Nelle strade della vita: leggere e pesanti.

Sulle Comunità  ” Lettera al Direttore “

A margine dei rilievi che monsignore Avanzini si è permesso di fare a proposito dell’operato di Muccioli, ricordo che prime o ultime che siano le pietre (e/o le frecciatine) solo chi è senza peccato le può lanciare. Nelle Comunità gestite dal Ceis, se è possibile che nessuna personalità t.d. sia stata picchiata, è altrettanto impossibile che nessuna sia stata umiliata? Mi domando se il cosiddetto ” zoccolo duro ” con il quale si intende la fascia di personalità t.d. restii all’accoglienza comunitaria, non sia diventata tale anche perché si sono scontrate con realtà operative (terapeutiche e/o ” salvifiche ” che sia ) se non proprio dure, perlomeno stereotipate. Se fossi un T.d. e se di fronte ad un mio errore fossi costretto ad indossare il classico cappello ad orecchie d’asino e a sentirmi dire che non valgo un c…. e che sono un tossico di m…. o, se in altro caso e Comunità vedessi entrare il Responsabile con paramenti d’alta ordinanza al suono del trionfo dell’Aida, o se dovessi subire gli imperi e/o i soprusi di un operatore delegato ( per le ragazze possono anche essere di ordine sessuale ma non è detto che non lo siano anche per i ragazzi date le infinite implicanze dell’eros ) o se fossi trattato come se fossi io la porcilaia, si pensa veramente che, rivelandosene anche l’estremo bisogno, sceglierei di rientrare in Comunità? Ma neanche per idea! A quel punto, le ” pere ” sarebbero più serie! Se non altro perché, per quanto illudenti, meno ipocrite. All’idea che lo Stato possa Commissariare le Comunità, Don Benzi è saltato sulla sedia. Perché? Per quali interessi o motivi lo Stato non dovrebbe averne il diritto? Perché i suoi preposti, anche a fronte di capacità non hanno carisma? Il carisma di certe personalità è lo spirito indispensabile in certe realtà e, fino a qui, nessuno lo nega. E’ uno spirito, però ( quello del carismatico ) che deve essere promotore di vita, non gestore delle cose nella vita. A quelle, anche lo Stato può essere è l’idoneo referente, purché, ovviamente, sappia farsi idoneo gestore. Confido che lo Stato, quanto prima, sappia fare propria la vita che i carismatici hanno promosso. Certamente, la faccia propria non per escluderli dall’opera avviata ma per liberarli da tutti quei vincoli che come edere rischiano di impicciarne la vitalità. Confido inoltre che nessun carismatico vi si opponga. Il carismatico che si oppone, potrebbe rivelare ” Vanità tutto è vanità ! ) di soggiacere alla tentazione di quantificare il bene che origina. Se fosse preso da quel bene al punto da non sapersene staccare, comunque saprà evitare il rischio di dover subire degli estranei e/o compromissori interessi? Se vera l’ipotesi che è nella domanda , e credo che lo sia in molti casi, a quando una Comunità di recupero per Personalità carismatiche, intossicate perché dipendenti dalla propria opera anche oltre causa? Non sarà il caso di pensarci, prima che quegli intossicati carismi diventino un altro ” zoccolo duro nella tossicodipendenza?

afinedue

Al Comitato di Redazione de: ” NoRiskio “

Mi sto domandando da un po’ di tempo perché sento in maniera particolare il peso del compito che mi sono prefisso presso di voi. Ascoltando le mie emozioni ne ho tratto due possibili ipotesi:
* ) la tossicodipendenza assorbe così tante energie che fa finire la vitalità di chi si occupa del problema;
* ) la vitalità di chi si occupa del problema può essere finita ( nel senso di assorbita, come di terminata e/o deviata ) da strumentali questioni che nulla hanno a che vedere con la tossicodipendenza in se ma che possono essere correlate o alla sua risoluzione o la suo giro.

