Perché gli uomini uccidono le donne?

Principalmente, perché la Donna è quel complemento personale e storico che permette all’Uomo di fondare sia la sua identità personale e di vita, che la sua fede nella sua potenza.

Se ne renda conto o meno, ma la Donna che rifiuta questo percorso, e/o lo interrompe, altera anche gravemente quel progetto. Il che vuol dire che la Donna deve irrimediabilmente sottostare al principio maschile della vita? No. La Donna (come d’altra parte l’Uomo) è esclusivamente sottoposta al principio della vita: vivere. Come? Secondo sé! E qui casca l’asino, purtroppo. Quanto è libera l’identità maschile e femminile di vivere e di unirsi ad altra vita secondo sé?

La personalità non libera, è uccisa molto prima che venga uccisa. In questa situazione, il tentar altre scelte di vita da parte della donna, rischia di essere uno scomposto tentativo: quello di uscire dalla cassa in cui l’ha rinchiusa una disumana normalizzazione.

linkbianco

Si, l’amore è comunione ma cosa fare quando è rivoluzione?

Domani mattina viene a trovarmi un toso di Vicenza. Sulla trentina.
Non so quanto m’abbia conosciuto via trancio di blog che ho in Libero, ma per la foto che ha visto (la stessa di qua) dice che sono da coccolare.
Da coc – co – lare… Direi evidente che mi guarda con i suoi occhi. Direi evidente che io non mi guardo con i suoi.
Da coc – co – lare… Il Signore sa quanta cioccolata ho dato nella vita dei miei amanti/amori. E sempre Lui sa, che il più delle volte mi sono solamente impiastricicato le dita che mi sono dovuto leccare da me, per potermi dire: amo.
E arriva lui.
Ed io?
Che me ne faccio di tutti i vivi e di tutti i morti che ho nella mente?
Li metto in cantina?
Che me ne faccio dell’Arabo che viene a cuccia come gatti che non trovano lisca, e che sino alla settimana scorsa aveva due amici, ma passata quella gli è rimasto solamente Vita?
Che m’aspetta un’altra speranza?
Ancora!
Chissà se quel toso si rende conto di quanti cimiteri deve attraversare per raggiungermi.
Non può rendersene conto.
Ed io che me ne rendo conto, che faccio?
Gli preparo un alveare?
Per una vita a venire?

linkbianco

I desideri del piacere, non necessariamente sono i desideri dell’identità.

Vi sono identità, che sotto la spinta del desiderio, si spogliano della personalità sessuale di prevalenza, e si vestono con un altra. Così, vi è la personalità etero che si veste di omosessualità, come l’opposto. Nella personalità cosciente di questa dinamica non vi è problema. Il problema invece, accade nelle personalità scardinate dalla propria sessualità, a causa della forza data dalla somma di desideri: somma tanto più forte, quanto più non vissuta, e/o, peggio ancora, negata. Se il desiderio permette la spoliazione della personale norma, cosa permette il rivestirsi? Ovviamente, la realizzazione di quanto desiderato. Ora, ammettiamo il caso di un rapporto fra una identità chiaramente omosessuale, e una identità omosessuale perché spinta da un possibile desiderio di simile. Dopo l’orgasmo, come si rivestiranno? Da simili, certamente no. Si rivestiranno, quindi, con i propri abiti: l’omosessuale con i suoi, e l’etero con i propri. Rivestiti, non è più un eguale, quello che l’omosessuale si trova di fronte: è un diverso. Nei casi di ristretta e/o condizionata visione della propria sessualità, (magari condizionata sino al dissidio psicologico) come reagirà, quel diverso travestito da eguale, nei confronti di chi l’ha fatto sentire simile all’amante, e quindi, para omosessuale? Per evitare spiacevoli guai, (guai anche pesanti, guai anche mortali) sarà meglio mettere in conto anche la risposta a questa domanda. L’invito non è diretto solo ai Finocchi. Anche le donne possono essere vittime di una omosessualità che si traveste da eterosessualità. Giungo a pensare, che anche le madri ed anche i padri, possono essere le vittime di un costretto travestimento, quando “chiedono” ad un figlio, di vestirsi di quello che non è.

ps. Per “abito”, intendo una forma mentale.

nord

Quale futuro ti aspetta mio caro Al Haiat?

Sono uscito con un amico ieri sera. Sapevo di fare un po’ tardi, ma sapevo anche che hai il mio numero cell. Non hai chiamato. Non sei venuto.

Pioveva.

Parecchio.

Avrei potuto chiamarti io.

Non l’ho fatto perché poteva sembrarti un’insistenza. Fatto sta, che ti hanno trovato sotto un ponte. Il che sarebbe niente, se con te non avessero trovato il tuo decreto d’espulsione.

Ti fermeranno una notte da qualche parte ma poi ti lasceranno andare. Cosa vuoi che facciano! Le galere sono piene, e per di più costose. A Verona non mi risulta che ci siano campi di contenimento per immigrati. Non ancora, almeno. D’altra parte, non sei un delinquente d’ufficio come lo diventerai non appena andrà in vigore il reato di immigrazione clandestina. Non so se ti reputeranno così pericoloso per l’Italia da meritare l’espulsione forzata, ma se dipendesse da me, te la darei se non altro perché stai diventando pericoloso per te stesso. Non si sa in quanti modo te l’ho fatto capire: e tu li hai capiti tutti, o meglio, li ha capiti la tua ragione, ma la tua ragione non è ancora stata capace di farli sentire alla tua emozione.

Insciallah?

“Non ho niente. Sono senza lavoro, Vitaliano! Sono stanco di questa vita.”

E, te credo, ma se non hai uno straccio di documento non puoi trovare lavoro. Lo stentato italiano che parli, non può farti trovare un lavoro.”

“Sono un elettricista capace, Vitaliano.”

E te credo, ma, quanto tecnicamente aggiornato? Quanto, puoi documentarlo? Con che scuole professionali? Con che referenze? Se non hai risposte per queste domande, altro non ti resta che dell’attività generica, e genericamente pagata: se pagata.

Hai 28 anni. Non lo si direbbe quanto sorridi, ma un bel sorriso non fa stipendi. Non di sicuri, almeno. Non di quelli da sudore, almeno.

Che ci fai, ancora qui, mio caro Al Haiat?

“Mio padre m’ha dato 5000 mila euro per venire in Italia. Come faccio a tornare senza niente?”

Capisco, ma, e qui, come farai ad andare avanti senza niente?

Insciallah?

Penso di rivederti questa sera, o al massimo domani sera. Tornerai senza soldi, senza sigarette, senza aver mangiato, e con il bisogno di lavarti. Non perché sei sporco. Perché non sopporti di pensarti sporco. O perché non sopporti di pensare che lo sia la vita.

Da me ti laverai, fumerai, mangerai, e, forse, ti rifugerai in quell’anfratto che diciamo far l’amore. E dopo?

Insciallah?

nord

Anche l’Amato andava a picchiar froci da giovane

ma quando è mancato, con lui c’era un Frocio. Non c’ero, sai, perché era finalmente diventato cosciente di una possibile frociaggine, ma perché cosciente di esser stato amato, sia pure da un Frocio.

No, per me, gli anti frocio non sono dei froci mancati. Sono dei maschi, a cui manca un maschio per sentirsi amati come maschi. Tutto considerato, sono degli orfani.

Essere Froci, invece, significa amare uomini ed essere amati da uomini.

Non ti sfugga la differenza.

nord

Come le stelle non più figli. Lettera aperta ai figli delle stelle.

Mi capitano solo brutte avventure, diceva un figlio delle stelle alla vicina sorella. Mia cara, gli rispose quella. Neanche i firmamenti che sinora hai illuminato sia pure con luce riflessa, sono come quelli di una volta! C’era la costellazione della speranza, una volta, e sia pure distante anni luce, il pianeta futuro. Ora, l’atmosfera si è rarefatta. Questo ci affatica il respiro. Appesantisce il passo del nostro gravitare attorno ad asteroidi che dicevamo astri, non tanto perché brillanti loro, ma perché incantati dalla nostra voglia di brillare su di loro. Appena sotto la chimica del nome di quegli astri, ora c’è solamente del sasso coperto da una polvere che li rende friabili come meringhe. Sino a che la polvere staalmeno, ma sino a che sta, pare pregiato marmo, a noi, stelle non cretine se non per parte presa in quella parte che diciamo nelle nostre storie, o che raccontano le nostre tragedie. No, figlio delle stelle. La notte no.

Non più.

nord

Diventiamo possessivi…

quando siamo insicuri del bene dell’altro, o non sicuri di essere il bene dell’altro. Diventiamo gelosi, quando non siamo sicuri della verità dell’altro, o non sicuri di essere il vero dell’altro.

In questi casi, dovremmo sempre chiederci: cosa amiamo di più? Le emozioni dell’amore, o quelle del dolore?

E se si sovrappongono (come generalmente succede) quale sovrano adoriamo?

L’amante altro, o l’amante che siamo?

nord

Nella scissione che diciamo tradimento, ciò che viene ferita è la vanità, il possesso, o l’unione di un’alleanza?

Tutte e tre in alcuni casi, o uno o l’altro caso in altri. Certo è, che non solo “la donna e mobile” ma anche la vita. Quello che separa in certi casi, quindi, unisce e/o rinsalda in altri. Vi è vero tradimento, a mio tardo vedere, quando una parte tradisce la vita dell’altra perché ne “uccide” la fiducia, ma anche lì, su quali verità era basata? Su delle reali? Su delle ideali? Su delle illusioni? Ecc, ecc? Per quanto riguarda il resto della carne, una mia amica sosteneva: na’ lavada e na sugada’ e l’è come mai usada. All’interno di questo non vedo tradimento. Vedo, invece, motivo di riflessione sul fatto che in genere, nessuno è sufficiente all’altro/a al 100% e che dovremmo farcene una ragione quando una o l’altra parte sente un compensativo bisogno. Non è scritto da nessuna parte che il sacrificio della vitalità deve diventare il coperchio della vita resa anzitempo cadavere.

luceinfine

Quale pedagogia adottare nel periodo prevalentemente naturale del bambino?

Non so se nella mente o se nel gozzo, ma da tempo per la vita mi gira una questione: quale pedagogia adottare nel periodo prevalentemente naturale del bambino?

Per prevalentemente naturale intendo la fase in cui il bambino capisce secondo il sentire. Ancora non sa, infatti, circa quello che sente; è il periodo che precede la parola. A favore di un miglior agire in questo momento dell’età, non ricordo d’aver letto niente, e neanche sono preparato. Oso sostenere le mie opinioni qui ed ora, solo perché, pur non essendo padre ho istinto paternale, e pur non essendo madre, (ovviamente) ho quello maternale. Adottivi o no che si sia, dove non si è naturalmente genitori, può farlo diventare un modo di concepire la vita.

Dicevo che il bambino di quel periodo impara a conoscere attraverso quello che sente. Cosa, sente delle figure genitoriali? Nel suo principio, i suoni. Di base e di prevalenza, due: il suono alto (variabilmente acuto) e il suono basso: variabilmente grave. Generalizzando e sempificando, direi che il suono alto e variabilmente acuto appartiene alla femmina. Generalizzando e sempificando, direi che il suono basso (variabilmente grave) appartiene al maschio.

Si potrebbe sostenere, che il primo è via del sì, mentre l’altro è via del no. E’ via del sì, quello della femmina perché al tono variabilmente acuto si accompagna la cura; cura che il bambino potrebbe sentire (poiché lo fa stare bene) come proseguo del ventre naturale dove SI stava bene.

Si potrebbe dire che il tono basso è via del no, perché, o non l’avverte come “ventre” (quella voce) o l’avverte come ventre dal quale sente, o di non essere uscito (da quel bene) o di non esserci stato. Lo sente, quindi, come separato da sè, quindi, come un NO.

Ciò che sostengo non è da considerarsi assoluto, naturalmente, perché la vita, nella relazione di corrispondenza fra lo stato mascile (il determinante in prevalenza) e quello femminile, (in prevalenza l’accogliente) è stato di infiniti stati di vita, e quindi, di emozioni che il bambino tradurrà in vocali “concetti” prima e in parole dopo.

APRO UNA PARENTESI: In ogni genere di coppia vi è il carattere accogliente e quello determinante, quindi, in ogni genere di coppia vi l’emozione prevalentemente maschile (quella bassa) anche se formata da donne, o prevalentemente femminile (quella alta) anche se formata da maschi. Così l’opposto, e così in ogni genere di corrispondenza di vita fra identità. Non per ultimo, non è alto o basso ciò che noi sentiamo alto o basso, ma quello che sente il bambino come alto o basso. Si potrebbe dire, allora, che (indipendentemente dal sesso) è il bambino che dice (in ragione dell’impronta tonale che l’ha prevalentemente cresciuto) chi (a livello culturale e/o psicologico) gli è padre o madre. CHIUDO LA PARENTESI.

Secondo quanto ipotizzo (dico ipotizzo perché non so se sto scoprendo l’ombrello) si potrebbe dire che la pedagogia di quel periodo non può non essere che magistralmente binaria: SI o NO. E’ vero che anche il tono variabilmente acuto può essere sentito come NO, ma è un tono che, come dicevo, ha la cura come immediata conseguenza. Potrebbe diventare, quindi, un SO, cioè, un NO emozionalmente interpretabile.

Lo stesso potrebbe valere per il tono basso, e diventare un interpretabile NI, ogni qual volta quel suono non ha, come conseguenza, una ferma cura e/o reazione. Una cura è ferma quando non soggiace a psicologici e/o emotivi “ricatti” e/o concessioni. A proposito di emotivi ricatti, il bambino è un indubbio bandito. Che non sappia quanto lo è, per i genitori prima e per gli insegnanti poi, è una grande fortuna! Come tutte le fortune, non dura.

Tutto considerato, la basica pedagogia che esprimo non è molto diversa da quella che si usa nell’addestramento degli animali. Come i bambini, infatti, sentono suoni ed emozioni, non, parole dalle quali tirar fuori concetti. Al più, e necessariamente, tirar fuori, azioni di risposta; che è esattamente quello che si vuol imprimere in un infante, e cioè, la capacità di agire e perseguire certi comportamenti a comando, non ancora potendo riuscirci noi, secondo il suo discernimento.

Una sovrapposizione di comando fra le due voci, da un lato, alimenta la capacità interpretativa delle emozioni che gli si comunica, (ed è o potrebbe essere una futura richezza a livello identitario) ma, dall’altro, rischia di metterlo in confusione; ed è o potrebbe essere un futuro guaio. Come se ne viene fuori? Direi, facendo in modo che la figura che di volta in volta cura l’infante non debba uscire dai binari culturali, naturalmente imposti dal tono.

E’ vero che il bambino sente alto o basso ciò che per lui è alto o basso; e’ vero che per questo farà propri i binari con cui lo introduciamo alla vita; è vero che potrebbe procedere per stazioni non previste dai genitori, ma è per questo che ogni vita ha, (ed è) di che non essere una eguale all’altra.

Si tratta quindi di decidere a cosa si vuole dare vita e per chi. Come premesso all’inizio non ho debite conoscenze, al più, cuore. Quando mai il cuore è riuscito a separare il grano dall’oglio! Non mi resta quindi, che postare sta’ roba così come sta, perché, dice il detto, cosa fatta, capo avrà!

nord

Le ragioni della vita e quelle dei mummificatori.

Perché l’Omosessualità femminile suscita meno contrasto della maschile nei casi di adozione? Mi rispondo: perché, è personalità materna più mimetizzabile negli odierni schemi in quanto donna.

Anche nella coppia lesbica vi è la figura più determinante, e in questo senso, maschile, e quindi, psicologicamente “papà “. Lo stesso nella coppia Gay: vi è la figura più accogliente dell’altra, e in questo senso, più femminile e quindi psicologicamente “mamma”. Non per questo, però, “mimetizzabile” negli schemi, perché nell’apparenza fisica rimane pur sempre un maschio uomo, e quindi, di predestinata figura paterna.

Anche nella coppia etero, non sempre la figura maschile (la determinante) è quella dell’uomo, quindi, lo dovremmo dire e riconoscere come psicologicamente mamma perché accogliente. Invece no, perché gli schemi odierni ci sono socialmente sovrani.

Certamente sovrani secondo Natura, ma, che senso ha sostenere il predominio secondo Natura, quando la Cultura testimonia maggiormente l’evoluzone e la ragione della vita?

Indubitabile il senso biologico, ma la Natura rimane pur sempre l’invaso di ciò che pensa la Cultura. Allora, in quale parte della vita ritrovare dei principi che la vita stessa rende così caleidoscopici? A mio pensare, nella sua forza.

La conosciamo come Spirito.

nord

Caro amico, ci sono “pere” e “pere”.

Amico mio, dopo la morte dell’Amato mi sono reso conto di essere diventato schizofrenico. Forse lo ero anche prima ma non me ero mai reso conto. Certamente non lo sono in senso patologico (almeno penso) ma (sia pure per inscindibili intenti, modi, emozioni, azioni) certamente per il mio essere unito e nel contempo scisso dalla vita altra.

Gli psichiatri del Sert dove seguivo un gruppo di ragazzacci con identità talmente confermata da offrire ben poco fianco a salvifiche conversioni, sostenevano che stavo cercando un amante. Capirai! Erano quasi tutti sieropositivi, di ben poca presa erotica, e presi da ben altre storie. Non sono mai stato così cretino da non vedere e capire che se anche ne avessi avuto il più segreto intento, nulle le speranze. Tuttavia, sia pure a loro insaputa, non avevano del tutto torto. Non era una personalità amante che cercavo infatti; cercavo la personalità amore. Se in loro no, dove? Se nella loro vita, no, in quella della vita che era nella loro.

