In Rio Bo: tempi e ricordi.

ritratto

Il pittore che esponeva alla Galleria GHELFI di Verona in uno svaccato autunno dell’83 mi colse così. Mi ero fermato in Galleria perché non avevo voglia di andare a casa: non ne avevo particolari motivi. All’epoca, ero pressoché rassegnato a vivere allo stesso modo ma nella notte di Capodanno del 1985 incontrai ben altra storia. Dopo, quasi niente assomigliò a prima: neanch’io. Ringrazio il pittore in questo modo perché non ricordo il nome e non riesco a decifrare la firma.

alineab

Bar Aurora di Este (PD)

albaraurora

Avrò avuto 18 anni, forse 17.  La titolare mi aveva in forte antipatia e me ne ha fatto passare di cotte e di crude. Antipatia che anni dopo avrei riconosciuto nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Pasta d’uomo il titolare, anche se non mi ha mai messo in regola. Ha insistito perché prendessi la patente, però. M’ha fatto fare pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata: 600 o 800 mila lire, non ricordo. La patente l’ho pagata 40mila lire. Percepivo otto mila lire alla settimana. Di fronte al Bar, ogni tanto, dalla pensione al Cavallino Rosso (anche Casino si mormorava)  giungeva qualche richiesta. Nelle serate d’inverno, il più delle volte, brulè che dovevano arrivare bollenti. Pesante, il vassoio e drammatico il passo fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e disagi. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di stantio di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande. Ricordo i pomeriggi domenicali con il bar strapieno di ragazzi e ragazze. Sino al martirio subii le lacrime sul viso di Bobby Solo: ininterrottamente e per mesi! Alternative? Zero!

alineab

Al Mazoom di Desenzano

fotovitaovale

Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta. Si dice che l’abito non fa il monaco, come una tuta non fa un karateka, ma è vero solo per quelli che hanno bisogno di riconoscersi, o come “monaco” e/o come “abito”.

alineab

Al Filarmonico di Verona

alfilarmonico

Con uno spruzzino dovevo mantenere l’umidità nel palco, in modo che la polvere non si sollevasse dal piano. Tanto per cambiare non mi ricordo in che anno è stato. Negli anni 90 direi. I macchinisti ci mettono del vino nello spruzzatore. Me l’hanno detto in questi giorni. Non me n’ero accorto. Certamente me ne sarei accorto se ci avessero inzuppato il libro.

alineab

Ancora al Al Mazoom di Desenzano: di sabato, in un sabba con pochissime streghe.

alsabba

Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Come da copione, metto la mano sulle perle.

alineab

Ristorante Al Sangon – Moncalieri (TO)

sangon1

sangon2

Non so se ci sia ancora. Portava il nome di un fiumiciattolo dal brutto carattere che scorreva lì vicino. Mina cantava Renato, Renato, e la Pavone, La partita di pallone. A Torino festeggiavano il centenario dell’Unità d’Italia. A Moncalieri, ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, il primo orologio: era un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, mia madre si è comperata un Allochio Bacchini.  Non ricordo d’averla mai vista sorridere, ma quella volta si. Non si sa le volte che ho pulito i vetri in cambio di fette di torta avanzate dai matrimoni: storia vecchia l’origine del mio diabete. Non ricordo se le foto dicono due periodi diversi, o se diversa l’apparenza nello stesso periodo. Dell’epoca ricordo quanto giravo, non, quanto vivevo.

alineab

Este – Sono al matrimonio della figlia di amici.

francescasposa

Amici è un dire, e un non far capire. Mancata la Cesira, erano, di fatto, la putativa famiglia di un senza arte e ne parte. Ora che mi riguardo a 73anni compiuti non posso non ammettere di sembrare un porta jella.

alineab

A S. Cristina di Ortisei: tempi da tralicci, all’epoca!

io con la napoleonica

Per una stagione invernale ci sono come cameriere. Dopo militare. Sui 24/25 anni, direi. La ragazza è presa di me. Sentivo chiaramente di essere zuppa, ma sapevo ben poco anche sul pan bagnato, così, faccio finta di non accorgermi della sua scelta. Non bella di viso ma con delle gambe stupende. Non ho potuto capire altro di lei perché parlava altoatesino e un italiano elementare. Correva il post 68 ma non nella mia mente e neanche da quelle parti. Dicevo “napoleonica” la giacca che indosso. Mi bastano solo un po’ di soldi in tasca per fare disastri. L’avevo comperata a Torino, dove ho lavorato presso un tennis club della Fiat, e da dove me ne sono andato perché non avevo proprio nulla da fare: aspettare le ore a parte.

alineab

Con un Rom amoroso

conrom

Non mi ha mai chiesto una lira che sia una. L’avevo conosciuto nel giro della notte. Le “amiche” mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari. Che lingua, le culandre!