E’ chiaro che delle ipotesi non sono risposte; solo dei riscontri oggettivi trasformano una chiara ipotesi in una chiara risposta. E’ altresì chiaro che non mi aspetto tanto presto che le mie sensazioni siano confermate da oggettivi riscontri. Allora, cosa posso fare o non fare nel frattempo? Serenamente non lo so. Come avete avuto modo di constatare ogni tanto sparisco. E’ la mia maniera di posare il sacco dei problemi: di tirare il fiato. Se tirare il fiato serve, non basta però a risolvere il non solo problema personale. Tanto è vero che ambedue mi si rappresentano ogni volta ritorno fra di voi. In attesa di capire più distintamente quello che ora vivo confusamente vi rendo noto il mio desiderio di uscire dal Comitato e di tornare in strada. Questo non significa che ritiro la mia disponibilità al Gruppo ma che sono a sua disposizione da esterno.

afinedue

A Xy: personalità t.d. ” Lettera al Direttore “

Metti il caso che la tossicodipendenza sia un muro e che le Personalità t.d. siano i suoi mattoni. Sino a che il mattone fa parte del muro, non solo il mattone ( la Natura del tossicodipendente ) porta il suo peso ma anche quello del muro, cioè quello della Cultura della tossicodipendenza. Mi dirai: ma perché non buttiamo giù il muro! Credi, anche potendolo, non mi sognerei proprio di farlo. Non lo farei perché considero la tossicodipendenza alla stregua di qualsiasi altra via per capire, nella vita, ciò che è bene per la Natura, vero per la Cultura e, di conseguenza, giusto per la vita. Siccome considero ogni genere di interferenza un grosso arbitrio, è per questo rifiuto il concetto di ” recupero ” , ma, per fare in modo che la Persona possa recuperarsi secondo se, per questo adotto quello di aiuto. Intendimi: non aiuto contro la miseria economica o del malessere fisico ma contro l’incoscienza: miseria nel discernimento.

afinedue

La droga eleva la vita alla cima dei costi.  ” Lettera al Direttore “

Dire che, drogandosi, la personalità t.d. dipendente può elevarsi a cime culturalmente sublimi ma che quell’elevazione gli costerà la vita potrebbe essere un’idea ” o forse solo un’astrazione”. Per il preso, la droga è sempre un bene. Anche quando va male o fa male. Non c’è nulla che la droga non possa coprire; per questo, essa è il massimo degli amori e massimo amante. Per avere ciò che deve avere per essere preso da quell’amore e da quell’amante, la personalità t.d. non può che pagare ( e/o far pagare alle realtà che si oppongono a quella scelta) i suoi proibitivi costi. Paradossalmente, le realtà che si oppongono alla scelta o a – scelta ” droga “, salvo rare eccezioni, non fanno altro che fare quello che fa la droga: fissando l’arbitrio nell’intossicato, iniettano estranee cure( quando non corrispondenti alla Persona ) nella vita che, per amore e/o per legge, si sono fissati di recuperare. Poiché, nel bene e nel male, la Persona è la ragione e i valori della somma delle proprie scelte, per non costringere quelli che voglio vivere la proprie a rubare la vita, più che liberare la droga si dovrebbe liberare la vita. Rendere delinquenti le scelte ( proibendole ) non significa migliorare la comprensione sui valori della vita ma per la gran parte delle volte, solamente renderne impossibile ogni tentativo di modifica. Ammesso che vi siano scelte per molti versi non drogate, liberiamo le scelte anche se sono drogate e, senza discuterle moralmente e/o penalizzarle affettivamente e legalmente, opponiamoci al dolore. Ecco, proviamo a ripartire anche da qua.

