con poca luce.

Nessuna ideologia ha mai inventato un collante così sovrano come la fede. Ciò nonostante, comunque resto  dell’idea di Teresa d’Avila: dottore della chiesa. Ebbe a dire: è maledetto chi crede nell’uomo. A verità concessa, non può conseguire che una logica domanda: in chi e/o in cosa confidare? Come so e/o posso, in questi scritti sostengo quanto è possibile in chi e in cosa. …

Mi sono rimaste le macerie degli edifici che in crescita mi hanno fatto abitare, ma ancora vago ponendomi domande su quanto resta. Non ho pretese di Risposta.

freccianera

La Soglia fra verità

è il luogo esistenziale, (umano come sovrumano), nel quale, (in vario grado e stato), si passa dall’identità precedente, (coscienza di ciò che era e/o si era), a quella seguente: coscienza di ciò che è e/o si è. La Soglia fra verità, quindi, è il luogo della comprensione. 

In ragione dello stato della comprensione ne consegue

1atriangolo

maggior passo                                                                        maggior luce

maggior verità

E’ vero che il processo di comprensione è pena: tanta o poca che sia. E’ anche vero, però, che quella sofferenza, (tanta o poca che sia), è compensata dallo sgravio che avviene già mentre capiamo. Come la vita è stato di infiniti stati di vita, così, fra noi e la Verità vi sono stati di infiniti stati di soglia. Questo viaggio non è estenuante che può sembrare, (caso mai eterno), perché, in ogni stato della soglia che raggiungeremo, non potremo non essere illuminati, (per la comprensione che ci corrisponde), dalla Verità. La Soglia fra verità, pertanto, è anche luogo dell’estasi che si prova quando godiamo il giusto perché abbiamo messo in corrispondenza il bene con il vero.

freccianera

“Il cristianesimo nasce dalla emozione della prostituta Maria di Magdala”

mi dice il Bortocal.

L’affermazione mi scombussola per più di un attimo, eppure, sento che un qualcosa di vero, c’è! Però, non lo direi nato, (o principalmente nato) dall’emozione della sola Maria di Magdala, ma dall’insieme di voci, di chi, per vivere per sempre, non poteva accettare la morte di chi li ha fatti sentire vivi. Dico vivi, nel senso di nuovi a sé stessi. Immagino l’elaborazione del lutto per la morte di quella vita, come si può immaginare l’elaborazione della tragedia detta dal coro nelle commedie greche. Comunque sia avvenuta la faccenda, quanto non è stato amato, quell’Uomo! Uomo, ma figlio di falegname. Anche ammesso che un falegname dell’epoca, avesse avuto la stessa importanza sociale di un odierno architetto, ciò giustifica l’intensità di quel lutto? A livello personale senza dubbio, ma, (sia pure limitando la valutazione ai Suoi tempi), al punto da diventare un così significante pane di vita? A mio avviso, no. A mio avviso, Cristo, prima di diventare il capro da sacrificio che lo fece diventare la teologia paolina è stato il Capro per parte del suo popolo. Un lutto può essere mosso da un grande amore, o può essere mosso da sensi di colpa. Un’ipotesi non esclude l’altra. Ammessa l’ipotesi Magdala, con quella vedo l’inizio del lutto per la perdita dell’uomo, fortemente, e forse grandemente amato; vedo il lutto della Donna, più che della Madre. Nell’ipotesi sensi di colpa, vedo un amare, (degli apostoli, o del popolo, o dell’insieme) ricattato dal potere o dalla paura, e quindi, se proprio non tradito in vita, non difeso quanto occorreva. Un lutto può essere mosso, anche, come un estremo tentativo di recuperare una dignità, immiserita da atti e fatti, (o dal Fato) più forti dei soggetti in lutto.

freccianera

Nella chiesa, diversi ministeri, dice il Saulo/Paolo nella Lettera ai Corinzi…

e diversi minestroni dico io in questi post sui carismi dello Spirito, degli spiriti, e sui santi guaritori vuoi per carisma dello Spirito, (si dice, o dicono) vuoi per quello di chi non si sa chi. Dice, il Saulo/Paolo: vi sono poi, diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito?

khárisma, der. di kháris ‘grazia’, dicono i miei due santi protettori Devoto – Oli. Per questo significato, è come se il Saulo/Paolo avesse detto: vi sono diverse grazie, ma una sola è la Grazia. La grazia è il dono divino, elargito a un credente a vantaggio dell’intera comunità. Naturalmente, il Saulo/Paolo intende la comunità dei credenti. Per chi non è credente, ciccia! Se vi è una sola Grazia, e la Grazia è Spirito, ma non vi è un solo spirito, ne consegue che a diverse grazie corrispondono diversi spiriti. Chi è lo Spirito? Lo Spirito è la forza della vita del Principio che ha attuato il suo principio: la vita. Chi sono gli spiriti? Gli spiriti sono forze della vita che ha attuato il principio della loro vita. Cosa distingue l’identità dello Spirito, dall’identità degli spiriti principiati dallo Spirito? Direi, lo stato della forza (vitalità nel corpo e vita nella mente) del loro stato di vita. Lo stato della vita dello Spirito del Principio, in quanto primo, è sovrano. Lo stato della vita degli spiriti, in quanto attuati dal primo, sono spiriti secondi. “Ma uno solo è il Signore” dice il Saulo/Paolo. Essendoci un solo Principio non può essere che così! Come si giunge a concepire la vita secondo Spirito, e come si giunge a pensar vera l’esistenza degli spiriti? Alla mia esperienza, risulta solamente per mezzo di quella potenzialità di contatto fra realtà visibili ed invisibili che chiamiamo medianità. Cosa permette la medianità, ed è tutto oro quello che, indipendentemente in chi, vi luccica?
Vedremo.

 freccianera

La personalità del profeti nel Vecchio Testamento, del profeta del Nuovo e quella degli odierni sia del Vecchio che del Nuovo.

