Giorno dopo giorno aspettando un giorno

Fagli ascoltare il cuore.

Digli che non taccia al cieco che lo percorre senza guida.

asterisco

La mano del diavoletto passa su l’erba bagnata mentre m’invita sotto una luna spietata.

La ragione sa stare da sola. La casa no.

Tracce di sorriso sulla mappa lasciano franati castelli.

Solo il gatto si è svegliato al mio bussare Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Sei arrivato tu, a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Ti so affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi: svogliato.

Complice un vino della malora stasera ti ho detto – amato – come mai ti avrei detto allora. Situazione vuole che l’occhio dell’amante sia la lente che dell’età che passa vede ciò che era e non ha vissuto. Tanto che sogna un contenuto che altro non è ciò che bramava fra sé e sé.

Non si sente un filo di sera. E’ giunta prima la notte.

Che palle, il Natale! Così, in quanto parte lesa, non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. Maree di stelle, a volta sulla scalinata. Ai lati stavano chini, gli alberi.

Il fato ghignava mentre lo seguivo con passo felpato. Non m’aveva visto. Forse fingeva. L’ho seguito nella mossa sospeso sino a che la notte ha chiuso.

Sono a letto con una giovinezza: vaga di tetto e di legge. Io ho bisogno di verità. Lui non sa se sia la stessa.

Ancora carcerato carceriere. Lo rileggo nel mio canzoniere.

Venti sigarette dopo. Sono cinque di mattina. Lo mando a fanculo o rovisto il baule?

Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.

Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti: è immagine un po’ vecchia? Allora, com’è che non muore?

Hai conosciuto da poco i miei gravi sospiri e di già come fantastici hai definito i miei pensieri. Chi potrebbe darti più di vent’anni?

Ho visto in un canto un cavallo di balsa. L’ho visto privo di biada.

L’idea della giovinezza (riuscire a cambiare il mondo con la forza del suo spirito) fa persino tenerezza se solo penso alla fatica che fa per alzarsi dal letto.

Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.

Ci hai provato, provato e riprovato. Tremi, vero? Ti basti la lezione: i polli non sono rapaci.

I tuoi occhi di topo irrequieto dentro la gabbia che ti sei costruito e nella quale hai scoperto non esservi esca.

Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

Al tuo sorriso, tremolante gelatina, io, (che pure jena sono), in un baleno muto, vizioso di fusa come un gatto. Questa storia non ha morale. Non importa. Non è reale.

Prima mi hai elevato, e dopo avermi illuso mi hai buttato giù. Come credere agli angeli quando hanno vent’anni?

Portata dalla sera è arrivata la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.

E, così, tu mi ami! Ed io, vecchio come sono dovrei credere ai miracoli? Vita, vita: perché mi perseguiti?

Mi hai detto no, senza curarti se morirò per sere e sere.

Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me.

Ho vinto i tuoi voleri. Sensazione di vittoria a suo tempo condivisa anche da Pirro.

Come Ulisse avrei dovuto tarpare la parola ai sogni ma dolce mi è stato naufragare nel tuo mare salato.

Non dirò nulla di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.

Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece, vieni, vai, giri ma non mi vedi.

Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto hai potuto tanto. So solo che quando ti penso sei lì nel farmi male.

Corteo di ricordi si accavallano nella mente. Distolgono il sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.

Che meraviglia la scoperta d’una mano che passando dice – t’amo! – anche se mente.

Dalle tue labbra di ieri se ne sono andati i miei pensieri.

Quale impiccio il sesso, l’età, gli schemi. Vorrei averti, invece, angelo secondo Concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.

Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.

La tua forma si crogiola nel tempo che hai fermato anche lui senza fiato.

Ti sento come un feto che picchia sui miei sentimenti quando alla vita e all’amante consenti solo ansia senza sorte al respiro.

Sono stato come una biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.

Per fortuna l’età mi consente di fermare ciò che prova, ma comunque amaro mi è stato il tacere la via dei campi e nel contempo salvar virtuosa un’ idea di castità che forse posa.

Tacciono foglie d’autunno.

Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne, ovvio il buon viso. Ora sono qui, su di una nuvoletta. Alcolica direte, ma giudicando di fretta. Certo, è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma, con la serietà che si deve a dei passi sulla neve.

Nudi i rami dei propri discorsi parole d’inverno lasciano ai prati.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto al cuore.

Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.

Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto, e tu vai ad amare.

E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola, è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento, ma, tu rifiuti il suo canto. Zittendo la voce che ti chiama, stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio ti sentirai il bambino che marinava la scuola.

Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.

Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, delle risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.

Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza, una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro. Più volte del mio.

Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.

Questa sera girano come le pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti per caso.

Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Ti ho sentito delicato come un forse rimandato.

Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.

La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.

Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.

Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.

Sorride come mignotta il bimbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.

E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso lieve come può stare la neve dentro un calore.

Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!

Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia, indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza. Ha le pulci.

s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance disperanza. (Disperanza è voluto)

Te ne stavi sdraiato. Bello, come altre verità che ho amato, te ne stavi sdraiato. Attorno a te, l’aria si muoveva, piena di una sua grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capeli.

