La valva e la perla

amessocolDa sempre sostengo che l’Arte è la perla che si forma attorno a un’impurità per lo scopo di difenderla dal dolore. Di impurità ne ho subite a quintali, ma solo queste le perle rimaste nello scrigno che precede la cassa. A suo tempo mi sono anche piaciute. Nel tempo che ho raggiunto, invece, ogni volte le vedo mi domando: le butto o non le butto? Le conservo, allora, perché non so decidermi. Con molti amori è stato più semplice. Comunque e dove sia finita la mia poesia, è fra le assenze che non mi mancano: l’animo é ancora.


Una pressenza ai lati della vista ora non c’è più. Ora, vedo solo quello che ho davanti.

Sono intrigato da aggrovigliate emozioni.
Per tale fatto, impossibilitato a trovarne il bandolo.
Ho tagliato il grumo.
In mezzo: assenza.
Non risposta a non domanda.
Un’assenza non è un vuoto: è un buco.
Non nero.
Non grigio.
Vasto.
Potrebbe essere un imbuto.
Un varco.
Un’oasi.
Un cerchio.
Un circo.
Una presenza ai lati della vista.

Destino comune questa … preveggenza.

Conosco il giorno e la notte.
Il mare ed i monti.
La giovinezza, e gli amanti.

Conosco il dolce e l’amaro.
La bellezza e la vanità.
La vita quando nasce
E quando finisce.

Conosco l’alba dei miei pensieri.
Il tramonto nel mio oggi e dei miei ieri.
Verrà come campo
Per l’ultimo frutto.

Sembra un rap, ma quando l’ho scritta mica sapevo cos’era un rap. 

Infranti
Amorosi
Sentimenti
Leciti
Mancamenti.

Memorie
Maglioni
Stagioni
Postini.

Stipi
Cassetti
Segreti
Treni
Stazioni.

Momenti
Toccamenti
Calori
Documenti.

Abbracci
Passioni
Diluvi
Sospetti.

Meraviglie
Paccottiglie
Ciprie
Ciniglie.

Lutti
Presenti
Passanti
Futuribili
Istanti.

Cime
Venti
Silenzi
Infranti
Amorosi
Mancamenti.

Sentimenti,
e lontani orli.

Questa è una sinfonia. Non che io sappia cos’è una sinfonia. A sentirlo, è solo la mia emozione.

Lasciami così, ancora.

Non contare il tempo. Non dirmi: è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lasciami lunare, astro solare, cometa passare,
stella brillare, senza tracce, senza facce.

Lasciami cielo, lasciami mare, lasciami decantare,
ma,
non contare il tempo, non dirmi: è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia sulle maree, sulle foglie, sulle azalee,
come neve non banale, come luce boreale, come amore che vale,
come età che non pesa sulle ali, come acqua nei canali,
ma,
non contare il tempo, non dirmi: è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia le tue sere. Nell’alba non mancare.
Lasciami sussurrare, scivolare, sollevare, anelare,
palpitare, e, forse, invocare,
ma,
non contare il tempo, non dirmi: è l’ora.
Lasciami così, ancora.

 Nel mondo gay, l’occasionale incontro con il motociclista è un mito eterno: purché non scenda di sella. Avverto rimasugli d’esperienza e forse troppa “scuola” più che vera emozione.

Dopo un saluto te ne vai con la moto. 

E, me? Fante, cavallo, re,
o soltanto una sveltina con te?

Tutto è in sospeso. Nulla è di peso.
Anche la sera mi resta il caso,
del povero coso che hai lasciato
non più di tanto meravigliato,
se ha già dimenticato il tuo viso.

Tu sei stato il mio cavalletto,
ed io ho sbagliato petto:
questa è la verità!
E, va beh! Che sarà!

Ma tutto vuoi sospeso.
Che nulla ti sia di peso.
Lasciare vuoi alla sera,
giudizio, e caso.

Le madri uccidono ogni qual volta si sentono uccise da sistemi, poteri o paure.

Non voleva dormire
Non voleva sognare
Immaginatelo così,
Tutte le sere.

Io volevo dormire.
Volevo sognare.
Immaginatemi così
Tutte le sere.

Il lettino era nuovo.
Tutto pulito.
La camomilla bevuta.
Ogni cosa zittita.

Ma non voleva dormire.
Non voleva sognare.

Non era bagnato,
Non raffreddato,
Il ruttino già fatto,
E per il dopo,
il latte già pronto.

Ma non voleva dormire.
Non voleva sognare.

Crollo dal sonno.
Sto dritta, mi sforzo.
ma il beato
si sporge dal letto.

Non vuole dormire.
Non vuole sognare.

Un urlo mi sveglia
Non so di chi sia
Ma forse è servito
Ora è piegato.

Lo vedo così,
tutte le sere.
Quando vorrei dormire.
Quando vorrei sognare.

Non ho mai spacciato per mio delle robe d’altri, ma per questa non pare così neanche a me da tanto la sento somigliante a un primo Renato.

Col dito puntato.
Allo scudo avvinghiato.
Siamo al solito.

Ma cosa vuoi puntare, cosa vuoi coprire?
La paura di mancare?
Di godere? Di sapere?

Cosa vuoi sapere?

Se sono principessa, o palafreniere?

I caci vanno con le pere, e ancora ti domandi,
quale mercato offro al tuo piacere?

E’ chiaro che ti offro l’amare che non conosci.

E’ chiaro che ti offro risposte che non hai.

Io ti offro confusioni. Forse emozioni. Forse nulla di tutto questo.

Forse il resto.

Guardami! Sono i tuoi bisogni.

Forse i tuoi sogni.

achiavi