La separazione dal Principio del bene senza dubbio fu un male, ma, se quel male principiò la vita anche secondo quella dei Primevi, la si può dire solamente male? Direi che la si può dire solamente male se la separazione fosse stata fine a se stessa, ma, siccome nel bene e nel male principiò la vita che è, necessariamente, non può esserlo stata; amenoché, la vita che è, non venga pessimisticamente sentita quanto interpretata o solamente o prevalentemente come male. La lettura del fatto (come di un qualsiasi fatto) dipende anche dallo stato di spirito di chi l’interpreta. Chi vive la sua vita come una condanna, tenderà a condannare (direttamente o per interposta persona e/o per principio) o l’atto, o il fatto o la persona che a suo giudizio gliela fa vivere (e per elevazione di motivi fa vivere quella di altri) da condannato. Diversamente, chi vive la vita con amore (comunione fra gli stati naturali quanto soprannaturali di ogni stato della vita) tenderà a comprendere il tutto secondo questa misura. La dove non potrà, accoglierà senza un giudizio che non può dare. La vita come condanna già dal Principio e la vita come amore già dal Principio dicono l’identità dello Spirito della vita sia dei Profeti del vecchio Testamento che del Profeta del Nuovo. Certamente non sappiamo quale sia stato l’intimo stato personale e spirituale dei Profeti della Vecchia Alleanza e del Profeta della Nuova, (o se sappiamo non siamo in grado di verificarne l’effettiva sostanza), però, possiamo sentirlo attraverso le emozioni che ci comunicano ciò che di loro (direttamente o indirettamente) ci rimane. Se ciò che apprendiamo di ciò che ci rimane lascia in pace il nostro Spirito e, comunicando non alteriamo quello altrui, vi è verità. Diversamente, vi è errore se non lascia in pace ne il nostro spirito e ne quello con il quale comunichiamo.

freccianera

Sul serpente e sulla tentazione.

Oltreché simbolo dei significati sessuali che ti ho detto nella precedente lettera, il Serpente simbolizza anche il dubbio. Lo simbolizza perché attua la sua meta percorrendone gli intenti da un ciglio all’altro della via. Nel caso della morale, dal bene al male, come dal male al bene ma in ragione di spire (tentazioni) di una volontà di vita ignota al tentato. Nel caso della morale, dal bene al male o dal male al bene. Iniettando il dubbio, certamente il Serpente non fa del bene ne alla vita della Natura e ne a quella della Cultura, ma, facendo sentire alla Natura e, dunque, capire alla Cultura il male che inietta, ne attiva l’antidoto: il discernimento. I morsi del Serpente, dunque, (le tentazioni) se da un lato sono vie che possono portare al male (ciò che è falso alla Natura, alla Cultura e allo Spirito della vita che cerca la sua verità) dall’altro, per confronto di conoscenza fra il bene ed il male, sono anche quelle che possono portare a ciò che è vero e, pertanto, giusto se bene. Si può anche dire, allora, che le tentazioni sono delle prove che, da un lato, se non cadendoci evitano l’errare, dall’altro, cadendoci, verificano l’attendibilità di ciò che si anela e/o di ciò che si conosce. Naturalmente, questo non significa che il sottostare ad ogni tentazione sia legittimo perché nel farlo vi è verifica di conoscenza (non sempre ne occorre la necessità, in quanto, Cultura è anche memoria delle informazioni accertate) significa bensì, che in assenza e/o in carenza di informazione, può essere anche lecito seguirla la dove un dubbio sia tale da bloccare, verso un dato sapere, la via (Natura) alla vita: Cultura. Il seducente motivo della tentazione del Serpente fu: dopo aver mangiato il frutto dell’Albero del Bene e del Male, saprete ciò che sa il Padre e diventerete come Lui. I Primevi, però, erano già come il Padre in quanto avevano gli stessi stati del Principio: Natura, Cultura e Spirito. Ovvia la diversità dello stato della vita fra l’essere del Principio (il supremo) e quello della vita principiata: l’ultimo. I Primevi erano coscienti di saper discernere secondo un personale bene o lo divennero dopo la Caduta? Se i Primevi erano nel bene del Principio non potevano discernere che secondo il bene indicato dal principio della loro vita: il Bene. Dal momento che nel bene del Principio non esiste altro modo di capire ciò che lo è, se prima della Caduta i Primevi discernevano secondo il bene del Principio, quanto discernevano secondo il loro?

