Nell’arte della parte

Dove mi sono andate a finire le mille e una notte?! Tutte, tutte, giacciono usate.

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manofronte
Questa l’ho scritta anni fa pensando alla Patty Pravo e a Renato Zero. A Zero l’ho mandata. Risposte? Zero.

Non contare il tempo. Non dirmi: è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lasciami lunare, astro solare, cometa passare,
stella brillare, senza tracce, senza facce.

Lasciami cielo, lasciami mare, lasciami decantare,
ma, non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia sulle maree, sulle foglie, sulle azalee,
come neve non banale, come luce boreale, come amore che vale,
come età che non pesa sulle ali, come acqua nei canali,
ma
non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia le tue sere. Nell’alba non mancare.
Lasciami sussurrare, scivolare, sollevare, anelare,
palpitare, e, forse, invocare,
ma
non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

L’occasionale incontro con il motociclista è mito nel mondo gayoso. Qui interpreto speranze di “piazza”, e forse anche quello che mi sarebbe piacuto vivere.

Dopo un saluto te ne vai con la moto: e me?

Fante, cavallo, re, o soltanto una sveltina con te?

Tutto è in sospeso. Nulla è di peso.
Anche la sera mi resta il caso,
del povero coso che hai lasciato
non più di tanto meravigliato,
se ho già dimenticato il tuo viso.

Tu sei stato il mio cavalletto,
ed io ho sbagliato petto:
questa è la verità!

E va beh! Che sarà!

Ma tutto vuoi sospeso.
Che nulla ti sia di peso.
Lasciare vuoi alla sera,
giudizio e caso.

L’ho scritta pensando a una madre sotto giudizio.

Volevo dormire. Volevo sognare. Vedetemi così.  Tutte le sere.
Il lettino era nuovo. Tutto pulito. La camomilla bevuta. Ogni cosa zittita.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Non era bagnato, Non raffreddato, Il ruttino già fatto.
Per il dopo il latte già pronto.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Mi sforzo.  Sto dritta. Crollo dal sonno.
Il beato si sporge dal letto.
Non vuole dormire. Non vuole sognare.
Quando vorrei dormire, quando vorrei sognare, lo vedo così.
Tutte le sere.

Non ho mai spacciato per mio delle robe d’altri ma questa lo pare anche a me da tanto è  simil Zero.

Col dito puntato. Allo scudo avvinghiato. Siamo al solito.
Ma cosa vuoi puntare. Cosa vuoi coprire?
La paura di mancare? Di godere? Di sapere?
Cosa vuoi sapere? Se sono principessa o palafreniere?
I caci vanno con le pere
e ancora ti domandi
quale mercato offro al tuo piacere?
E’ chiaro che ti offro l’amare che non conosci.
E’ chiaro che ti offro risposte che non hai.
Io ti offro confusioni.
Forse emozioni.
Forse nulla di tutto questo.
Forse il resto.
Guardami!
Potrei essere i tuoi bisogni.
Forse i tuoi sogni.

Ascoltando Albinoni

.Adagio mi troverai.
Adagio mi conoscerai.
Adagio mi amerai.
Adagio ti perderai così
spinta da un refolo di divinità.
E non ti sembrerà più anima tua,
la melodia che adagio ascolta la mia.
Adagio, ti culleranno i miei respiri.
Adagio sarai mossa da risata
appena sussurrata dalla mia emozione.
Nella mia Creazione tu,
mia ventura e creatura
che adagio mi troverà
adagio mi conoscerà
adagio mi amerà.

A suo tempo, più della donna ho sentito la mancanza del figlio. Con il tempo ho capito che, almeno per me, quel desiderio non era altro che “una fuga in avanti”. Così, al posto del figlio ho adottato la vita. Ora, con la mia e altra, di figli ne ho due e un’infinità di parenti. Fra così tanti, non pochi i serpenti.

Amo un uomo ma c’è un però.
Sa appena dir: boobo!
Nel sorriso c’è il papà.
Negli occhi la mammà,
ma quando fa: boobo!
pare me, ma, con i suoi però.
Non pretendo di essergli il papà.
Figuratevi la mammà.
Intendo solo camminargli accanto.
Solo intendo dargli il mondo.
Si farà grande. Si farà domande.
A suo tempo gli risponderò,
ma, con dei però.
Si, lo so!
E’ un amore prematuro.
E’ un amore da futuro, però,
fra le mie braccia non c’é alcun ma.
Fra le vostre si vedrà.

Questa è folle! Chissà da che manicomio è saltata fuori.

Embè? Intanto fammi un caffè!
Paura d’amarmi perché son lesto di mano e di piè?
Embè? Intanto fammi un caffè!
La mamma ti dice: va là! Nessuno è meglio di te.
Embè? Intanto fammi un caffè!
Mentre mamma grida per tre, papa’ osa dire va bè!
La famiglia compita
se ne sta con aria smarrita
da tanta ragione colpita.
Basiti parenti dalla chiesa se ne vanno scocciati
perché (di già alle tre!) non han visto né te e né me.
Ce lo beviamo sto’ caffè?