Per tale scelta (vista non certo dalla sera alla mattina e neanche aprioristicamente concepita) ero nel loro vissuto (emozionalmente parlando) e nel contempo diviso. La scissione, mi permetteva di essere indipendente dalla loro soggettiva identità, e nel contempo dipendente dalla loro soggettiva e/o complessiva vita, secondo il caso e/o la necessità ausiliare.

Considererai dunque, che ci sono “pere” e “pere” da cui dipendere e che ogni “pera” non è esente da “tagli” (passive schifezze nelle loro bustine come sai bene) ma anche attive portatrici di vita nella mia come in altre simili alla mia; ma vaglielo a dire agli psichiatri in convenzione con i libri studiati, e a mio sapere, anche loro dissociati da una realtà che è come un caleidoscopio.

Da bambini dei tempi di Berta filava, li facevamo rendendo tubo un cartone. Da una parte ci mettevamo due vetri e fra i due vetri dei pezzettini di stagnola di vari colori. Ruotando il tubo, i pezzettini formavano delle figure sempre nuove: astratte, naturalmente. Sai che ti dico? Gli psichiatri dei Sert (almeno di quelli di Verona) non fanno girare il tubo/realtà, così, vedono sempre la stessa immagine del “tossico”.

Vero è che ci sono di quelli che ci provano a far girare il tubo. Vero è, che le immagini sempre diverse che scoprono (per quanto comprese e giustamente interpretate) non ci stanno nelle cornici pattuite dai convenzionali progetti sociali. Si, lo devo ammettere. Gli psichiatri, vinti da canoni non “professionali”, per via di schizofrenia sono certamente messi peggio di me, e non è detto, che lo stipendio che comunque ne ricavano, sia sufficiente antidepressivo.

Cosa ha permesso a me di non diventare uno stabilmente depresso viste le inevitabili frustrazioni che infettano l’animo di chi percorre la strada dell’anti tossicodipendenza?

Direi la possibilità di evadere dalla situazione quando si appesantiva oltre misura, rifugiandomi nella volontà della vita, bel detta dal proverbio: cosa fatta, capo ha!

Il proverbio sembra essere la morale che consola i fallimenti e/o i falliti. A mio vedere, invece, la morale dice che la dove non comprendiamo, è la vita a com_prendere. Fallire, quindi, è ostinarsi a non passargli il testimone.

nord

“Ognuno uccide quello che ama” dice la canzone.

Direi, invece, che si uccide quando l’amore (o meglio, una passione) diventa l’intossicante droga che fissa l’arbitrio.

Quando intossicano un arbitrio di fissazione, tutte le passioni diventano droghe. Con le sentimentali, anche le politiche, e anche le religiose: giusto per citare le maggiori “bustine”: in genere, sconsideratamente “tagliate”.

Nessuna onesta passione si propone lo scopo di fissare l’arbitrio di chi conquista. Allora, perché succede? Direi, perché vi sono dei sedotti che esistono a sé stessi, solo se si sentono dipendenti in toto da chi (persona e/o pensiero) hanno eletto a fondante ragione.

Una qualsiasi fondante ragione è un amore solo se coscientemente condivisa, e tanto quanto è condivisa. In assenza della volontà di paritaria condivisione, e nella volontà di perseguire comunque la passione sentita dal solo sedotto, si origina lo stupro della volontà altra quando non lo stupro della vita altra.

Chi uccide la causa accidentale di una intossicata e intossicante passione, altro non fa che sostituire la causa di tossicodipendenza da fissata passione con un’altra fissante passione: l’accecamento del fallimento.

Chi uccide chi ama non esce più da quell’ergastolo. 

nord

Completamente rifatta in data Luglio 2018

Antonio mi chiede: è nata prima la gallina sessuale, o l’uovo omosessuale?

Direi che prima è nata la vita, e che la vita ha covato sé stessa.

La dico Vita in maiuscolo perché la considero esistenza al principio. Questa vita ha ed è la sua potenza. La chiamo Spirito. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di vita fra tutti e in tutti i suoi stati: Natura comunque raffigurata, Cultura comunque concepita, e Spirito comunque agito.

La forza dello Spirito ha carattere Determinante e Accogliente. Lo Spirito che non accoglie ciò che determina, è forza destinata alla mera espansione della sua forza; è nell’accogliere e verificare gli atti della sua espansione, infatti, che può valutare se “cosa buona è giusta”.

Nel considerare ciò che è cosa buona e giusta, al principio, della vita vi è stato il primo atto del discernimento, la prima forma di coscienza, la prima forma magistrale.

Vita, oltre che fra stati, è stato di infiniti stati anche nella nella corrispondenza di forza fra le due volontà, così, anche il Determinante non può non avere, essere, e vivere gli stati dell’Accogliente, come per opposto caso, l’Accogliente non può non avere, essere e vivere gli stati del Determinante.

In ragione dello stato e condizione della corrispondenza di forza fra gli stati, la vita origina infinite forme e figure. Ognuna ha ed è la sua forza e la sua vita, in ragione dello stato di prevalenza del soggettivo carattere della sua forza. Se ha prevalere è il Determinante avremo la naturale figura maschile. Se ha prevalere è l’Accogliente, avremo la naturale figura femminile.

Non ponendogli limiti e fine, della vita possiamo dire che è il contenitore che forma i suoi contenuti che formano il suo contenitore, che, ad libitum, forma. Ciò che forma la Natura della vita, allora, non può non formare la sua Cultura; Cultura, soggetta anch’essa alla condizione di essere stato (della conoscenza e della coscienza) di infiniti stati.

Gli infiniti stati di conoscenza e coscienza formeranno infiniti stati di Uomo e di Donna. Dico infiniti stati, perché solo al principio della vita vi è l’assoluto principio della vita. In quanto assoluto, ha ed è Spirito maschile e femminile in inscindibile e inconoscibile stato. Delira per vanità chi ci prova a conoscerlo, e l’offende quando prova a dirlo.

Nella Parola, le parole non ci stanno! Solo la prima forma di vita principiata dalla Vita, possiede il suo primo (e relativamente al suo stato) fissato carattere: al principio e per principio, vuoi Determinate, vuoi Accogliente. Ogni altra forma conseguita dalla forma originale, ha principi, prevalentemente maschili e femminili, come prevalentemente maschili nel femminile, o per opposto caso, prevalentemente femminili nel maschile.

Della Vita al principio possiamo dire che è la norma che concepisce ogni vita, e quindi, per principio, ogni normale sessualità; normale se opera secondo vita (vuoi per Natura, vuoi per Cultura, vuoi per Spirito) o anormale alla vita se nega la sua opera o per Natura, o per Cultura, o per Spirito.

Anche la normalità come la non normalità sottostanno alla condizione di essere stato di infiniti stati di normalità o non. Così, sottostanno alla regola anche gli onori quando diamo vita (in noi, o in altro e/o in altri da noi) sia gli oneri quando la neghiamo: vuoi in noi, vuoi in altro e/o in altri da noi.

luceinfine

Le invasioni “sataniche” sono fughe da castranti realtà.

Difficile capire se una mente è invasa da un’altra forza, o se (stabilmente o no) per un’insieme di cause si è scissa in due conflittuali forze.

Comunque stiano le cose, dove non risove la psichiatria ci prova l’esorcista.

Attraverso il rito, (comunque attuato) l’esorcista usa le emozioni che la sua azione procura per chiudere la porta della coscienza dell’invasato alla parte inconscia della mente.

Tanto più la forza emozionale dell’esorcista è maggiore della forza invasiva, e tanto più riesce a far emergere, riportandola a coscienza, l’identità originale: originale, almeno per quanto mostrava di essere prima della crisi. 

Cosa permette la possessione?

Direi la volontà di celarsi in altro “mondo” e/o “realtà”; volontà che, a mio vedere, è estrema difesa da estremo rifiuto di estranei condizionamenti. Ad esempio: i “magistrali” imposti da norme storiche, e/o sociali/ e/o religiose.

Non per ultima importanza, l’invasione può esser mossa dai sensi di colpa che il “fuorviante” prova per essere e/o sentirsi estraneo alle suddette norme. Per questa ipotesi, un’invasione potrebbe essere la recita che cela un alibi.  Della serie: sono così perché posseduto non perché mi rifiuto di diventare quello che si vuole che diventi.

Della possessione si può anche dire che è una estrema richiesta di aiuto.

Momentanea e/o fallace, la risposta, se non si libera la mente del posseduto dalle cause umane e/o sociali, e/o religiose, che l’hanno ridotto in quell’angolo.

Se non gliela liberiamo ci ritornerà.

Magari senza darlo a vedere.

nord

Rifatta in data Luglio 2018

Le religioni sono come dei supermercati.

Indipendentemente dal fatto che si comperi o meno, una volta entrati, i supermercati ci considerano clienti. Ora, non dubito sul fatto che i soggetti che citi non siano islamici (a livello culturale e/o spirituale, almeno) tuttavia, piaccia o non piaccia, lo “sono” per infinite forme e/o stati di aderenza. Esemplificando: come cristiano, lo sono diventato (mio malgrado) già alla nascita per battesimo. Nell’Islam non c’è lo stesso battesimo. Al suo posto, però, si può dire, come battesimo, l’ingresso alla Umma, che avviene, ipso fatto, direi, con la prima partecipazione alla preghiera in Moschea, quando non per nascita in famiglia islamica, quando non in un paese islamico. Con ingresso, intendo il primo atto di coscienza, circa quel pensiero religioso e la conseguente adesione.

Ora, posso dirmi non cristiano perché non condivido la gran parte del cristianesimo? Direi di no, perché dove ho lasciato i riti e le favole, non per questo sono in grado di lasciare quel mio essere. Certamente lo potrei, aderendo più o meno totalmente a una visione atea della vita. L’islamico, è libero di farlo? In casa ne dubito più che fortemente, mentre fuori casa gli è certamente più possibile, tuttavia, quando fuori casa si trova a vivere vari generi di povertà, a quale bisogno di una superiore giustizia si rivolgerà quel dato islamico? A quella cristiana ne dubito più che alquanto. Si rivolgerà allora, a quella d’origine, e lo farà, con tutte le con_fusioni del caso. Tanto più se contestualmente povero o incolto.

Trovo erroneo, quindi, imputare i suoi atti contro la vita al singolo fuori di testa. Errore, invece, trovo nel silenzio di chi, pur potendolo per figura e ruolo, non separa dalle sue acque con la dovura fermezza e chiarezza, ciò che è giusto alla vita in ogni sua forma e sostanza, da ciò che non lo è. Lo possono veramente? Raro caso a parte e da soggetti non particolarmente significanti a livello religioso e sociale, non ho ancora visto nulla del genere.

Sino a che le religioni si manterranno a livello dei supermercati, mai lo vedrò, tuttavia, mai dire mai.

nord

L’ansia? Un’arrestabile invasione.

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa.

La vita, accoglie le parole e le corrispondenti emozioni con orecchio se esterne l’ascoltatore, o con il sentirle se interne all’ascoltatore. Un ascolto, non necessariamente esclude l’altro.

Vi sono casi in cui un ascoltatore si ritrova in mezzo ad un gruppo di persone. Tutte gli parlano contemporaneamente. L’identità dell’ascoltatore che vuol capirle, se ci riesce non è in alcun modo turbata. Turbata lo diventa, chi, pur volendolo, non ci riesce; turbata in modo minore se l’interesse per quelle voci è minore. In modo maggiore se l’interesse per quelle voci è maggiore.

Quel turbamento si somatizza come ansia. L’ansia incide sul senso di sicurezza, sul discernimento, e sulla stima di sé.

Dell’ansioso si può dire che è mentalmente un invaso da “corpi” estranei, e che non sa come liberarsene. Non è particolarmente difficile. Basta trattarle come fossero persone.

Sono nemiche se portano confusione. Sono amiche se la eliminano.

Ora, come apriamo la porta di casa agli amici e la lasciamo chiusa per i nemici, così, dovremmo agire nella nostra mente.

Questa cura dell’ansia non prevede l’uso di pastiglie. Prevede l’uso del discernimento e delle operazioni più basilari.

Il + dove sommare quelle valide: il meno dove togliere le non valide; il diviso fra le valide e non valide; il X dove moltiplicare i valori ottenuti.

Si, è tutto qui.

nord

Completamente rifatta in data 23 Luglio 2018

Edipo, oggi, ha molti padri.

Il Freud (rifacendosi alla tragedia di Edipo) dice che il figlio supera la figura del genitore se lo “uccide”. C’è del vero in quanto dice, tuttavia, è un vero fortemente superato.

La società non è più il compiuto Genitore che fa compiuti genitori che fanno compiuto il Genitore. La Società, oggi, è un’Idra dalle molte steste: tutte referenti all’unica, e tutte delegate ad essere la sua, ma nessuna responsabile del Tutto.

Ciò che è diventato lo Stato genitore, è diventato anche lo stato dei genitori. Anche i genitori, infatti, a livello educativo sono diventati la testa formata da tante teste. In vero è sempre stato così, ma i referenti dell’Idra dedita alla pedagogia sociale (sia pure ai tempi di Berta filava) erano numericamente inferiori. Non solo, di più ferma (certa e/o potente) identità personale e sociale.

Per quanto penso, il figlio che oggi deve giungere ad uccidere il suo prevalente educatore (commistione fra padre, madre, parenti, società, norme, usi, insegnanti di tutti i generi, ecc, ecc) come fa a identificare il prevalente Laio da superare?

Non potendolo fare perché non è più possibile farlo, il crescente di oggi rivolge la difesa contro sé stesso accecando la crescita.

nord

 

 

Spiriti e spiritismo: ipotesi e considerazioni.

Il Principio interagisce nella Natura della vita originata (il corpo comunque effigiato) dando la sua forza: lo Spirito. Originati dallo Spirito della vita, vi è vita in spirito. Gli spiriti sono vita che è stata su questo piano della vita.

In ragione della corrispondenza fra stati in tutti e fra tutti gli stati, ci sono spiriti prossimi o non prossimi al Principio. Perché corrispondenti con lo Spirito del Principio, ci sono spiriti elevati, tanto quanto gli sono prossimi. Perché contrari e/o non pienamente coscienti del Principio, ci sono spiriti bassi tanto quanto non gli sono prossimi.

In ragione dello stato di coscienza sulla lontananza dal Principio (e/o dell’avversione) gli spiriti bassi hanno forza specularmente opposta agli elevati, così, allo spirito con forza di valore 4 + corrisponderà uno spirito con forza di valore 4 -. Tanto è potente uno spirito di valore + e tanto quanto è inversamente potente uno spirito di valore – Lo Spirito, essendo forza che da la vita è il + con valore assoluto.

Perché vita in stato d’assoluto, il Principio è Motore Immobile. Ogni altro stato della vita è mobile per infiniti stati di vita. La capacità di mobilità negli spiriti di qualsiasi stato corrisponde all’elevazione spirituale del loro spirito: così per la degradazione.

Lo stato dell’elevazione spirituale di un dato spirito (come la degradazione) dice la condizione della forma della sua forza e della sua identità.

Indipendentemente dallo stato del loro spirito, tutti gli immateriali interagiscono nella vita perché la vita non concepisce il vuoto (stato di non vita) e neanche a vuoto: stati senza senso di vita. Non può concepire il vuoto perché è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati. Non può concepire a vuoto perché ciò ammetterebbe fallacia presso il Principio. Vi sono stati di vuoto tanto quanto è mancante la corrispondenza di stati in una vita, come fra vita e vita, e/o fra una vita e quella del Principio.

Come lo Spirito, gli spiriti elevati interloquiscono con la vita dandogli forza, ma non pongono condizioni alla loro forza per non condizionare la vita cui danno forza.

Secondo stati d’infiniti stati, non coscienti e/o avversi al Principio che sia, gli spiriti bassi condizionano la vita tanto quanto interloquiscono con la loro Cultura nella nostra. In ragione dello stato del proprio stato, nessuno spirito è esente dall’interazione. Esente deve essere dal condizionamento.

Gli spiriti non interloquiscono con la loro cultura per mezzo della parola ma per corrispondenza di emozioni fra le loro e le nostre; è, necessariamente, un dialogo privato.

Quando il destinatario della visione vede ma non sente, vuol dire che lo spirito che si rivela gli emoziona la mente. Quando sente ma non vede, vuol dire che lo spirito gli emoziona il corpo. Per occasionale corrispondenza di emozioni con il soggetto che sente e vede e quello che appare, (come per volontà di chi appare) anche altri possono vedere la visione, ma non sentire un eventuale dialogo, appunto perché il “canale” che permette la “voce” è solamente l’emozione fra lo spirito che si rivela e quello del destinatario della visione. 

Negli stati di meno vita (come nei casi di avversione) c’è il dolore naturale e spirituale per l’errore culturale che provoca il male. Oltre che nel nostro, non può esserci verifica spirituale dell’ultra mondo, appunto perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Ne consegue, che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Se vera l’ipotesi, (e la credo vera) che spirito c’era sul Sinai con Mosè? Nella grotta con il Profeta? Nella rivelazione a Saulo e in tutti gli altri casi, cronologicamente prossimi o no? C’erano quelli che hanno detto di essere. A causa della capacità di finzione del male e/o dell’errore (volente o no, cosciente o no che sia), l’affermazione non è attendibile. Come non sono di attendibile motivazione le dimostrazioni eventualmente rivelate. Non siamo in grado di verificare, infatti, se i motivi (come i soggetti) che hanno mosso le rivelazioni siano gli effettivamente detti e/o dei fatti intendere. Per questa equivocità, un credo che si basi anche sullo spiritismo è destinato ad essere deviante, tanto quanto fa passare l’animo dalla fede sul Principio, alla fede su dei principiati, santificando e/o beatificando delle figure, il cui attendibile Fare, non necessariamente corrisponde con il loro Essere, né per quanto riguarda la vita passata, né per quanto riguarda quella disincarnata.

Lo spirito che per le sue azioni riconosciamo santo e/o beato, infatti, di attendibile perché accertabile ha solo il servizio. Per questa mia sensibilità, un Servo del Principio, dovrebbe stare al primo posto, no, non, al terzo.