Un altro stato di discernimento sul bene è lontananza da quello del Principio. Ogni stato di differenza dal Principio del bene è un male. Quale male? Di per se, essendo differenza dal Principio (e, dunque, lontananza tanto quanto è ed ha diverso stato) è male (o quantomeno un minor bene) anche il solo stato di Somiglianza. Ciò significa che nessuno è esente dal peccato originale di essere nel male, perché, separato dal Principio per il suo stato di Somiglianza, ha diverso stato tanto quanto è lontano dall’Immagine? Secondo ragione, ad esclusione del Principio non è esente nessuno. Secondo fede, ognuno creda ciò che sa credere. Per quanto mi riguarda, mi limito a ricordarti che ogni separazione fra Ragione e Fede, lede la vita sia della ragione che non sa come conciliarsi con la fede, che quella della fede che non sa conciliarsi con la ragione. In ultimo ma non per ultimo, lede anche la vita di chi si difende dalla separazione fra ragione e fede, rifugiandosi nell’agnosticismo. Dal momento che ogni lontananza dall’Immagine è uno stato di male, allora, necessariamente (pur non perseguendolo) comunque i Primevi ne avevano una condizione anche prima della caduta in errore data dalla Tentazione. Giunti a questo punto, però, si può anche sostenere che fu il male a priori della Caduta (la lontananza dal Principio data dal loro stato di Somiglianza) che permise il male che conseguì alla Tentazione. Se il loro male fu a priori di ogni azione di male perché l’avevano intrinseco già nella stessa differenza di identità fra la loro e quella del Principio, allora, quando iniziarono a discernere secondo se: bene dovuto al Principio ma anche male dovuto al proprio?

Sorvolando sull’irrilevanza di un come che può mutare il racconto sui fatti ma non la storia dei principi, a mio avviso, fu quando presero coscienza della loro differenza dal sommo bene: il Padre. Quando ne presero coscienza? Direi, quando sentirono (e, dunque, capirono) il primo dolore. Quale, il primo dolore? Il primo dolore (l’originale male naturale e, per corrispondenza di stati, culturale e spirituale) non può non essere stato che la separazione dal Padre: la vita originante sino dal principio. Perché fu primo il dolore? Perché, per primo vi fu la Natura e, dunque, il sentire: sistema culturale del senso della vita data dai sensi. Ogni nascita ha tre momenti. Vi è quello culturale nel quale i generanti determinano ciò che intendono attuare; vi è quello nel quale accolgono (intellettualmente il padre e naturalmente la madre) ciò che hanno determinato di originare; vi è quello nel quale viene alla luce l’atto che hanno voluto perchè accolto. I primi due momenti sono quelli del massimo bene. Li direi il Paradiso del nascituro. Il terzo momento, invece è quello della necessaria “cacciata”. Se la cacciata dal Paradiso della vita dei generanti è il necessario mezzo per venire alla luce della vita propria del generato; se attraverso il dolore della separazione dal Paradiso del Generante conseguente alla nascita alla loro vita, i Primevi, acquisirono la conoscenza e, dunque, la coscienza, oltreché del loro bene (vita unita al Principio tanto quanto è vicina) anche del loro male (vita divisa dal Principio tanto quanto è separata) allora, l’allontanamenta dal Paradiso della vita del Padre a causa della nascita alla loro è dovuto ad una presunta colpa verso il Padre, o a causa dell’amore per il quale li ha concepiti, per la funzione dei concepiti (il loro discernere sulla vita) non, per Sua funzione, che, al caso, non poteva essere che di sé stesso su Sé stesso? I Primevi, potevano fermare, la loro vita nel luogo del Principio, cioè, nel Paradiso del Padre? A mio avviso, no. Non lo potevano perché il principio che il Principio aveva influsso dentro loro è la vita: corrispondenza di stati, che se è con la vita del Principio, non di meno non può non esserla fra quelli che l’Origine ha principiato. Così, la diversità di stato della corrispondenza fra la vita principiata e quella del Principio, inevitabilmente, non può non essere la causante – causa, non la cessazione della corrispondenza con il Principio, ma della separazione fra i due stati. Al punto: se la nascita dello stato umano voluta dal Padre è stata la causante – causa della separazione fra i due stati di vita;

se nella differenza di stato fra la vita del Principio e la vita principiata vi è il male, intrinseco già nella separazione fra i due stati;

 

se ogni conoscenza deve guadare il dolore (cioè, superare il male della Natura con la verità della Cultura con la forza del proprio Spirito) per giungere alla sua verità;

se per giungere alla verità del loro stato di vita fu necessario cadere nel male (cioè, già per nascita, vivere stato diverso da quello del Principio), allora, tutto il racconto della Genesi (annessi e connessi compresi) non potrebbe anche avere una diversa interpretazione? Quella dell’inevitabile necessità, a mio vedere, non, quella dell’ira, che per me non sta in piedi da nessuna parte?

freccianera

Ancora sul Padre, sullo Spirito, e su altre tentazioni del Serpente.

Nella ricerca del Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. Infatti, a mio avviso, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, tuttalpiù, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh! Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi? Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita; non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla? Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo se e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale? Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male.

Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre. Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da se, la vita che pure ha originato. Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione! Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi: bene nella Natura, vero nella Cultura per il giusto dello Spirito. Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità , cioè, la sua Cultura. Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non può in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

freccianera

Sulla Sofferenza, sul Crocefisso e sulla Croce, sullo Spirito che è Mediatore e sulla autenticità del Mistico a Marco P.

