. Certo è, che non dovremmo mai “ristampare” i Profeti come abbiamo fatto. “Cosa fatta capo ha” dice un noto proverbio. L’Islam dice insciallah, cioè, volontà divina. Tutto considerato, altro nome con il quale poter intendere il “capo” del proverbio che cito. Animo, Credente, anche tralasciando di dirigere il tuo sguardo, principalmente verso la mamma della vita imbecille, che se c’è ancora vita spiritualmente non debole, (e c’è!) vuol anche dire che c’è mamma anche non imbecille. Tutto considerato, sai che ti dico, infine?! Infine ti dico che l’imbecille gesto del pastore ha finito coll’esserci utile! Infatti, (sia pure sé nolente) ci ha brutalmente posto di fronte ad una domanda, che esigerebbe una giornaliera risposta: di quale mater sono figlio? Della forte, o dell’imbecille? Ignorare la risposta è ammalare di debolezza la mater forte, o mettere sul marciapiede quella imbecille. Vero è, che “ognuno fà quello che può.”

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9) Le tante facce del bullismo

Vado all’agenzia della banca per l’usuale questione: la ricarica della carta. Di per sé nulla di complicato. Complicato me lo diventa perché da mese a mese dimentico come si fa. Già durante il primo tentativo, una donna (non ha meritato il titolo di signora) mi si avvicina dicendo: quanto pensa di metterci perché devo saperlo… Avrà avuto anche altre commissioni, penso, così, me la cavo subito, gli rispondo con cortesia. Guaio volle, che, subito, non ci sono riuscito neanche al secondo tentativo! Spazientita per aver atteso un ulteriore minuto la donna mi rifà la domanda. Al che, la pazienza la perdo io, e ad alta voce gli ribatto: quando mai ci si permette di andare a uno sportello e di dire all’occupante che deve sbrigarsi, o di farla passare, perché lei deve sapere a priori il tempo necessario alle operazioni?! Sarà anche perché l’esagitata ha capito le ragioni nella mia domanda, sarà anche perché ha capito che non sono farina da far ostie, ma non c’è stata risposta! Vuoi per ragioni di forza, e/o per ragioni di età, e/o per ragioni culturali, e/o per l’insieme dei casi, vittime di bullismo, sono tutti quelli che non possono e/o non riescono a dimostrare ai prepotenti, di non essere farina da far ostie! Di chi la causa? Lapalissiana la risposta: di chi fa l’impasto delle ostie. Tornando a quella donna mi domando: è stata la famiglia e/o l’ambito sociale di crescita a renderla prepotente con un anziano? Ho avuto modo di conoscerla anni fa: era preside di un liceo. L’ha potuto, quindi, per via di un potere culturale che magari gli è diventato un presunto potere da censo sociale, da far prevalere su quelli che non sembrano dello stesso livello? Vero o no che sia il sospetto, comunque l’ho rimessa al suo posto! Come può meravigliare la presenza del bullismo nei giovani, se impastiamo i crescenti con l’equivoca farina che ha impastato noi, non si sa da quanti equivoci fornai?

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10) Shemà Israel!

Non so cosa farei se fossi Israeliano, e ciò è, se favore del tuo essere, o se, nel tuo essere, contro il tuo fare. Da cristiano nell’essere, anche se non poco perplesso sul mio fare, sono sempre rimasto affascinato dalle tue grandi storie; che poi, siano rimaste storie per l’uomo adulto che sono, non per questo, il fascino (fanciullino, lo confesso) si è ridotto. Posso dirti, pertanto, che, complessivamente, non ti non ti sono anti qua o anti la! O meglio, ti sono anti, come sarei anti all’amico che ha bevuto troppo alcool. Non anti verso la persona, ovviamente, ma contro il suo momento, sì! (Stavo per dirti Spirito, al posto di alcool. Mi avresti capito lo stesso. Lo so.) A proposito di Spirito, da non pochi anni mi domando: sei veramente sicuro che ti abbia promesso il possesso di quella terra? Si, perché, detto molto francamente, a me pare t’abbia dato una croce, non, una terra, o quanto meno, una terra dove devi portare una croce, implicitamente promessa con la Terra! Per “croce”, intendi il peso della vita della Natura, sulle spalle della sua Cultura.
Non so se sia il dolore a rendere eletti per il modo di affrontarlo, o se sia una fede per il modo di crederci e/o di viverla. Quello che so, è che dove c’è dolore non c’è verità, perché il dolore, è il male naturale e spirituale da errore culturale! Sia come sia, a farti ala mentre percorri il tuo destino vedo molta gente. C’è chi grida: coraggio! C’è chi tira sassi! Chi sulla tua caduta scommette pro o contro. Non vedo nessun Cireneo, però! Mi rifiuto di pensare che Dio non l’abbia previsto perchè ha dei limiti, quindi, avrà le sue buone ragioni. In attesa di capirle, Shemà (la vita) Israele!