alineab

Fattorino in una ditta di pubblicità

conbambino

Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di uno della ditta. Della decisione non sembra particolarmente convinto. Neanch’io, ma reggiamo la parte. Come con i fiori, anche con i bambini non ho empatia. Non capisco i loro bisogni, e se li capisco, non so come attuarli o quanto devo o non devo. Sarà perché mi ricordo, si, di essere stato piccolo, ma mai bambino. Al più, minore.

alineab

In Prato della Valle a Padova

conguzzi

Con la Guzzi e un amico di Dolo: la Dolo_rosa dall’ostilità verso la donna. Mi lasciò senza fanale (non l’amico) da Dolo sino a Verona! A causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa dell’auto del frenatore. Ironia della sorte, dietro di me quella di un prete. Aveva un suo carisma quella moto. Delle ragazze la preferirono al un Benelli 125 nuovo di bottega! Il suo proprietario ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare.

alineab

mary1

La Mary: “amata”, “detestata”, mai dimenticata.

Correva il  1965, mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma (sia pure giudizio del di poi) un po’ mona certamente si!

mary2

alineab

Con una collega del ristorante. Non ci lasciammo tracce.

concollega

alineab

A Borgo Nuovo di Verona: casa dolce (?) casa.

conolivetti

Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune. Venivo da un seminterrato del Rione Filippini. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi un nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto fermamenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? Si. All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentoecinquanta sullo sgangher! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire: era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge, mi assolsi io.

alineab

Cameriere al Du Lac di Bardolino: ora scuola alberghiera mi hanno detto.

dulac1

Sono seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Ero preso dal barista. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di vederlo, e lui, alquanto nauseato dal vedermi sempre. Correva il 71/72 mi par di ricordare. Io, da nessuna parte. Non ancora. La Gilera doveva ancora venire.

alineab
Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti
carnevaleaven
 

Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota vestita da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come vassoi.

alineab

Verona – Rione Filippini. In un seminterrato chiamato casa: la prima!
aifilippini

Un seminterrato di 16 mq, con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona (casalingo odontotecnico) che a sua volta conosceva un attore mantovano, (dello Stabile di Genova) che avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove lavoravo come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba perché la riconoscevano dall’odore di muffa. In quella casa ho subito una decina di furti. Qui ho rischiato una fatale intossicazione da gas. Qui ho cominciato a vivermi. Non dalla sera alla mattina, ovviamente, tanto è vero che alla sola vista fui chiamato Silvio Pellico e le sue prigioni dalla Gaby: orefice in Valeggio, ucciso da ingiustificabili imbecilli! Erano tante, grosse, e, evidentemente per la Gaby (di rara intelligenza) tutte in superficie, le mie prigioni.

alineab
 
Abano Terme – Ingresso di servizio dell’albergo dove ho lavorato.
inabano

Di quell’albergo non ricordo il nome. Ricordo, però, di essere stato licenziato a causa delle proteste del cuoco. Già all’epoca avevo il vizio di dire tesoro a tutti quanti, e gliel’ho detto. Non sono il tuo tesoro, ha obiettato. Non ci faccia caso, gli ho risposto, io dico tesoro anche alle merde che trovo per strada! Sul momento l’ha intascata, tuttavia, senza prenderla bene visto che più tardi lo stesso titolare si è messo a gridare “licensiè el poeta!” Ho dovuto andarmene nel giro di un’ora! Magro, lo stipendio dei liberi. Non è stato il primo. Neanche ricordo se mi hanno dato quanto mi spettava. All’epoca, i proprietari tergiversavano, ed io, non ero pratico in diritti da soldi e neanche di sindacati. Non era su quei piedi che reagivo quando mi calpestavano. Venivo da una stagione invernale nella Val di Non: non ricordo il posto, ma ricordo che l’albergo faceva da ponte alla strada. Ricordo che al Cenone di Capodanno tutti gli uomini, giusto per ridere, furono truccati da donne. Non fui ammesso al confronto: troppo vera mi dissero. In un bar del paese fui sedotto, usato, e velocemente riposto da un giovane barista. Succedeva così anche con il prete. Mesi dopo fui contattato anche dal fratello: probabilmente sposato. Troppo normale: gli andò buca. Ad Abano ci giunsi lavato e stirato. Presi un taxi: una Citroen DS bianca. Non la dimenticherò mai. Diedi l’indirizzo e il taxista mi ci portò. Fraintendendo cotanta bellezza, mi scaricò all’ingresso clienti. Entrai. Mi chiesero sulla prenotazione. Sono qui per il lavoro, risposi. Mi buttarono fuori!

alineab

Era l’epoca dei maxi cappotti. Troppo bella per durare.

inmaxi

In velluto nero. Una professionista che batteva in Stazione pensava che fossi un prete. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare per terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: l’è tanto un bravo ragassooo, pecato chel sia culaton! Storia vecchia!

alineab

Di Giancarlo M. di Este, il mio ritratto.

daMontato

Aveva ragione la Gaby!

mano