E’ ben vero che si esalta e/o si eleva anche la complessità della vita della Cultura quando si esalta la sofferenza e/o comunque la si eleva, ma, non si può non farlo se non a scapito della vita della Natura. In ragione dello stato della sottomissione, una Cultura – propria o altra – che sottomette la Natura ( ropria o altra non può non alterare lo Spirito (la forza della vita propria o altra. Se nessun squilibrio può essere buon consigliere, quanto può essere mistica guida? Il Crocifisso, simbolo del sacrificio di Colui che amò la vita oltre se, oltre i suoi tempi, ed oltre il loro modo, per un verso è l’immagine di un amore e di un amare e per altro è quella della conseguenza del rifiuto del sentimento proposto. Se un dato amore e/o modo di amare origina dolore in se e/o in altri da se, e/o nei tempi in cui si ama e/o nei modi, ciò può essere: o perché ( poco o tanto che sia ) non lo si capisce, o non lo si condivide. Se non lo si capisce, e/o non lo si condivide può essere perché lo si propone in maniera non corrispondente ( e, dunque, erronea ) alla coscienza ( luogo della vita del se, del modo di viverla e del tempo in cui la si vive ) di ciò che è alla conoscenza dei destinatari del messaggio. Se fosse, allora il Crocefisso, potrebbe non essere, solamente segno della negazione di quegli atti ma anche il segno dell’errore nel modo di comunicarli. Al punto, se in amore e/o in amare esistono i sacrifici può anche essere perché ad ogni se, ad ogni modo e ad ogni tempo, non è dato il suo. La Natura ( il peso nella vita ) della Cultura ( la sostanza nella vita ) della Croce ( simbolo del peso sulla sostanza ) non necessariamente significa sofferenza: tuttal’più fatica. La fatica diventa sofferenza quando il peso è dose in over. Le sofferenze da overdose di fatica sulla Natura, sulla Cultura o sulla vita sono possibili tanto quanto non ascoltiamo le indicazioni date dalla forza del nostro Spirito. Esse sono: la depressione (peso sulla Natura), l’esaltazione (peso sulla Cultur ) e la pace. La pace è giustizia: bene per quanto al vero è giusto nella corrispondenza fra la Natura ( al Principio, il Bene ), la Cultura ( al Principio, il Vero ) e lo Spirito: al Principio, il Giusto. Se la corrispondenza fra gli stati della Natura, della Cultura e dello Spirito è carente ( sia per eccesso come per difetto) anche la vita che originano non può non esserlo. Se la vita che ne viene è carente, carente è la forza di Spirito che si procura alla vita di quegli stati.

Lo Spirito, allora, è si, la forza della vita che ne origina il principio ma la condizione di vita dello stato originato ( la vita) è qualità del ricevimento della sua forza. Lo Spirito, dunque, non può non essere che il mediato ( dagli stati ) mediatore ( degli stati ) della forza della vita che promuove. In questo senso è Paraclito. Lo Spirito è in pace quando tutti gli stati della vita hanno lo stesso stato di vita. Lo stesso stato di vita si raggiunge tanto quanto una vita è in comunione sia con il proprio se quanto con altro da se. Vi è comunione con se stessi e con la vita tanto quanto si sanno tacitare i dissidi sia fra gli stati propri che con quelli altri. Nella pace che segue alla tacitazione dei dissidi non può non esservi silenzio. Chi ha raggiunto il silenzio della pace (e dunque la verità avendo fatto cessare i dissidi) non la può non emanare. Allora, per quanto è (Natura) di quanto sa (Cultura) per ciò che la forza del suo Spirito fa sentire alla sua vita, l’autenticità del mistico è data dallo stato di verità (silenzio perché pace) del mondo che di volta in volta vive e con il quale convive. L’autenticità data dalla pace nel silenzio per la raggiunta verità, non può non implicarne la costante emanazione. Qualora ciò non fosse, allora, non è autenticamente in pace e, dunque, neanche autentico mistico, chi non sempre emana pace. Con questo non intendo dire che questo Papa non sia vero o non sia mistico ma che lo è secondo lo stato dei suoi stati di pace (verità nella Natura, nella Cultura e, corrispondentemente, nella vita propria quanto con l’altra) e non lo è secondo lo stato dei suoi stati di dissidio: errore nella Natura, nella Cultura, nella vita propria quanto con l’altra. Il dirlo “mistico autentico” per quanto libera espressione di ciò che lei conosce, comunque implica una conoscenza di assoluto che, probabilmente, non solo lei non ha del Papa, ma, forse neanche di se, lo stesso Paolo 2°. Così, pur accogliendo la sua opinione, non mi sento di condividerla. In ogni caso, la pregherò di accogliere anche questa.

freccianera

Sul Padre della vita e l’Immagine e la Sua somiglianza.

La corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito è vita. Il principio dell’uguaglianza è dato dalla corrispondenza fra un’immagine e ciò che gli somiglia. Secondo questo principio, dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del suo stato, la vita che è dell’ultimo (l’immagine originata) non può non essere a Somiglianza dello stato del Principio della vita: Immagine originante. La vita del Principio, allora, ha gli stessi stati dell’Immagine che è a Sua Somiglianza: Natura, Cultura e Spirito. La corrispondenza di stati è vita sia nello stato supremo che nell’ultimo. La vita, quindi, è l’Immagine della vita sia dello stato principiante che dello stato principiato. L’identità della vita conseguita dal Principio è data da ciò che sente la sua Natura per quanto sa la sua Cultura ed in ragione della forza del suo Spirito. Se così è per la Somiglianza, così non può non essere per il Principio di ogni immagine a Sua somiglianza.

freccianera

Ragione nella Fede e Fiducia nella Ragione – Cautela verso i misteri. a Eugenio S.