Comunque motivato, l’aspetto prodigioso di qualsiasi manifestazione spiritica è dimostrazione di potenza, ma non necessariamente di verità. Il Principio concede solamente il suo Verbo e la sua Parola, cioè, la vita. Non altro perché Primo concetto, e Unico perché assoluto.

Oltre a non compiere e/o autorizzare metamorfosi sulla vita, il Principio non può originare nessun mistero. Ha originato, invece, quello che non siamo totalmente in credo di capire. Quello che diciamo mistero, allora, è ignoranza con diversa etichetta. A pro di chi, quindi, i misteri? Agli spiriti dello stato ulteriore? A quelli del nostro stato? Per l’insieme dei poteri che li usano?

Il mistero è buio (simbolo dell’ignoranza) perché è assenza di luce (simbolo di conoscenza nella verità) e quindi, inevitabilmente, offuscatore. In quanto offuscatore, non è possibile che i misteri siano parte della volontà del Principio, come neanche di delegata volontà. Pensarlo, vuol dire non conoscere (o nei casi peggiori, ignorare) che nella corrispondenza fra Immagine e Somiglianza, nulla e nessuno può interferire se non interferendo fra Vita e vita; e se non lo fa lo Spirito del Principio…

Della fede si può dire che è la capacità di accogliere la vita oltre conoscenza. Nella religione cristiana, il Cefa è considerato il massimo esempio di fede in un’umanità. Massimo esempio di fede in una divinità fu quella del Cristo perché la collocò nel Principio di ogni principio, e lo chiamò Padre. In tutti gli altri casi, non di fede si tratta, bensì di una fiducia che se collocata a ragione non veduta, può diventare quell’improvvida disposizione d’animo che conosciamo come credulità. Al proposito, Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, ebbe a dire: è maledetto chi crede nell’uomo.

Nei casi di spiritismo vi è possibile corrispondenza fra un’identità ulteriore e una presente, solo in ragione della vita nella corrispondente forza. Se, l’invocante come l’invocato non conoscono il loro reale stato di spirito (lo sa solo chi ha raggiunto la massima coscienza della sua conoscenza) chi chiama l’invocante e chi risponde?

Per momenti della reciproca forza, certamente può rispondere l’identità spiritica invocata ma, vita è infiniti stati di forza in continua corrispondenza, pertanto, in continua mutazione di vita. In ragione dello stato della sopraggiunta mutazione, lo spirito invocato si separa dall’invocante (lo deve) tanto quanto l’appellante ha mutato lo stato del suo spirito. Solo gli spiriti elevati vivono nella costanza di stato, tuttavia, mai assoluta.

Siccome la vita non ammette il vuoto, lo spirito che si è allontanato per la mutata corrispondenza di forza è sostituito da uno spirito corrispondente al nuovo stato di spirito dell’invocante. Anche in questo caso, nessuno può affermare di sapere effettivamente chi è l’identità spiritica che ha sostituito la prima, perché nessuno, sul suo vissuto, possiede piena coscienza.

E’ esente da colpa lo spirito non cosciente dell’errore, ma non è esente dalla responsabilità per il dolo provocato.

separabianca

ps. Questione complessa quella di Dio visto come Motore immobile. Immobile perché non interferisce nella vita che origina? Immobile perché avendo raggiunto l’assoluto sé stesso altro non ha da raggiungere? Anche chi ha raggiunto sé stesso, però, deve mantenere quello che ha raggiunto, e quindi, direi necessariamente, deve essere mobile. Lo si può dire Mobile o Immobile per quanto riusciamo a concepire quei due stati? Dell’Assoluto, però, non è possibile concepire nulla di quello che gli appartiene se non l’assoluto che gli appartiene. E allora? Direi, allora, di collocare “Motore Immobile” fra le vane parole della teologia.

nord

ps. in data 23 Luglio 2018

Ricomincio da me: “elo questo quelo de l’Ovo?

La Cesira ed io eravamo nei pressi del Ponte s.Francesco a Este quando abbiamo incontrato una vecchia signora. Le vecchie signore dell’epoca sembravano prefiche anche quando non piangevano ai funerali. Sarà stata una conoscente. Parlano un attimo delle solite cose (stai bene? come va?) poi mi mi guarda (la signora) e a mia madre domanda: elo questo quelo dell’Ovo? All’affermazione della Cesira, si rivolge a me: te racomando seto. Volaghe tanto ben parché la gà fato tanto par ti! E se n’è andata. Più vista! Colgo un’espressione di disagio nella Cesira. Ci sto pensando adesso. Più di sessantanni dopo. Sapevo da sempre, o meglio, sentivo, che ero e non ero suo figlio, ma quella benintenzionata impicciona, con la sua domanda, aveva (sé nolente) scoperchiato una condizione che prima mi stava chiusa nella mente. Me ne venne una immediata stretta allo stomaco: una immediata paura. Si vedeva così tanto che non era vero il sentimento che gli volevo?! Mi vennero dubbi: c’è la farò a volergliene di più e veramente? Mi vennero domande: come devo comportarmi? Cosa devo fare e quando? Accadde di peggio; accadde che l’indistinto affetto per la Cesira venne schiacciato dall’obbligo.

Da sempre sostengo che l’amore è comunione. Adottivo o no, nessun bambino sa cos’è l’amore: è troppo occupato a chiederlo per star lì a filosofeggiare. Quella rivelazione, invece, rovesciò i parametri. Da allora, fui troppo occupato a filosofeggiare, anziché ad essere un legittimo bambino. La mia fanciullezza, così, fini! Deve aver cominciato in quel momento la mia incapacità di rapportarmi con i bambini e con i fiori. Capisco bene che fiori e bambini hanno bisogno di alimenti per crescere, ma, pur sapendo quali o dove cercarli, non so come darli o quando. Non tanto quelli naturali, quanto gli affettivi. Lasciamo perdere con le piante che mi muoiono dalla disperazione non appena mi vedono! Devo ammettere di avere analogo problema con i congiuntivi! Stendiamo un pio velo!

Si, per essere felici genitori è necessario essere stati felici bambini. Quelli, che, sia pure per amore, recitano la parte dei felici bambini che non sono storicamente stati, dell’amore verso i figli, comunicheranno la recita di quello che non hanno potuto e/o saputo essere.

Brutta bestia, la riconoscenza per obbligo. Il bambino (adottato o no) che sente di doverla perché non si sente libero di concederla per incondizionata volontà, è destinato ad essere ipocrita (nel senso di attore) in tutte le sue manifestazioni sentimentali, e indipendentemente dal genere, dal valore, dall’importanza.

Ero appena dietro il carro funebre al funerale della Cesira ma c’ero e non c’ero. C’ero per presenza di titolo, ma non c’ero come figlio. Se mai avessi desiderato essere da qualche altra parte, neanche avrei saputo dire dove o come. Di fatto, il rito della riconoscenza dovuta era finito, e io andavo, finito anch’io, per aver finito un dovere.

In tutti i miei amori o sentimenti è successo sempre la stessa cosa: finito l’amoroso dovere di amare, finita la storia: più o meno d’emblée!

Non è stato così in un solo caso; un amare che mi aveva fatto sentire e vivere come eguale, pur con tante e fra tante erronee cose.

Volentemente o nolentemente indotta, la riconoscenza quando è dovuta, soffoca nel bambino (adottivo o no) la sua naturale e istintiva vitalità. Non sempre come la vorrebbero i genitori, ovviamente, ma i casi sono due: o si fanno come sono (i figli) o li fanno come vogliono i genitori. La virtù incondizionata, sta in mezzo.

Saper dove, non necessariamente significa sapere come cercarla_attuarla, ma da qualche parte si deve pure cercar di capire. Non obbligare il cuore di nessuno (figlio o no) è già un buon punto d’inizio.

Mi rendo ben conto della diversità fra i miei tempi e questi. Dal lordo di queste memorie, allora, si tolga ogni tara. Io non posso.

nord

Omosessualità e Civiltà.

1) Omosessualità: non malattia, ma identità di una sessualità. Questo, se lasciata vivere.

2) Se non lasciata vivere, diventa malattia, come malattia diventa l’Eterosessualità, quando non riesce ad esprimere compiutamente sé stessa. Per tale affermazione, può essere l’Omosessualità, una Eterosessualità non lasciata vivere?

3) Per esprimere il suo potere, (non solo politico), lo Stato sociale ha bisogno di cittadini, omogenei, per stessi valori e pensieri.

4) In quanto non omogeneo, il cittadino Omosessuale non è normale.

5) Neanche, è “normale”, una qualsiasi forma di devianza dall’Omogeneità imposta dalle necessità dello Stato.

6) Allo Stato necessita un Regolatore morale con funzione di Arbitro e di Giudice.

7) Tale compito è svolto dalla sua legge, con il concorso – soccorso dell’Istituzione Ecclesiastica.

8) Tale concorso – soccorso li fa “strani compagni di letto”. “Non per amore, solo per amore”, ci finiscono, infatti, ma per un implicito, (quando non esplicito), scambio di voti. Tale fatto, scambia l’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, (amore che dovrebbe essere libera donazione sia dello Stato che della Chiesa), in una reciproca prostituzione fra Poteri.

9) I Pacs, in quanto rapporti fra non Omogenei, sono visti come possibilità eversiva. Della serie: si sa come cominciamo, ma non si sa dove finiamo. Sono eversivi, non tanto di per sé stessi, ma come esempio di una “libertà”, non Omogeneizzabile. O, meglio non Omogeneizzabile, per il presente momento storico – politico – religioso.

10) E’ necessario, pertanto, creare il momento storico – politico che accolga l’istanza Pacs, ma in modo che il prezzo della novità storica, non abbia a pesare sui più Indifesi. A tal proposito, abbiamo ricordato i martiri del divorzio: i Figli. Figli martirizzati dai dissidi fra i Coniugi, e dai dissidi da mancata accoglienza, presso il loro mondo: compagnie, scuola, ecc, ecc. E, arriviamo, all’adozione. Ne abbiamo già parlato, se ricordi. Avevamo convenuto sul fatto, che il principio, di per sé, è di legittima richiesta, ma, ambedue, abbiamo convenuto, che la richiesta deve procedere con giudizio, perché se è vero che sulla carta tutto è bello e buono, nella realtà, invece, quasi mai è così. Per quanto mi riguarda, per tutti i miei Amori, oltre che amante, sono stato Padre, Madre, Fratello, Sorella, e mettici pure tutte le figure parentali che credi: ci stanno. 

Tutti i miei “Figli”, però, erano maggiorenni: almeno anagraficamente. Laddove minorenni culturalmente, ho provveduto ad elevare il loro stato, dando informazioni, maggiori per la loro conoscenza, e maggiorabili, per loro intelligenza. Trattandosi di minori, sia anagraficamente che culturalmente, però, come agire in un mondo che non prevede, simili paternità e/o maternità putative?

La risposta non può che essere: amandoli e rispettandoli! Ma, il mondo circostante il loro, che pur tollerando non ama la non Omogeneità sessuale e le rispettive Figure, saprà amare e rispettare, i Figli di quelle Figure, e le loro scelte d’amore e d’amare? Ecco! Il punto non è il Pacs per Omosessuali! Il punto è questo!

nord

Basta pistole a salve contro l’Omofobia! Occorre un bazooka! Lettera aperta a Gruppi e Persone in LGBT!

Premetto: ho l’abitudine di parlare per me, non di certo perché mi considero il centro delle questioni che propongo (intelligenti o no che siano, che nessuno è perfetto!) bensì, perché non sono così megalomane da parlare per tutti! Accanto a questa mia verità ne metto un’altra: non mi reputo il corista di nessuno, anche se sono ben cosciente del fatto, che al di fuori del pensiero condiviso per precostituita appartenenza, non c’è trippa per gatti! Ne ho avuto esperienza. Certamente fa sentire soli; e grave sarebbe se non fossi l’Io che sta bene anche senza altri, perché sono nella Vita, quando non, in nessuna vita. Finito il pistolotto, arrivo alla questione “Caso di Orlando” anche se è facile prevedere che di quei casi (la vita non voglia!) c’è ne saranno ancora!

Il caso Orlando ci ha dimostrato ancora una volta che, indipendentemente dai perché, i fuori testa, pur mirando a precisi generi di vittime, sparano, poi, dove capita; e dove capita, ci siamo tutti! Vaglielo a dire, dopo morti, che i loro omicidi, altro non sono che dei suicidi per interposta persona; vaglielo a dire che, umanamente parlando, hanno comunque fallito! Vaglielo a dire, alla politica dei gesti da tre campanelle! Vaglielo dire a una chiesa che grida il diritto alla vita, ma alle sue condizioni. Vaglielo dire alle cristiane pecorelle con denti da carne! E la finisco qui, che mi pare quanto basta!

Non finirò mai, però, di dire, SVEGLIA!!, alle sopradette organizzazioni. Non finirò mai di dire: dovete crescere! E per crescere, è necessario uscire da ogni personalistica culla! E nella culla della vita, che bisogna tornare! Dalla stessa dalla quale siamo venuti in “FUORI”!

Dalla stessa, che FUORI, se da un lato permette un maggior vissuto, dall’altro permette un maggior morire! Ora, asciugati i pianti e spente le proteste, che difesa ad oltranza ci resta?! Certo! Una maggiore visibilità della nostra situazione di Persone, o la stessa precarietà personale di prima?!

Cosa propongono di nuovo, oltre alla legge contro l’Omofobia, che è giunta a parere il coro dell’Aida quando canta “partiam, partian ma resta sempre lì? Uscire dalla culla, dicevo! Esce dalla culla il bambino che prende atto della vita circostante la sua. Analogamente, dobbiamo prendere atto che la difesa di un genere di vita, necessità della difesa della vita, e che per difendere la vita (e nella vita, noi) le leggi devono prevedere la difesa dei principi universali.

Se oltre lo steccato personale c’è lo steccato della vita, se oltre una persona c’è la Persona, non la legge su l’Omofobia bisogna spingere, ma la legge contro la disumanità.

Certo! Uscire dalla culla personale costa rinunce al bambino costretto a crescere. Non può più essere individualmente egoista e/o egocentrico; non può più chiedere di venir cresciuto! Deve imparare, per il tutto che è, a crescere nel Tutto che siamo!

A me non interessa una legge che mi difenda come Finocchio! A me interessa una legge che mi difenda (e che tutti difenda) come l’Umanità che siamo, e che da sempre grida (nei deboli, nelle donne, nelle altre razze, negli anziani, e in tutti i generi di ultimi) un più forte bisogno di intangibilità!

Concludendo: non mi aspetto grandi cose da questo mio urlo! Tutti i generi di poteri, purtroppo, (vuoi i maggiori come i piccoli, vuoi delle piazze del bene come di quelle del male) nel momento stesso che diventano organizzazioni, passano, dall’agire secondo vita, all’agire secondo la loro vita. In ciò, dalle rispettive verità alle rispettive opportunità.

Starò a vedere! Non avrò niente da vedere! Non mia la vergogna!

(Rivista e dove necessario tagliata in data Luglio 2018)

nord

Shemà Israel! Non so cosa farei se fossi Israeliano

Non so cosa farei se fossi Israeliano: a favore del tuo essere, o se, nel tuo essere, contro il tuo fare? Da cristiano nell’essere sono sempre rimasto affascinato dalle tue grandi storie; che poi, siano rimaste storie per l’uomo adulto che sono, non per questo, il fascino (fanciullino, lo confesso) si è ridotto. Posso dirti, pertanto, che, complessivamente, non ti non ti sono anti qua o anti la! O meglio, ti sono anti, come sarei anti all’amico che ha bevuto troppo alcool. Non anti verso la persona, ovviamente, ma contro il suo momento, sì! Stavo per dirti Spirito, al posto di alcool. Mi avresti capito lo stesso. Lo so.

A proposito di Spirito, da non pochi anni mi domando: sei veramente sicuro che ti abbia promesso il possesso di quella terra? Si, perché, detto molto francamente, a me pare t’abbia dato una croce, non, una terra, o quanto meno, una terra dove devi portare una croce, implicitamente promessa con la Terra! Per “croce”, intendi il peso della vita della Natura, sulle spalle della sua Cultura.

Non so se sia il dolore a rendere eletti per il modo di affrontarlo, o se sia una fede per il modo di crederci e/o di viverla. Quello che so, è che dove c’è dolore non c’è verità, perché il dolore, è il male naturale e spirituale da errore culturale!  Sia come sia, a farti ala mentre percorri il tuo destino vedo molta gente. C’è chi grida: coraggio! C’è chi tira sassi! Chi , sulla tua caduta scommette pro o contro. Non vedo nessun Cireneo, però! Mi rifiuto di pensare che Dio non l’abbia previsto perchè ha dei limiti, quindi, avrà le sue buone ragioni.

In attesa di capirle, ascolta la vita, Israele!

nord

Come merce non corrispondente all’ordine

Quando scrivo della mia orfanità, mi vedo come l’esposto che in qualche parte ancora sono; come l’adottivo che sono stato, come l’adottante, che sia pure per vie non ufficiali ancora sono. Per associazione fra l’insieme degli aspetti e per l’ultimo amore/amante che sto “adottando”, mi è tornata alla mente la mia ricerca di radici. La morte della Cesira le avevano completamente divelte! Non è stato facile e neanche semplice (della madre naturale avevo solo una lettera datata Milano 1949) ma le ho trovate. Giusto per farla breve, non mi corrispondevano! Ho dovuto iniziare, allora, ha farmi radice da me. Neanche questo è stato facile e neanche semplice, ma ora sono la mia pianta.