afinedue

Droga: delizie e nequizie ” Lettera al Direttore “

Che la droga sia un anestetizzante è una affermazione che non mi giunge nuova: sarà perché l’ho pensato anch’io. Ammesso ciò, concesso che la droga anestetizzi anche il piacere, quali generi di dolore anestetizza? Quelli della ” fatica del vivere ” la Natura della propria Cultura in pace con il proprio Spirito? Se fosse, in una malata perché errata ricerca di se stessi, allora la droga è ” medicina “. Se fosse, che senso ha rendere tossico – delinquenti quelli che pur dipendendone, lo sarebbero naturalmente ma non culturalmente se solo fosse socializzata? E’ se la droga anestetizzasse, cioè, togliesse ogni dolore alla forza della vita: lo spirito? Se fosse, sarebbe la protezione massima, ma, sarebbe ” mamma ” o ” mammana ” ? Non so quanto sia vero che la droga sia mamma: certamente la droga procura un alveo psichico che alla mente dell’occupato da quella sostanza può ricordare lo stato placentare.  Se fosse, chi la usa lo fa per tornare indietro sino al dentro, cioè, sino al suo principio? Se fosse, allora la droga è la via che porta all’agognato bene di principio? Se fosse, quello della madre della sua vita o di quello della vita come madre? Se la droga fosse la via che lo porta alla ricerca del dentro ( la placenta della madre come principio del suo bene o la placenta della vita come madre ) allora, rivelandosi l’errore del mezzo, potrebbe o non potrebbe anche essere un ausilio alla conversione in fuori ( il che, è come dire farlo uscire ) da ciò che lo prende della sua ricerca? Nei casi più provati e, dunque, di più indebolita volontà, perché no, se la droga è anche medicina? Se chi usa la droga lo fa per tornare indietro sino al dentro, allora, intossicante è la droga o un fuori che motiva la ricerca a ritroso? Se fosse, allora anche la droga potrebbe essere un veicolo medicante perlomeno quanto una vita personale e sociale non avvelenata dalle tossicità sociali che ( in ipotesi ma mica tanto ) controbatte. Il proibizionismo con il quale ci curiamo degli avvelenati dai tossici che produciamo, che senso ha se il proibire procura dei dolori che, nei casi che abbiamo fatto diventare più gravi, solo la droga può anestetizzare? Per liberare e liberarsi dalla droga perché non cominciamo col liberarci da precostituiti giudizi, dal momento che questi non fanno altro che inchiodare più pesantemente la condizione del drogato?

afinedue

L’ignoranza addormenta la coscienza molto di più dello spinello ” Lettera al Direttore “

Non è vero che lo spinello addormenta la coscienza ( il luogo dell’essere ) tutt’al più, ottunde le sue reazioni: il fare. Come ben sanno i suoi estimatori, l’hascisc ha più di una caratteristica. Può cullare e/o rivelare il momento tanto quanto portare in superficie ciò che è nel profondo del fumatore. In questo senso, se può anche essere vero che addormenta la coscienza di superficie, certamente, alla vigile, sveglia, la parte che non gli è nota. Le paranoie da fumo ( sgraditi effetti collaterali dovuti a conoscenze e/o a stati d’animo prima non presenti alla coscienza del fumatore (e, dunque, ” addormentati “si ma solo perché inconsci) proverebbero ciò che sostengo. E’ vero, invece, che a domande leggere corrispondono compensativi leggeri e a domande pesanti compensativi pesanti. Allora, il tramite del passaggio fra la droga leggera e quella pesante non è lo spinello ma la domanda – causa da compensare. Ovviamente, è più semplice gridare ” al ladro ” che provvedere affinché non abbia più a rubare.

afinedue

Droga e vita: povere cose se la vita da droga e la droga non da vita. ” Lettera al Direttore “

La droga è morte ma il suo principio è vita: la sua in un’altra. Mercante di vita è colui che tratta ciò che vende: la vita. Qualsiasi personalità che cede i propri valori di vita, rende cosa la vita. Tra tutti i mercanti della vita ridotta a merce, la personalità t.d. e quella che più si rende merce per avere vita da trattare come cosa da ridurre a merce. La personalità t.d., dipende così tanto dalla cosa che è la sua vita da non permettere che esca dalle vene della sua vita: povera cosa se piena di ” roba “. Con la ” roba “, la Personalità t.d. è in assoluta simbiosi fra cosa e vita: essa ausilia la cosa che lo ausilia di vita: povera merce se fatta di cosa. Tacere fa male ma anche dirlo fa male. Nessuna esclusa, tutte le Personalità t.d. riducono se stessa a merce per poter avere della cosa e, tutte, sono mercanti della stessa merce: vita e cosa di vita, in una vita che hanno ridotto a cosa. Si grida: ” spacciatori pentitevi! Chi vende sè (cuore della vita) per avere della cosa a vita non se lo può permettere. La Tossicodipendenza può far giungere non solo sino a questo punto ma molto più a fondo; la dove la cosa che è stata vita incontra la Vita: ben altra cosa! Quelli che vendono la vita per possedere della vita, quelli si dovrebbero pentire. Forse allora non ci sarebbero più Persone intossicate da cose elevate a vita e non ci sarebbe chi spaccia merci chiamandole vita.