In uno scritto di tempo fa, si chiedeva ” se il bene morale, in qualche modo non avesse una origine naturale “. Indubbiamente. I contenuti della vita senza il corpo contenitore, sono come dell’acqua senza ciò che la raccoglie, così, l’Acqua (Essere ed Essenza) che dal Suo sè volle originare la vita a propria Immagine e Somiglianza lo poté solamente dopo aver principiato il bacino: la Natura. La Natura è il corpo che raccoglie le emozioni date dai contenuti che sono nella Natura della Cultura della vita sino dal Principio.

Il Corpo è Natura (contenitore) della Cultura (contenuti) della vita secondo la forza del suo Spirito: Natura della Cultura della forza dell’Acqua (spirito dell’Essere e sua essenza) che si travasa nella realtà che principia: la vita nei multiformi ed infiniti aspetti. La Natura, più sente il bene e, tanto più, proiettando la forza della sua vita (il suo spirito) si protende verso un principio di vita sempre maggiore: il Bene. La Natura che attraverso il senso del suo bene eleva la sua Cultura al Principio (il Bene) non può non essere il principio della morale culturale propria dello stato naturale. Tuttavia (in ragione dell’unitaria corrispondenza fra gli stati) siccome la Natura sente ciò che la sua Cultura sa (come la Cultura sa ciò che la sua Natura sente) allora il Principio della morale naturale non può non essere anche il Principio della morale culturale. Al Principio del bene nella Natura, quindi, non può non corrispondere che quello del Vero nella Cultura. Siccome il rapporto di corrispondenza fra il Bene nella Natura ed il Vero della Cultura è vita e, la vita, è data dalla forza dello Spirito, allora, la morale naturale – culturale non può non essere anche spirituale, cioè, secondo Spirito. Siccome lo Spirito che si origina dalla corrispondenza fra il Bene ed il Vero non può non essere Giusto, ne consegue che la Giustizia è la morale della Natura della Cultura della vita secondo Spirito. Il Principio del bene, secondo quanto è vero alla Sua cultura e giusto alla sua forza, ha originato la vita. Allora, la morale naturale, culturale e spirituale della forza dello Spirito della Natura della Cultura del Principio della vita, è la vita.

La morale della vita del Principio (la vita secondo la forza dello Spirito) è principio che non si ultima se non ultimando il suo stesso principio, cioè, la stessa vita. Se il Principio ultimasse la sua vita, avendo in se la fine non sarebbe principio; ne consegue che il Principio della Vita “è”. Mi si potrà obiettare che potrebbe anche non esserci un Principio divino ma il solo naturale. Ben vero. Credere nel Principio naturale della vita, dato il principiato, è più che ovvio, ma, dato il principiato, credere nel Principio divino della vita, è un’ovvietà data solamente dalla Fede. La Fede è elevazione della Fiducia. Tanto più si ha fiducia nella vita e tanto più la si ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama e tanto più questo amore ci eleva verso il supremo principio: l’Amore. In tutti gli stati della vita (umana, sovrumana, quanto divina) l’Amore è Comunione. La comunione è l’Alleanza che permette la vita: amore fra i suoi stati. Paragonando l’ascensione spirituale ad una scalata, direi che come si sale su una cima solamente avendo dei buoni polmoni naturali, così si può salire dal principio naturale della vita a quello divino se si hanno dei buoni polmoni culturali e spirituali. Fiat e Amen sono i polmoni culturali e spirituali della vita. Il primo è quello della volontà di vita (accoglienza del fiato della Vita nella nostra) ed il secondo, quello della remissione del Suo fiato (spirito e forza) secondo il fiato (la volontà di vita) dello spirito della nostra forza. Perché principio alla vita, (fiat) nel primo momento la Vita ci determina. Perché remissione di vita, (amen) nel secondo momento la Vita ci accoglie per poter determinare la vita secondo il Suo principio: vita.

La fiducia è amore verso la vita secondo il principio del bene detto dalla Natura. Secondo il principio del Bene detto dalla Cultura, la fiducia è Fede quando è amore verso la Vita. Tanto più la fede verso la vita è certa perché nella fiducia ama e per fiducia è amata dalla Vita e, tanto più la condizione di quella fede eleva al Principio. E’ una fiducia (la fede che si eleva al Principio) che per quante parole si usino non si riuscirà mai a comunicarla secondo Cultura. Non ci si riuscirà mai, perchè, per quanto la Cultura possa dirla, solo la Natura la può sentire e, dunque, sapere. Nessun titolo ma, solo questa soggettività, è ciò che rende eletto, perchè proprio, il rapporto fra la vita e il Principio. L’elezione collettiva (quella di un popolo) è data dalla comune Cultura della vita religiosa verso la quale esso si volge. Se si volge verso il Bene, certamente è collettivamente eletto tanto quanto vi si volge. Nel sentirla collettivamente, in ragione dello stato qualitativo, certamente vi è il quantitativo massimo di una Cultura religiosa, ma, questo tipo di elettività, tanto può dare collettiva spiritualità quanto può dare collettiva vanagloria. Il principio della Vita è vita: essendolo, è vita in tutte le direzioni ed è la vita di (ed in) tutte le forme. Allora, la gloria religiosa è del Popolo e/o dell’Individuo che segue il Principio della Vita: vita in tutto ciò che ha originato, vuoi di simile, vuoi di alterno e/o di altro. La vanagloria religiosa, invece, è del Popolo e/o dell’Individuo che, pensando eletta solamente la vita che segue la sua stessa Cultura, ne fa questione di vanto, di potere, e di crociata per innumerevoli forme.