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11) Shemà Israel. Mi sei passata fra i pensieri.

Secondo stati di infiniti stati, vita, è Spirito Determinante e Spirito Accogliente. In quanto forza determinante a livello culturale, e penetrante a livello naturale, per principio è maschile. Per opposti ma speculari principi è femminile.

“Così in Basso, così in Alto.”

In Alto, ovviamente, non ci sono le naturali complicazioni che succedono in Basso. Sul Sinai, Mosè ha accolto la manifestazione di uno Spirito (sia di Dio o no non è l’oggetto di questo discorso) all’inizio dubitando (mi pare) ma in seguito (anche per le particolari manifestazioni di quella forza) cedendo la sua ragione a quella Ragione. La remissione di una ragione a un altra, è il principio base dell’Accoglienza che nella Donna forma la femminilità e il carattere della sua forza. Si può pensare, allora, che lo spirito del Mosè si fece (culturalmente e spiritualmente parlando) Ancella di quello Spirito. Con il Mosè, si fece Ancella anche l’Israele che accolse lo Spirito che il Mosè aveva accolto. Per quella a_razionale e totale remissione della singola e collettiva fede, quello Spirito li disse Eletti. Si può dire che è stato, storicamente e spiritualmente così, sino all’Olocausto. Cosa è successo dopo la strage di quel popolo? A mio sentire, è successo che ha detto basta al ruolo del sacrificante Isacco che nel tempo era forzosamente diventato. Umanamente parlando con tutte le ragioni, tuttavia, con delle conseguenze spirituali, forse non considerate. Ammesse e non per questo concesse le mie ipotesi, da parte di Israele vi è ancora l’originale corrispondenza di spirito (la vitalità particolare) con lo Spirito: la vita universale? A mio sapere (so perché sento, non, perché conosco) direi che quella alleanza cessa, tanto quanto non si accoglie lo spirito di quel Principio con la principiante remissività spirituale. Si può dire, pertanto, che L’Israele di ora non è più eletta Ancella, tanto quanto si fa l’eletto maschio che (sia nel particolare che nell’universale) pone alla vita (e di conseguenza al suo Spirito) delle egocentriche condizioni. Nulla come il dolore e il conseguente lutto possono mutare così tanto un’Identità; lo possono sino a far deragliare un animo dalla sua strada. Quella percorsa da un popolo Isacco disposto per fede ad accogliere il sacrificio della vita, o quella del popolo Isacco, che dimostra (sia al particolare mondo che all’universale) così tanta fede nello Spirito della vita da fermare la mano che gli tiene il coltello alla gola? Non so: oltre non “vedo”.

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12) Educazione Responsabile è far capire a Edipo chi è Laio.

 
Il loro modo di comunicare con i figli i loro insegnamenti, anche perché, da altro e/o da altri di accantonato magistero. Dovrebbero porsi, tuttavia, questa domanda: i figli non ascoltano per orecchio, o non ascoltano perchè le emozioni comunicate dal genitore non corrispondono al data base emozionale del figlio/a? Dove c’è il rischio che la parola cada nel vuoto, quindi, trovare le corrispondenti emozioni fra le due Figure è l’indispensabile ponte. Ovviamente, secondo quanto si sa e/o si può.” (Commento in Educazione Responsabile)

 

Pensavo di aver detto quanto, invece, al proposito, mi girava nella mente un che d’incompiuto. Penso sia questo: il Freud (rifacendosi alla tragedia di Edipo) dice che il figlio supera la figura del genitore se lo “uccide”. C’è del vero in quanto dice, tuttavia, è un vero fortemente superato. La società non è più il compiuto Genitore che fa compiuti genitori che fanno compiuto il Genitore. La Società, oggi, è un’Idra dalle molte steste: tutte referenti all’unica, e tutte delegate ad essere la sua, ma nessuna responsabile del Tutto. Ciò che è diventato lo Stato genitore, è diventato anche lo stato dei genitori. Anche i genitori, infatti, a livello educativo sono diventati la testa formata da tante teste. In vero è sempre stato così, ma i referenti dell’Idra dedita alla pedagogia sociale (sia pure ai tempi di Berta filava) erano numericamente inferiori. Non solo, di più ferma (certa e/o potente) identità personale e sociale. Per quanto penso, il figlio che oggi deve giungere ad uccidere il suo prevalente educatore (commistione fra padre, madre, parenti, società, norme, usi, insegnanti di tutti i generi, ecc, ecc) come fa a identificare il prevalente Laio da superare? Non potendolo fare perché non è più possibile farlo, il crescente di oggi rivolge la difesa contro sé stesso accecando la crescita.

