In Rio Bo: tempi e ricordi.

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Il pittore che esponeva alla Galleria GHELFI di Verona in uno svaccato autunno dell’83 mi colse così. Mi ero fermato in Galleria perché non avevo voglia di andare a casa: non ne avevo particolari motivi. All’epoca, ero pressoché rassegnato a vivere allo stesso modo ma nella notte di Capodanno del 1985 incontrai ben altra storia. Dopo, quasi niente assomigliò a prima. Neanch’io. Ringrazio il pittore in questo modo perché non ricordo il nome e non riesco a decifrare la firma.

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Foto della patente. Correva il 67/68  E’ durata per decenni.

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Bar Aurora di Este (PD) Avrò avuto 18 anni, forse 19.  La titolare mi aveva in forte antipatia e me ne ha fatto passare di cotte e di crude. Antipatia che anni dopo avrei riconosciuto nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Pasta d’uomo il titolare, anche se non mi ha mai messo in regola. Ha insistito perché prendessi la patente, però. M’ha fatto fare pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata: 600 o 800 mila lire, non ricordo. La patente l’ho pagata 40mila lire. Percepivo otto mila lire alla settimana. Di fronte al Bar, ogni tanto, dalla pensione al Cavallino Rosso (anche Casino si mormorava)  giungeva qualche richiesta. Nelle serate d’inverno, il più delle volte, brulè che dovevano arrivare bollenti. Pesante, il vassoio e drammatico il passo fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e disagi. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di stantio di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande.

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Al Mazoom di Desenzano – Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta. Si dice che l’abito non fa il monaco, come una tuta non fa un karateka, ma è vero solo per quelli che hanno bisogno di “monaco” e/o di “abito”.

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Al Filarmonico di Verona- Con uno spruzzino dovevo mantenere l’umidità nel palco, in modo che la polvere non si sollevasse dal piano. Tanto per cambiare non mi ricordo in che anno è stato. Negli anni 90 direi. I macchinisti ci mettono del vino nello spruzzatore. Me l’hanno detto in questi giorni. Non me n’ero accorto. Certamente me ne sarei accorto se ci avessero inzuppato il libro.

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Un sabato al sabba.  Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Metto la mano sulle perle. Come da copione.

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Moncalieri (TO) Ristorante Al Sangon, dal nome di un fiumiciattolo dal brutto carattere che scorreva lì vicino.

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Mina cantava Renato, Renato, e la Pavone, La partita di pallone. A Torino festeggiavano il centenario dell’Unità d’Italia. A Moncalieri, ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, il primo orologio: era un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato mia madre si è comperata un Allochio Bacchini.  Non ricordo d’averla mai vista sorridere, ma quella volta si. Non si sa le volte che ho pulito i vetri in cambio di fette di torta avanzate: storia vecchia l’origine del mio diabete.

Nello stesso ristorante in un periodo successivo

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A Este – Sono al matrimonio della figlia di amici. Amici è un dire, e un non far capire. Mancata la Cesira, erano, di fatto, la putativa famiglia di un senza arte e ne parte. Ora che mi riguardo a 73anni compiuti non posso non ammettere di sembrare un porta jella: sembrava non mancare.

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io con la napoleonica

S. Cristina di Ortisei – Per una stagione invernale ci sono come cameriere. Dopo militare. Sui 24/25 anni, direi. La ragazza è presa di me. Sentivo chiaramente di essere zuppa, ma sapevo ben poco anche sul pan bagnato, così, faccio finta di non accorgermi della sua scelta. Non bella di viso ma con delle gambe stupende. Non ho potuto capire altro di lei perché parlava altoatesino e un italiano elementare. Correva il 68 ma non nella mia mente e neanche da quelle parti. Dicevo “napoleonica” la giacca che indosso. Mi bastano solo un po’ di soldi in tasca per fare disastri. L’avevo comperata a Torino, dove ho lavorato presso un tennis club della Fiat, e da dove me ne sono andato perché non avevo proprio nulla da fare, aspettare le ore a parte.