afinedue

Le Comunità, anche latitanti cirenei. ” Lettera al Direttore “

Ci risiamo! Una persona t.d. esce di Comunità dopo una biennale accoglienza e ricomincia a ” farsi “. Perché? Mettiamola anche così: non gli impedisce di tornare a ” farsi ” di roba se non trova ciò che lo dovrebbe fare d’altro. Ad esempio: una vita che non ha; un lavoro che non ha; una domiciliarità che non ha; delle affettività e/o delle amicizie che non ha. Non le ha, o perché le ha bruciate, oppure perché una Cultura che si è costituita in un certo mondo che dialogo può avere con un opposto? Ulteriormente ci ricade anche per una volontà che non ha! Perché? Perché non vuole o perché per fargliela volere non siamo stati sufficienti a dargliela? Stante la situazione, la personalità t.d. di età adulta che al di fuori dei cancelli comunitari non trova un’altra accogliente Comunità, è inevitabilmente destinata a ritrovarsi nella realtà che ha lasciato; non solo tossicodipendente ma anche tossico delinquente. Nel male che c’è nel nostro bene, tutti abbiamo imparato a mediare. Non si capisce per quale sclerotizzazione culturale e/o morale solo alle Persone t.d. non si consente mediazione pur non offrendogli sufficiente tutela se non dopo una rinuncia ad una ” roba ” in cambio di parole e di pie intenzioni. Possibile che le Comunità più socialmente rilevanti ( quelle che hanno permesso perché adottato una dis – umana Cultura antidroga non si domandino mai se non vi sia concorso di colpa nei macelli esistenziali che procura la droga quando diventa integrante anima della Persona t.d.?

afinedue

Alla cortese attenzione: Assessorato alle Politiche Giovanili e la Prevenzione

I Redattori del Foglio informativo ” NoRiskio ” in concerto con le intenzioni assistenziali dell’Associazione ” per Damasco ” ,

premessa

la Circolare del Ministero della Sanità, nella quale il detto Ministero indica ” le Linee Guida per il Trattamento della Dipendenza da Oppiacei con Farmaci Sostitutivi “;

constatato

che la carcerazione di una Persona non giustifica in alcun modo l’inalienabile diritto alla cura medica ( diritto sancito dalla Costituzione Italiana ) ed il particolare dovere di ricorrervi nei casi che implicano risvolti anche sociali;

accertato

che le particolarità calibratrici del Metadone non solo concorrono alla ” Riduzione del Danno ” provocato dalla tossicodipendenza ma sono anche ottimali calmieratrici nei casi di:
Ausilio alla Immunodepressione fisica e psichica nei vari stati della Sieropositività;

Rischi di Over Dose di fine carcerazione,

Crisi di Astinenza,

Disadattamenti nei confronti dell’Istituzione Carceraria, conseguenti la Crisi di Astinenza,

Irrigidimenti disciplinari e/o aggravamenti giudiziari conseguenti azioni inconsulte perché compiute in stati di Crisi astinenziale,

Veicolazione degli approcci culturali e delle Terapie Psicologiche atte al graduale recupero personale e sociale,

Tramite di inizio rapporto per i cosiddetti ” Tossicodipendenti da Strada ” ( Soggetti non referenti ai Sert sino al momento della carcerazione ) con i Centri deputati alle Tossicodipenddenze;

confortati

dalla Circolare in allegato, la quale, prevedendo delle linee di un comportamento terapico mirato alla Persona legittima sia il ” mantenimento ” della Cura metadonica che una personale e non penalizzante terapia ” a scalare ” in quanto tengono conto dell’oggettiva e complessiva realtà psicofisica della Persona t.d.,

invitano,

la Sua Persona e sollecitano il Suo Ufficio ad interessarsi alla situazione della Persona t.d. carcerata.

A nostro avviso, la specifica normativa odierna e la conseguente assistenza corrispondono insufficientemente alle recenti conoscenze scientifiche e terapiche.

( Invito sempre valido )

afinedue

Le Regioni verso una nuova politica per le Tossicodipendenze (?) a Raffaele Z.