Neanche all’epoca ero così cretino da condividere un’emozione del genere con i ragazzacci che seguivo come Associazione. M’avrebbero mandato a fanculo! Se l’ho scritta, però, vuol dire che da quella parte mi spingeva, e ancora mi spinge, riluttante ad accettarla sia allora che ora: cosa fatta capo avrà, penso risolutore! L’opinione di questa vale anche per quella che segue: Non più balene e ne fatine, ecc, ecc.

Getta la maschera. Curati, viso.
Rinnova i diritti al tuo sorriso.
La felicità da farmacia fissa l’età
alla nullità, alla fatuità, all’uccisa vitalità.
E’ vero che la vita è una dose quanto mai tagliata.
Ed è vero che molte volte è bruta ma guardati allo specchio.
Cosa t’è restato della scelta che hai rincorso?
Se mi giungi al fondo offeso di nullità,
di complicità, di sordità, di fatuità, d’uccisa vitalità,
chiamerai ancora coltre quanto hai vissuto oltre?
Getta la maschera. Curati, viso.
Rinnova i diritti al tuo sorriso.
Non è molto ma è una luce.
Non è molto ma ricuce.

Nella muta

Non più balene e né fatine.
Non più favole bambine.
Il pinocchio non è più legno
Della vita ora è degno.
Non più atto della fantasia.
Non più atto di malia.
Colomba su ogni via
della vita ora è degno.
Della vita ora è degno
perché la carne non è legno.
Perché la somma dei valori
ha curato i suoi dolori.
Dolori dei bambini prima della muta.
Ora ricordi, e nell’età venuta,
rimembranze, speranze.
risate ed altre fate.
Non più balene e né fatine.
Non più favole bambine.
Il pinocchio non è legno
Della vita ora è degno.

Conosco il giorno e la notte.

Conosco il giorno e la notte.
Il mare ed i monti.
La giovinezza, e gli amanti.
Conosco il dolce e l’amaro.
La bellezza e la vanità.
Conosco l’alba dei miei pensieri.
Il tramonto nel mio oggi, e dei miei ieri.
Conosco la vita quando nasce
e quando finisce.
Coglierà l’ultimo frutto.

Ho un buco nella mente

Ho un buco nella mente.
Vi ho buttato le domande irrisolte.
Non si e’ chiuso.
Vi ho messo i rifiuti che ho ricevuto
le occasione mancate
e quelle premiate.
Non si e’ chiuso.
Ho aggiunto chi ho rifiutato
Chi mi ha amato
Chi mi ha mentito
Non si e’ chiuso.
Ho buttato quanto coltivato
quello che ho amato
i cuori che ho lodato
e quelli che ho ferito
Non si e’ chiuso.
Vi ho buttato l’infinito.
C’era posto.

Intrigato da aggrovigliate emozioni

Intrigato da aggrovigliate emozioni
dal trovare il bandolo
impossibilitato.
Ho tagliato il grumo.
Al centro
fili d’essenza.

Marimba

Infranti
Amorosi
Sentimenti
Leciti
Mancamenti

Memorie
Maglioni
Stagioni
Postini

Stipi
Cassetti
Segreti
Treni
Stazioni

Momenti
Toccamenti
Calori
Documenti

Abbracci
Passioni
Diluvi
Sospetti

Meraviglie
Paccottiglie
Ciprie
Ciniglie

Lutti
Presenti
Passanti
Futuribili
Istanti

Cime
Venti
Silenzi
Infranti
Amorosi
Mancamenti

Sentimenti
Lontani orli

Vado a letto a mezzanotte. Mi sveglio alle sette. Non so cosa fare. Mi siedo in veranda. Accendo una sigaretta. Nel parcheggio, ancora attaccate all’albero insistono delle foglie. Le ascolto. Escludo bla blà sino a che arrivo al silenzio.

Contestano le foglie
verdi rimaste
per età che rifiuta
già dette stagioni.

Il giorno mi dice

Il giorno mi dice: t’ho spento la notte.
Non hai piu’ nulla da illuminare, e’ vero,
ma il conto e’ a zero.

Aspettative del tempo che fu

Non mi interessano gli Adoni.

Non i fustaccioni.
Degli orsi non voglio pelle.
Non desidero sorelle.
Voglio qualcosa d’’ignoto.
Niente di già vissuto.
Di superato.

Io voglio una storia,
non una memoria.
Non mi interessa che duri un’’era
ma che nel durar sia vera.

Voglio un libro da leggere piano.
Con nessun arcano.

Lo voglio nel mio letto.
Tranquillo nel suo sonno.

Lo voglio un po’ arlecchino.
Lo voglio un po’ signore.

Bianca, rossa, gialla o nera,
che sia la copertina,
la mattina,
lo voglio al mio risveglio.
Lo voglio nome per il giorno.
Lo voglio attorno.

Lo voglio mio presente.
Tocco nella mano.
Sollievo alla fatica.
Lo voglio vita.

Intendo viverlo a piene mani.
Farò in modo che non pensi mai:
“e se domani”.

grurit

 

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