Ero agli Esposti di Padova, quando sono stato inizialmente affiliato alla Cesira. Non credo di essere stato il suo terno al lotto! Proprio per niente! Mi raccontava (ho pochissimi ricordi di bimbo e la Cesira era più incernierata di una cassetta di sicurezza!) delle volte (sia di giorno che di notte) che mi portava in braccio al pronto soccorso! Ero pieno di “buchi”, mi diceva. Sulla nuca ne conservo ancora uno: una specie di chierica.

Me la facevo addosso: dove capitava – capitava: il più delle volte in solido. Una volta, appena entrato nel Giardino del Castello di Este. Di Domenica per il gelato festivo. Coprì il tutto (non il gelato) usando la sua sottoveste! Vivissima, ho ancora l’immagine nella mente! “Merda fa schei!” mi diceva. Di merda ne ha vista tanta su di me, ma da me e/o dal Caso, di “schei”, lo stretto necessario; molto stretto, e non per mia mancata volontà. Per volontà del Caso non so.

Quando ci penso, mi domando ancora come mai non mi abbia riportato all’Orfanotrofio come merce non corrispondente all’ordine. Sarà stato perché a quei tempi, un impegno era un impegno, e una parola è una parola: ho preso dalla Cesira! Ho chiesto all’Orfanotrofio se sapevano dirmi qualcosa. Non possiamo, mi disse l’Amministratore, in pensione proprio quel giorno! Ho salutato e me ne sono andato. Ricordo ancora il magone che mi sono portato dentro per tutta via Ognisanti, ma, già in via Zabarella era pressoché sparito.

Non c’erano Social, all’epoca! C’era, sì, chi ci chi finiva in qualche giornale. Ricordo casi di orfani in età matura, mossi, a dire dei giornalisti, “dalla voce del sangue”. Mai capita, e mai saputo cosa sia! Se ci penso mi vien da ridere a quella sorta di babbo natale! L’unica voce del sangue che ho mai sentito nell'”orecchio” me l’ha fatta sentire la Cesira con le sue azioni e le sue cura; e quelle non ho mai dimenticato.

Riconosco di provenire dal Giurassico, così, mica posso fare confronti con la storia di un adottato di adesso e con le sue problematiche, tuttavia, sulla questione radice, forse si. Parlavo di fiori, nel precedente post. La vita insegna, che non tutti i fiori nascono e crescono sulla stessa terra. Così, può succedere, che la famiglia adottante si ritrovi con un fiore non corrispondente con il terreno che è. Mica lo si capisce dalla sera alla mattina, ovviamente. Lo capiamo (se riusciamo a capirlo) anche dopo anni, ma intanto, il fiore cresce.

Preso atto, da parte degli interessati, della non corrispondenza del terreno fra le due piante (adottato e adottanti) cosa porta l’adottato alla ricerca dell’originale invaso? Semplificando, un’idea di meglio, direi. Il più delle volte profondamente indistinta, o se distinta, con giustificazioni che ho trovato basiche pur nella loro legittimità. Le ho sentite, anche, una voglia di “paradiso” che da qualche parte c’è!

Perché mai l’adottato non le cerca più nel paradiso che veramente ha? Non ho mai cercato un altro “paradiso”, devo dire. No, un momento, non è vero! Se da un lato è vero che non ho mai cercato un alterno “paradiso”, vero è che l’ho pensato_immaginato per anni!

Sul mio certificato di nascita originale c’è scritto: nato il… in via Giustiniani, 5 a Padova. Non avevo idea, all’epoca, dove fosse Via Giustiniani, ma lo stesso mi vedevo davanti un enorme portone. Mi vedevo suonare. Vedevo aprirsi una porta nel portone. Sulla porta, un’anziana serva. Entri mi diceva: la contessa l’aspetta! Sto ridendo da matti, ma i fatti sono fatti! Sempre alla ricerca di radice, sono infine andato a vedere se in via Giustiniani c’era proprio sto’ portone! Non c’era. Nella realtà c’era l’arco di un portone che ci sarà pur stato: era l’ingresso di ciò che restava del’originale Maternità! Ecco! Si rendano conto gli adottati presi dal desiderio di verifica, che ciò che conta non è il palazzo della Contessa che li ha messi in adozione, ma l’arco della maternità che li ha accolti.

Si rendano conto gli adottivi, inoltre, che le emozioni (filiali o no) sono destinati ad attenuarsi, e che la ricerca delle originali radici, allora, può anche essere il bisogno di una nuova favola. Non la convertano in tragedia, i genitori!

I figli devono crescere!

nord

Chi discrimina chi? E cosa? Lettera aperta agli opinionisti in LGBT

Non pochi anni fa ero alla porta di un bar gay qui a Verona. Con l’intento di entrare, un giovane, a mio pensiero, cretina, si avvicina scheccando non poco. Non mi pare il caso, gli dico, vuoi perché Verona è quello che è (o che all’epoca era) e perché non è il caso “de smarassare el can che dorme”, cioè, risvegliare la negativa opinione su di noi che quel ragazzo stava reclamizzando. Diverso caso per faccende serie, ovviamente. Il ragazzo incassa il rilievo, ma uscendo mi dice che sono una checca repressa!

Checche o non checche che ci si dica o che ci dicano, tutti, (etero o no) siamo stati stati repressi da quella frusta culturale che diciamo educazione sociale e/o religiosa e non di meno sessuale. Tanto o poco, c’è chi non ha più offerto la schiena a quella frusta, e chi (se ne renda conto o no) ancora la offre.

Manico di quella frusta, è retta dalla cultura borghese, che volere o volare, ancora ci segna, ancora influisce al punto da non farci pienamente intendere se non condividiamo (nel comportamento del simile) una stessa sessualità, o una diversa educazione, o l’una o l’altra cosa.

Anni fa, sempre a Verona, girava una figura stupendamente femminile. La ricordo con un fasciante vestito nero e un grande cappello di paglia. Figa da morire, ma cazzo, molto prima della Conchita portava una barba da fondamentalista islamico! Suscitava ilarità, in chi la vedeva, certamente sconvolto da tanto ardire, ma neanche una derisione, da tanto (sia pure nella sua follia) era quello che era.

Visto l’esempio, il punto discriminante da considerare, allora, non è, essere o non essere checche, ma esserlo secondo un’artistica follia, o non esserlo perché la cultura borghese che tutti ci ha formati ci fa considerare fuori luogo e/o identità alcune azioni, o atti, o pensieri.

Quando le rileviamo al di fuori di una follia (artistica o no) o al di fuori di un Gay Pride (festival dei diritti oltre che festa) o di un contestuale ambito, certamente possono irritare il Gay che ancora agisce secondo le norme borghesi che l’hanno formato, ma si irrita perché sessualmente represso o perché borghesemente educato?

E, miserabili a parte, gli etero ci discriminano perché sessualmente diversi, o perché di non comune borghesia? Nonostante la mia lucidità, non sempre so capire se è per uno o l’altro motivo o per l’insieme, ma se non lo so io, perché mai dovrei sentirmi dire dai miei simili che sono una repressa, (e quindi parzialmente quando non totalmente mancante) quando opino su di un comportamento, secondo me non confacente?

E se siamo ignoranti sulla vita mentale altrui, perché mai gli opinionisti del mondo in Lgbt, si permettono di tranciare delle sfavorevoli sentenze su di chi esprime una alterna opinione sull’azione di un sessualmente ma non culturalmente simile? Perché ne sanno un piatto più della minestra, o perché credono di saperlo e quindi di poterlo? Allora, in quanto presuntuosi verso i simili, a che livello sono discriminanti, visto che non è possibile separare una Natura dalla sua Cultura?

Da qualsiasi parte vengano, è da mo’ che me ne sbatto delle discriminazioni altrui. Non per difendere me, allora, vi scrivo, ma perché credo giusto domandarsi: se la cultura borghese ci fa ancora cadere in contraddizione con i simili, in quale altra base comune ritrovarci, e per tale ragione, non discriminanti, sessualmente e/o culturalmente, verso l’eguale?

Nella base del rispetto, mi si dirà! Vero, ma il rispetto, è un amore che necessità di una comunanza di rispetto! Si discrimina da sé, allora, sia chi, nella comune cultura non rispetta quella norma, sia chi, verso il simile, si pone fuori.

nord

Lettera aperta alla signora Brigliadori, pensavo, invece l’ha ricevuta non so chi. Cosa fatta capo avrà.

Non so per quale percorso sia giunta a pensare la vita secondo spirito. In modo particolare succede a chi ha avuto esperienze di medianità e conoscenze (ammesso che si possa ammetterle attendibili e non lo credo) nello spiritismo. Secondo il mio pensiero, lo Spirito è la forza della vita comunque agita; forza che paritariamente vivifica gli altri due stati della vita che sono la Natura (il corpo della vita comunque formata) e la Cultura: il “corpo” della mente comunque raggiunto.

Immagini che noi tutti si sia una goccia d’acqua pura e inquinata, agenti nella maggiore (l’oceano che è la vita) in parte pura e in parte inquinata. E’ certamente vero che lo spirito della goccia può operare a favore della sua purezza, come è altrettanto vero, che lo può limitatamente perché l’oceano che tutti ci contiene è influente per maggior massa e penetranti possibilità.

La goccia, può negarsi all’influsso della parte negativa dell’oceano? A mio pensare, no. A meno che la goccia non si tolga in toto dalla massa delle gocce che lo compone. Tentativo conventuale, che anche a dire del frate portinaio del convento circestense del Monte Rua (nel padovano) è illusorio, visto che i frati si sono ritrovati a litigare sia pure per il caffè.

Se ogni goccia ha parte evidente agli occhi (con altro dire alla coscienza) e parte meno, può la goccia individuale poter giungere a curare e curarsi per mezzo dello spirito, la parte di sé variamente in crisi: somatica o mentale o spirituale che sia?

Libero ognuno di credere in ciò che reputa vero, ovviamente, ma lo direi possibile in modo parziale. Non che sia poco, ovviamente! Se è vero che la mente della persona non può liberarsi dalla sua condizione di goccia nella Goccia, è altrettanto vero che una mente è medico e medicina quando (per una via o per l’altra) riesce a porre in equilibrio i suoi stati. Medico e medicina, però, (sempre a mio pensare) come lo è un omeopata e l’omeopatia.

Secondo la medicina classica, gli studi sull’omeopatia hanno scientificamente provato la sua inefficacia clinica. Non per questo, direi, non è mentalmente efficace (sempre tanto o poco) perché diventa la preventiva medicina (o placebo) che educa alla cura di sé.

I medicinali vanno assunti secondo dosaggio. Nella medicina per lo spirito quando vi è giusto dosaggio? Vuoi nella goccia e/o nell’oceano, direi, quando eliminano e/o non pongono dissidio.

L’attenzione deve valere anche per il terapeuta.

nord

Caro Francesco: “In principio era il Verbo (Lόgos), il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”

Sotto questo disegno ci vedo altri disegni.

Non ho mai letto e né sentito predicare una ragionevole spiegazione su questo mistico scioglilingua: così, ho avvicinato il dito alla questione. Vista da vicino, l’affermazione fa capire, che l’autore, dopo essersi riconosciuto come vita, ha elevato il suo sé (verbo e logos nel dirsi io sono e parola nel dirsi vita) al sé della Vita: Verbo e Logos nel dirsi Io Sono e Parola nel dirsi vita. Quello che non capisco, è perché abbia complicato la faccenda (e c’è l’abbia complicata) quando, molto più semplicemente, avrebbe potuto dire: in principio era la Vita, la Vita era presso il Principio, e la vita era il Principio. Se il principio della vita è la vita del Principio, ne consegue che la vita è il ritratto del Principio, e che ogni altro stato della vita (passata, presente, e futura) è copia. Attendibile? Se somigliante al Principio. A priori, chi può dire di esserlo? Nessuno. Nell’Immagine come nella Somiglianza, durante il mio viaggio a ritroso ho riconosciuto tre stati di principio: Natura come corpo della vita comunque formata; Cultura, come corpo della vita comunque pensata; Spirito, come forza della vita comunque agita. Nella nostra vita, i principi della Vita, (il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, il Giusto per lo Spirito) sono necessariamente imperfetti. Non può esserci che un solo Perfetto, infatti. In ragione del nostro stato di imperfezione, si genera il corrispondente stato di dolore. Il dolore è male naturale e spirituale da errore culturale. Ciò significa che siamo destinati a patire il dolore? No. Ciò significa che siamo destinati a curare il dolore. Comunque motivato, e indipendentemente dallo stato in cui si origina, il dolore è provocato da un arresto della corrispondenza fra gli stati della vita. Il dolore (stato di meno vita) è principio di incontrovertibile verità perché la Natura sente il male anche quanto la Cultura non sa su quello sente la Natura. Poiché siamo trinità tendente all’unità (solo il Principio è Uno) ciò che è della Natura non può non influire la sua Cultura, così, è principio di incontrovertibile verità anche per la mente. Se influisce sul corpo e sulla mente, non può non influire anche sulla forza della vita (lo Spirito) deprimendola per difetto, oppure esaltandola per eccesso, così, il dolore nella Natura della vita, non può non diventare principio di incontrovertibile verità anche per lo Spirito. Poiché la Natura è il contenitore che ha formato i suoi contenuti, la Natura è voce primaria di discernimento, ed è, quindi, primaria maestra. Nel negare le emozioni naturali di quella maestra, che di riflesso sono culturali e spirituali, si nega voce al suo verbo e alla sua parola, e si costringe la vitalità negata ad essere, generalmente in nome di Dio, perpetuamente ipocrita. Da ipocriti, quando mai riusciremo a diventare delle Somiglianze prossime all’Immagine, se ci viene proibita la possibilità di essere veri a noi stessi, verso la vita, e verso il Principio?

linkbianco

Si, “adelante, Pedro, con juicio” ma sono un provocatore.

Ero ancora all’inizio della mia strada di Associazione contro la droga ma non contro i Tossicodipendenti, quando il Dottor S. (Referente del Sert di Verona ed ex Referente del Compartimento alla Tossicodipendenze a Roma) ebbe a dirmi che sono un provocatore. Non vengo “dal monte del sapone” e so benissimo che per molte motivazioni, tutti i Gruppi (e di tutti i generi) prima o poi finiscono con l’incasellarsi all’interno strutturate opinioni; opinioni che a loro volta incasellano poteri, vuoi per la conferma espressa e/o latente di una singola identità, vuoi per la conferma dell’identità del Gruppo. Oltre che non venire dal “monte del sapone”, neanche sono l’elefante in un negozio di chincaglierie! Mi muovo, quindi, badando bene sia chi sono, dove sono, e con chi ho a che fare. Per questo e con questo stile, ho mandato una recente provocazione al Gruppo Genitori Adottivi. L’ho fatto in privato, e gli ho lasciato (se pubblicarla o no, se condividerla con il Gruppo o no) ogni decisione. M’ha scritto: adesso leggo. Naturalmente, non gli ho imposto data di scadenza, vuoi perché ha famiglia, vuoi perché ha lavoro. Perché allora sto vivendo uno stato d’abbandono? Lo stesso che ho vissuto presso il Centro vincenziano dove agivo come ausiliario o in altri casi? A mia amara constatazione, perché dove vi è incasellamento da potere, si adottano delle altre verità, non più per bisogno di verità fine la verità, ma per il bisogno di verità, fine l’opportunità. C’è una situazione altra? Sinora, non l’ho vista da nessuna parte.

nord

Le spire sessuali dette dalla figura del Serpente. a Paola B. F.

Chi dovesse leggere la tua lettera senza sapere con quali dosi di ironia i “diversi” sanno riconoscere e mediare quanto esasperare l’enfasi che mettono nei nomi che si danno, di ambedue dirà che siamo fuori di testa; allora, mia cara, con i titoli a mio favore, vacci piano.

Come simbolo fallico della penetrazione, il serpente può rappresentare sia le qualità positive (dolcezza e piacere) che le negative: sopraffazione e dolore. Perché può anche portare a coscienza degli eventuali dissidi sessuali, morali e/o culturali e/o psicologici, il serpente può anche spaventare: in genere la donna ma anche (con i topi) delle remissive virilità.

Il serpente non mostra gli attributi del suo sesso, quindi a vista non lo si sa dire se maschile o femminile. Il serpente è come un genitale maschile che ha glande (la testa) ma non i sottostanti attributi: scroto per la Natura ma “palle” per la Cultura.

Ambedue gli estremi del serpente potrebbero essere artefici di disorientante penetrazione sotto l’aspetto naturale, o duplice quando non equivoca sotto l’aspetto culturale.  In assenza di risposta su l’effettivo senso di una penetrazione che non chiarisce dove inizia o dove finisce si origina sgomento: maschile o femminile in ragione dello stato psicologico di chi lo sogna. In ragione dello stato psichico di chi lo sogna, lo sgomento può originare rifiuto come anche desiderio.

Tu non sei di mascolinizzata identità, ma, data la determinazione che è nel tuo carattere, potrebbe esserti simbolo di mascolinizzante potenza. Come prima accennato, in ragione della coscienza o della non coscienza di parti quanto del tutto di sè, anche l’uomo può essere attratto quanto spaventato dall’immagine del serpente. Lo può, tanto quanto gli rimanda delle controverse e/o complementari immagini del suo stato maschile o di un suo palese o latente stato e/o occasionale desiderio di sottomissione allo stato maschile. Questo genere di acquiescenza, anche sessuale, è più comune di quanto si creda. Il più delle volte, però, coinvolge il solo piacere genitale e/o anale. Per questo, non necessariamente diventa formazione culturale e, dunque, neanche prevalente identità sessuale.

Dei significati del serpente nella tentazione della Donna te ne parlerò in una lettera successiva. Non credo di aver dimenticato qualcosa e non dimenticherò i miei saluti ad ambedue.

Luglio 2018 – In questa lettera ho tagliato tutte le ipotesi in eccesso.

nord

Reberthing o Discernimento come tecnica per giungere all’ampliamento della coscienza? a Bedi e Titti.

