Aggressione o no: punti di vista.

Cortese signore: reclamare giustizia mentre si compie un atto di violenza, (mi riferisco al comportamento dell’aggressore di suor Lina della Caritas di s. Zeno), può risultare ben folle alla nostra cultura, ma, non lo è per quella del nordafricano (lo conosciamo molto approssimativamente) portato a credere oggettivo, anche quello che è solamente soggettivo. Questa stranezza, (l’ho riscontrata involontaria perché naturale come il respiro, in loro) la direi causata da due prevalenti motivi. Il primo è da ricercarsi in una religione che, con il secondo motivo che dirò, ha conformato una psicologia. L’Islamico crede nel Grande in modo assoluto. Ogni atto della volontà personale, quindi, viene assolutamente addebitata all’assoluta volontà divina. Da ciò ne consegue nulla, ogni distinzione fra volontà divina e volontà personale. La totale mancanza di filtri d’alcun genere (discernimento, arbitrio, o cose del genere) rende di fatto assoluto tutto quello che credono vero. Certamente, la volontà personale può mal interpretare quella divina, ma, poiché il Grande è Clemente e Misericordioso, l’errore viene giustificato nel momento stesso in cui viene compiuto. Con questo, certamente non intendo sostenere che l’islamico sia senza morale o amorale, ma solo che, in virtù di clemenza e di misericordia, il Grande li assolve dal senso della colpa nel momento stesso che la compiono. Non provando senso di colpa, è chiaro che si sentono innocenti di tutto quello che, a noi, risulta colpa. Il Grande conosce solamente la volontà di verità. Siccome la loro coscienza viene reputata appartenente alla coscienza del Grande, ne consegue che anche loro appartengono alla verità del Grande, quindi, se sbagliano, è perché il Grande l’ha voluto. Quello che per loro è assoluta coerenza, a noi risulta follia. Capiremo che non è follia, solamente se li pensiamo come bambini. Non perché infantili, (sia ben chiaro), ma perché, come quelli innocenti, non solo perché senza il senso della colpa e senza quello dell’errore, ma perché si rimettono totalmente a quel Grande, che il Cristo ci ha fatto conoscere col nome di Padre. Presso il nord africano, questa forma di pensiero che dico in loro, non ha variabili, interpretazioni, (ecc.), appunto perché non ha variabili e/o interpretazioni la Verità, da cui si dicono originati. Certamente, ammettono anche altre strade di verità, però, non sono concesse, perché altre forme di verità sono intrinsecamente infedeli, in quanto non islamiche. In un primo momento ho pensato che la seconda causa sia da ricercarsi nel momento storico che non hanno vissuto: penso ad un nostro Rinascimento, Umanesimo, Età dei Lumi, ecc. Diversamente, ho creduto di trovarlo, nel prevalente ambito geografico dei loro Stati: il deserto. A mio vedere, è stato il deserto a placentare il loro carattere, la loro psicologia. Nel deserto, infatti, c’è acqua o non c’è ne. C’è vita o non c’è ne. C’è caldo o c’è freddo. Non esiste la mezza misura, nel deserto. Certamente ci sono delle Oasi. Queste però, se da un lato sono fonte di speranza, dall’altro sono fonte di inquietudine. Infatti, solo dopo esser giunti, sanno se le troveranno ancora, o cosa non troveranno più. In queste condizioni, la mente non può non conformarsi ad un arbitrio basato su una forza, che non può aver ragione se indebolita da altre ragioni e/o eventi. La lezione del Deserto dice: in me, solo il forte, è destinato a sopravvivere. Da questa lezione, la necessità di dominare gli eventi: vuoi i personali, vuoi i tribali della loro prima epoca, vuoi i sociali a loro odierni. Una necessità di dominio che non trova argini, può far delirare la mente. Può far credere di dover e/o poter dominare tutto, tutti e comunque. E’ chiaro che non mi riferisco al deserto che le odierne tecniche hanno mezzo addomesticato, ma a quello primordiale.

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