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13) Quando l’ucciso si chiama Edipo.

 

E’ uno scritto del luglio 2006. Non mi pare datato. Lo sarebbe se il soggetto del discorso fosse il Pacs. Non è così.

1) Omosessualità: non malattia, ma identità di una sessualità. Questo, se lasciata vivere.

2) Se non lasciata vivere, diventa malattia, come malattia diventa l’Eterosessualità, quando non riesce ad esprimere compiutamente sé stessa. Per tale affermazione, può essere l’Omosessualità, una Eterosessualità non lasciata vivere?

3) Per esprimere il suo potere, (non solo politico), lo Stato sociale ha bisogno di cittadini, omogenei, per stessi valori e pensieri.

4) In quanto non omogeneo, il cittadino Omosessuale non è normale.

5) Neanche, è “normale”, una qualsiasi forma di devianza dall’Omogeneità imposta dalle necessità dello Stato.

6) Allo Stato necessita un Regolatore morale con funzione di Arbitro e di Giudice.

7) Tale compito è svolto dalla sua legge, con il concorso – soccorso dell’Istituzione Ecclesiastica.

8) Tale concorso soccorso li fa “strani compagni di letto”. “Non per amore, solo per amore”, ci finiscono, infatti, ma per un implicito, (quando non esplicito), scambio di voti.

9) Tale fatto, scambia l’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, (amore che dovrebbe essere libera donazione sia dello Stato che della Chiesa), in una reciproca prostituzione fra Poteri.

10) I Pacs, in quanto rapporti fra non Omogenei, sono visti come possibilità eversiva. Della serie: si sa come cominciamo ma non si sa dove finiamo Sono eversivi, non tanto di per sé stessi, ma come esempio di una libertà non Omogenealizzabile. O meglio, non Omogenealizzabile per il presente momento storico_politico_religioso.

11) E’ necessario, pertanto, creare il momento storico e politico che accolga l’istanza Pacs, ma in modo che il prezzo della novità storica, non abbia a pesare sui più Indifesi. A tal proposito, abbiamo ricordato i martiri del divorzio: i figli; figli martirizzati dai dissidi fra coniugi e dai dissidi da mancata accoglienza presso il loro mondo: compagnie, scuola, ecc.

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4) Quando la nave affonda, non tutti scelgono di fare i topi

Lettera al Direttore de L’Arena. Sua sede in città.