La dove il Popolo o l’Individuo non segue il principio della Vita (dare vita in tutte le direzioni ed in tutte le forme) non è spiritualmente eletto tanto quanto si dissocia. Un Popolo (e/o un Individuo) si dissocia dalla vita sino al suo Principio, tanto quanto (per sé o contro altro da sé) a se associa il dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. Chi (Individuo o Popolo) eleva la propria Cultura a Principio della vita di altra, compie una spirituale coercizione (ma al punto sarebbe meglio dirlo spiritica) ogni qual volta (separando una vita dalla sua Cultura) ne origina il corrispondente dolore. E’ in overdose di se, l’Individuo e/o il Popolo che, secondo l’idea che ha del suo Principio, determina la vita altra. Supporre che quell’esaltazione non possa non avere che origine divina tanto può essere intensa, significa che si può anche non tenere in debito conto le esaltanti possibilità dell’io quando, per ciò che sa o crede, eleva il suo spirito a quello Sovrannaturale. Pur avendo vita dallo Spirito e, dunque, facoltà di forza, la vita sovrannaturale non necessariamente significa divina, in quanto, non tutta la vita di quello stato corrisponde con quel Principio. Ci vuole un attimo per cadere nell’errore di confondere ciò che è dell’Io umano o soprannaturale dall’Io divino ma ci vuole anche un attimo per annullare quell’errore: infatti, nell’elevazione spirituale (diversamente dall’elevazione di origine spiritica umana quanto sovrumana che è sempre esaltazione) lo stato della pace verifica l’errore. La pace è un’estasi. L’estasi è corrispondente allo stato che l’origina: così, vi è l’estasi naturale e culturale. Se l’estasi è data dalla corrispondenza dell’insieme degli stati della vita e, con la propria, l’altra sino a comprendere la Vita, allora, secondo lo stato di quello stato di alleanza, l’estasi è spirituale.

L’estasi umana che proviene dalla spirituale comprensione della vita del Principio divino è certamente elevata ed elevante, ma, per quanto elevata, quella comprensione, l’estasi che pure innalza l’umano, comunque non lo eleva oltre il suo stato culturale. Non lo eleva oltre, perché lo stato che pure la sente al disopra della sua Natura, non per questo la sa al disopra della sua Cultura. Non la sa al di sopra della sua Cultura perché la Natura àncora la sua Cultura alla realtà dello stato di appartenenza (secondo il caso, umana o sovrumana) dello spirito elevato dalla conoscenza. Ciò che non si sa al di sopra della nostra Cultura, lo si sa perchè lo si sente secondo Natura. Lo si sa perché lo si sente quando concediamo alla Natura della Cultura della Vita, la volontà di determinare la Natura della Cultura della nostra. Per quella concessione, tanto quanto si determina di essere diretti secondo il Principio della Vita (vita in tutti gli stati della vita) e tanto quanto la nostra è in pace. La pace di origine divina, dunque, è sentita nell’acquiescenza spirituale (remissione verso la Vita della forza della nostra) della determinazione naturale (forza del sentire), culturale (forza del sapere) e, spirituale (forza della vita) che accetta di accogliere l’Infinito nella sua. Siccome nella pace che segue alla remissione della vita alla Vita non vi può essere dissidi, ecco che la pace divina è quell’emozione spirituale che per essere non può non subentrare che all’annullamento, per delega verso la Vita, della volontà di determinare la nostra. Tanto più la determinazione della volontà viene annullata perchè delegata al Principio della Vita (la vita) e tanto più divina, perché universale, è la pace che subentra nel nostro spirito. In presenza di esaltazione, allora, o è personale la forza esaltante o è di inconoscibile identità.

La Vita tutto comprende fuorché il dolore. Sia nel Particolare (e fra particolari) che verso l’Universale, il dolore è ingiustizia verso la vita perchè è sempre e comunque male da errore. Sia la remissione che l’esaltazione della vita propria che dell’esaltazione della propria su altra, quando originano dolore, non possono essere giuste; se non possono essere giuste, allora, non possono neanche essere vere. Nella ricerca del Principio della Vita, sono guida le parole: “ognuno fa (e/o da) quello che può.” Ognuno fa (e/o da) quello che può, non perchè la Vita limiti (la Vita non può limitare se non condizionando il Suo principio, la vita) ma perchè è giusto che non possa fare o dare più di ciò che può: è giusto perchè dare o fare più di ciò che si può pone in afflizione, ed essendo l’afflizione un non bene, allora è errore tanto quanto è dolore. In ragione del nostro stato di vita e, secondo lo stato del nostro stato di vita, tutti siamo capaci di comprendere l’Infinito. L’Infinito non ha punto di principio (se lo avesse non sarebbe infinito) pertanto, l’Infinito “è”. Per iniziare a comprendere l’Infinito si può partire da un qualsiasi suo punto, ad esempio, l’Io. Ammesso l’Io come principio di conoscenza, ad esso si somma tutto ciò che si sente e si sa. Al termine di questa addizione, si sa sull’Infinito, quanto siamo in grado di comprenderlo in ragione di quanto si sente e di quanto si sa. Tanto più la Persona sarà in grado (anche perchè messa in grado) di sommare le informazioni di sentire e di sapere e tanto più amplierà la sua conoscenza e, dunque, anche il suo stato di infinito nell’Infinito. Accolto l’Infinito perchè accolto quanto sentiamo e sappiamo circa il nostro stato di infinito, allora si può dire che si è nell’Io del Principio (e, dunque, nell’estasi che ci coglie) tanto quanto siamo in grado di conoscere la vita. Credere nell’Infinito, non necessariamente ha bisogno di una Cultura religiosa, tuttavia, il suo Principio ha bisogno di fede nella Sua vita.