Nessun divino, nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.

Tenero, il giovane pakistano. Mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Rispondo, hai trovato il tuo signore. Spengo la luce. Potrei arrossire.

Fra le frasche di quasi ottobre, incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente. A parte la notte.

Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Ed io, pur sentendomi un po’ cretino, passo la notte facendo l’indovino.

Non, perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.

Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

Di te non scriverò. Sei stato felicità.

Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!

Un bandito m’ha strizzato l’occhio, (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto! Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia, ma, stupito, ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore, quando intruglia sesso con idee d’amore!

Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?

Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate, e sulle fosse, marmi e fiori secchi.

Come un cieco t’ho percorso con le punte delle dita. Pensavo di capire l’amante. Ho capito la vita.

Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!

Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso, che non so più se faccio l’amore la carità.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.

Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.

Che bello il giardino stasera, illuminato da una piccola piccola bugia nera.

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Sei uscito con qualcosa di mio. Il senso. L’incompiuto.

Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano appena il silenzio.

Piove. La goccia scivola sul vetro. Cade, diresti, invece si diverte.

Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!

Le guance hai fiorito alla brina. Sciolto l’inverno come grano di sale.

Le tue labbra. Farfalle delicate. Sulle mie si sono posate, giusto per riprendere il volo.

Che palle, il Natale! In quanto parte lesa, non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. A volta, sulla scalinata, maree di stelle. Gli alberi ai lati stavano chini.

Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono, non, di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: siamo ciò che amiamo.

Il cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri, si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno, nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta. Uscendo.

Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il tuo discorso? Terra è il corso, e noi, anni e risposte ad affanni e nodi che non sciogli, o forza che non cogli fra radici e verità.

Suona, campanello! Dimmi se arriva il bello! Non sia idea del solo cervello!

Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.

Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da credere tuo.

Oppongo resistenza alla luce che mi tira per il braccio con voglia d’uscire perché aspetto una voce.

Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.

Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.

Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto.

L’acqua è caduta. La terra non l’ha colta.

Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?

Dove mi sono andate a finire le mille e una notte? Tutte, tutte, giacciono usate.

Puttana la vita se ti dice che la carne è gratis ma il sangue no.

E’ bello come un dio. Cancellalo, notte. Devo pur vivere.

Passa un piccolino pigiando sui pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena, la catena.

L’amante russa un pelo. Io guardo il cielo. Si sveglierà convinto d’aver dato chissà che. Gli spegnerò l’ idea preparandogli il caffé.

Dell’ amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pena.

Gli amori non hanno spine, quando i roseti sono verdi.

E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la madonna pellegrina. Cerca eroina.

A Mao Miccin che m’ha lasciato. “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te.Mentre dipende da me, il fare in modo che non sia un senso che sterile si sfoglia fra voglia e voglia.

Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele non ignoro.

Non essere stanco della blanda pena. A cena servirà la tentazione che hai di me.

I lampioni sembrano godere la fine delle foglie, ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere si chiama spazzatura.

Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

Il gattino che m’è passato vicino a pelo alzato, ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto, è andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?

Mi sei costato una caffettiera usata, e una qualche posata. Sapendolo, le amiche direbbero, il Vitaliano, è ridotto proprio alla chincaglieria! Chi non osa un attimo di follia ha larga la foglia ma stretta la via.

Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati, ma ho riso all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te, se solo non avessero diviso la vita, in tre.

Pensieri stracciati, come sacchi usati, girano in tondo, sul fiume.

Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

Eri convinto ti rubasse i soldi, invece, t’ha preso i giorni.

Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.

Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la tua carne!

Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi, ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

Zavorrato da fessi pensieri percorro altri sentieri.

Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto, che ho sbagliato sogno.

La biro spinta nel giro, s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta. Non la regge il cuore.

Il sole attendo ma non viene. Le nuvole mi ha mandato (ambasciatrici di malinconie) con un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.

Il bianco ti avvolgeva come un amante innamorato. Geloso t’ho spogliato e vestito a mio sonetto.

Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace, il tuo russare finalmente tace!

Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato: come una nutrice. Mi hai lasciato ai ferri e ai ricordi.

Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa, che ad un qualsiasi condannato, prima si da, un pensiero d’amore.

Non vi deve essere stupore se roccia pare, eppure frana! La natura può dolere per infinite vie, e come crepa stare al cuore, del più bianco fra i Carrara.

Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.

Nella stanza priva di presenze scopro la sera mentre si aggirara senza senso fra i mobili.

Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità), hai detto: beh! Che differenza c’è!

Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere, non potresti dirmi cosa cercavi?

L’Aids è il giusto castigo con il quale, Dio separando i buoni dai cattivi, rende i primi tutti eguali.

Sei arrivato a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Fra l’erba del parco, come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Gira e rigira non riesco ad averti. Ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non ti avessi visto baciare un amico dietro la tenda.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto subito al cuore.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo! Ora, il cuore si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.