A Bedi che mi invitava a non lasciar perdere la sua proposta di Reberthing per risolvere il blocco che avete riscontrato presso di me ho dato una risposta plausibile, tuttavia, non ho risposto come sentivo di dovere. A dire la verità, tuttora non so quale sia la risposta che sento di dovere.

Gli dicevo (non ricordo se l’ho detto anche a te, Titti) che a fermarmi dall’iniziativa è il timore di uscirne in qualche modo condizionato da altro. Bedi ha escluso questa possibilità in quanto, a vostro dire, il Reberthing è ampliamento della coscienza che è, non altra condizionante cultura, ma, “ampliamento della coscienza” m’ha allarmato.

Durante una nostra conversazione, è successo che vi siate cercati con gli occhi come si cercano due persone quando vogliono vedere se hanno capito la stessa cosa. Dal momento che vi parlavo delle mie esperienze nello spiritismo e delle mie perplessità sia su quell’esperienza che nei confronti del Reberthing, mi sono chiesto quale ne sia stata la necessità.

In genere, chi si cerca come voi vi siete cercati è perché sanno cose che il terzo interlocutore non sa ma che lo riguardano. Mi sono domandato: Bedi e Titti sanno ciò che mi riguarda e che non so perché nell’ambito umano hanno maggiori e/o diverse conoscenze, o sanno perché l’ambito che li ha eventualmente informati non appartiene a questo stato di vita?

Titti mi ha confermato l’esistenza della possibilità in quanto mi ha detto di avere una guida nel soprannaturale e, le guide spiritiche, si sa, sono pur sempre degli “amici” con i quali si può anche parlare non solo di se stessi.

Non ne ho mai avuto l’occasione e se non siete ancora riusciti a leggere le Lettere nelle quali lo dico, non sapete che per quanto abbia cessato qualsiasi rapporto medianico, non per questo presso di me è cessata la tangibile presenza della vita soprannaturale.

E’ una presenza tutt’altro che paradisiaca tanto è invasiva, assillante (Teresa d’Avila sostiene con ragione che il male non dorme mai) ed in alcuni momenti anche emozionalmente paurosa tanto è anche prepotente. Non c’è preghiera che me ne liberi.

Siccome ho potuto constatare che il male accetta di tutto fuorché di essere declassato nella considerazione che ha di sè, il più delle volte le allontano quando le accuso di essere noiose! Sanno bene, quelle presenze, che non cambieranno più di tanto il mio comportamento come sanno bene che più volte ho scoperto i loro altarini, nonostante ciò, siccome anche il disturbo che provocano è pur pur sempre un inevitabile per quanto momentaneo mutamento del mio equilibrio verso ciò che è bene, il farlo, per quanto minimo, è pur sempre un guadagno per il male.

Stante la situazione, un mio ampliamento di coscienza, se da un lato mi darà una maggiore ragione del bene, dall’altro mi darà una maggiore ragione del male?

Se fosse (come credo sarebbe) a che mi serve un maggiore ampliamento della coscienza verso il bene (Io di riferimento spirituale) se questo mi sarà bilanciato da una maggiore coscienza del male e, dunque, dalla possibilità di essere maggiormente invaso da quello stato?

Non è un po’ come dire che se è vero che potrei acquisire un capitale, è anche vero che guadagnerei degli ulteriori mortivi per spenderlo? Dal momento che presso di me il dissidio fra il bene ed il male finirebbe comunque con uno zero a zero, perché mai, dovrei rivedere una partita nella quale, stante il momento, il bene è in vantaggio sul male se non altro perché ho scelto il bene come principio di vita?

Per quanto anche il bene possa dirmi che sono bloccato (da me? dal male?) certamente non è verso il bene che mi sono bloccato (o da quello bloccato) ma, per quanto so e posso, lo sono verso il male.

Avendolo bloccato (sempre per quanto so e posso) se il male dovesse lagnarsi del mio comportamento, sapete cosa mi direbbe? Mi direbbe che sono bloccato! Certamente si guarderebbe bene dal precisare che lo sono nei suoi confronti come si guarderebbe bene dal precisare che (al caso) lo sono verso il bene. A questo punto, un ampliamento dell’odierna conoscenza di tutto ciò che è alla mia coscienza potrebbe essere una Parigi che vale una messa? Direi proprio di no.

Se c’è un fattore, nel quale, chiaramente mi riconosco bloccato (una volta non sapevo come sbloccarmi ma adesso non lo voglio proprio) consiste in alcune facoltà medianiche che si principiano ma non chiaramente si attuano.

Preannunziate da una debolezza (emozionalmente la sento come fosse un risucchio della mia forza) e, indipendentemente dalla mia volontà, ogni tanto mi succede (o meglio mi succedeva ma non sono in grado di escludere il fatto che si possano ripetere) di vedere all’interno della fronte delle immagini non sufficientemente distinte.

Qualche volta piccolissimi visi, dei complessi disegni geometrici: bellissimi, a colori le prime volte ma ultimamente in bianco e nero. In altri casi, sembrano un insieme di strutture e/o agglomerati di case, o forse desertici paesaggi e/o cimiteri (?) che stanno sotto una luce che pare lunare.

Così come vengono, quelle immagini poi se ne vanno. Suppongo che una idonea disciplina (non ho idea quale) mi potrebbe anche rendere possibile (non ho idea come) una maggiore facoltà di veduta. Ebbene, perché dovrei perseguire quell’affinamento della vista? E a quale stato della vita servirebbe? Alla mia non vedo come (o lo vedrei se volessi farne un qualche commercio) e alla vita soprannaturale vedo troppi e contrastanti motivi.

Personalmente, sono dell’idea che la vita che mi da poca vista è più che in grado di darmi quanto basta. Se non lo fa, avrà le sue buone ragioni, amenochè, la vita che mi da quel tipo di vista non abbia sufficiente forza (spirito) per darmene di più! Ma se anche ne avesse, è ovvio che per avere di più, dovrei dipendere di più dalla forza che odiernamente mi da il poco, o perché non vuole darmene di più, o perché non può (o non sa) darmene di più.

E se fosse il caso che la vita spiritica che mi sta dando ma non quanto basta, stia tentandomi con il poco che mi da? Non sarebbe come dire che sta mettendo una carota davanti al muso dell’asino allo scopo di farlo andare secondo incentivo?

Se i casi fossero, a quella vita dico: ” no femo proprio gnente “! Il giorno che in quel modo vedrò di più, certamente non sarà perché l’avrò voluto e/o cercato ma perché sarà la Vita (il tutto dal Principio) che l’avrà deciso. Punto e, basta! 

Se presso di me vi sono presenze di male non per questo non ve ne sono di bene. Secondo il loro stato di spirito, le entità del bene sono presenti come forza della vita sia della Natura (sistema del sentire) che della Cultura: sistema del sapere. Sempre secondo il loro stato di spirito, quelle del male, invece, sono presenti presso di noi come non forza della Natura e non forza della Cultura.

So bene io, la paralizzante debolezza che ho avvertito in certi momenti di invasione e, diversamente, per ben diversi stati di influsso (quelli del bene) anche di forza oltreché di calore nelle mani e nelle braccia! 

Per non vita intendo la carenza nella forza dello spirito conseguente alle errate corrispondenze fra gli stati della vita: Natura, Cultura e Spirito. Delle Presenze, naturalmente, non so quale sia la loro soggettiva identità , ne qual è il loro stato spirituale e/o spiritico, ma, in ragione dello stato del mio spirito, so (perché sento) e sento (perché so) il loro stato di bene se ho vita e, dunque, sono vita della Vita, o il loro stato di male se non ho vita e, dunque, non sono vita della Vita.

Le presenze di bene nella Natura (nel corpo) e nella Cultura della vita (nella mente) non interferiscono con l’arbitrio della vita cui sono vicine in quanto il farlo sarebbe un male. Lo sarebbe perché ogni interferenza di forza fra vita e vita è una sovrapposizione di spirito su spirito. Ogni sovrapposizione di vita su vita è errore contro il Principio: la vita che ha originato ciò che perseguiamo secondo lo stato della corrispondenza fra i nostri stati e non quelli ( naturali e/o soprannaturali ) di altri.

Le presenze del bene sono vicine secondo il giusto (bene al vero) che è nel loro stato, mentre, quelle del male secondo ingiustizia: bene al falso nella vita loro e del loro principio di vita: il male.

L’ingiustizia può essere incosciente se non sono coscienti del male che recano interferendo nella vita altrui, o perseguita se sono coscienti dell’ingiustizia che recano interferendo nello spirito altrui. Poiché, consce o non consce di ciò che fanno, comunque, presso il nostro spirito recano il male che è del loro, al punto, allo scopo di ovviare ad influssi che possono anche divenire invasioni, unica guida non può essere che la parola (l’emozione della forza) del nostro spirito.

Ecco, Titti perché sono personalmente contrario alle guide di qualsiasi stato. O meglio, non sono contrario se aprono la via alla vita attraverso un influsso di forza (di spirito) ma sono contrario quando l’aprono con mezzi che sono e/o vanno oltre la nostra umana condizione di vita.

Riallacciandomi al Reberthing, l’insegnante di quella tecnica è come un maestro di nuoto che non può sapere in quale acqua (in quale vita) nuoti l’alunno. Di conseguenza, non è in grado di prevedere in quali futuri stati d’acqua si troverà immerso il suo scolaro. Al che, o il maestro è in grado di rendere sempre maestro l’allievo (non che sia impossibile ma è senz’altro difficile, non tanto per le tecniche del Reberthing o le conoscenze del maestro o dell’allievo ma perché l’acqua e i suoi stati sono infiniti ) oppure potrebbe rivelarsi il caso che l’alunno abbia il costante bisogno di usare il salvagente, cioè, il maestro.

Ciò sarà anche gratificante ma quanto è Reberthing o quanto può anche essere incauta pedagogia?

nord

Ai coraggiosi che si inoltrano nella lettura delle mie lettere: lunghe o no che siano.

Quando le ho scritte non mi era chiaro cosa dovevo dire. Tanto meno come iniziarle. Non di meno come e quando finirle. Sapevo solo che dovevo scrivere quanto sentivo. Tanto più complesso (quando non complicato) quel sentire, e tanto più complessa quando non complicata era la lettera.

Siamo sopravvissuti alla distruzione di infinite biblioteche. Tanto più i sopravviverà alla cancellazione delle stesure più estenuanti mi sono detto più di una volta.

Pur cosciente di questo, perché non l’ho ancora fatto?

Ho una sola risposta: perché nessuna emozione m’ha di farlo.

nord

Pedofilia: reato nello stato sessuale o reato nel comportamento?

Più che sessualità, quella infantile la direi un suo albore. L’adulto che non tenendone conto comunque persegue l’attuazione del suo desiderio, è un vile ancora prima che un eventuale ammalato o delinquente, ma, che centra la pedofilia (etero o omo non cambia) con uno stato della volontà sessuale che, se si manifesta con violenza, può anche essere perché quella forza corrisponde alla lesione che si procura alla Persona, quando, per contenere un suo eventuale gesto, si giunge a reprimerne l’identità sessuale ancora prima dei suoi atti? Prima si arrivi a non poter più guardare un bambino o una bambina per la paura che questi, fraintendendo, accusi, credo sia il caso di cominciare ad orientare le opinioni sugli stati della sessualità con maggiore lucidità. La lucidità sarà maggiore tanto più il giudizio concernerà, non la personalità sessuale, ma come questa si manifesta: normale se si esprime con atti di bene, ( assenza di ogni dolore verso una vita e/o la vita ), anormale se si esprime con atti di male. Questa suddivisione non sarà giornalisticamente eclatante ma l’Informazione e/o le Istituzioni che non vogliono concorrere ad innescare delle ulteriori violenze sull’individuo, non dovrebbero porla in sottordine.

nord

Guerra e Pace: scelte di spirito. a E.

L’enfasi (per non dire esaltazione) con la quale chiedevi giustizia a Titti per dei fatti che, per quanto spiacevoli, perlomeno meritano l’attenuante dell’inesperienza in chi li ha compiuti, mi ha fortemente preoccupato. Lo ha fatto al punto da sentire (della serie quando niente e spero quando non troppo) di doverti scrivere. La Vita, ci comunica la Sua verità facendola sentire alla nostra Natura (e, dunque, capire alla nostra Cultura) come pace. Lo può, perché, “pace”, è cessazione di ogni dissidio. Dove cessa ogni dissidio subentra il silenzio. Con il silenzio (nel corpo, nella mente e nella forza della vita, lo Spirito) possono coesistere dissidi? Se no, allora, nella pace, vi è verità tanto quanto non vi è conflitto.

In qualsiasi contingenza, dunque, ancora prima di appurare dove o chi ha una data verità, dovremmo ascoltare i nostri stati d’animo. Se con noi stessi e con altri siamo in dissidio, comunque può essere che ci sia della verità in un dato atto e/o nella nostra vita ma, non essendoci pace, certamente non c’è la verità della Vita. Il problema “verità”, pertanto, si pone in questi termini. Se vogliamo vedere confermata la verità della Vita (l’Universale) non possiamo non abbandonare tutto ciò che ci pone in dissidio. Diversamente, se vogliamo perseguire le nostra verità (la Particolare) allora, non possiamo che sorbirci i corrispondenti conflitti.

Al punto, più di una qualsiasi assemblea associativa, direi che il dolore (male naturale da errore culturale e spirituale) dato dai conflitti, può essere il giusto arbitro e l’idonea guida della situazione in questione come in ogni altra. Per qualsiasi contingenza (sia essa di ordine naturale, culturale quanto spirituale propria, e/o di altra, e/o derivata) se lo senti dentro te o se vedi che per tua e/o altra caus, altri lo subiscono, ciò vuol dire che là vi è errore. Ammesso l’errore in questione, è legittimo risolverlo attraverso altri conflitti o è legittimo assorbirlo tacitandolo con la pace?

nord

Corrispondenza di intenzioni fra quelle della vita (il tutto dal Principio) e quelle del Volontariato. a Bedi e Titti ( * )

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa.

Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità; di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea?

Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo, ma, come per l’ideale?

Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che il restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale.

Allora, come muoversi con la Vita se il muovere la nostra oltre noi, oltre il modo ed oltre il tempo può portare fuori di ambedue? Direi, necessariamente, collegando il nostro passo al Suo. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo e, lo dobbiamo rallentare la dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarsi, o dalla vita che ci è comune (quella fra noi ed il nostro reale) o, da quella che, nel reale, ci accomuna ad altra o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale e sociale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Il male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà; nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà; di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra e, ogni volta mi capita di dover scrivere su qualcosa di errato e/o su una Persona in errore, sempre prima, sento un interiore malessere: una malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente.

In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà; di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) di erroneo prezzo.

Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari.

Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione (la Cultura della vita) ma dal cuore: luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta.

Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (il cuore che è di chi ha sentimento verso la vita degli altri) adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione; non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale.

Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato?

Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare uno in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati?

Ambire, di per se non è un male. L’ambizione diventa un male quando è dose in over e dose in over lo diventa quando non tiene conto che di se stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta quando è venato da ambizione in over, porta in dote la vanità di dimostrare un sè che non può non essere che in over di sè.

A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare vanitosa affermazione personale, nel bene sociale? Ogni affermazione, di per sè è legittima. Ciò che non la può rendere tale possono essere degli stati di ambizione in overdose di vanità.

La vanità; nell’opera può anche far giungere a violentare (sino allo squilibrio) o delle contingenze personali, o sociali, o ambo le situazioni. Se fosse, negli intenti verso il Bene spirituale è chiaro che vi è una regressione di stato, in quanto, per l’ambizione coniugata con la vanità, si rischia di sovrapporre la nostra volontà di vita (quella del Particolare) su quella della Vita: la volontà dell’Universale.

Nella contingenza in cui si ci trova ad operare, quanto è giusto modificare la nostra condizione? Modificandola (nel senso di ampliarla e/o diversificarla oltre le nostre effettive possibilità) siamo così sicuri che quelli ai quali daremo meno cuore perché occupati da altro, si sentano sufficientemente compensati da più dotte e/o da più determinate intenzioni?

Pur essendo una libera scelta (quella di elevare le mete dell’opera che facciamo) quanto non modificherà; il rapporto fra la nostra vita e quella degli ultimi e, fra la nostra vita e la Vita? Debi dice che intende, comunque, restare un povero. Al proposito non ho dubbi, però, suppongo che si riferisca ad una povertà economica. A fronte delle iniziative in atto (il vostro Gruppo) e di quelle in cantiere, quanto Debi riuscirà; a restare povero di spirito, cioè, della sola forza della sua vita?

Prima di intendere la vita anche secondo la sua forza non avevo mai capito il senso della frase: “Beati i poveri di spirito”. Adesso, me ne do questa spiegazione. Lo Spirito è la forza della vita sino dal Principio. Dicendo ” Beati i poveri di spirito “, non credo che Cristo intendesse lodare i deboli in quanto tali, quanto quelli che, confidando nella forza della Vita sanno rimettere nella vita la forza della propria.

La remissione della forza, necessariamente, implica la rinuncia ad un personale arricchimento di quello stato, ma, la povertà spirituale (per altro aspetto rinuncia alla presunzione di potere oltre noi, oltre i modi ed oltre i tempi in cui si agisce) è, appunto, ciò che permette il necessario collegamento fra la nostra vita (il Particolare) e la Vita (l’Universale) in quanto consente alla Vita di operare anche secondo sè.

Miei cari, giunto al fin del letterone, comunque, non so dove sia l’errore che sospetto con sufficiente certezza, ma, sento che è nelle questioni che ho sollevato. E’ indubbio che non mi sarei sognato di farvi questo genere di discorsi se non sapessi che fra le vostre mete vi è la ricerca della spiritualità: rapporto di vita fra la nostra forza e quella dello Spirito della vita.

( * pseudonimi )

nord

Lancio dei sassi dalle cavalcavie: amore per il delitto, o delitti per non amore?