Dato il rapporto di corrispondenza fra la Somiglianza e l’Immagine, ciò che appartiene al particolare (la condizione trinitario – unitaria degli stati della Persona) necessariamente, appartiene anche all’Universale. Allora, è fede verso il Principio, universale perchè infinito, la certezza dello stato trinitario – unitario della Persona: Natura (il bene) della sua Cultura (il vero) secondo la forza dello Spirito (vita del Giusto dal Bene che proviene dal Vero) che l’ha principiato. Quando si sa la vita del Principio (ovviamente, in ragione di quanto si può) e, tanto quanto (per accoglienza) la si sente universale nella nostra, allora, non vi è alcun mistero sull’esistenza del principio dell’Essere (divino perchè supremo) in quanto, a quel punto, la fede muta la certezza per speranza in certezza per sapienza. Sentire l’Universale nel particolare non significa che quel sapere sia panteistico. Nelle cose animate secondo il loro stato di vita non vi è l’identità di Dio ma ciò che può perché sa. Sentendo la Natura di questa vita (il bene) si inizia a capire (perché sentire) l’Universale Natura della Vita: il Bene. Chiaramente, ne la si sentirà e ne la si capirà per assoluti (che di assoluto vi è il solo Principio) ma la si capirà così com’è sia la vita umana che sovrumana, cioè, secondo stati di infiniti stati di corrispondenza fra vita e vita e fra vita e Vita. La morale della Vita (vita per ciò che è bene per la sua Natura, vero per la sua Cultura secondo quanto è giusto per il suo Spirito) è principio e meta. Lo è di principio e di meta sia verso la vita propria che verso quella sociale; per elevazione di principi lo è della spirituale.

Se la meta spirituale che questo stato di vita si propone è la vita del Principio, allora, data la nostra vita, principio e meta è il Bene della Natura, per il Vero della Cultura, secondo quanto è Giusto allo Spirito: forza della vita della Natura della Cultura della vita del Principio do ogni vita. Da ciò che mi comunica attraverso i suoi scritti mi è sempre parso di capire che Lei senta la guida che la lega alla terra (il filo della vita dato dalla Cultura della Natura) troppo corto per la sua voglia di cielo. Non è vero che il filo è corto. Ci risulta corto perché cerchiamo anche fuori e/o sopra di noi, ciò che, primariamente, è dentro di noi. Se ciò che è dell’Immagine non può non essere della Somiglianza, allora, se lo stato di forza dello Spirito è l’immagine spirituale dell’identità della Vita, dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, la forza del nostro spirito è l’identità spirituale della nostra vita. Siccome lo Spirito è forza, necessariamente, la forza della vita (lo Spirito) guida la vita (rapporto di corrispondenza fra Natura, Cultura) secondo stati di forza: naturali, culturali e spirituali. Quegli stati sono: l’esaltazione, (emozioni in eccesso) la depressione (emozioni in difetto) e la pace: emozioni di quiete per assenza del dissidio. Gli stati della forza di spirito (le sue emozioni) sono il verbo dello Spirito presso il nostro. Lei mi dirà che tre parole non sono poi molte. In effetti pare così, se solo pensa a quanti stati di vita ci possono essere in quelle tre parole, converrà che il vocabolario dello Spirito è infinito.

L’esaltazione è ingiustizia verso la Cultura; a causa di quell’eccesso di vitalità, il sapere non corrisponde al sentire. La depressione è ingiustizia verso la Natura; a causa di quel difetto di vitalità, il sentire non corrisponde al sapere. La pace è giustizia verso la vita, perché, nella pace, la vita data dalla forza del suo spirito “è ciò che è”: Natura che sente (e dunque sa) ciò che la sua Cultura sa e dunque sente. Dove per la giustizia data dalla pace cessano i dissidi, allora, il bene (la Natura) corrisponde al vero (la Cultura) per quanto è giusto allo Spirito. Se cerchiamo la vita ascoltando la forza del nostro spirito in quello che si è per ciò che si sente in quello che si sa, il che significa in pace, spiritualmente parlando il filo della vita non è ne lungo e ne corto, ma, giusto. In genere, se viviamo il filo come lungo, o è perché la Natura si esalta sulla Cultura (tipico della giovinezza) o è perché la Natura deprime la Cultura: tipico della vecchiaia. In effetti, sia ai giovani che hai vecchi (almeno presso i dolenti che gli altri tutt’al più lo sperano) la vita sembra non finire mai. Negli uni per il peso culturale corrispondente all’età, negli altri per il peso naturale corrispondente all’età. L’età che vive il proprio filo come forte è esaltata dalla forza (dallo spirito) della vitalità naturale. L’età che vive il proprio filo come debole è depressa nella forza (nello spirito) della vitalità culturale. L’esaltazione e la depressione sono patologie da disordine nei rapporti fra gli stati della vita: Natura, Cultura e Spirito. L’esaltazione o la depressione quando fissano di se lo stato di una vita (o la sua totalità) ne ammalano la forza: lo Spirito.