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Con un amoroso Rom 1971/75 Non mi ha mai chiesto una lira che sia una lira. L’avevo conosciuto nel giro della notte. Le “amiche” mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari. Che lengua, le culandre!

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Fattorino in una ditta di pubblicità – Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi di andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di uno della ditta. Non sembra particolarmente convinto. Neanch’io, ma reggiamo la parte. Come con i fiori, anche con i bambini non ho empatia. Non capisco i loro bisogni, e se li capisco, non so come attuarli o quanto devo o non devo. Sarà perché mi ricordo, si, di essere stato piccolo, ma mai bambino. Al più, minore.

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In Prato della Valle a Padova – Con la Guzzi e un amico di Dolo: la Dolo_rosa. Mi lasciò senza fanale (non l’amico) da Dolo sino a Verona! A causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini dell’auto che mi precedeva) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa dell’auto! Dietro di me, quella di un prete! Aveva un suo carisma. Delle ragazze la preferirono al un Benelli 125 nuovo di bottega! Il suo proprietario ci stette proprio male! Non ricordo che fine feci fare alla moto.

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L’indimenticabile Mary – Correva il  1965, mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma (sia pure giudizio del di poi) un po’ mona certamente si!

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Con Mary in un locale notturno di Jesolo – Finito il servizio di ristorante ci siamo restati sino all’alba. A far che non me lo ricordo proprio, a parte la mia prima coca con whisky. Forse due. Forse tre. Alle sette, poi, senza dormire, ho servito da solo 90 colazioni! La capacità c’era. Latitava il resto.

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Con una collega del ristorante. Me l’ha chiesta. Non ho rifiutato.

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A Borgo Nuovo di Verona. Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune. Venivo da un seminterrato del Rione Filippini. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi un nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud.

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Cameriere al Du Lac di Bardolino – Seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Correva il 71/72. Io, da nessuna parte. Non ancora.

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Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti. – In direzione dicevano che portavo i pacchi come vassoi! Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Fotografo da uccidere!
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Prima casa a Verona. Rione Filippini. Un seminterrato di 16 mq. – In quella prima casa ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona (casalingo odontotecnico) che a sua volta conosceva un attore mantovano, (dello Stabile di Genova) che avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove lavoravo come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba perché la riconoscevano dall’odore di muffa. In quella casa ho subito una decina di furti. Qui ho rischiato una fatale intossicazione da gas. Qui ho cominciato a vivermi. Non dalla sera alla mattina, ovviamente, tanto è vero che, a prima vista, fui chiamato Silvio Pellico e le sue prigioni dalla Gaby: orefice in Valeggio, ucciso da ingiustificabili imbecilli! Evidentemente, erano tante, grosse, e tutte in superficie, le mie prigioni.

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In Abano Terme. – Di quell’albergo non ricordo il nome. Ricordo, però, di essere stato licenziato a causa delle proteste del cuoco. Già all’epoca avevo il vizio di dire tesoro a tutti quanti, e gliel’ho detto. Non sono il tuo tesoro, ha obiettato. Non ci faccia caso, gli ho risposto, io dico tesoro anche alle merde che trovo per strada! Sul momento l’ha intascata, tuttavia, senza prenderla bene visto che più tardi lo stesso titolare si è messo a gridare “licensiè el poeta!” Ho dovuto andarmene nel giro di un’ora! Magro, lo stipendio dei liberi. Non è stato il primo. Neanche ricordo se mi hanno dato quanto mi spettava. All’epoca, i proprietari tergiversavano, ed io, non ero pratico in diritti da soldi. Non era su quei piedi che reagivo quando mi calpestavano.

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Epoca dei maxi cappotti. – In velluto nero. Una professionista che batteva in Stazione pensava che fossi un prete. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Abitavo al Rione Filippini, all’epoca. Di maxi avevo anche un soprabito di tela cerata, bianco! Aiutando a rialzarsi un’anziana che era caduta, mi capitò di lasciarlo andare per terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire.

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Ritratto da un amico estense (Giancarlo M.) Aveva ragione la Gaby: sono ancora con le mie prigioni.

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