Il prezzo di Sodoma: i pomeriggi di s. Barnaba a Brescia

Cortese signore: non me ne voglia, ma, nella prima parte della relazione “il prezzo di Sodoma” pubblicata su “la Repubblica”, non sono riuscito a capire il soggetto dell’argomentazione. Al di la del fatto storico (?) era la giustizia divina, o la giustizia divina secondo l’uomo? Se era la giustizia divina secondo l’uomo, mi dichiaro più che soddisfatto, ma, insoddisfatto, se era la giustizia divina in quanto tale.

Mi dico insoddisfatto perché l’ho sentita venata da una psicologia, divina perché elevata, ma, non divina perché di Dio. In una idea di Dio, separata dall’idea dell’io, non posso non rendermi conto che so cosa dico, ma, necessariamente, non so di cosa parlo. Al che, come non riconoscere arbitraria ogni mia supposizione su Dio? Dal riconoscimento, non posso non ricavarne che due comportamenti:

a) taccio, anche perché confortato dal fatto che a Dio “si addice il silenzio”;

b) continuo a sovrapporre su Dio la mia idea di Dio.

Saprà certamente meglio di me, che è possibile sovrapporre la nostra idea di Dio su Dio, abbassando la Sua immagine al nostro livello, o alzando la nostra al Suo. Così facendo, però, o otteniamo una sorta di deificazione dell’io umano, o otteniamo una sorta di umanizzazione dell’Io divino. Ciò che vale per l’idea di Dio, non può non valere per la Sua giustizia.

Per capirla, o umanizziamo il senso della Sua, o deifichiamo il senso della nostra. Nell’umanizzare il senso della Sua, o nel deificare il senso della nostra, si fonde l’Immagine della vita con ciò che gli somiglianza. Non le pare?

Il bisogno di dare a Dio quello che è Suo mi ha suscitato una serie di domande. Dopo averlo fatto, però, non mi ha dato neanche una risposta! Può farlo lei?

*) Quanto può essere giusto un giudizio divino se il giudicato non può assolutamente capirlo a causa della suprema differenza che esiste fra il Suo sapere ed il nostro?

*) Quanto può dirsi equa, la giustizia divina, se la sua qualità rischia di essere invalidata dalla nostra limitatezza?

*) Quando e/o come capiremo la sua giustizia, dal momento che non sapremo mai quello che Lui sa?

*) Non capendo mai quello che Lui sa, ne dobbiamo arguire che la giustizia divina ha l’intrinseco peccato di essere nolentemente arbitraria?

*) La nostra giustizia non è certo infallibile ma è corretta perché pone il giudicato nella condizione di dibattere la sua causa e di capire il verdetto. Al punto: quanto è superiore una giustizia divina che, pur non capendola, ci permette di dibatterla?

*) Nel permetterci di dibattere la giustizia divina, possiamo anche capire la pazienza di Dio, ma, che forse per questo capiamo la Sua ragione?

*) Non capendola non ci resta che accettarla per fede, ma (ulteriore “Prezzo di Sodoma”?) a spese della nostra comprensione.

*) Quanta divinità vi è, in una giustizia che sottomette la nostra ragione alla fede?

*) La giustizia divina è assoluta perché è assoluto il giudice. In quanto assoluto, non può concepire che sé stesso. Come tale, non può comprendere ed emettere che leggi assolute.

*) L’Assoluto che non può concepire che sé stesso, come distingue “i giusti” da quelli che non lo sono?

*) Perché “i giusti” corrispondono alla Sua legge?

*) Lo fanno in modo assoluto? Se non lo fanno in modo assoluto, agli occhi di Dio non sono giusti neanche “i giusti”, quindi, Dio può comminare la sua giustizia anche non secondo sé stesso?

Se l’ipotesi è inverosimile, è anche inverosimile che ad accogliere l’istanza di Abramo sia stato Dio.

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