Qui si narra la sventura di un milite della ventura

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Dopo la s. Giorgio a Cremano sono andato alla Piave di Mestre. Dio è giusto: da decenni non esiste più quell’orrore unico! Se a Napoli ho rischiato due denunce al tribunale militare, e una al campo nei pressi di Pordenone, a Mestre solo una. Mica ero violento. Non sapevo tacere! Tutti e quattro i casi sono finiti in niente perché sapevo anche parlare. A Napoli, pure scrivere, tutto considerato. Mi dissero, infatti, che la denuncia al tribunale militare (per me, assieme ad altri tre)  è stata fermata grazie al rapporto sui fatti che ho scritto al Colonnello. I firmaioli avevano presentato il caso alle gerarchie come insubordinazione. Eravamo un po’ allegrotti per la cena di fine corso, è vero, ma mica stavamo andando in giro con le bombe: stavamo solo marciando. A quei tempi, però, con puttanate del genere i sottufficiali si facevano gli avanzamenti di carriera!

afinedueSul tetto della Compagnia

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Con compagni di corso

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In questa foto, il braccio posato dice una mia dipendenza. Non so se anche gli altri l’avevano capita. Anche all’epoca mi sentivo sessualmente, ma non avevo proprio parole per dirlo. Veneziano, lo sciagurato Tex Willer pronto per la sfida. Simpaticamente paraculo quello che par strafatto. Poca sintonia con gli altri due: qualcosa non me lo permetteva o qualcosa glielo impediva. Non ricordo come ci sono finito in quella banda. Ricordo, però, che hanno fatto in modo di includermi, o quanto meno di non escludermi. Mah!

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Foto di fine corso – Sono fra i rari con la quinta elementare. Sapevo trasmettere bene ma non ricevere altrettanto. Bocciato! Nella foto sono il primo a destra dei quattro in basso. Ho avuto la mia prima licenza dopo sei mesi. Il biglietto Napoli – Verona me l’hanno pagato loro. A casa ho trovato solo povertà, e di che far ricoverare la Cesira: d’urgenza. In quattro mesi, un linfogranuloma se l’è portata via. Se mai ebbi spensierata giovinezza, dopo quello, sparì.

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Percorrendo uno sterrato non so quanto vicino al Vesuvio arrivammo al campo. Doveva essere una esercitazione con le radio trasmittenti ma non la facemmo: le batterie erano scariche. Tutte le volte così, mi dissero in seguito. L’amico era ufficiale per prestato cappello, ed io, lo stavo mandando alla malora: non seriamente. Non era male male quel ragazzo. Lo ricordo ancora. Iniziò a scoprirsi e a tentare di scoprirmi. Lo sentii preparato. Non lo ero io. Durante la naja ne feci un paio, di campi. Niente di che. Se è vero che sono timoroso verso il contatto fisico, non lo sono per niente verso la realtà. Non sembro neanche più quello “difettato”.

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