Quanto per conoscere sanno sentire come per sentire sanno conoscere, il rapporto di vita fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, per essere giusto non può non essere mediato. Siccome la forza dello Spirito è ciò che da vita ma la vita e data dalla corrispondenza fra Natura e Cultura di tutti ed in tutti gli stati della vita, allora, lo Spirito, è il mediato mediatore degli stati della vita. Considerato che la mediazione fra gli stati della vita è la corrispondenza che ordina la vita, allora, l’ordine concesso dal rapporto della forza di spirito che si origina dalla corrispondenza fra gli stati della vita non può non essere norma di vita e, dunque, Norma della vita sino dal Principio. La forza della Cultura della Natura della vita, il bene, è guidata dalla Natura della Cultura della Vita: il Bene. Se lo stato di una vita è nel bene per quanto è vero alla giustizia del suo spirito, allora la sua vita (il suo filo) non può essere ne forte (esaltato) e ne debole (depresso) ma, come dicevo innanzi, in pace perché di ordinata corrispondenza, e dunque, giusto. La Natura, attraverso gli stati della sua forza di spirito, sente sempre (e dunque sa) ciò che la sua Cultura non sa, perché non sempre sa ciò che sente. La Cultura sa ciò che la sua Natura sente, quando vi è coscienza di quel sapere, ma, la Cultura è cosciente di un dato sapere solamente se il naturale sistema del sentire (i sensi) gli conformano il culturale sistema del sapere: il senso. Dove fra il sistema del sentire (i sensi) e quello del sapere (il senso) vi è separazione, allora, tanto quanto vi è separazione fra i sensi ed il senso, non vi è vita tanto quanto la Cultura non sa ciò che la sua Natura sente.

Diversamente dalla Cultura (ciò che si sa) che deprivata dai sensi non sente ciò che sa, la Natura (ciò che vive ed è secondo la sua forza) sente sempre (e dunque sa) perché, anche se di per se non ha proprietà di concetto, tuttavia ha il senso dei suoi sensi. Di fatto, se ad una Natura (per Natura intendo il corpo della vita comunque formata) si provoca una qualsiasi pressione in una qualsiasi sua parte, certamente, essa può anche non saperne definire la causa, ma, in ogni caso la sa perché la sente. Se la Natura sa, anche oltre la Cultura, non la Cultura può essere l’avvio di ricerca del Principio della Vita, ma, la Natura: il bene della vita particolare dato dal Bene della Vita universale. Nel sentire il bene nella nostra Natura, tanto quanto la forza del nostro spirito sta bene perché è diretta al Bene e, tanto quanto siamo in grado di capire se la via (Natura) della nostra vita (Cultura) è giusta nella direzione verso il Principio del Bene: Natura della Cultura della Vita per la forza dello Spirito. Naturalmente siamo in grado di capirlo, in ragione di quanto sappiamo elevare la nostra fede perché sappiamo liberare la nostra ragione da ciò che esalta o deprime il nostro spirito. Per sentire e dunque sapere la nostra vita è necessario che fra i suoi stati (Natura, Cultura e Spirito) vi sia corrispondenza di vita. Per giungere alla corrispondenza di vita è necessario che tutti gli stati della vita abbiano la stessa forza di spirito, cioè, la stessa vita. Lo Spirito, sia nel divino che nell’umano, che media gli stati della vita per dare a tutti la stessa forza, (la vita) non può non essere Paraclito. Tornare a sentire la Natura della nostra vita è tornare a sentire la Natura della Vita. Tornare a sapere la Cultura della vita è tornare a sapere la Cultura del Principio. Tornare a sentire la nostra forza è tornare a sentire la forza della Vita: lo Spirito. Rientrare in stati di vita antecedenti (antecedenti perché la Natura è prima della Cultura) è come tornare bambini: vita naturale prima della culturale. Tornare naturalmente e culturalmente bambini, significa delegare la Cultura della vita che ci fa vivere al padre naturale che ci ha originati. Tornare spiritualmente bambini, invece, è delegare la Cultura della vita che ci fa vivere, al Padre della vita spirituale che ha originato la nostra. In genere, la Cultura della nostra Natura di “grandi” teme di tornare al Principio della Vita: il Padre. Lo teme perché, nel farlo, rivela la pur indispensabile transitorietà. Ciò che teme la Natura della nostra vita, confortata dalla forza dello Spirito che proviene dalla conoscenza dell’infinito Principio della vita (la Vita) non dovrebbe temere la forza della nostra Cultura. Nel confidare nella Cultura del Padre (il Principio della Vita) quando si è deboli perché piccoli (ed in questo senso, fanciulli sia da bambini che da adulti) vi è l’essenza della morale naturale, mentre, nel farlo quando si è “grandi” vi è l’essenza morale della vita naturale, culturale e spirituale. Convengo con Lei, che tornare bambini da grandi sia tutt’altro che semplice (per me non lo è stato affatto come non lo è restarci) ma pur vedendo tante scelte, non vedo altra strada.

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