Quo usque tandem, Francesco?

Caro Francesco, so bene che non sei Catilina, ma come VITA ti devo ricordare lo stesso, che la mia politica, in primo è andate e gioite, e non per ultimo, con tutte le mie ragioni!

Ora, sino a quando continuerai ad abusare della mia pazienza?

Sino a che punto, senza freni mi scatenerai addosso la tua contrattuale clemenza?

Pensi che non mi faccia nessuna impressione il violento reparto che presidia il Palatino?

Né le pattuglie che svolgono servizio di ronda nel credo altrui?

Né l’ansiosa preoccupazione del popolo dal vivere pattuito con me, anche se non con te?

Pensi che non mi faccia nessuna impressione, l’accorrere in ribalde crociate dei cittadini fedeli a te più che veri a me?

Né questa sede (non così ben fortificata come credi) per la seduta del tuo Senato?

Ne la genuflessa mimesi nel volto dei tuoi?

Non t’accorgi che le tue trame stanno impantanando il mio spirito?

Non vedi che il filo dei tempi e dei mores che stai tracciando, è consumato già all’arcolaio?

Non vedi che i miei disegni soffrono, nel tuo?

Proprio non t’accorgi che la mia Parola sta perdendo la sua voce?

Sino a quando, nelle tue catene costretto Francesco, abuserai ancora della mia pazienza?

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