Come io sono uomo e, fissato l’indiscutibile principio, attraverso il vivere dimostro di che tipo e genere, così, fissati i reciproci principi, sia il gruppo Proibizionista che l’Anti, dovrebbero ( quest’ultimo, se non altro per una questione di ” par condicio ” ) poter parimenti dimostrare il loro tipo e genere. Tanto più, che ( nevrotica coazione a ripetere? ) si continua a trovarci di fronte a delle contrapposizioni ideologiche, manichee se non nelle rispettive coscienze, almeno di fatto. Una contrapposizione che non ha la possibilità di concrete mediazioni perché non vi è ( e/o non si vuole? ) possibilità di effettivo confronto, nel Problema Tossicodipendenza non ottiene che la sua divisione in ” piazze “: da una parte i Boss e dall’altra i Domine. Legittimerebbe il rifiuto del confronto e della mediazione, se una parte potesse sostenere di sapere ciò che è bene: vero per quanto è giusto. Ma non è così. Nel mio piccolo operare, infatti, ho constatato ( perché vissute anche se non in proprio ) non poche miserie in quelli che dicono di operare secondo bene. Sono state dolorose, quelle esperienze, tanto più perché inaspettate. Nel mio piccolo constato ( sia pure culturalmente ) che non tutto è male in ciò che propone il Gruppo Antiproibizionista. Se non altro il fatto, che pur opponendosi alla Tossicodipendenza come principio, lascia libero il personale giudizio. Allora, a che o a cosa servono ( o a chi servono ) i fondamentalismi ideologici se drogano d’altro discernimento, un giudizio che, per una effettiva liberazione ( e dunque recupero ) in primo, non può non essere che individuale? Servono a raggiungere una comune verità? Siccome ogni irrigidimento culturale è rifiuto di apprendere e, dunque vivere il nuovo che sorge dalla con – fusione delle idee, non direi. Servono a metterci nella condizione di servire la Persona? Per primo o di conseguenza? Servono a servire i Poteri che si raggiungono quando ( anche nolenti ) si è in grado e/o si è messi in grado di condizionare ( guidare è ben diversa cosa ) la vita altra? Ecco: direi che la nuova pietra che dobbiamo mettere sulla prima ( quella dei rispettivi principi ) non può non essere fatta che della sostanza che è nelle risposte che mi aspetto all’Incontro. Se non comporremo il nuovo tempo ( non abbandonando il vecchio ma rinnovandolo ) alla Conferenza di Napoli, non si ripeterà che ripetere quello che già conosciamo anche sino ad averne il rifiuto.

afinedue

Possibilismo fra Proibizionismo ed Antiproibizionismo ad Andrea Muccioli.