Immaturità culturale è separazione dalla realtà. La lontananza dalla realtà è una dissociazione fra la vita propria e l’altra. Sotto i ponti delle autostrade, le personalità in queste condizioni, vedono passare macchine o treni o vedono passare macchinette o trenini? Come chi appende la laurea al muro dello studio, così, loro mettono i nudi: attestato di una raggiunta normalizzazione sessuale che non necessariamente abilita e ne dimostra l’idonea pratica. Con i nudi, delle figure che tanto più sono potenti e tanto più evidenziano l’impotenza di chi se ne inebria. Con così poco di se, se da un lato non possono non essere vuoti perché poveri d’essere, tuttavia, dall’altro non lo dovrebbero perché, contengono ciò che, educandoli (?) vi abbiamo messo. Allora: sono vuoti loro o non è riempiente ciò che vi abbiamo messo? Loro, fermano (con dei sassi) ciò che, superandoli, raggiunge quello che non possono. Al punto, i delitti potrebbero connotarsi di infantile dispetto quando di incosciente vendetta, ma, anche della sofferenza di chi si sente recluso nel vuoto perché escluso dal pieno: il senso di un Tutto, purtroppo, prevalentemente inteso come Tanto.

nord

Droga: quando si vive fra mondi.

Devo ammetterlo: quando ho scritto questa lettera, sulla questione droga, tossicodipendenze e tossicodipendenti,  abitavo il mio mondo, non, il mondo. E’ vero: una maggiorata conoscenza della realtà m’ho buttato fuori da quella casa. E’ anche vero, però, che sto ancora vicino alla porta. Lascio lo scritto come sta.

freccianera

Sostenere che l’hascisc è la via dell’overdose è come sostenere che un’autovettura è via di delitto. Con questo, non intendo dire che sono a favore delle droghe ma che sono contro le strumentalizzazioni. Per quanto sia indubbiamente vero che ambedue i mezzi, a loro modo ledono, credo comunque falso sostenere che la realtà conseguente sia sempre l’estrema. Non so se sia perché non fa comodo trarre le dovute conseguenze ma sia nella tossicodipendenza che non, a fronte di un disagio leggero ci si compensa leggermente e a fronte di un disagio pesante ci si compensa pesantemente. Stante le cose, il vero soggetto che induce ad una eventuale overdose non è il dato compensatore (droga o altro che sia) ma (nello stato personale e/o sociale nel quale avviene) il genere e lo stato di disagio.

Lungi da me l’idea di sostenere accuse contro la Società ma sino a che non si proverà che le Persone nascono sotto i cavoli, come è giusto che la personalità t.d. si assuma le sue responsabilità (anche le morali) così, lo faccia il Sociale.

Senza per questo rinunciare ai principi proibizionisti, lo Stato dimostrerà di essersi assunto la sua parte di colpa quando, diversamente da ora, darà prova di saper accogliere (e provvedere) anche alle più gravi istanze. Se non fossero distratte da questione politiche, non io, ma ben altre autorità etiche dovrebbero ricordare allo Stato che una legge proibizionista che non tiene conto della compassione (la dove in altro modo non può provvedere) è umanamente anticostituzionale. Lo è, perché la legge che non calibra la proibizione con la compassione (nella tossicodipendenza più estrema non lo fa) taglia la dose della sua giustizia (anche i tagli nelle dosi sono vie di overdose) di ulteriore condanna.

Le argomentazioni con le quali Don Pietro N. si oppone alla liberalizzazione dell’hascisc, rivelano la conoscenza di chi sulla droga sanno cosa dicono ma non sanno di cosa parlano. Nella tossicodipendenza, si può dire che la persona attraversa tre fasi. La prima è quella del piacere senza dovere. La seconda, quello del piacere per dovere. La terza, ultima a più livelli e sensi, è quella in cui, la medicina contro un piacere diventato “roba”, è la stessa “roba”.

Introdurre il concetto di “omeopatia” nella cura delle tossicodipendenze farà certo inorridire i moralisti ma chi ha vissuto gli orrori che negli ultimi essa procura e fa compiere, certamente ne considererà le possibilità. So bene, che aldilà del concetto che propongo, vi sono stati degli esperimenti che sono falliti. D’altra parte, cosa ci si aspettava? Che in un paio di anni si risolvesse ciò che ha impiegato la sua vita a distruggere? Tornando a Don Pietro, se avesse avuto una più intima conoscenza del dolore nella droga non si sarebbe permesso di strumentalizzare le testimonianza che cita a suo sostegno: i due ragazzi brasiliani che fumavano senza sentire il “bisognino” di nascondersi e il giovane tossicodipendente con il sangue che colava dal braccio. Quando una strumentalizzazione (sia pure a fine di bene) passa sul corpo di un altro (nel contesto, attraverso quello di una personalità politica) allora, lo scritto si evidenzia bifacciale. Posso non trovarlo perlomeno equivoco, quel fine?

nord

Sotto il razzismo, altro. Lettera ” al Direttore “

In una foto che avete pubblicato si vedono due donne africane mentre stanno ridendo fra di loro. E’ avvenuto durante un corteo dove si protesta per un delitto del quale si accusano i Carabinieri. L’improprio comportamento m’ha fatto riflettere.

Se ad essere ucciso fosse stato un bianco (ammesso ma non concesso che ci avessero informato con la stessa eclatanza, oltrechè ad una possibile accusa nei confronti dei Carabinieri, l’Informazione avrebbe sostenuto anche delle ulteriori ipotesi. Ad esempio:

* quell’uomo è stato ucciso perché si rifiutava di spacciare;

* perché si è ” fatto ” ciò che doveva spacciare;

  • magari in conto vendita, si è appropriato dei soldi della ” roba “.

  • ( Avuta da bianchi? Da neri? )

* Perché controllato ma non fermato è stato sospettato di essere un confidente. Vallo poi a sapere se da bianchi o da neri o se a torto o a ragione.

Il fatto che i Carabinieri e/o l’Informazione non abbiano reso pubblico queste ipotesi (non tanto ipotesi per chi conosce la situazione “droga”) può essere perché:

* il loro silenzio serve alle indagini;

* vi è effettivo coinvolgimento;

La denuncia del fatto non accompagnata dalle ipotesi ha pericolosamente sbilanciato l’Informazione, o con altro dire, l’ha mandata in over dose. Sarò proprio curioso di vedere quale ” narcan ” la rimetterà in sesto. In attesa di capirlo, basterà il tempo (o la rinuncia a ricordare per non sovraccaricarsi di brutture  ad annullare le diffidenze fra culture diverse che questa storiaccia ha contribuito ad alimentare, o queste struttureranno dei non tanto futuri casi “Los Angeles” che a loro volta alimenteranno l’Informazione?

nord

L’amore fra dire e sentire. a E

All’improvviso (non saprei dirti se nel sonno o nei momenti che lo precedono o lo finiscono) mi sono trovato davanti ad una giovane donna. Non saprei dirtene gli anni. Dirla venticinquenne potrebbe essere una banale verità tanto non era nell’età la sua giovinezza ma in tutto il suo stato. Indossava una camicetta bianca. Aperti sul collo, i primi due bottoni. L’immagine, la vedevo solo a mezzo busto. Sento che indossava un paio i jeans. I suoi capelli erano corti, biondi e ricciolini. I lineamenti del suo viso erano morbidi. Gli occhi (vividi) non blu ma più intensi dell’azzurro. Mi guardava non come si guarda un amico e non come si guarda un amante, ma, certo, come si guarda chi ci è motivo d’amore. Sentivo che ciò che la rendeva stupenda era esattamente quel motivo, anche se, proprio non saprei dirti il perché lo trovasse mentre guardava me.

Non chiedermi come si guarda chi ci è motivo d’amore. Vuoi perché quando guardo i miei, certamente non mi vedo (al più mi sento) vuoi perché non sono mai stato guardato così. Forse è per questo che lo sguardo di quella donna lo dico d’amore; non perché lo so, ti ripeto, ma perché è quello, lo sguardo, che testimonia il raggiungimento della nostra suprema speranza: essere amati come si ama.

Quella donna aveva un bambino in braccio. Lo avresti detto: tutto sua madre! Anche lui mi guardava con lo stesso incantamento. Sapevo (perché lo sentivo) di ricambiare lo stesso modo e lo stesso stato di intensità verso ambedue.

Diversamente da altri sogni (li interpreto come messaggi di spiritualità) nei quali sento che non è tempo e/o non ho tempo per restare lì, di fronte a loro non me ne sarei mai andato ed il doverlo fare l’ho sentito come uno strappo nella zona del petto dove terminano le costole e che credo si chiami plesso solare.

Come quello che ho sentito in quel sogno, nulla, se non un eguale sentimento, potrebbe reggere l’idea dell’amore (intensa comunione) che quella donna rappresentava presso di me. Era un’idea così elevata che potrebbe anche riuscire a confinarmi in un limbo d’impossibilità ad amare qualcosa di più terra – terra se non fosse perché, non in conflitto da affermazione di uno sull’altro ma in parallelo, vivo abbastanza serenamente sia il mio ideale che il mio reale: ciò che sono per quanto sento di ciò che so.

Certo è, che da quella notte, mi è diventato più difficile credere di saper scrivere sull’amore: neanche per recita. Per quanto amante del teatro ti sento donna non amante del teatrante. A maggiore ragione, nel momento che stai attraversando. Scrivere d’amore ad una persona che in questo momento sembra non amarsi (tanto è usa svilirsi) potrebbe essere come offrire una importantissima cena a chi ha grandi bruciori di stomaco.

Certo, si può invitare a cena chi non è in grado di mangiare (l’amore è un alimento) o perché non si è sensibili alla vita altra, o per il solo piacere di ascoltarsi presso l’altrui sensibilità, ma, ambedue questi aspetti della vanità non mi appartengono.

A chi vive certi stati di dolore, più che dirgli su ciò che uno/a brama, mi appartiene di più l’idea di abbracciarlo, ma, se mi è spirituale, non mi è naturale e ne culturale abbracciare te. Non perché tu dei donna ed io un certo tipo d’uomo ma perché sento che in te vi è conflitto fra l’identità di Enza donna (quella che vive il giorno alla luce della sua ragione) e l’entità di Enza bambina: la romantica che vive la notte alla lunare luce dei suoi desideri amorosi.

Ma, cosa non può più ottenere la parte di Enza che è ancora bambina? Direi, necessariamente, che non può più ottenere di essere amata secondo il suo sentimentale stato. La Enza bambina, però, percepisce quella impossibilità come una violenza contro i suoi diritti e, la violenza, come appunto ti dicevo nel biglietto, in molti casi per non dire tutti, è l’aggressiva difesa dei violentati: aggressività erronea, tanto più quando anticipa non una violenza in atto ma una verosimile possibilità.

I casi di violenza non effettiva, o effettiva perché possibile perché temuta, potrebbero essere dei veri e propri deliri della mente. Dai deliri della mente ci si libera attenendoci costantemente al qui ed all’ora o, con altre parole, al dato momento. Per quanto giustificata da comuni interessi (la civile convivenza) volendolo, anche l’insegnamento delle regole che compongono la Norma potrebbe essere avvertito come una violenza. Lo potrebbe, quando l’educatore (famiglia e/o istituzioni preposte, e/o Stato) si impone con eccesso di forza.

Si applica l’insegnamento della Norma con eccesso di forza quando la si attua senza quel calore (il sentimento verso l’umanità indipendentemente dal suo stato) che come nei metalli naturalmente piega ciò che deve formare.

Senza il calore che naturalmente normalizza ciò che deve formare, si attua un “educativo” sopruso ed il suo corrispondente dolore. Che la normalizzazione avvenga in modo normale (cioè, naturalmente indotta dal calore del sentimento), o anormale (cioè, innaturalmente indotta perché senza calore) comunque vi è dolore, però, mentre nel caso del dolore da naturale normalizzazione, la ragione del crescente lo fa superare, nel caso della violenza da sopruso, non sempre il crescente lo sa e/o lo può, e/o lo vuole.

Nei confronti della crescita culturale, il dolore che non si sa, e/o non si può e/o non si vuole superare, nella mente è ostacolo psichico e nel corpo un ostacolo fisico. Sino a che non lo si è risolto (se a causarlo è un errore) o guarito (se a causarlo è una malattia) quell’ostacolo rimane come una barriera che, tanto quanto separa la Persona da sè (o da della vita altra o dai suoi principi di vita) per molti versi frena l’evoluzione anche sino al punto da fermarla.

Tutti gli stati di sosta nell’evoluzione culturale sono ciò che formano il “bambino” dell’età adulta.  Se è ben vero che fermando la crescita (cioè, restando culturalmente bambini) si può anche fermare il dolore da erronea educazione allo sviluppo culturale, è anche vero che fermando la crescita resta continuamente bambina la parte fermata.

Succede così, che la parte fermata non diventa parte del tutto “persona” ma resta vita a sè. In questo senso, entità in altra entità. In quella condizione, come dei divorziati in casa, non ci viviamo come totalità ma come due forze, in genere contrapposte e, pertanto, il più delle volte in dissidio.

Oltreché alla forzata normalizzazione (o diversamente dalla …) l’aggressività che ti denota potrebbe anche essere conseguente alla paura di un dolore che si è subito e che non è ancora guarito. E’ l’aggressività tipica, la tua, di chi, essendosi scottato gravemente, comincia a temere la presenza di quella causa ancora prima di esserti avvicinato. Ti sia esempio una pentola in ebollizione per un ustionato o una scottante situazione per una persona. Se mai tu lo sia stata, non ho la più pallida idea di cosa ti abbia “scottato”. Posso solamente ipotizzare:

* un dolore nella tua Natura: ad esempio una malattia;

* un dolore nella tua Cultura: ad esempio, un erroneo modo di vivere o di non potere o sapere vivere o la tua vita o degli stati della stessa;

* un dolore nel tuo Spirito: un erroneo modo (erroneo perché depresso o eccitato) di vivere la tua forza.

Se le ipotesi fossero, sino a che tu non elabori la tua guarigione discernendo su quei dolori, non permetterai a nessuno di avvicinarti più di tanto se non alle tue condizioni. Situazione vuole, mia cara, che non noi dettiamo condizioni alla Vita ma è lei, quella che c’è le detta, presentandoci i casi sui quali svolgere il nostro tema; cioè, il nostro vissuto.

Piaccia o no, faccia o no comodo, giunto a questo punto del capire, comunque, torniamo al punto di partenza, cioè, a noi stessi. Non solo nel tuo caso ma in tutti noi (casi della vita perché processi di vita) se non accogliamo le sue condizioni (lo facciamo quando riusciamo ad elaborarle non solo attraverso il bene ma anche attraverso il dolore con la quale essa ci prova e continuerà a provarci sino a che non ne capiamo le sue ragioni) al caso giungendo anche ad accoglierle oltre le nostre, temo che non riusciremo a cavare un ragno dal buco o, con altre parole, temo che continueremo, oltre ragione, a girare in tondo come legati ad un piolo, o, come falene, a sbattere continuamente le ali contro il vetro: ciò che separa la nostra vita dalla luce ( la verità ) e dal calore: il sentimento.

Si vive oltre ragione (sia della vita nostra che quella della Vita) quando si vuole sapere ciò che non si vuole sentire, o si vuole sentire ciò che non si vuole sapere. L’affermazione che sostengo, potrebbe essere provata dal fatto che se effettivamente volessi sentire ciò che sai, o sapere ciò che senti, perché mai affronteresti delle relazioni sentimentali, nelle quali il dolore (se non la ragione) ti dimostra che stai vivendo delle scelte che prima o poi ti lasciano quasi sempre senza scelte?

Ricominciare da capo, a questo punto, dovrebbe esserti un imperativo categorico. Per ricominciare da capo (e, dunque, vivere il nuovo) sarebbe più che indispensabile eliminare dal nostro spirito (dalla forza della vita) tutto ciò che ci è causa di male. Lo dovremmo fare anche se il farlo ci è causa di ulteriore sofferenza. Ti sia di esempio il fatto che se non schiacci (con altro dolore) il foruncolo che ti ha provocato il male, quando mai guarirai la pelle?

Ciò che è vero per la vita della tua Cultura, nell’immediato forse non saprà cosa fai, ma senza dubbio, pressoché immediatamente lo saprà ciò che è bene per la vita della tua Natura. Non ci si può sentire naturalmente e spiritualmente bene se culturalmente si segue l’errore quando non il male.

nord

Guerra e pace fra i principi dell’io maschile e femminile della vita maschile e femminile. a Maria Grazia L.

Siccome non vi possono essere culturali contenuti, la dove, prima, non vi è il suo contenitore (il corpo) allora la Natura è lo stato di principio della vita di ogni vita. Se il principio di vita è della Natura, ciò che la principia non possono che essere i suoi naturali strumenti: la genitalità maschile e femminile. La genitalità dell’Uomo è quella che gli consente di penetrare la vita che, se quella è la scelta della sua vita, gli è rappresentata dalla Donna. La genitalità della Donna è quella che, se quella è la scelta della sua vita, gli consente di accogliere la vita dell’Uomo.

Per avere vita (forza del suo Spirito) la Natura non può non corrispondere con la sua Cultura. Così, per volontà di vita, nell’Uomo, la penetrazione naturale è determinazione culturale e, nella Donna (per la stessa volontà) l’accoglienza naturale è determinazione culturale.

La determinazione della volontà implica la remissività della parte che corrisponde con chi emana la volontà. Stante le cose sembra che la posizione della Donna sia seconda rispetto all’Uomo, ma, non è così, perché, vita è corrispondenza di stati e, dunque, corrispondenza di vita fra gli stati della determinazione culturale maschile (anche femminile quando accoglie ciò che ha originato) e quelli dell’accoglienza femminile: anche culturalmente maschile quando determina ciò che è da accogliere.