Cortese signore: a proposito della prassi di ammanettare e imbavagliare gli emigranti che tornano a casa (dati i mezzi forzosi, ne arguisco non volontariamente) vorrei dirle dell’amore e di altri demoni che stanno occupando sia la cultura occidentale che quella islamica. Sia dell’una che dell’altra, le dirò quello che conosco per cognizione di causa: la mia, benché all’interno del tutto che stiamo diventando, non, perché sentina di tutte le nequizie (o quanto meno, non solo) ma perché, non essendo più in grado di reggere i costi della vita con qualità, tendiamo a gettare i pesi fuori bordo. E’ stato così anche nel mio privato. Da stipendiato, prima potevo ascoltare il cuore. Da pensionato con la minima, prima devo ascoltare il portafoglio. Per questo motivo non ho potuto non allontanare dalla mia vita il nordafricano che mi girava per casa da circa un ventennio. L’avevo conosciuto da sfrattato per morosità in affitto. L?ho accolto. Gli ho trovato casa e lavoro. L’ho curato quando stava male fisicamente. Assorbendo i suoi malesseri gli ho smacchiato la mente da un odio verso l’America che lo faceva delirare. Ha buttato via tutto! Non era d’animo cattivo ed era intelligente per quanto sopraffatto da stupidaggini. Manteneva il senso dell’onestà anche quando deviava nella furbizia. Era un affamato di giustizia ma preferiva la vendetta perché di attesa impaziente. Certamente paranoico. Quando un’umanità viene derubata dalla sua fiducia nella vita, succede; come succede che a sua volta il derubato derubi: sino a che non c’è più nulla da derubare, sino a che, nulla e nessuno lo permettono: vuoi al derubante come al derubato che deruberà. Cosa orrenda la paranoia da morte della fiducia, perché dice morte anche nella speranza. Era certamente alcolizzato; tanto da essere, prevalentemente albergato nei suoi deliri e per quella causa, sotto gli alberi. Giunto ai cinquant’anni, si è domandato cosa ancora ci faceva, qui. Due le risposte: lasciarsi vivere così, o rientrare al paese. Durante il periodo di un mio volontariato, un tunisino in età che ho convinto al rientro mi aveva parlato del Nirva: Organizzazione europea per il rientro assistito. Siccome la persona presso di me se ne voleva andare quanto prima (a mio avviso, fuggire dal sé di qui, quanto prima) il Nirva di Verona che ho contattato mi ha messo in contatto con il Nirva di Roma. Fatte le dovute pratiche, dopo una decina di giorni è partito; è partito, anzi, un giorno prima perché abbiamo fatto confusione con le date. Poco male, l’avevano collocato in albergo. A proposito del Nirva, non le dico nulla che già non sappiano gli interessati, generalmente molto ben informati su quanto le leggi italiane possono favorirli. Deputate a tanto, suppongo le moschee; le quali moschee, assistono quelli che vanno a pregare ma indirizzano altrove gli altri: alcolizzati, droganti_drogati, barboni, e persi di tutti i genere, e di tutte le abitudini. Di tanta opera verso quella persona, cosa mi è rimasto? Per dire che non mi è rimasto nulla, e per non dire che ho buttato più di vent?anni della mia vita devo dirmi che il mio compito è stato nella semina, non, nel raccolto. Si, ma se la semina non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno? Alla stregua: se la semina della cultura occidentale nel mondo non occidentale non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno, o, come l?opposto, di un seme non adatto al terreno? Tornando al nordafricano imbavagliato e ammanettato di cosa è effettivo segno di fallimento umano e sociale? Del nostro? Di quello a emigrazione nordafricana? Di ambedue le civiltà? Di sé? Il poliziotto che ha legato e imbavagliato l’emigrante l’ha detta prassi. Ora, è prassi anche per chi se ne torna a casa, tranquillo pur avendo di fronte ben poche aspettative, o è prassi solamente per quelli che, obbligati a tornare a casa, fanno gli agitati giusto per bloccare il volo? Ad ogni rimpatrio assistito il Nirva concede 400 euro subito, e 1000 al paese. Non solo: a fronte di un serio e provato progetto di lavoro, il Nirva condede il necessario finanziamento. Questo ultimo, a rientro avvenuto. Non so in quali momenti il Nirva consegni i 400 euro. Se prima dell’imbarco e a tasche ricevute si può anche pensare che il fine dell’agitazione sia il bloccare il rientro perché lo scopo consisteva nell’intascare i soldi e basta?! Pensiero fortemente paranoico, mi dirà, signor Direttore. Vero, dell’amore e di altri demoni mi difendo sempre malamente. Non per ultimo, anche dalla capacità di scrivere non più di trenta righe.

p.s. Devo “dell’amore e di altri demoni” a G. G. Màrquez.

freccianera

 

15) Tossicodipendenze: per fare una vita ci vuole una vita.

Don Ciotti ebbe a dire: la Tossicodipendenza è una domanda che attende molte risposte. (Cito a memoria.) Implicita nella sua affermazione, un’altra: non esiste la Risposta. Da chi si occupa del problema, quindi, mi aspetto uno spirito para evangelico. In particolare, mi riferisco alla parabola del Buon seminatore. Per il Buon seminatore non è fondamentale dove cade il seme: è fondamentale la volontà di semina. Non è fondamentale neanche il tipo di grano; è fondamentale la volontà di farsi grano. Checché ne dica la Società proprietaria del campo, il Buon seminatore sa bene che a priori non esiste un grano risolutore. Certamente esiste il Buon raccoglitore, ma a priori, neanche quello sa di essere tale. Tale lo diventa in ragione della capacità di somma fra le domande che pone alla sua vita, e le risposte offerte dalla vita, ma, anche in quella capacità, per farsi o non farsi di vita, ci vuole pur sempre una vita; e per capire la vita, neanche dalle droghe si può escludere la strada, se non escludendo a un sapere, la pienezza di sé: dolorosa o no, o sociale o no che sia. Esperienza mi conferma che uno spirito samaritano può di più di uno spirito psichiatra. Può di più perché è compagno ma non giudice; può di più, perché non impone la regola sociale del do ut des. La fuga dalla droghe, è stabilmente possibile, tanto quanto, un sapere, vanifica un piacere, e ciò può succedere, tanto quanto, un (o una) tossico_amante di quella “madre”, si rende definitivamente conto che è l’indifendibile puttana che gli sta abortendo la vita. La rinascita di sé, quindi, implica la ricerca di un ventre, diversamente originante. Può essere in un altro grano. Può essere in un’altra semina. Quello che non deve essere, è negare (o che si neghi) al Tossicodipendente (o alla t.d) la possibilità di farsi del suo raccolto.

 

nord

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