Nell’Incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri, dei politici presenti, il suo è emerso ( non fosse per altro ) per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ” Droga ” la metta accanto ai Partiti, ( a dirla con W. S: ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta ) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per se ingiusto, il vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura? Che anche questo aspetto sia nolente implicito ( e/o positivo e/o negativo alla sua opera ) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa, ed io so bene perché ho amato chi si faceva, che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ” Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ” Lucignolo alla Stanga “. I Lucignoli sono identità di confermata cultura. Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati ( anche gravemente quando non in maniera irreversibile ) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso se oltreché verso il mondo. Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda non recupero. Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che ( forse ) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale ( ma anche esistenziale ) deve accadere quando, essendo ” scoperti “, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene ( la vita ) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di se.Per essere vestiti seppure nudi di se, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà ( propria quanto altra ) solo dopo aver anestetizzato anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come il fallimento dell’incapace. Potrebbero trovarlo di più, quel coraggio, se fossero indotti e sorretti da spiriti amorosi, invece, hanno spiriti psichiatri: a torto o a ragione, presso di loro valorizzati ma nel contempo ( salvo eccezioni ) anche svalutati e/o comunque usati perché detentori di potere più che di altro. Le ex Personalità t.d., ora Operatrici di Comunità, possono essere spiriti amorosi? Certamente, ma, aldilà se certa o apparente, essendo inevitabile dimostrazione di riuscita, se non temperano l’esempio presso l’altro, possono anche risultare conflittuali in eccesso. Fra altro, il rifiuto di Comunità del genere di Personalità che dico può anche essere addebitato a questa possibilità. Oltreché loro, anche noi dovremmo trovare il coraggio di accogliere dei pensieri che non ci appartengono, se, questi, possono alleviare il peso di una sofferenza culturale ( l’errore ) che fa non meno danni allo Spirito ( alla forza della vita ) di un male naturale. Solo in queste situazioni e, a ragion veduta, fra Proibizionisti ed Antiproibizionisti, l’Associazione è possibilista. Se ” possibilista ” è un neologismo, me lo passi per amore di causa. Un altro possibilista è Don Ciotti. Ho trovato di discutibile gusto che si sia richiamato la sua Figura solamente attraverso un errore che se può anche essere imputabile al Don ( mi pare difficile crederlo ) non di meno lo è per il giornalista che ha steso l’articolo, ma, cosa fatta, ha il capo che più risulta: a mio avviso, quello del patologo che ha evidenziato l’errore. Si sa molto bene che non ci si ” libera dalla droga con altra droga” come si sa altrettanto bene ( diversamente da Giovanni Paolo 2° che pare l’abbia rimosso dalle sue conoscenze ) che esistono gli antidoti. La Droga, certamente non è antidoto nella fase ” Pinocchio “, ma certamente è possibile medicina nella fase ” Lucignolo “: fase che è, appunto, quando il piacere che la droga procura, prevalentemente e pesantemente, più che altro è negativa croce. La cura del Metadone, nella gran parte dei casi risulta inefficace ogni qual volta il T.D. non si trova idoneamente placentato dal famigliare, dall’amicale e dal sociale in cui si trova. Allora, fermo restando la pesantezza della sostanza ed il fatto che libera d’altro al prezzo di prendere di se, non la medicina può essere sbagliata ma l’ambito può avere delle ” tossine ” che fermano ( quando non invalidano ) gli scopi che ci si propone. Al punto: perché non costituire delle Comunità per chi, pur continuando con la cura, con più tempo e diversi approcci, potrebbe anche accettare di a fare a meno della ” roba ” se non si trova ad averne bisogno perché la vita nelle Comunità che ipotizzo lo proteggerebbe dalle ” tossine ” sociali per cui torna alla droga? Alla disperata, una Comunità a mantenimento non la vedo meno peggio di un Metadone a mantenimento. Già che ci sono con le ipotesi, potrebbero anche essere meno care al Sociale dal momento che si può fare in modo che possano giungere a mantenersi in proprio. Lei mi dirà che simili ambiti altro non sarebbero che delle ” galere bianche ” . E’ vero, ma, potremmo affermarlo con certezza solo presumendo una conoscenza a priori che non può non odorare di assolutismo: droga alla pari di altre dal momento che, come le altre, fissa l’arbitrio sia di chi spaccia quel genere di convinzione, sia di chi assume quella ” roba “. Se proprio non raggiungessimo altro, quantomeno si raggiungerebbe lo scopo di dividere chi avversa i principi legali per necessità da chi li avversa per mercato quanto per sedimentata cultura antisociale. Che in quegli ambiti sia meglio somministrare un’Eroina pulita o il Metadone non saprei dirle perché la mia ” scienza ” è il cuore e non la chimica. Il Movimento per la Depenalizzazione delle Droghe Leggere si è animato, oltreché da opinabili aneliti di libertà, anche da fatti che, futili in origine, si sono poi rivelati tragici per i trasgressori. Allora, una più mirata e/o alternativa penalizzazione potrebbe temperare il numero ed il genere delle adesioni a quel Movimento. Al proposito, una Commissione di Studio composta da tutte le parti in causa, non solo potrebbe essere la ricerca della necessaria mediazione fra i rispettivi principi che per l’occasione ho auspicato presso l’Assessore Zanon, ma anche sollevarla dal sospetto di essere di parte e, non per ultimo, avvicinarla a tutte: ivi compreso quel ” zoccolo duro ” che, stante la sua situazione, in S. Patrignano avvertono più l’inclemenza che l’amicizia. Non so se all’Incontro vi siano stati altri ” possibilisti ” perché me ne sono andato alla fine della sessione che ha preceduto il buffè. L’ho fatto, vuoi perché non mi si dica ” compagno di buffè ” , vuoi perché l’insofferenza al teatrino dei convenevoli che parassitava una questione, per la quale e solamente avevo investito un paio di giornate del mio sempre scarso stipendio di lavapiatti, mi stava salendo come una irritante ” cala ” . Così, nel treno che riportava a casa le mie amarezze di anni, ho iniziato la lettera che le mando.

afinedue