Necessariamente, ogni corrispondenza di vita deve avere un punto di principio; ed il principio della vita di ambedue gli stati non può non essere che quello del Principio della vita: la vita. Se parto dal presupposto che il principio della vita (la determinazione della volontà di originare vita) è maschile, non è certo per la storia di Adamo, ma perché, per primo, cioè, al principio di ogni vita (così come in ogni atto della vitalità ) vi è la volontà di determinare ciò che è vita penetrando i suoi naturali, culturali e spirituali significati e, solo in seguito vi è la volontà di accogliere i significati che il principio primo (il maschile) ha determinato. Pertanto, se prima non vi è l’Uomo (emanazione della forza della vita, lo Spirito, che per determinazione della sua volontà di vita si è fatta corpo) dopo, per la stessa ma complementare emanazione (la determinazione accogliente) non vi è la Donna: infatti, se prima non si determina, nulla vi è da accogliere.

Una determinazione (uno stato maschile) che non trovasse uno stato che l’accoglie, non potrebbe che determinare di accogliere se stesso ma allora non vi sarebbe che il proseguo di quella vita. Una accoglienza (uno stato femminile) che non trovasse lo stato determinante non potrebbe che determinare di accogliere che se stessa ma allora non vi sarebbe che il proseguo di quella vita.

Per permettere il proseguo della vita, ecco allora, sia la necessità di ambedue gli stati che della loro corrispondenza. E’ chiaro che presso il Principio della vita il prima (la determinazione maschile) o il dopo (l’accoglienza femminile) non hanno senso tanto il Principio universale della vita (la Vita) è unitario, ma, è altresì chiaro che questa differenza esiste presso di noi: è una differenza, però, che cessa tanto quanto, a nostra volta, siamo unitari sia in noi che fra noi.

Se il principio della vita è la determinazione culturale data dal suo spirito (la naturale può anche essere legata al solo piacere e, pertanto, presso noi può anche essere di soggettiva facoltà e/o importanza) è chiaro (la dove non vi è pacifica intesa fra le parti) che ogni qualvolta vi è rovesciamento del ruolo guida (il femminile sul maschile) iniziano le guerre ideologiche fra i due sessi. 

Premesso il Principio della vita che sta a monte della tua questione, non posso non chiederti: a proposito di principi, come sei messa? Ti sei mai domandata se le cause del dissidio fra te e tuo marito non siano provocate dal fatto che, più che dell’accoglienza, il tuo principio di vita non sia piuttosto la determinazione?

Se fosse, è chiaro che il tuo matrimonio è “omoculturale”, in quanto, si è costituito fra due simili anche se uno dei due è donna. Dove questo genere di relazione non motiva conflitti è giusta alleanza di vita come qualsiasi altra relazione nella quale non ve ne siano, ma, dove genera conflitti, chiaramente, non può essere giusta. Nel qual caso, la morale che si ricava dalla tua storia può essere questa: o ti decidi ad agire secondo femmina e Donna (cioè, prima accogli e poi determini) o il tuo matrimonio durerà sino a quando saprai tollerare, o le malattie somatizzate dai tuoi conflitti, o il tuo stesso matrimonio.

Siccome le due cose sono corrispondenti, o modificando il pensiero curi le somatizzazioni e dunque il matrimonio, o “curi” il tutto facendo cessare le somatizzazioni perché fai cessare il matrimonio.

Non occorre che ti ricordi che le tue somatizzazioni (o malattie nel caso non lo fossero) si evidenziano maggiormente nella pressione. La pressione segnala la misura della tensione della vitalità della vita. Come sai bene, la tua ha notevoli sbalzi fra un alto che può anche essere intesa come eccessiva proiezione di ed un basso che può anche essere inteso come eccessiva (perché te passiva o perché te violentemente indotta) accoglienza di volontà.

I tuoi disturbi si evidenziano anche nei reni: ciò che naturalmente filtra (discerne) ciò che fa bene da ciò che fa male di ciò che naturalmente, culturalmente quanto spiritualmente è bene o male. Il fatto che l’anomalia ai reni possa essere ereditaria non modifica più di tanto l’ipotesi di somatizzazione che sostengo. Tutt’alpiù prova che con la Natura, anche la Cultura è via di passaggio di proprietà dell’altrui al proprio sè.

La via culturale, infatti, non è meno strada di vita della naturale. Il fatto che tua madre (o era tua nonna?) abbia lo stesso tuo carattere e, indipendentemente dagli stati, guarda caso, gli stessi tuoi disturbi, non ti dice proprio niente?

Le tue somatizzazioni, inoltre, si evidenziano nel cuore: pompa che, se è malata, come forse non sai ancora bene perché non lo hai sentito ancora bene, potrebbe esserlo per uno squilibrio dato dal mal funzionamento di una pressione che, probabilmente, preme nei reni quando è in eccesso, o li disattiva (nel senso che li lascia a secco) quando è in difetto di forza.

Terminato di fare il pensatore ed il medico, riprendo la veste dell’amico. In quella veste e, dal momento che ci tengo, per fartela conservare presso di te, fammi il favore di non fare l’uomo con me. Primo perché non sono tuo marito e, secondo ma non per ultimo, perché sono uomo. Spero non ripeterai l’errore.

Ogni volta lo farai (se non per celia) mi vedrò costretto a rifiutarti. Lo dovrò fare, perché, se è ben vero che desidero l’uomo secondo la mia Natura, è anche vero che non lo amo secondo la mia Cultura: tanto meno se in veste di donna.

Secondo i miei principi culturali e spirituali, è la Donna quella che mi rappresenta la vita ed è, dunque quella (poiché amo la vita) la figura culturale che culturalmente amo. Ti dirò anzi di più. Più della Donna, sia naturalmente che culturalmente e spiritualmente, amo la forza dello Spirito: vita che, dandomi forza mi determina come Padre e, accogliendo la mia, è la Donna che come Madre mi determina figlio e uomo.

Accogliendo il principio della Vita (la vita) amo la vita come Donna. Penetrando la sua accoglienza per la conoscenza dei significati del Suo principio (la Vita) l’amo come uomo.

Scoprire tutto questo a cinquanta e passa anni potrebbe essere un po’ tardino per ricominciare, ma, meglio tardi che mai.

divisorio

Morale della storia da un racconto Zen. a Luca B.

separaNon contavo di risponderti prima dell’Associativo ingresso in Internet ma dopo aver letto un istruttivo racconto Zen lo faccio adesso.

separabianca“Nan – in riceve la visita di un professore universitario che vuole interrogarlo sullo Zen. Per prima cosa Nan – in serve il te: colma la tazza del suo ospite e poi continua a versare; a versare fino a che il professore, vedendo traboccare il te, non riesce più a trattenersi ed esclama: Basta! Non c’entra più!  E Nan – in risponde: come questa tazza tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture: come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza? “

separabiancaE’ ben vero che puoi anche non capire i miei discorsi sullo Spirito perché a livello culturale sono uno sciagurato, ma, può anche essere perché, per comprenderli, è necessario vuotare la tazza del proprio spirito? Il che, è come dire esserne ( o tornare ) poveri? Sai perché propendo per questa ipotesi? Perché ho cominciato a scrivere ( e, solo in seguito a capire ) dopo che la Vita aveva pressoché vuotato la mia. Per quanto per la testa mi frulli un’idea ( anche se non escludo nessuna possibilità alla Vita, comunque preferisco non parlartene perché mi pare un po’ esaltatina ) in effetti non conosco le vere ragioni della mia disponibilità verso di te. Al momento, so solo che lo sento e, dunque, lo devo. Non è detto, però, che mi siano del tutto sconosciuti i motivi della mia disponibilità verso la Vita. Con la Natura e la Cultura, lo Spirito è la terza persona della Trinità. I miei discorsi su questa vita potrebbero contribuire a renderla evidente tanto quanto lo sono le altre due. E’ ben vero che questa ipotesi potrebbe solamente fare parte delle attese spirituali di una mente in delirio tanto nulla la conferma; è altresì vero, però, che nulla smentisce questo miraggio se non, sullo Spirito, le odierne ” opinioni e congetture” che riempiono la vita di ora: l’attuale tazza. Si capiranno i miei discorsi quando la Vita avrà vuotato anche le tazze che al momento sono piene d’altro? Non sono in grado di confermarlo e ne di smentirlo, ma, se per vuotare le tazze che non sappiamo o non vogliamo vuotare da noi, la Vita, userà la “terapia dolore” come a suo tempo ha fatto con me, già da oggi non può non preoccuparmi (e, dovrebbe preoccupare) l’avvento del dolore che potrebbe rivelarsi necessario.

infine

Intervento sulla “Gestione del Paziente con Aids Terminale” a Ercole C.

In genere, il Futuro viene rimosso dalla vita come se fosse una malattia infettiva: un Aids. Come per le malattie a trasmissione sessuale, per non essere infettati dal Futuro si usano vari tipi di preservativi. Si usa l’extra resistente, che è quello di non pensarci affatto; il resistente, che è quello di pensarci sotto l’aspetto economico; il sottile, che è quello di pensarci mano a mano che viene; l’extra sottile che è quello di chi si vive in bilico. Poi, c’è anche quello profumato, che è quello di chi si vive secondo tendenza. Ma, nessun tipo di preservativo è impermeabile in assoluto: cosicché, prima o poi, tutti prendiamo il Futuro.

Contrariamente a quanto si teme, il Futuro non è una malattia irreversibile ma è un passo fra due stati della vita. Come faccio ad essere sicuro che sia così dal momento che della vita conosco solamente un versante? La mia certezza è confortata dal fatto che sono culturalmente mancato alla Vita tante di quelle volte e, tante di quelle volte sono risorto che, non potrà non essere così, anche quando naturalmente, lascerò questa realtà. Per quanto credo, quando succederà, non sarà la mia Cultura ad essere spaventata dal viaggio ma la mia Natura.

Tutto considerato, direi che la scienza sa reggere bene la fatica naturale di chi inizia un viaggio che viene da un più o meno lontano presente. Non altrettanto bene, o perlomeno non a sufficienza, lo sa reggere la cultura sociale: laica o religiosa che sia: troppi, giungono al passo, assolutamente impreparati. Non mi preoccupano quelli che sono stati tanto previdenti da munirsi di qualche bagaglio culturale, ma, i più poveri: quelli che stanno iniziando il percorso (dal presente al futuro) pressoché sprovvisti di tutto.

Fra gli sprovvisti, è vero che si possono introdurre discorsi culturali di tipo religioso o spirituale ma, si stia bene attenti non solo alle dosi ma anche al grado di corrispondenza personale e spirituale con la persona alla quale le si da. Se i dosaggi e la personalità del dosatore non sono corrispondenti alla personalità da assistere culturalmente (oltreché specificatamente) non solo potrebbero frastornare quanto violentare l’assistito ma possono anche indurlo a rigettare sia l’aiuto che la persona.

Nei casi di rigetto da erroneo ausilio, non solo si rischia di aggiungere povertà a povertà ma anche di finire sviliti sia umanamente che professionalmente. A fianco della persona che accompagnavo, oltre ai centri correlati alle tossicodipendenze, ho avuto modo di conoscere non solo questo “Malattie Infettive”, ma anche quello di Venezia, di Treviso, e di Legnago.

Presso questi centri, la Persona ed io, soprattutto, speravamo di trovare umanità. Avevamo fame di umanità. Umanità è accoglienza: è il ventre protettivo, nel quale, dentro, si torna a vivere come tutti. Ogni volta l’abbiamo trovata, la Persona ed io, eravamo meno terminali. Se manca il ” fattore umanità ” non vi è gestione che tenga. Se vi è quel fattore, anche la gestione più deficitaria è sufficientemente compensata.

Dove vi è umanità, lo spirito si allevia anche senza tanto discorsi. Se poi vi è anche la capacità professionale (oltreché tanta pazienza) allora c’è il massimo dei discorsi. I discorsi che non producono umanità, o che la rendono settaria, quelli sono i terminali da gestire al fine di farli finire.

L’umanità comunica com – passione di vita ed è, senza tante parole, di per sè, com – passione nella sofferenza. Decine di volte ho avuto modo di constatare che a fronte della serenità che comunica l’umanità non c’è terapia che regga il confronto: senza contare che ad un Amministratore ospedaliero non costa nulla. Naturalmente ciò non significa che l’umanità non costi a chi la esprime. Ciò significa solo che chi la esprime sa, che nel momento stesso che si dona, essa paga perché appaga.

nord

Il bisogno di capri delle pecore. Lettere ” al Direttore “

Il giudice Di Pietro si dimette? Ed è subito pianto! Di Pietro si defila? Ed è subito mugugno! Nessuno, almeno sinora, che si sia chiesto come mai l’ex magistrato assomigli sempre di più a quel tale di Siviglia che tutti vogliono ma nessuno piglia. Comunque stiano le cose, il vero soggetto di questa lettera non è il giudice ma la cannibalesca fame di miracoli, di miracolosi e di miracolati che stiamo dimostrando di avere sia come persone che come popolo. Di Pietro è solo uno dei casi. Altri casi, non in successione ma in elencazione, sono dati dalle varie statuine piangenti, dallo sciatore, dal calciatore, dal politico, dall’imbonitore e, chi ne ha più ne metta, purché siano elevati da un ara: la fama. La fama, tanto quanto è fame, è bisogno di cibo. Ma è un cibo pesante! In genere, gonfia la testa: soprattutto in chi c’è l’ha culturalmente ristretta. Il bisogno di miracoli, di miracolosi e di miracolati mi ricorda il bisogno di “capitani di ventura”: combattenti alter – ego su delega. Non capisco bene se il bisogno di questi supporti per spine dorsali carenti sia dato da pavidità nei confronti della vita (personale, sociale e spirituale) o sia dato da una suicidaria rinuncia, oppure, comunque sia, da bisogno di guida. Ma forse è un insieme di cose. In qualsiasi caso, oltreché una deresponsabilizzazione, comunque è una sindrome da infantilismo quando non da rinuncia del sé. E’ vero problema di vita il nostro defilarsi dalla vita, non quello di Di Pietro o di altri capri da innalzare, prima alle massime ragioni e, dopo, da sacrificare al solo scopo di nascondere le nostre facce dietro i fumi delle speranze che abbiamo acceso con la loro pelle allo scopo di riscaldare la magra minestra spirituale con la quale, si fa per dire, ci alimentiamo. Se è giusto confidare nella Vita, non meno è giusto confidare nella propria. Sarà meglio darci una mossa, prima che la Storia ancora una volta ci ricordi che se siamo tuttora sul vasetto è anche perché abbiamo bisogno di eroici padri.

nord

I riti della vita contro i riti della morte. Lettera ” al Direttore “

L’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale alla Lotta contro l’Aids (accendere una luce in memoria di una vita che si è spenta) è degnissima, tuttavia, mi permetto di ricordare che se i riti del ricordo sono importanti, i riti della vita che allontana il ricordo (se ricordare è dolere) sono indispensabili. Sono riti di vita, quelli che ci riconducono a viverla con amore anche attraverso le vie di ciò che rinnovano il piacere di riamare la vita. Il piacere, è la via naturale del principio culturale dell’amore, non la fine: è ciò che da calore, gioia.  Ricordare la persona amata con gioia, perché si riprende a ricordare la vita con piacere, significa riaccendere quel principio di calore, oltreché presso la vita nostra, anche in quella di chi, comunque ci è vicino se comunque amiamo.

nord

Psiche e Soma. a Rino B.

Le somatizzazioni sono segnali di pericolo in corso. Più sono gravi è più sono pericolose le situazioni psicologiche che segnalano. Il luoghi colpiti dalle somatizzazioni, rivelano la sede del problema: nel tuo caso, ai lati del collo, sotto la gola. Il collo è ciò che porta gli strumenti fisici del discernimento: occhi, naso, orecchie, la bocca nel suo complesso: lingua, palato, corde vocali, ecc. La bocca è sede sia dell’alimentazione naturale che di quella culturale. E’ attraverso la bocca, infatti, che comunichiamo, ed è attraverso la comunicazione che alimentiamo i nostri dati culturali. Poiché alla base del collo, avevi del pus provocato da una infiammazione, la somatizzazione potrebbe dirti che, malata, cioè, in stato di crisi, alla base (appunto il collo) è la tua complessiva capacità naturale, culturale e di vita di introiettare la tua ragione (allo scopo di elaborare e, dunque, comunicare ricevendo e dando vita) sia verso te che verso altri e/o altro da te.

nord

Pessimismo: amara radice che inciampa il passo alla fede. Lettera al Direttore

Allo scopo di non rendere vana l’ultima fatica, l’Enciclica Evangelium Vitae, accolgo l’invito “di litigare e dibattere” con il Papa che il corrispondente M.P. ha inoltrato ai lettori. Il corrispondente sostiene che “se il titolo dell’Enciclica è pieno di speranza, il contenuto è ispirato ad un pessimismo apocalittico”.

Del pessimismo si può sostenere che è lo stato naturale, culturale e spirituale della vitalità che non media il proprio spirito con ciò che è positivo. Nell’Enciclica, è segno di pessimismo il fatto che essa verta soprattutto sui temi della morte della vita: aborto, deboli e debolezze sociali, anziani ed eutanasia. Del pessimista si può dire che è colui che ha un piatto della sua bilancia più pesante dell’altro. Ciò che appesantisce di più quel piatto sono le amarezze. Ciò che pone in medio i piatti sono i piacere.

Il piacere naturale alimenta la fiducia nella Cultura della Natura della vita: il bene. Il piacere culturale alimenta la fiducia nella Natura della Cultura della vita: il vero. Il piacere spirituale alimenta la fiducia nella forza del Principio della Vita: il giusto, nello (e dello) Spirito. Più le corrispondenze fra gli stati naturali, culturali e spirituali sono integre e più motivano la fiducia nella vita: più la motivano e più la fiducia diventa fede.

La mancanza di fede nella Vita (nella certezza del suo Spirito) origina paura nei confronti della vita. Secondo l’elevazione dello stato culturale di chi teme (e/o secondo le confusioni naturali, culturali e spirituali provocate da timori) quelle paure possono diventare anche apocalittiche. Ottimista è colui che confida nella Vita. Chi confida nella Vita “si disseta a placide acque”. Chi si abbevera alla fonte di quella calma ha lo spirito in pace.

Chi ha lo spirito in pace, estingue la violenza presso di se perché colloca la ragione della sua vita nella Ragione della Vita. Diversamente, compie un violento arbitrio chi presume la ragione della Vita presso la sua. Ogni arbitrio è violenza. Fra le violenze, è violazione di arbitrio, ogni ideologica inflessibilità. Ogni violazione motiva il corrispondente rifiuto.

La massima corrispondenza fra gli stato della vita (Natura, Cultura e Spirito) è l’amore. Esso origina la fede che origina la vita. L’amore è comunione. L’amore per il mondo, in primo è amore per la vita naturale, culturale e spirituale del proprio. Indipendentemente dallo stato di positività o negatività dei motivi (per stati di infiniti stati e secondo infinite corrispondenze fra la Natura, la Cultura e lo Spirito della vita propria e quella altrui, ora balsami ora veleni ) colui che nel proprio mondo si separa dalla totalità del mondo, non concepisce l’amore ma solo il dolore che da l’amore quando lo si nega o ci si separa sia in se stessi che fra il proprio ed altro sé.

Nell’ignoranza dell’amore quando non c’é la comunione con il Tutto, frustratore nella negazione e nel condizionamento asservitore, il pessimismo è l’amara radice che inciampa il passo alla fede.

nord

Il peccato non è in chi o cosa si ama ma in come si ama.

Ho passato la mia fanciullezza, prima agli “Esposti” è poi in un collegio retto da ecclesiastici. Con uno di loro (stavo facendo la terza elementare) vi è stato un sentimento anche sessuale. E’ ben vero che a quell’età non si sa, però già all’ora mi sentivo con istintiva chiarezza. Per quella lucidità non subii nessuna violenza psichica e ne fisica: tanto più, che, al proposito, non vi fu alcun tentativo. Nonostante i sentimenti che provavo e vivevo fossero informazioni, comunque nessuno me le spiegò, così, se proprio si vuole riscontrare violenza, certamente, la più deleteria fu l’ignoranza nella quale mi si lasciò. E’ vero, in quella corrispondenza di sentimenti sia pure impari ci fu anche del dolore. Fu doloroso nascondersi perché si nasconde ciò di cui ci si vergogna. Ben diversamente, avrei dovuto vergognarmi di vergognarmene, ma, ero un bambino! Invece, quelli che avrebbero dovuto vergognarsi di farmi vergognare, erano grandi.

nord

La “voglia di Satana” quando ha a che vedere con Satana? Lettera al Direttore

Satana, indipendentemente da come uno se lo raffiguri o lo abbia raffigurato la Cultura, è lo stato del principio del male. Il Male è il massimo stato della forza di spirito della vita alla massima distanza della forza dello Spirito. Naturale quanto soprannaturale, uno spirito lontano dal proprio bene, certamente non è nel Bene tanto quanto gli è discosto, ma, per quanto estraneo, comunque è vita del Male solamente se è avverso al Bene tanto quanto è cosciente di esserlo.

Quando questa volontà è incosciente, allora, non si è avversi ma solo lontani dall’uno o dall’altro principio tanto quanto la lontananza è data dall’incoscienza.

Per quanto detto, solo per quelli che coscientemente stanno costituendo la propria identità nel male si può parlare di ” voglia di Satana “. Così, come per quelli che stanno coscientemente costituendo la propria identità nel bene si può parlare di ” voglia di Dio “.

Per quelli, invece, la cui identità è ancora da costituirsi (soprattutto per quelli che stanno così male da non conoscere diverso stato  le definizioni in pillole (” Voglia di Satana”) rischiano di non essere che delle equivocanti estasi. Le parole sono dosi. Per favore, evitiamo i casi in over!

I cimiteri sono il pro – memoria del passo fra due stati della vita: dalla naturale alla soprannaturale. Se fra le loro mura si è posto ciò che si è amato o non amato nella vita, non di meno (illusoria difesa) si è localizzato (e, dunque, recintato) ciò che comunque ci spaventa nella vita: la morte.

Si è proprio così sicuri che vadano profanati in nome della vita di Satana o non piuttosto in nome di una vita (quella del profanatore) che ha della morte, o della paura della morte, nel cimitero che può essere una vita?

Se, come credo, quello che motiva gli atti profanatori sono l’esorcizzazione di una paura di morire che affascina perché spaventa, cosa c’entra Satana?

O c’entra nel momento stesso nel quale ci si serve della morte (è morte ogni impedimento alla vita) per profanare una vita? O c’entra ogni volta volenti o nolenti non togliamo o non sappiamo togliere la morte (e/o le cose morte) dalla vita?

Non posso non condividere le intenzioni di conoscere e di capire manifestate da Don C., ma, certamente non quelle del “combattere”. “Conoscere, capire e combattere” mi sono sembrate il manifesto di una “voglia di crociata”. Dio ci scampi e liberi dalle crociate! Non mi pare il caso di aggiungere delle colpe a delle altre colpe.

A qualsiasi tipo di crociata, sottostà, sempre, la voglia di settoriare la vita; settoriare la vita è originare le Sette. Le sette sono la “voglia” di una spiritualità elettiva perché fondata sulla scissione sia di una stessa vita che fra vita e vita e, dunque, sulla morte delle parti arbitrariamente escluse dal Tutto.

Se la Setta è il peccato di chi divide una vita dalla Vita, parafrasando quel Tale, chi è senza peccato dalla voglia di satanica Setta scagli la prima pietra.

nord

La donna ha diritto all’orgasmo? Si, ma c’è un Ma. (Pensieri a ruota libera)

In tempi non fluidi la virilità era sostenuta dal ruolo sociale_religioso_sociale. Lo stesso per la femminilità. Nei tempi presenti, invece, sia la virilità che la femminilità si sono mosaicate. Non per questo la sessualità non è più la tessera fondante, tuttavia, anche questa ha subito una frammentante frammentazione.

Trarre la forma genuinamente definitiva dalle frammentazioni accadute nella rispettiva sessualità, implica (tanto quanto un soggetto si pone alla ricerca di sé) di dover passare fra innumerevoli prove: alcune comuni, altre variamente diverse e/o alterne. Per le prove nelle scelte particolarmente soggettive, i passaggi possono essere anche traumatici, vuoi per personali inibizioni, vuoi perché socialmente /o religiosamente inibite, ecc, ecc.

Conoscenza insegna che i tempi di raggiungimenti dell’orgasmo (sia nel maschile che nel femminile) non sono gli stessi. Il divario è supplito da tecniche. Dove c’è sentimento amoroso la qualità dell’orgasmo non è rilevante al punto da separare le parti. Dove non c’è sentimento amoroso una mancante qualità può farle separare.

Naturalmente mi sono chiesto come mai i tempi del piacere che porta all’orgasmo non sono gli stessi fra maschio e femmina: per Natura, generalmente veloci quelli del maschio. Per Natura, generalmente lenti quelli della femmina.

Non sono in grado di sapere quando, nella scala dell’evoluzione, sia accaduta la separazione dei tempi. Sappiamo solo che quello che sente la Natura forma la Cultura, come quello che sa la Cultura forma la Natura. Fisso, quindi, una principiante ipotesi. Penso che sia accaduto perché il maschio, dedito alla difesa e alla conservazione della proprietà (qualunque sia stata la necessità di difesa) nei tempi lunghi si sarebbe trovato impedito (bloccato e/o indifeso, ecc, ecc.) oltre misura. Per la femmina, invece, perché i tempi lunghi (per quanto immediatamente frustranti) gli avrebbero permesso di conservare il desiderio di raggiungimento del piacere.

Mi spiego forse meglio con un esempio. Ammettiamo che il maschio e la femmina siano due pentole d’acqua. Che ti ha fatto la Natura? Direi che ha acceso un fuoco maggiore sotto quella maschile, e un fuoco minore sotto la femminile. Il fuoco maggiore porta la pentola maschile a più immediata bollitura, e quindi, a immediato uso. Il fuoco minore, invece, porta l’acqua, si ad essere calda, ma non bollente come l’altra. Se da un lato è vero che questo frustra una passione, è anche vero che un’acqua costantemente tiepida è maggiormente pronta con minori costi di legna. Non solo: evaporando più lentamente, si consuma meno.

Che sia per questo che, almeno una volta, c’erano più vedove che vedovi? La domanda è ridanciana, tuttavia, con in fondo della serietà.

Per chi e/o per cosa, l’acqua tiepida che nell’esempio è la pentola femminile deve essere maggiormente e costantemente pronta? Per il piacere maschile viene da rispondere. Si, secondo Natura è vero, non direi che lo è, però, anche secondo Cultura. Secondo Cultura, le faccende non sono così elementari.

Ammesso l’avvenimento, cosa ha portato la Donna a elevare il suo piacere Naturale sino Culturale? Secondo me, il piacere di conservare_difendere il prodotto del piacere maschile che ha formato nel suo femminile. In ragione dello stato di coscienza, la vita di un figlio, come la vita di una specie, come la vita nel suo complesso.

Si, è vero: da un lato la Natura della Cultura ha chiesto molto alla Donna, ma dall’altro, gli ha dato molto la sua Cultura della Natura.

Parigi val bene una messa? Giro la domanda a chi sa, e/o può, e/o vuole rispondere.

ps. Siccome non ho tempo per le quisquilie, eliminerò i commenti sterili e/o parassiti. Niente e nessuno ferma chi non approva.

nord

Spiritualità o spiritismo di un rito ebraico? Lettera “al Direttore”

In Israele, dei rabbini lanceranno una pesante maledizione contro alcuni malcapitati che si ostinano, nonostante le diffide dei religiosi, a voler edificare su un luogo sacro. Si pensi che una analoga maledizione (più leggera, si fa per dire) ha pressoché distrutto una famiglia di altri malcapitati. Nel rito, i rabbini invocheranno lo Spirito e gli chiederanno di essere l’artefice della giustizia che, evidentemente, non riescono ad ottenere in altro modo. Se i motivi della richiesta che rivolgeranno allo Spirito, si basano sulla giustizia, non vedo perché i rabbini debbano chiederla dal momento che, Dio, la vita di ogni vita che si manifesta, già opera con la forza del suo spirito (sia come giustizia che come vendetta) nella vita spirituale di ogni vita. Invocare Dio per chiedergli di manifestare quello che sta già manifestando ( anche se non ci è noto come e ne quando ) più che altro mi pare l’esigenza (se non di verificarla) di volerla palesata subito. A quale scopo?

A quello di vedere (e far vedere) confermato il compito di essere tramiti di giustizia fra la divina e l’umana?

A quello di vedere (e far vedere) la grandezza di Dio?

In ambo le ipotesi, a quelle esigenze sottostà una mancanza di fede nella Vita. Se la mancanza di fede è male, come fanno a dirsi sicuri i rabbini che alla loro istanza risponderà il Bene, che è assenza di ogni male? Giusto per intendersi fra “fratelli”, sono sicuri i “maggiori” che i riti a cui ricorrono sono della spiritualità e non, invece dello spiritismo?

Risposta ad un contestatore della lettera su ” spiritualità o spiritismo ” in un rito ebraico?

Nella lettera ” Spiritualità o spiritismo “, diversamente da come mi rimprovera il signor T., non entro, assolutamente, in merito alla fede ebraica, casomai in un rito con la quale si manifesta: rito che, credo appartenere più allo spiritismo (elevato fin che si vuole) anziché alla spiritualità. Ma, aldilà di quello che io credo, ai “fratelli maggiori” ho posto delle domande, non, fatto delle affermazioni. Come saprà bene il signor T., se affermare anziché porre delle domande è tipico dell’intollerante, ergo, non sono intollerante. Piuttosto, invece di accusarmi di mene politiche, perché non ha chiarito il dubbio che ponevo nella lettera? “per Damasco” è il nome dell’Associazione con la quale mi occupo di tossicodipendenze. Statuaria finalità dell’Associazione, è quella di fare in modo che la coscienza, rendendosi conto di se stessa, si liberi da ogni intossicante dipendenza. Secondo l’Associazione, una dipendenza diventa tossicodipendenza ogni qualvolta il discernimento di chi dipende da una qualsiasi realtà, viene reso subalterno dalla realtà che origina la dipendenza. Al caso, anche dalla tossicodipendenza politica, o spirituale se una data persona vive la politica o la spiritualità come una droga. Lo stesso varrebbe anche per questa Associazione se “spacciasse”, allo scopo di drogare l’arbitrio, delle fissanti ideologie. Rendendomi conto delle infinite pastoie amministrative, legali, economiche che avrebbero reso l’Associazione tossicodipendente di altre pastoie, per non rischiare una intossicazione da “droghe”, per quanto notarilmente costituito, ho preferito agire come Associazione di fatto. Così, chi è d’accordo con l’Associazione e socio della “per Damasco” e, tanto quanto non lo è, non è socio chi non è d’accordo. Il signor T. potrà anche pensare che oltre ad essere un intollerante sia anche uno sciocco, ma, se aspirassi a “misere lotte per ragioni politiche e geografiche (la mena geografica non l’ho proprio capita) non creda che io sia tanto incosciente da non rendermi conto che la strada che ho scelto porta a non fare parte di nessuna parte: ne politica, ne religiosa, ne quanto d’altro. Non sciali il suo spirito dispiacendosi per me, il signor T., non solo perché le vesti costano e non è il caso di strapparsele per niente, ma anche perché, a dolermi dei miei dispiacerei basta il mio.

separabianca

p.s. Se lo crede questa lettera si può anche ridurre. Se ho aggiunto delle informazioni sull’Associazione, non l’ho fatto solamente per far capire meglio le cose al T, ma, al caso, anche alla Digos, dal momento che i miei discorsi sullo Spirito, sulla spiritualità e sullo spiritismo potrebbero far pensare che, fra altre mene e/o menate potrei avere anche quella (orrrrore!) di fondare una Setta.

nord

Sui pianti delle madonnine di gesso. Lettera “al Direttore”

Nei casi delle “Madonnine piangenti” pare sia lecito credere al miracolo solo se gli accertamenti proveranno che quelle lacrime sono di sangue umano ma anche accertata la qualità umana di quel sangue, non per questo abbiamo accertato la qualità di vita dello stato che lo ha permesso.

Certamente, lo Spirito della vita è fonte di ogni meraviglia, ma, se quella meraviglia genera confusione quando non dissidi, quanto è suo quel miracolo?

A mio avviso, è suo per quanto concerne l’attuazione della vita che l’ha compiuto ma dubito molto che sia direttamente suo il miracolo. Lo dubito, perché confusione è errore nel vero. Ciò che è errore nel vero non può essere bene e ciò che non può essere bene perché errore nel vero non può essere giusto. Si possono definire miracoli, degli atti che innescano delle spirituali confusioni? Secondo me, no, al più, misteri.

E’ giusto riverire dei misteri (quando non esserne succubi) che possono essere di equivoca origine, dal momento che tutto ciò che proviene dal soprannaturale non è detto che provenga da Dio per quanto siano possibili alla Sua forza: lo Spirito?

Per quanto riconosca che come dal bene ne può venire del male, cose anche dal male ne può venire del bene, secondo me, no. Ad innescare le mie perplessità è stato il vedere (stando alle foto pubblicate) che il ” pianto ” di quelle statuine è persino giunto a deturpare il loro volto.

Più che l’idea di un pianto, quelle deturpazioni mi hanno suggerito l’idea di uno spregio. Mi sono detto: se quei pianti sono un segno, perché si deve manifestare al punto che l’oggetto della testimonianza (la statua  sia addirittura spregiata? Perché una volontà nel bene dovrebbe sentire il bisogno di giungere a tanto?

Il sangue fuoriesce dalle ferite. Dal momento che è fuoriuscito dagli occhi se ne deve concludere che ad essere feriti sono gli occhi. Naturalmente parlando, gli occhi sono la proprietà della vista: sono i suoi strumenti. La vista, culturalmente parlando, fa parte delle capacità che permettono il sapere. Al punto, il sangue è fuoriuscito dagli occhi perché feriti gli strumenti del vedere o quelli del sapere?

Se ferite ambedue le proprietà (sia il vedere che il sapere) la fuoriuscita del sangue dagli occhi (il sangue è simbolo della vita) denuncia una nostra cecità?

Dal momento che il sangue ha leso la purezza dell’immagine della statuina, che forse il segno lascia intendere che è stata ferita (e/o deturpata e/o sfregiata) Colei che per la sua fede fu scelta dall’amore di Dio per la vita, o che è stata ferita (e/o deturpata, e/o sfregiata) la Donna: per l’Uomo, simbolo dell’amore e della fede, per e nella vita?

Ulteriormente, il segno può anche significare che la Donna sta piangendo sangue perché la donna sta spregiando (e/o ferendo, e/o deturpando) la fede dell’amore dell’uomo per la vita? O si deve intendere che la Donna sta piangendo sangue perché la donna è ferita ( e/o spregiata, e/o deturpata ) da come presso la vita (e/o nella vita) è amata dall’uomo?

Ma il pianto di sangue può anche far supporre che è l’Immagine della fede nella Vita che è stata ferita, e/o spregiata sino al deturpamento. In quest’ultimo caso, da chi? Dall’uomo? Dalla donna? Dai gestori della Cultura della Natura della Vita in tutti i suoi stati?

Quando la lettura di una straordinaria manifestazione della Vita può dare credito a molteplici significati, credo sia doveroso chiedersi se la vita effettivamente autrice sia quella dello Spirito o quella dello spiritismo: basso o elevato che sia.

nord